Gli italiani in Libia (1911-12)

Gli italiani in Libia (1911-12)

“Tripoli bel suol d’amore”

“… non arrivo ad intendere con che cuore

noi che per secoli patimmo e lamentammo il giogo,

andiamo ora ad imporlo”

Ferdinando Martini, politico italiano, alla vigilia dell’aggressione alla Libia

Quest’anno ricorre il 150esimo dell’Unità italiana ma è anche il centenario dell’inizio della guerra per l’annessione della Libia che si concluderà solo nel 1931, dopo ben vent’anni di massacri e di violenze sulle popolazioni libiche. Ma il 1911, primo anno della guerra di Libia, è anche il 50esimo dell’unità italiana.

Una prima riflessione s’impone: come è possibile che i tanti ideali del Risorgimento si siano trasformati solo dopo cinquant’anni in ideologie di conquista e oppressione coloniale? L’Italia da poco liberata dal dominio straniero avrebbe dovuto contribuire alla redenzione dei popoli oppressi e invece si abbandona al delirio imperialista.

Qualche anno dopo l’unità il grande storico tedesco della Roma antica, Theodor Mommsen, chiese con ansia a Quintino Sella “che cosa intendete fare della vostra libertà?”. Per Mommsen l’obiettivo doveva essere alto: il passato italiano imponeva obiettivi cosmopoliti.

Invece la “Terza Roma”, erede di quella imperiale e di quella cristiana, si lanciò verso l’avventura coloniale che costò ai libici 100.000 vittime nell’arco di vent’anni (1911-1931) e ai soldati italiani diverse migliaia di morti.

A parte la guerra alla Libia potremmo dire che la stagione degli ideali risorgimentali dura davvero poco. Non era stata ancora celebrata l’unificazione (17 marzo 1861) che il neonato Stato italiano doveva fare i conti con la ribellione del Sud conosciuta come “guerra del Brigantaggio” con tutto il suo corteo di violenze e vittime. Erano passati poco più di vent’anni dal ’61 e l’Italia poneva le basi della sua espansione coloniale con l’acquisto della baia di Assab in Eritrea (1882). Verranno poi le sconfitte contro gli etiopi di Dogali (1887) e Adua (1896). Adua costerà la carriera politica di uno dei maggiori esponenti della classe dirigente italiana liberale: Francesco Crispi, siciliano, uomo di fiducia di Garibaldi nell’impresa dei Mille e poi uomo chiave nella politica italiana per nove anni fino al disastro di Adua.

Ci sono altri motivi di interesse legati oggi alla Libia. Paradossalmente l’Italia oggi, dopo cent’anni esatti, è ancora in guerra contro questo Paese. Il governo italiano ha aderito alla risoluzione ONU che condannava la repressione dei civili voluta da Gheddafi e si trova come cent’anni fa in guerra.

Altro paradosso: la risoluzione ONU ha la data del 17 marzo 2011, proprio il giorno in cui l’Italia, sventolante di bandiere, celebrava la propria unità!

Cento anni fa l’Italia era sola contro il malandato Impero ottomano, oggi invece l’Italia fa parte di una coalizione e combatte una guerra “giusta”, “umanitaria”, sulla quale ci sarebbe tanto da scrivere.

Torniamo indietro di un secolo.

La “passeggiata militare”

Il conflitto inizia ufficialmente il 29 settembre 1911 quando Giolitti dichiara guerra all’Impero turco con l’obiettivo di annettere la Cirenaica e la Tripolitania (la Libia dell’epoca). In quel momento la Libia ha 800.000 abitanti che vivono soprattutto lungo la costa. Gli italiani presenti sono circa un migliaio di cui molti ebrei. Vivono quasi tutti a Tripoli.

Il 3 ottobre sono bombardati i forti di Tripoli e avvengono i primi sbarchi di soldati italiani (1.500 uomini). Nei giorni successivi avverranno altri sbarchi nelle maggiori città della Libia: Derna, Homs, Tobruck e Bengasi. L’occupazione vera e propria con 34.000 uomini e 72 cannoni avverrà dall’11 ottobre.

Gli italiani possono contare su un contingente di tutto rispetto che poi aumenterà progressivamente fino a 100.000 uomini. La guarnigione turca può contrare solo su 5.000 uomini e gli arabi appaiono indifferenti a quanto sta succedendo. Per venti giorni circa non ci furono fatti d’arme significativi e l’ottimismo era alto.

Siamo arrivati in Libia con la convinzione che gli arabi non vedessero l’ora di scalzare il dominio ottomano e che compito dell’Italia fosse di portare la civiltà e il benessere in queste terre potenzialmente molto ricche ma dominate da un governo inefficiente e lontano.

È interessante quanto disse a un gruppo di notabili tripolini il primo governatore italiano dopo lo sbarco: “Gli italiani sono venuti in Tripolitania per portare il benessere e sono contento di vedere che le popolazioni sono liete che gli italiani sostituiscano i turchi nell’amministrazione. Una nuova era di pace e di prosperità si è aperta per volere della Provvidenza. L’Italia rispetterà la religione, le donne, la proprietà. Il re d’Italia garantirà il massimo rispetto della fede mussulmana. Sotto la bandiera italiana la tranquillità del paese e delle popolazioni sarà assicurata”.

Inizia la ribellione araba: Sciara Sciat

Sono illusioni che durarono meno venti giorni quando il 23 ottobre nell’oasi di Tripoli ci fu una rivolta degli arabi (8.000 armati) e il nostro schieramento venne colto di sorpresa con almeno 500 bersaglieri uccisi (21 ufficiali e 482 uomini di truppa), alcuni evirati oppure con la testa mozzata.

Che cosa era accaduto? Il nostro schieramento difensivo intorno a Tripoli poteva contare a ovest e a sud sulla linea del deserto appena fuori la città. A est invece tagliava a metà la grande oasi di Tripoli dove vivevano migliaia di arabi.

Fu facile per la guerriglia araba intrufolarsi tra le linee italiane e prendere gli italiani di fronte e soprattutto alle spalle mentre erano schierati in trincee scavate nella sabbia.

Fu un’amara sorpresa dopo tante ubriacature sulla volontà degli arabi tripolini di parteggiare per l’Italia e di contribuire alla sconfitta turca. Ma caddero anche tante ingenue e strumentali illusioni sulla missione civilizzatrice dell’Italia e in generale delle nazioni occidentali nei territori oltremare (Kipling e il “fardello dell’uomo bianco”).

La stampa italiana parlò di “tradimento” come se gli arabi non avessero il diritto di difendere la loro terra. In realtà siamo andati in Tripolitania e Cirenaica con la convizione che fossero “terre di nessuno” trascurate dalla pigrizia dei turchi e dall’indifferenza degli arabi. Si diceva poi che l’Italia poteva vantare un diritto di conquista che risaliva all’impero romano.

Tutta la spedizione fu preparata male, con molta fretta e approssimazione, con la convizione che un “popolo bambino” come gli arabi di Tripolitania e Cirenaica avrebbe appoggiato subito la conquista italiana.

Crimini di guerra

Per evitare di essere ributtato a mare l’esercito italiano non esitava a rispondere agli attacchi della guerriglia ma soprattutto a reagire con violenza inumana. Nell’oasi di Tripoli gran parte degli arabi catturati con le armi in pugno furono fucilati seduta stante, impiccati a decine oppure inviati a migliaia a morire di fame e malattie in veri e propri lager sulle isole Tremiti, a Ponza, a Gaeta, Ustica e Favignana (probabilmente 4.000 arabi).

Per la prima volta si usarono “carrette del mare” per la deportazione in Italia molto simili alle precarie imbarcazioni che spesso fanno naufragio oggi nel Mediterraneo con lo stesso carico umano fatto di sventura e morte.

Scuotono ancora oggi alcuni versi del poeta di Misurata Fadil Hasin ash-Shalmani condannato a 25 anni di carcere per accuse non provate:

“Siamo in piccole celle, pressati

senza la luce del sole

chiuse le porte di ferro serrate.

E ovunque io guardi, non vedo che italiani”

A Tripoli la repressione fu durissima (impiccagioni, esecuzioni sommarie anche di donne e ragazzini) e non risparmiò neppure le abitazioni dell’oasi distrutte in parte dal fuoco. Le relazioni ufficiali sono molto oscure sulla repressione ma ipotizzare altre 4.000 vittime non ci si discosta più di tanto dal vero. In una sola occasione furono impiccate quattrordici persone nella Piazza del Pane di Tripoli.

Con questi metodi l’Italia era riuscita nel difficile intento di far rimpiangere l’amministrazione turca.

Eppure ci fu chi contestò la “bonomia” delle truppe di occupazione come Filippo Tommaso Marinetti: “Abbiamo subìto la sanzione fatale del nostro stupido umanitarismo coloniale”. Deportare 4.000 persone e ucciderne nelle strade altre 4.000 era “umanitarismo”!

La stampa straniera fino a quel momento benevola nei confronti dell’Italia reagirà con sdegno: in Germania i giornali riferivano di bambini uccisi, di fedeli trucidati nelle moschee, di donne a cui era stato tagliato il seno. “Era questa la civiltà che essa dichiarava di portare in Tripolitania?”. “The Times” scrisse che “il tricolore è la bandiera meno onorata fra quante ondeggiano sopra un’Europa militarista e finanziaria”. Anche nel mondo mussulmano ci furono forti reazioni di sdegno.

La stampa italiana in Libia fu sottoposta a un controllo serrato (doppia censura, in Libia e in Italia), in ogni caso tra i giornalisti accreditati a Tripoli (e tra di loro c’erano le migliori “firme” del giornalismo italiano) nessuno avrebbe voluto diffondere notizie imbarazzanti. La prova è la resistenza tenace in Italia in quei mesi del mito del soldato italiano “buono e generoso” nonostante quello che era accaduto.

La repressione dopo Sciara Sciat è una brutta pagina del nostro colonialismo ma non era neppure la prima. Per il consolidamento della Colonia Eritrea negli anni Novanta dell’Ottocento nacque il famigerato lager di Nocra, le cui condizioni materiali il lettore potrà facilmente immaginare. La conquista della Somalia all’inizio del Novecento comporterà l’apertura di altri lager italiani fino ad arrivare alle terribili pagine della conquista dell’Etiopia (1935-36), quando le brutalità nei confronti dei civili e dei religiosi copti superarono ogni immaginazione.

Perché siamo andati in Libia?

Vi fu certamente la volontà di vendicare Adua (1896) e con essa ridare all’Italia quel prestigio internazionale che la sconfitta in Etiopia aveva fatto perdere; vi furono sicuramente i maneggi del Banco di Roma che il governo italiano aveva spinto in Libia come “cavallo di Troia” per una prossima conquista italiana.

Un’altra causa fu la volontà di Giolitti di allargare il quadro politico italiano alle nuove forze politiche della destra che allora erano del tutto favorevoli alla conquista coloniale (Associazione Nazionalista Italiana di Federzoni). Ma forse la vera causa furono i mutamenti che subì nei mesi precedenti la politica internazionale.

Bisogna premettere che il Nord Africa come la quasi totalità del continente africano era nelle mani delle potenze europee. La Francia aveva Algeria e Tunisia, la Gran Bretagna aveva l’Egitto e a sud della Libia il Sudan. L’Italia rischiava di essere schiacciata tra Francia e Gran Bretagna e per questo doveva occupare la Libia.

L’occasione fu l’occupazione del Marocco da parte della Francia nell’estate del 1911. I precedenti accordi franco-italiani prevedevano un compenso territoriale per l’Italia se la situazione nel Mediterraneo fosse stata modificata. Quindi per l’Italia si trattava di esigere una sorta di “cambiale”.

Del resto per vari motivi Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia e Impero austro-ungarico erano a favore dell’occupazione italiana, a patto di fare in fretta e non provocare crisi internazionali di particolare gravità. Ricordo che nel 1911 siamo a tre anni dallo scoppio della Grande Guerra e le sostanze infiammabili del conflitto mondiale si stanno preparando.

Quali erano i rischi connessi all’intervento italiano? Per conquistare la Libia l’Italia doveva dichiarare la guerra al moribondo impero ottomano (il “grande malato d’Europa”) che minacciava di sfaldarsi ogni giorno a causa dei nazionalismi balcanici: Serbia, Bulgaria, Montenegro, Macedonia, Grecia. Ma anche i russi accentuavano le difficoltà di Costantinopoli con la richiesta del controllo dei Dardanelli. L’Italia con il suo intervento minacciava una crisi dagli esiti imponderabili.

La conquista italiana della Libia non fu affatto breve, infatti si prolungò ben oltre la prima guerra mondiale. Quindi possiamo dire che l’Italia contribuì alla guerra in Europa attaccando un impero malato e mostrando a tutta l’Europa la sua debolezza.

Come in tutte le guerre l’Italia agita alcune giustificazioni semplicistiche, che verranno subito smentite dalla realtà dei fatti: si sostiene che gli arabi di Libia sono schiacciati dal governo turco e compito degli italiani è la liberazione dall’oppressione; si afferma che il territorio libico potenzialmente è ricchissimo e se i libici vivono in povertà la colpa è ancora una volta del governo di Costantinopoli; si grida alla mancata tutela degli interessi italiani in Libia da parte dei turchi, si citano decine di episodi in cui gli italiani sarebbero stati vittime di atti ostili.

Tante giustificazioni, una più fragile dell’altra, per definire i contorni della “guerra umanitaria” dell’Italia nel Nord-Africa.

Come reagisce l’opinione pubblica italiana?

Quando Giolitti fece intendere chiaramente che era disposto ad accondiscendere ai nazionalisti conquistando la Libia l’opinione pubblica italiana reagì con grandi slanci patriottici.

– In prima linea ci furono i grandi quotidiani dell’epoca (“Corriere della Sera”, “Il Mattino”, la “Stampa”…) dietro i quali c’erano i maggiori gruppi economici e finanziari italiani. L’Italia a cinquant’anni dall’unificazione non era più solo una povera nazione agricola

– Le grandi masse piccolo borghesi furono entusiaste (con fenomeni di isteria) perché giornali e giornalucoli fecero a gara nel descrivere le mirabilie del territorio libico (grande produttività dei terreni, ricchezza d’acque, enormi possibilità di convogliare la nostra emigrazione…). Si scoprì presto che di tutto questo non era vero niente. In ogni caso il patriottismo fu molto alto nei due anni della guerra

– E’ favorevole l’esercito perché vuole rimuovere l’umiliazione di Adua (1896) e prima ancora di Custoza (1866). Anche la Marina vuole vendicare Lissa (1866) e lunghi anni di inattività

– I cattolici furono favorevoli perché si trattava di una “guerra santa” contro l’slamismo. Il Vaticano fu prudente ma tutto il clero, compresi alcuni importanti vescovi, benedisse l’impresa (“Civiltà Cattolica” in primis). L’appoggio all’impresa libica permetteva ai cattolici di uscire dal limbo di Porta Pia

– Una parte dei socialisti (soprattutto esponenti lombardi ed emiliani: Bissolati, Bonomi e Cabrini) difese l’impresa con il pretesto che la nuova colonia avrebbe coagulato l’imponente emigrazione che stava portando milioni di italiani verso il Nuovo Mondo. Errore clamoroso: la Libia non diventò mai una colonia di popolamento neppure ai tempi di Balbo (povertà estrema dei terreni ma soprattutto grandi disponibilità di manodopera indigena a costi marginali)

“La grande proletaria delle nazioni scendeva in campo… si è mossa”. Con questi argomenti Giovanni Pascoli toccava un nervo nazionale scoperto: il desiderio di riscattare l’Italia condannata all’emigrazione con la conquista delle colonie oltremare

– Aderì anche Teodoro Moneta, premio Nobel per la Pace nel 1907! Moneta partecipò alle Cinque Giornate di Milano, fu con Garibaldi sul Volturno e combattè a Custoza

– Poche voci si alzarono ammonendo che si sarebbe conquistato uno “scatolone di sabbia” (Saverio Nitti) oppure una “voragine di sabbia” (Gaetano Salvemini): furono dileggiati

A questo punto, vedendo le tante adesioni entusiastiche alla guerra, possiamo capire perché Giolitti escluse a priori l’opzione diplomatica che probabilmente ci avrebbe consentito di poter avere la Tripolitania senza combattere.

La classe dirigente italiana voleva la guerra e Giolitti non poteva non dargliela.

“Imperialismo straccione” (definizione data da Lenin dell’Italia in guerra contro la Libia)

Se l’Italia della finanza e dell’industria si stava preparando alla divisione dei profitti, l’Italia rurale e operaia versava in condizioni di miseria e analfabetismo di massa che neppure i primi cinquant’anni dall’unità erano riusciti a modificare.

Basti dire che nel 1911 metà dei coscritti alla visita di leva veniva mandata a casa per insufficienza toracica, debolezza, denutrizione e altro. Nello stesso 1911 a Verbicaro (Cosenza) vi furono moti popolari di protesta per il diffondersi del colera. Dopo cinquant’anni di vita nazionale ci sono 1.364 comuni senza acqua potabile, 4.877 senza fogne, 1.700 in cui non si mangia pane, 4.355 in cui non si mangia carne, 600 senza medici, 366 senza cimiteri (!), 154 distretti malarici, 100.000 abitanti colpiti da pellagra, 200.000 persone che vivono in abitazioni sotterranee.

Eppure l’Italia non è povera se pensiamo solamente all’enorme spesa militare che dopo l’Unità converge sulle forze armate. Secondo Rochat dal 1861 al 1912 “le spese militari assorbirono una somma superiore al complesso di tutte le spese per l’amministrazione, la diplomazia, la giustizia, l’istruzione pubblica, i servizi, le opere pubbliche, gli interventi statali al servizio dell’economia”.

Torniamo alla conquista italiana.

Sciara Sciat e i successivi attacchi della guerriglia araba mettono in evidenza i limiti dell’esercito italiano, pronto a una battaglia campale ma inadatto a uniformarsi alla tattica dei resistenti arabi.

Contro la guerriglia i cannoni e le fucilate dei coscritti potevano poco. Carlo Caneva, comandante dell’intera spedizione, sottovalutò l’apporto che le truppe locali potevano dare oppure sottovalutò l’apporto di eritrei e somali nei reparti italiani. Non considerò l’uso di cavalli e cammelli e nella prima fase l’uso degli aerei come ricognizione. Non attua insomma la controguerriglia come inglesi (Sudan) e francesi (Algeria) avevano fatto. Caneva non cerca neppure di conquistare i notabili arabi.

Al contrario le tribù erano in grado di colpire a piacimento ma incapaci di ributtare gli italiani in mare.

Praticamente dopo un mese Caneva controlla cinque città (fortemente trincerate e a rischio colera) ma non gli immediati dintorni. Il territorio conquistato è infimo.

Nonostante questa situazione Giolitti proclama il 5 novembre 1911 l’annessione di Tripolitania e Cirenaica!

Giolitti, almeno nella prima fase, non vuole neppure colpire il cuore dell’impero turco con i bombardamenti della Marina oppure con sbarchi di truppe. Teme ripercussioni internazionali e la fine della benevolenza delle nazioni più importanti.

Perché gli arabi si ribellano?

Sono consapevoli che l’Italia apporterà molti cambiamenti nella loro vita, mutamenti ritenuti negativi. Temono soprattutto, e i fatti daranno loro ragione, l’espropriazione delle terre migliori con la fame inevitabile.

Le motivazioni religiose sono determinanti sia in Tripolitania (nonostante la mancanza di una vera e propria guida) e soprattutto in Cirenaica. In questa area domina la Senussia, si tratta di una forte e vasta organizzazione di carattere religioso. Il seguito popolare è forte.

I turchi sono mussulmani, gli italiani “senza Dio”; da qui la scelta a favore dei turchi, anche se i soldati turchi combattevano per difendere l’impero e non certamente per la libertà della popolazione libica.

Gli arabi combattenti sono circa 30-35.000 in Tripolitania agli ordini di diversi capi, 20-25.000 in Cirenaica agli ordini della Senussia. Il numero dei morti da parte araba è di difficile quantificazione, sicuramente molte migliaia.

Giolitti contro Caneva

Dopo Sciara Sciat Giolitti vuole a tutti i costi una forte avanzata nell’interno, Caneva è recalcitrante perché conosce meglio dei politici i limiti dell’organizzazione militare italiana.

Nelle settimane successive Caneva avanza lentamente nell’interno ottenendo qualche buon successo ma gli arabi riescono sempre a sganciarsi evitando ogni volta l’annientamento. La loro strategia punta a interrompere le vie di comunicazione. I vari presidi italiani sono spesso attaccati oppure isolati.

Caneva avrebbe dovuto puntare a distruggere il nemico piuttosto che a occupare terreno. Non sarà l’errore che compirà il generale Rodolfo Graziani a partire dai primi anni Venti.

L’aggressività araba è ancora relativamente alta nella primavera del ’12, ma gli arabi non sono fatti per una guerra lunga e logorante.

Alla vigilia della pace il bilancio è sconfortante: l’Italia controlla sei centri urbani con una fascia di territorio che non supera mai i 15 chilometri.

La guerra finisce: 18 ottobre 1912

Nella primavera del ’12 c’è una svolta nella guerra stagnante da mesi: la flotta italiana occupa una dozzina di isole nell’Egeo appartenenti ai turchi e minaccia lo stretto dei Dardanelli. C’è preoccupazione nelle cancellerie europee: si pensa che l’Italia voglia ritornare dove dominavano i veneziani con il pretesto della guerra.

In gran segreto a Losanna iniziano i colloqui di pace nel mese di luglio. Il governo turco teme la ribellione balcanica (albanesi, greci, bulgari, montenegrini, macedoni, serbi).

I colloqui sono difficili perché Giolitti vuole il rispetto del decreto di annessione mentre i turchi non vogliono cedere territori che l’Italia non ha ancora conquistato.

Dopo lunghi tentennamenti vince Giolitti: il 18 ottobre 1912 è firmato il trattato di Ouchy di fronte alla minaccia di una guerra mossa da Grecia, Serbia, Bulgaria e Montenegro contro la Turchia. Gli accordi sono solo con i turchi, gli arabi non sono interpellati.

Icastico commento dell’ambasciatore di Francia a Londra: “L’Italia che non ha mai saputo fare da sé, deve agli stati balcanici la pace che le dà la Tripolitania. Essa rimarrà fedele a una tradizione della sua storia pagando di ingratitudine quelli che l’hanno aiutata”.

Effettivamente nel 1859 e nel 1866 l’Italia aveva ottenuto la Lombardia e il Veneto dalla Francia, non dall’Austria; nel 1912 la Tripolitania e la Cirenaica sono occupate grazie alla minaccia di una imminente (come poi avverrà) guerra delle popolazioni balcaniche in chiave antiturca.

Le spese di guerra furono enormi: da un miliardo a un miliardo e trecento milioni dell’epoca. I morti italiani furono 3.431 di cui 2.000 per malattie varie con 4.220 feriti.

Sono le cifre ufficiali che appaiono oggi straordinariamente basse se pensiamo solamente all’imperversare del colera durante i primi anni dell’occupazione.

Secondo “Avanti!”, organo del Partito socialista italiano, alla fine della guerra nel 1912 le vittime italiane furono invece 52.431 tra morti, feriti e ammalati.

“L’Italia democratica e rivoluzionaria, cioè l’Italia della rivoluzione borghese

che si liberava dal giogo austriaco, l’Italia del tempo di Garibaldi,

si trasforma definitivamente davanti ai nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli,

che depreda la Turchia, nell’Italia di una borghesia brutale, sudicia, reazionaria in modo rivoltante,

che all’idea di essere ammessa alla spartizione del bottino si sente venire l’acquolina in bocca”

Lenin

 

Giancarlo Restelli

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