Cefalonia Asse Sempione

Legnano – Si è ricordato oggi venerdì 25 ottobre l’anniversario del massacro di Cefalonia avvenuto nel 1943, durante la 2° Guerra Mondiale, in cui 7500 italiani della divisione Acqui rimasero uccisi. La sezione Giovanni e Onorina Pesca di San Vittore Olona dell’ANPI ha organizzato un incontro a tal riguardo presso la sede in via Roma 2. Relatore è stato il professor Giancarlo Restelli, già conosciuto nel nostro territorio per i numerosi incontri di memoria storica che organizza durante l’anno.

In quello che fu il momento più buio e caotico della nostra nazione, lo sbandamento e la disfatta dell’8 settembre, in cui ogni riferimento, autorità o presenza dello Stato collassò inerme, le atrocità, gli orrori e le mancanze furono davvero incalcolabili. Fra tutte, quella di Cefalonia fu una di quelle che rimase per più tempo dimenticata.
Eppure si trattò di uno dei peggiori crimini di guerra commessi dall’esercito tedesco (la Wehrmacht) e non dalle SS: tra i 4000 ed i 6500 soldati italiani furono fucilati dopo essersi arresi.
Ma cosa successe, veramente, in quell’isola dell’Egeo?
Posizionata strategicamente a 360km dalle coste italiane era un avamposto in terra greca difeso, fin dal 29 aprile 1941 dai 7500 soldati della Acqui, comandati dal Generale Antonio Gandin, e da 1800 tedeschi. Molti di loro non avevano mai combattuto e, fino al “terremoto” del comunicato di Badoglio, avevano vissuto la loro missione in modo a dir poco “disteso”.
Con l’armistizio tutto cambiò: pochi ordini ed ambigui, non si doveva attaccare gli alleati ma rispondere se attaccati, poi il silenzio…
I tedeschi chiesero subito la consegna delle armi innescando la miccia della rivolta che, dopo vari disordini, si manifestò il 12 settembre quando due ufficiali del 33° Artiglieria, Pampaloni ed Appollonio, presero fermamente posizione contro la consegna dei cannoni.
Il giorno dopo un nuovo ordine: “I tedeschi vanno considerati nemici!”. Gandin si consulta con la truppa, i più si esprimono per la lotta: l’Italia è vicina ed i tedeschi in inferiorità, una vittoria rapida sembra l’occasione per un biglietto di ritorno a casa.
Ma, mentre il governo italiano è impossibilitato a qualunque azione e gli americani non sono affatto inclini a deviare “risorse dal fronte” per ottemperare alle richieste di Churcill di portare aiuto (tra l’altro avanzate in un ottica di contenimento della Jugoslavia di Tito più che per il soccorso agli italiani), i tedeschi hanno ancora in Grecia 300.000 uomini pronti a combattere.
In pochi giorni le carte in tavola cambiano: le spoglie alture di Cefalonia sono bombardate e mitragliate senza sosta dai terribili “Stukas” della Luftwaffe e truppe scelte approdano sull’isola, aggirano le sparpagliate difese italiane che, trovandosi spesso a combattere fino all’ultimo uomo, finiscono per cedere ed arrendersi il 22 settembre.
Fu un ordine esplicito di Hitler a decretare la condanna: ogni soldato italiano che avesse impugnato le armi contro i tedeschi andava considerato come un franco tiratore e, quindi, fucilato.
Di quanti furono massacrati abbiamo solo delle stime, di molti neanche il nome.
Vi fu chi, però, sopravvisse e raccontò, anche se, nel compromesso e nella materiale difficoltà del dopoguerra, si preferì dimenticare.
In molti considerarono e considerano l’episodio di Cefalonia come il primo della Resistenza italiana, “i partigiani con le stellette” furono chiamati. In realtà, ha precisato lo stesso Restelli, tali afermazioni suonano eccessive: dopotutto si trattava di soldati regolari, più spinti dalla voglia di tornare a casa che da un improvviso antifascismo, ma, si potrebbe aggiungere, forse molte cose sarebbero andate diversamente in quei giorni di tribolazione se in più avessero avuto il coraggio di quegli uomini della Acqui.
Enrico Gussoni