Razzismo tedesco e italiano nella prima metà del Novecento. Una breve riflessione

Razzismo tedesco e italiano nella prima metà del Novecento

”Non esiste qualcosa che si chiami colpa collettiva o innocenza collettiva”

Hannah Arendt, “La responsabilità morale sotto la dittatura”

Il razzismo in Germania è figlio di un colonialismo brutale che porta allo sterminio degli Herero all’inizio del secolo nell’Africa sud-occidentale tedesca. Allo stesso modo il razzismo in Italia, prima ancora di Giovanni Preziosi e della “Difesa della razza”, nasce al tempo dell’occupazione della Libia e poi durante la campagna di Etiopia con la Legislazione razzista del 1937 tendente a dividere rigidamente, e in ogni ambito, cittadini “ariani” italiani e “nativi” privi di qualunque tutela giuridica.

Parlare delle origini del razzismo in Germania e in Italia vuol dire fare riferimento a una copiosa ricerca storiografica nei due Paesi, che però non è ancora arrivata nelle scuole e tra l’opinione pubblica come discorso fondante e non soggetto a manipolazioni o amnesie.

Quanti studenti tedeschi sanno che la parola Vernichtung nasce il 2 ottobre 1904 quando il generale von Trotha ordina lo sterminio degli Herero (Vernichtungsbefehl) nell’Africa sud-occidentale tedesca?

Quanti studenti italiani credono in buona fede alla leggenda dei connazionali “brava gente”? ossia dell’ “italiano, operoso colonizzatore”, che quando è costretto a fare la guerra, la fa in un’ottica “umanitaria” e “rispettosa” delle popolazioni civili?

Ogni popolo ha bisogno di miti per valorizzare la propria storia, per allontanare ombre che si addensano su periodi storici controversi. Potremmo ricordare (anche se sono tematiche che non rientrano in questo breve testo) la leggenda di una Werhmacht“pulita” rispetto alle SS hitleriane gravide di ogni nefandezza e in Italia il mito della Resistenza, che fa rinascere purificato il Paese dopo le “tenebre” del fascismo e della guerra.

I libri di testo, anche quelli liceali, sono restii ad accogliere queste amare pagine di storia, che appartengono purtroppo ai due Paesi, preferendo addossare alla sola classe dirigente dell’Italia fascista e della Germania nazista ogni vergogna, assolvendo quindi i due popoli da ogni contaminazione razzista e formulando anche un giudizio positivo sul periodo precedente, ossia sulla Germania guglielmina e l’Italia liberale.

Il mito dell’ ”italiano brava gente” è molto tenace nell’opinione pubblica italiana e nella scuola, che ne riflette gli orientamenti di fondo. Si guarda con bonomia e benevolenza all’esperienza coloniale dell’Italia liberale e poi fascista attribuendo tutt’al più ai vertici militari e di partito l’adozione di politiche di repressione militare ai danni delle popolazioni autoctone.

Si ignora quindi che il colonialismo italiano, dalla campagna di Libia in avanti (1911-12), è una lunga sequela di atrocità e di crimini di ogni genere, culminati con l’istituzione dei campi di concentramento in Cirenaica negli anni Venti e con altri lager in Etiopia a partire dal ’36, dopo aver vinto una guerra con ampio uso di gas contro le popolazioni abissine.

Diciamo di più: tutto il colonialismo italiano è nutrito di razzismo e di sopraffazione, che sono condizioni preliminari per ogni conquista coloniale, perché già l’idea di voler disporre a proprio piacimento delle sorti di un popolo più debole militarmente è profondamente razzista e soprafattoria.

Indicativa è la totale incomprensione sempre dimostrata verso la civiltà abissina, che la politica italiana mirava a distruggere radicalmente. Le testimonianze a tutti i livelli sono indicative: in ogni momento della penetrazione italiana gli africani furono considerati come esseri primitivi, non necessariamente cattivi, ma comunque inferiori e infantili.

A questo punto le Leggi razziali del ’38 non possono essere viste come “incidente di percorso” o imposizione dall’alto di un razzismo artificiale che il popolo italiano non aveva mai conosciuto, appunto perché “diverso” e “migliore” rispetto ad altri popoli.

Se nel 1938 era una novità in Italia la legislazione antiebraica, non lo era il razzismo antiarabo e antiabissino che funge da matrice dell’antisemitismo virulento voluto da Mussolini alla vigilia del Secondo conflitto.

Il colonialismo tedesco è altrettanto pervicace e genocida quanto quello italiano. E la prova è lo sterminio degli Herero (1904-1908), prova generale dei grandi massacri della Grande Guerra fino alla “soluzione finale”.

La parola Konzentrationslager compare per la prima volta in un telegramma della Cancelleria datato il 14 gennaio del 1905 e lo scopo è chiaro: imprigionare gli Herero scampati al massacro e ridurre ulteriormente il loro numero con il lavoro forzato. Anche qui il colonialismo d’inizio Novecento è ”prova generale” di un futuro prossimo ben più tragico.

Si potrebbe dedurre che la Shoah trovi una spiegazione sia nella tradizione antisemita europea sia nell’esperienza di corruzione morale nata dal colonialismo tedesco.

Rafforzando il mito della superiorità dell’uomo bianco e legittimando l’uso della violenza più estrema, l’avventura coloniale tedesca ha preparato il terreno alle peggiori catastrofi del XX secolo. La savana africana annuncia gli orrori della guerra del 1914-18 e del genocidio nazista. Hannah Arendt ritiene che i “terribili massacri” e i “selvaggi omicidi” nell’Africa sud-occidentale siano i responsabili dell’imperialismo del Terzo Reich, del totalitarismo nazista e del genocidio ebraico.

Un altro tema interessante potremmo definirlo “La propaganda del pregiudizio” e riguarda la forte pressione esercitata dal fascismo sulla scuola elementare e media nell’ambito della radicazione del razzismo antiafricano e antisemita nella costituzione del futuro cittadino fascista.

La lettura del “Secondo Libro del Fascista”, edito da Mondadori nel 1939, è particolarmente istruttivo perché è palese la volontà di “educare” i giovani ai nuovi “valori” fascisti, quali la “missione di civilizzazione dell’italiano ariano nel mondo”, che aveva come fondamento il “prestigio della razza” da ottenere con il dominio sugli indigeni dell’Oltremare e la lotta caparbia contro la “congiura dell’ebraismo internazionale”, di cui gli ebrei italiani erano uno strumento consapevole.

Questo libro raggiunse tutte le scuole italiane e non furono poche le scuole e i provveditori che organizzarono autonomamente “Mostre della razza” con conferenze, materiale fotografico, lezioni per gli studenti e altro.

Se i ragazzi a scuola erano continuamente martellati sui temi della superiorità nazionale e dell’inferiorità biologica dei “nemici della razza italica”, le pareti domestiche non rappresentavano una difesa rispetto alla propaganda del regime.

Il razzismo diffuso ampiamente attraverso la radio e le tante pubblicazioni dove il razzismo era l’obiettivo, e che avevano canali di diffusione che non sempre coincidevano con la scuola, rendeva questo messaggio particolarmente capillare ed efficace.

Meritano attenzione i numerosi romanzi di Gino Chelazzi, forse oggi dimenticati, ma all’epoca contribuirono notevolmente alla diffusione di massa del razzismo in tutte le sue forme, compreso l’antisemitismo.

Chelazzi fu acceso fautore del regime, collaboratore di varie testate giornalistiche e scrisse diversi romanzi per un pubblico di bambini e adolescenti i cui titoli sono qualcosa di più di semplici curiosità: “Sim, ragazzo abissino”; “Saettino, puro sangue meneghino”; “Balilla regale, romanzo africano” e altri.

Lo sviluppo della scolarizzazione favorì un’ampia  lettura di questi romanzi in ambiti che non corrispondevano solo alla fascia di giovani della piccola e media borghesia.

Se il razzismo è il punto di partenza, il punto di arrivo in Italia sono le Leggi razziali del 1938. Una copiosa letteratura storiografica, spesso di ottimo livello, ha studiato le legislazione antisemita in ogni particolare giuridico-amministrativo. Però oggi nella scuola italiana continua a prevalere lo stereotipo delle Leggi del ’38 a imitazione pedissequa delle Leggi tedesche del ’35.

Non si intende sminuire il peso che il Patto con la Germania nazista ha avuto nella definizione di una politica italiana in materia razziale. Ma non è questa la chiave di lettura migliore. Altrimenti, se accettiamo l’idea di una legislazione indotta dall’esterno e quindi in qualche modo subita, avvaloriamo sempre la leggenda del “bravo italiano”, intimamente “onesto e incapace di odio”, però costretto dalla contingenza a subire l’arbitrio del più forte.

In realtà il razzismo antiebraico è un discorso italiano, non la traduzione di un discorso tedesco.

L’antisemitismo italiano, che trova coerenza di un corpus di leggi, decreti e provvedimenti amministrativi molto coerenti, è strutturato su caratteristiche culturali di lungo periodo che complessivamente risultano ancora presenti nella società di oggi, non più di tanto nell’odio antiebraico ma nell’accesa xenofobia nei confronti dell’ ”estraneo” , che arriva da aree non omogenee alla nostra cultura e quindi non omologabile secondo mentalità e consuetudini che riteniamo “nostre”.

Per concludere è importante rintracciare il punto di partenza sia del razzismo italo-tedesco sia la continuità nel tempo della discriminazione razziale nella Germania guglielmina-hiltleriana e nell’Italia giolittiana e poi fascista.

Auschwitz e la “caccia all’ebreo” nella Repubblica saloina (con spesso operazioni miste tra fascisti e nazisti) non appaiono improvvisamente: sono il frutto pernicioso di culture, mentalità, responsabilità che vanno cercate addietro nel tempo.

Il duplice razzismo coloniale e antisemita evoca un’epoca intrisa di disprezzo e sopraffazione, di violenza e di negazione dell’altrui umanità, ma sono pagine di storia che devono essere conosciute e studiate anche quando fanno male, anche quando scardinano stereotipi benigni ai quali siamo emotivamente legati.

La costruzione dell’Europa passa anche attraverso l’assimilazione critica di pagine dolorose attraverso le quali gli studenti di Italia e Germania possono avere occasioni di maturazione e di interiorizzazione della loro storia.

Non è negando o occultando che si costruisce qualcosa, non è con il mantenimento di un passato edificante che usciamo dalle nebbie di un tempo privo di valori.

Solo prendendo atto del peso della nostra storia abitueremo i giovani al dialogo sulle cose concrete e al confronto civile. Solo la pietas per chi ha sofferto apre la “porta” al rispetto dell’altro.

L’Europa quale “casa comune” di giovani che vivono in realtà nazionali diverse pretende una storia condivisa, fortemente interiorizzata, che diventi davvero primo passo collettivo verso l’edificazione di migliori condizioni di convivenza.

Poiché nessuno può – senza reato – spogliare il suo simile, asservirlo od ucciderlo,

pongono a principio che il colonizzato non è simile all’uomo…

Ordine è dato di abbassare gli abitanti del territorio annesso al livello della scimmia superiore

per giustificare il colono a trattarli da bestie da soma.

La violenza coloniale non si propone solo di tenere a rispetto quegli uomini asserviti,

cerca di disumanizzarli”

J.P. Sartre