“Bombardate Milano!” I tragici bombardamenti dell’agosto ’43

“Bombardate Milano!”

Il tema bombardamenti anglo-americani sull’Italia non è mai stato di moda tra gli storici e tra l’opinione pubblica italiana. La prova è nel numero molto basso di libri sull’argomento. Perché?

Il motivo è semplice: finita la guerra non era “politicamente corretto” parlare di questo tema con gli americani in casa e poi gli anglo-americani si erano presentati come i “Liberatori” e non era possibile smentirli con il numero delle vittime e l’incredibile durezza dei bombardamenti che ha subito l’Italia.

In Italia morirono sotto le bombe 20mila civili fino all’8 settembre e 43mila da questa data alla fine della guerra. In totale 64.354 persone. In realtà furono di più (probabilmente 80mila). La città più martoriata Napoli con 5000 morti, Milano 2000 e poi Torino, Genova, Bari, Palermo, Messina, Roma e tantissime altre località, anche minori.

Nel corso di 60 incursioni aeree morirono a Milano 1133 persone (cifra ufficiali), in realtà furono circa 2000. Nel territorio metropolitano milanese ci furono 700 incursioni aeree su 170 diverse località.

L’aereo era stato inventato dai fratelli Wrigth e già si era trovato il modo per farne un’arma letale per l’uomo.

Il primo bombardamento di tipo terroristico sui civili fu operato dai francesi il 4 dicembre 1914 sulla città di Friburgo. Milano subì un bombardamento il 14 febbraio 1916, il primo della storia, che provocò 15 morti.

Il bombardamento strategico fu teorizzato dal generale Giulio Douhet. Secondo D. un bombardamento in forze avrebbe paralizzato un intero Paese così questo Paese si sarebbe arreso prima dell’intervento dell’esercito. Rispetto alla Jeune Ecole, Douet inserisce il bomb. delle fabbriche.

Il primo bombardamento fu operato da un italiano: Giulio Gavotti in Libia 1911. Il 26 aprile 1937 la Legione Condor bombardò Guernica. Non 1645 ma 200 morti.

Inizia la seconda guerra mondiale

Il 13 maggio del ’40 la Luftwaffe attaccò Rotterdam con mille morti. Con la battaglia d’Inghilterra i tedeschi passano da obiettivi su porti e aeroporti a obiettivi civili ma la reazione della popolazione inglese non è quella prevista da Douet. L’effetto shock si ebbe solo con Hiroscima e Nagasaki.

La svolta avviene con l’insediamento al Bomber Command di sir Arthur Harris (the Butcher) il quale fu il teorico dell’”area bombing”, ossia il bombardamento a tappeto (o bombardamento d’area o anche bombardamento di saturazione): saturare il cerchio di fuoco con ondate successive di bombardieri. Sulle città tedesche ci fu più volte il fenomeno del feuerstum (tempesta di fuoco).

Le prime incursioni su Milano

Le prime incursioni sull’Italia del nord e su Milano iniziano subito dopo la dichiarazione di guerra del 10 giugno. Si trattò di iniziative sporadiche e poco incisive perché pochi aerei bimotori partivano dall’Inghilterra e dovevano volare fino a Torino, Genova e Milano. Il carico di bombe era ridotto. L’obiettivo erano le industrie che però non furono mai colpite.

La prima incursione fu nella notte tra il 15 e il 16 giugno 1940 con due morti e alcuni feriti. Nell’incursione del 16-17 giugno arrivarono su Milano 8-9 aerei per sganciare 25 bombe che fecero lievi danni. Spesso gli aerei sganciavano dove capitava. Ci furono poi altri bombardamenti di lieve natura soprattutto in agosto, l’ultima incursione fu nel dicembre del ’40 con tre Wellington  che provocarono 8 morti. Per tutto il ’41 e il ’42 Milano fu lontana dai bombardamenti.

Dal 1942 le cose cambiano perché gli inglesi utilizzano il buon Avro Lancaster e hanno una maggiore potenzialità di bombe. I Lancaster potevano trasportare 3 tonnellate i bombe per rotte di 3000 km.

Il primo attacco su Milano

Il 24 ottobre 1942 Milano fu attaccata da 73 Lancaster. Fu il primo e unico attacco diurno operato dagli inglesi. Ogni Lancaster aveva 12 bombe da 2 tonn (i cookies), 56 bombe da 500 kg, 2270 bombe incendiarie da 15kg e 28mila incendiarie da 2 kg. Si ricerca soprattutto l’effetto incendiario. L’allarme suonò con grave ritardo.

Fu colpita la zona meridionale di Milano (centrale elettrica Edison, Scalo Farini). Furono colpiti il Cimitero Monumentale, Porta Vittoria il palazzo di Giustizia, il teatro Carcano, la stazione di P. Genova. Le vittime furono 150. L’allarme suonò quando gli aerei erano già sul cielo di Milano. La contrerei fu inefficace come molte altre volte. Pochi danni alle aziende maggiori. Iniziò subito dopo lo sfollamento. Doveva arrivare una seconda ondata (71 bombardieri) ma fu dispersa dai temporali. A causa della dispersione del lancio furono colpite Pavia, Como, Gallarate, Porto Ceresio.

Rapporto alleato maggio 1943

Un rapporto del maggio 1943 del commando strategico alleato dà un’immagine dell’Italia come paese poco pericoloso dal punto di vista industriale e spiega come mai i bombardamenti si accanirono sulle zone centrali e non sulle fabbriche.

La capacità produttiva è calcolata pari al 10% di quella tedesca senza una particolare innovazione tecnologica. In un rapporto del luglio ’43 si individua quale area di bombardamento il centro perché molto popoloso (“compattezza e densità delle costruzioni”). “Con palazzi moderni e vicoli angusti e numerosi monumenti: la zona centrale è più vulnerabile a un attacco aereo i.b. (intensive bombing) e h.e. (higt explosive)”. Questo “qualifica l’impostazione terroristica dei futuri attacchi”. Nel centro di Milano non esitevano fabbriche. Però gli Alleati conoscevano bene il tipo di produzione: Montecatini, acido solforico; Pirelli, pneumatici e cavi d’acciaio; Breda, armi; Magneti Marelli, componenti elettrici; Falk, acciaieria; Breda, costruzione di aerei a Bresso (Macchi); Innocenti, tubi; Caproni, aerei; Dalmini, acciaieria; Alfa Romeo, auto e motori d’aereo; Isotta Fraschini, motori d’aereo e armi. Da notare che in questi rapporti non c’è spazio per i monumenti di Milano.

14-15 febbraio 1943

l preallarme suonò alle 21.30, e dopo mezz’ora, alle 22.06, il grande allarme. Circa 138 Lancaster iniziarono a sganciare le bombe alle 22.34. La rotta era stata tracciata da numerosi pathfinder dal Lago Maggiore in poi. Un solo aereo fu colpito dalla contraerea, e si schiantò in fondo a via Boffalora, alla Barona. Un membro dell’equipaggio non fu più trovato, ed uno dei motori venne dissotterrato nel 1990, durante i lavori per la costruzione del capolinea Famagosta della metropolitana due. Durante l’attacco vennero sganciate 110 tonnellate di bombe esplosive e 166 tonnellate di ordigni incendiari.
La ricognizione inglese per la valutazione dei danni inflitti fu effettuata quattro giorni dopo da un aereo De Havilland Mosquito. Secondo il rapporto e interpretando le foto scattate dall’alto, risultarono danneggiate l’Alfa Romeo, la Caproni, la Isotta Fraschini, la Centeneri e Zinelli e la manifattura tabacchi. Danni poi allo scalo Farini, a porta Genova, al deposito tranviario di via Messina e a quello degli autobus di corso Sempione. Inoltre, 35 aree civili danneggiate in corso Roma, presso il Duomo, all’Arena, in via Mario Pagano, piazzale Loreto, alla stazione centrale nei pressi della università Cattolica.
Secondo i rilievi italiani dei giorni seguenti, danneggiati risultarono numerosi cinema, la centrale del latte, diverse centrali Stipel, più 203 case distrutte e 220 gravemente danneggiate, 376 con danni importanti, e più di 3000 quelle con danni lievi. Gravi danni subì il Corriere della Sera in via Solferino.
Per quanto riguarda il patrimonio culturale ed artistico, danneggiate risultarono le chiese di: S.Maria del Carmine, S.Lorenzo, S.Giorgio al palazzo. Inoltre il palazzo Reale, la Pinacoteca Ambrosiana, la Permanente, la Galleria d’arte moderna, il Conservatorio.
Per domare gli incendi dovettero intervenire anche i vigile del fuoco di Bologna, oltre a quelli di tutte le province vicine. Alle otto del mattino seguente riprese la circolazione dei tram e dei treni alla Stazione centrale.

Il conteggio dei morti si attestò su 133, con 442 feriti. I senza tetto risultarono 7.950, ma pochi giorni dopo quelli regolarmente registrati presso gli uffici comunali furono 10.000. La città subì un ulteriore svuotamento da parte della popolazione, sia perché rimasta senza una casa, sia per timore di ulteriori attacchi. Le scuole furono chiuse a tempo indeterminato, sia per il pericolo di bombardamenti, sia per mancanza di combustibile.

Tragico agosto 1943

L’agosto del ’43 fu il momento peggiore per Milano perché subì quattro attacchi aerei con un totale complessivo di 916 bombardieri con 2600 tonnellate di bombe, meno su Torino e Genova in precedenza più colpite rispetto a Milano.

I morti furono un migliaio, meno del previsto perché era già in corso lo sfollamento e Milano non era permeabile all’Area Bombing e alla “tempesta di fuoco”. L’obiettivo era spingere l’Italia fuori dal conflitto dopo l’arresto di Mussolini del 25 luglio. L’obiettivo di questi bombardamenti era accellerare le trattative di armistizio.

– 8 agosto

L’incursione fu particolarmente pesante. Cerchi di fuoco a P. Venezia, P. Romana, P. Garibaldi, P. Ticinese. Colpite la Pirelli e lo Scalo Farini. Distrutti alcuni importanti monumenti come il Teatro Filodrammatici. Seicento edifici distrutti con 161 morti. Pochi morti per gli sfollamenti già iniziati e poi perché era sabato sera. Gli inglesi puntano sulle incendiarie che provocavano in genere meno morti delle esplosive.

Dopo l’incursione fra il 7 e l’8 agosto un Mosquito fotografò Milano: “… a causa della solida costruzione degli edifici, gli incendi non si sono sviluppati oltre un certo livello”.

Notte 12-13 agosto (giovedì e venerdì). 504 aerei, Lancaster e Halifax. 152 Stirling su Torino. Obiettivo: vortice di fuoco su Milano per distruggerla completamente. 2000 tonn di bombe di cui 380mila spezzoni incendiari. Ogni aereo porta un cookie da 2000 kg, 4 da 250 kg, e 2000 incendiarie da 2 kg. Colpito il centro città: il Teatro alla Scala da una dirompente, Palazzo Marino, la Rinascente (incendiarie). Il vento alimentava gli incendi.

Il centro cittadino fu la zona più colpita, senza risparmiare però il quartiere Ticinese, Garibaldi, Sempione. Gli incendi divamparono ovunque, con effetti distruttivi su palazzo Marino, la Questura, il Commissariato Duomo, il Castello, la chiesa di San Fedele, Santa Maria delle Grazie (ma non il Cenacolo “ingessato” nei sacchi di sabbia); il Duomo riportò gravi danni, così come la Galleria (volta distrutta e facciata delle costruzioni “raschiate”).
La potenza delle fiamme era alimentata dal vento che si era alzato a causa dell’incendio stesso, che attirava aria dalle campagne per autoalimentarsi (è l’effetto, enormemente ingrandito, che si verifica quando si apre lo sportello di una stufa: le fiamme subito riprendono vigore perché attirano nuovo ossigeno dall’esterno). La scena all’alba dovette apparire apocalittica: quasi metà città era in preda alle fiamme e l’aria totalmente irrespirabile, interi quartieri erano pericolanti.

Il cerchio di fuoco non si formò sia per la costruzione degli edifici e la larghezza delle strade sia perché l’aria stagnante della pianura non facilitava lo sviluppo degli incendi.

– Due bombe su Legnano / notte tra il 12 e il 13 agosto / 30 morti, feriti e sei case completamente distrutte

– Notte tra il 14 e il 15 agosto

Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1943 il Bomber Command tornò su Milano con 142 bombardieri. L’obiettivo non erano le fabbriche ma le aree edificate. Furono colpiti soprattutto la stazione di Porta Romana e lo Scalo Farini con circa 800 case distrutte o fortemente danneggiate. 133 morti. Colpite l’Alfa Romeo, la Isotta Fraschini e la Caproni. Danni gravi solo alla I. Fraschini. Ripresero gli sfollamenti e il decentramento delle fabbriche. Vennero colpiti anche molti monumenti importanti. Riprese con forza lo sfollamento. Gli Alleati ottennero l’effetto demoralizzante sulla popolazione milanese.

Fu colpito ancora il centro. Gravi danni a sant’Ambrogio, il Duomo solo intorno (guglie e poche sculture esterne), l’Università cattolica.

Notte del 15 e 16 agosto

l terzo attacco del ciclo programmato fece suonare l’allarme alle 0.31. Non tutti i 199 Lancaster decollati dall’Inghilterra questa volta raggiunsero Milano, in una notte per loro poco fortunata. Maggior sfortuna toccò comunque alla città: interi quartieri vennero bombardati. Segnaliamo solo: Archivio di Stato (enormi perdite cartacee), il Duomo, la Scala, che ebbe il tetto sfondato (e che sarà ricoperto con tettoie provvisorie fino all’inizio del lavori di restauro), la Rinascente (totalmente distrutta, poi demolita perché non recuperabile).
I quotidiani uscirono la sera seguente, in edizioni limitate, anche a causa della mancanza di carta per le rotative. La città era in preda agli incendi e coperta di macerie, e il Bomber Command decise di fermarsi, seppur insoddisfatto. Infatti la distruzione totale della città apparve impresa impossibile, per due ragioni.
Innanzitutto i materiali di costruzione degli edifici (pochissimo legno), e l’inversione termica che tanto afose rende le giornate di agosto: il caldo estremo anche notturno e l’umidità a livelli prossimi al 90% impedivano all’aria di circolare, ragione per la quale le fiamme non riuscivano mai a propagarsi con la facilità che si verificava sulle città tedesche. Inoltre, l’armistizio era ormai vicino: inutile insistere.

Non erano necessari altre incursioni, dopo quella del 15-16 anche perché le trattative d’armistizio erano già iniziate (il 17 agosto il generale Castellano è a Lisbona a colloquio con esponenti del governo inglese).

Bilancio delle quattro incursioni

Nelle quattro incursioni era stato colpito il 50% degli stabili e il 10-15% era gravem. danneggiato. I senza tetto erano 250mila, e gli sfollati 300mila. Le linee telefoniche, le tubature dell’acqua e del gas erano non funzionanti.

Il bilancio delle 4 incursioni era di 1000 morti, “pochi” rispetto a Dresda e Amburgo.

Il decentramento industriale

I bombardamenti furono l’occasione per procedere a distruzione di alcuni quartieri come già previsto. Anche l’industria cambiò fisionomia: la Pirelli non costruì più in Piazza Duca d’Aosta, lì venne costruito il Pirellone, anche la Breda cambiò posizione. La Bianchi decentrò a Desio. L’Alfa Romeo sposta la produzione ad Arese, l’Isotta Fraschini a Saronno, chiude la De Angeli Frua. Da città operaia Milano diventò città del terziario.

A questo punto era inutile continuare a bombardare le fabbriche di Milano. I trasporti invece diventavano prioritari per interrompere le comunicazioni tra Milano e la periferia e Milano e il Nord. Trasporti ferroviari e terrestri dovevano essere colpiti.

Rapporto alleato del 14 settembre ‘43

I rapporti alleati riconoscono i limiti del bombardam strategico sui servizi ferroviari già attivi “normalmente” il 4 settembre ’43. Danni seri solo alle case: 44% distrutte o fortem. danneggiate nella zona più bombardata. Seguono i nomi di 146 tra aziende, caserme, ospedali ecc con l’indicazione del livello dei danni. I danni poi erano accresciuti dall’interruzione alle tubazioni del gas, linee telefoniche e servizi vari

Con l’8 settembre improvvisamente i bombardamenti cessarono.

Operazione “Strangle”, l’attacco al traffico e alle comunicazioni

Gli attacchi su Milano ripresero dal marzo del ’44 con l’operazione “Strangle” destinata ad interrompere le linee di comunicazione in tutta l’Italia ancora occupata. Dal marzo del ’44 vi furono attacchi quotidiani con l’obiettivo di ponti, strade, ferrovie e stazioni. Probabilmente questi bombardamenti non furono utili per causare la resa dei tedeschi ma furono pagati a caro prezzo dalla popolazione civile. Gli attacchi ora sono anche dell’Air Force USA. Gli americani di giorno, gli inglesi di notte.

I due obiettivi più importanti furono la stazione di Lambrate e la Breda a Bresso. L’operazione “Strangle” prevedeva l’attacco a tutte le vie di comunicazione e trasporto impiegate dai tedeschi, in particolare gli scali ferroviari e i ponti. Sono colpite anche alcune industrie ritenute ancora attive, come la Isotta Fraschini e l’Alfa Romeo.

Attacco su Lambrate

Continuano gli attacchi su Milano come quello del marzo ’44 perché Milano rimaneva la sede operativa del nord Italia, ma ora l’obiettivo è Lambrate. I danni furono gravi. Sono colpite anche aree urbane vicine: 18 morti. Altro passaggio su Lambrate dopo l’incursione del 27-28 marzo il 29 marzo ‘44.

Nonostante gli ingenti danni, lo scalo era tornato alla normalità dopo una settimana su tutte le tratte ferroviarie. Un mese dopo altro attacco a Lambrate e a Bresso. Sono colpiti anche gli scali di Verona, Tortona, Torino e Mestre. Per qualche giorno il traffico è difficile poi torna normale. Per Rastelli “l’operazione Strangle era fallita”.

A partire dal maggio ’44 si prendono di mira i ponti sul Ticino (Boffalora, Turbigo, Abbiategrasso), Adda e Po.

Lambrate continua a essere colpito (luglio ’44). Però la viabilità viene ripristinata rapidamente e il materiale rotabile è sempre notevole.

“Pippo”

Dal luglio ’44 i bombardieri medi Douglas attaccarono a bassa quota trasporti e aziende nel milanese. Fu l’inizio di una nuova strategia. È il momento di “Pippo”. Svolge missioni di disturbo che causano paura ed insicurezza. “Pippo” mitraglia a bassa quota anche i passanti e tutto ciò che si muove su strade e ferrovie: lancia spezzoni o bombe dirompenti.

A Turbigo 3 morti il 29 luglio, mitragliamenti a Inveruno l’11 agosto ‘44. Tra settembre e ottobre ‘44 fu uno stillicidio di attacchi quasi giornalieri. Il ponte stradale e ferroviario di Turbigo è sottoposto a più attacchi. Il 28 ottobre un convoglio tranviario della linea Bergamo-Monza venne mitragliato a Vimodrone: 27 uccisi e 36 feriti. L’inverno 1944-45 fu ancora il periodo di Pippo.

Un rapporto del 3 gennaio ’45 rivelava che i trasporti ferroviari funzionavano bene e anche l’attività delle industrie non ne soffriva molto. Più colpite le grandi industrie mentre le piccole-medie erano intatte. Il danno vero e proprio erano i ritardi nelle consegne e nei rifornimenti. I veri danni erano però le abitazioni e i monumenti bombardati  ma nella relazione non c’è traccia. Brennero e Tarvisio sono ferocemente bombardati. I ponti erano tutti abbattuti e soffriva il traffico militare.

Mitragliamenti a Rescaldina, San Vittore, Legnano, Cerro Maggiore, Rho, Canegrate.

Il 18 gennaio aerei mitragliarono la tranvia a vapore Milano-Castano fra Cuggiono e Inveruno: erano operai della Todt: 10 uccisi e 40 feriti.

Gorla, 20 ottobre 1944

Il 20 ottobre del 1944 i bombardieri dell’USAAF non colpirono il martoriato centro cittadino ma un quartiere periferico, abitato prevalentemente da operai e impiegati di tre grandi fabbriche che erano l’obiettivo dell’incursione alleata: la Breda, l’Alfa Romeo e l’Isotta Fraschini a Gorla e Precotto, aziende legate alla produzione bellica a vantaggio dei tedeschi. Quel giorno però, per una serie di errori, colpirono una scuola elementare causando poco più di duecento vittime, soprattutto bambini.

Il 20 ottobre decollarono 102 aerei per assestare un duro colpo alle grandi fabbriche di questa zona di Milano. Si trattava di B24 “Liberator”, i moderni grandi bombardieri americani che stavano distruggendo il tessuto civile e produttivo di Austria e Germania con pesantissime incursioni sulle città del Reich.

Gli equipaggi erano formati da ragazzi tra i 18 e i 20 anni, che avevano subito un duro addestramento e che morirono a centinaia in alcune migliaia di incursioni su tutto il nord Italia.

Gli aerei americani, che erano decollati da aeroporti in Puglia, portavano ognuno dieci bombe da 250 kg. L’obiettivo era “spianare” le tre fabbriche rendendo difficile la ripresa dell’attività produttiva. Erano previste due ondate con gli obiettivi ben indicati sulle carte dei piloti.

Andò tutto bene fino al momento dell’attacco. Come previsto la contraerei in fase di avvicinamento degli aerei nemici non si fece sentire.

Quando mancavano quattro chilometri all’obiettivo tutto iniziò ad andare storto per i “Liberator” della prima ondata: un corto circuito nell’interruttore di lancio provocò lo sganciamento alla cieca delle bombe dei vari aerei le quali esplosero lontano dagli obiettivi. Solo la Pirelli fu colpita pesantemente con molti morti.

La seconda ondata di bombardieri rimase distanziata dalla prima e quando iniziò le operazioni per arrivare sull’obiettivo la rotta d’attacco risultò soggetta a una deriva di 15° sulla destra. Quando il bombardiere leader si accorse dell’errore non c’era più il tempo per ripassare sull’obiettivo e semplicemente il carico di bombe fu sganciato lontano dal bersaglio.

Insomma, per il comando americano questa missione fu un vero fallimento e fu rapidamente archiviata. Non fu così a terra perché le bombe della seconda ondata non scoppiarono in aperta campagna.

La strage dei bambini ha anche altre spiegazioni e qui entrano in gioco le deficienze della DICAT (Difesa aerea territoriale). Quando c’era un’incursione aerea ancora lontana, secondo la normativa, prima doveva suonare il “piccolo allarme”, almeno 30 minuti prima di avere gli aerei sulla testa. Quando suonava il “piccolo” era obbligatorio per tutti raggiungere il più vicino rifugio. Se lo stormo di aerei poi puntava su quella zona doveva suonare il “grande allarme”, ma nel frattempo tutti erano già al riparo.

Non andò così quel giorno perché il “piccolo” suonò alle 11.14 quando i bombardieri erano già nel cielo lombardo e il secondo alle 11.24 con soli dieci minuti per raggiungere i rifugi. Le bombe vennero sganciate alle 11.27 e dopo 240 secondi (da un’altezza di circa 6700 metri) iniziarono a scoppiare.

Nel quartiere di Gorla c’era una scuola elementare, la “Francesco Crispi”, e quando si sentì il “piccolo allarme” le maestre diedero l’ordine ai bambini di raggiungere il rifugio sotto la scuola. E’ facile immaginare la confusione che si creò mentre i bambini mettevano via il loro materiale scolastico nelle cartelle e le maestre si affannavano a mantenere un po’ di ordine nella calca dei bambini che scendevano le scale. Al primo allarme accorsero anche alcune mamme che reclamavano i loro figli per portarli a casa mentre altri bambini tentavano di scappare dalla scuola nonostante il bidello, fedele alle disposizioni, sbarrava l’uscita.

Si creò insomma molta confusione che fece perdere secondi preziosi. Mentre si stava creando un grande affollamento lungo le scale le bombe già cominciavano a cadere e quando una bomba si infilò nella tromba delle scale era in corso l’affannosa discesa verso il rifugio. L’edificio crollò e fece crollare anche il rifugio. Moltissimi morirono sotto le macerie: i bambini, le maestre e qualche mamma che all’interno della scuola stava chiamando a gran voce il proprio figlio.

Nonostante il tempestivo intervento dei Vigili del Fuoco e delle strutture di protezione antiaerea, gli alunni morti furono 184, più tutte le 19 maestre della scuola e alcuni genitori.

Un’altra scuola fu colpita a Precotto. In questo caso tutti erano nel rifugio e nonostante il rifugio fosse stato colpito direttamente da una bomba ad alto potenziale non ci furono vittime. Pare che nel rifugio vi fossero circa 250 bambini.

Altre bombe caddero a casaccio sui due quartieri e alla fine il bilancio fu pesantissimo: morirono operai della Breda, Isotta Fraschini e Alfa Romeo, molte case operaie furono distrutte. Solo a Gorla il numero delle vittime fu 614 più i feriti e le case distrutte (250 totalmente o parzialmente distrutte, 60 gravemente danneggiate e 90 lievemente danneggiate). Gli operai morti durante il bombardamento furono un centinaio. A Gorla, Turro e Precotto caddero in pochi secondi circa 170 bombe da 250 kg. Si trattava di bombe ad alto potenziale che avevano il compito di fare “terra bruciata” nel punto in cui cadevano.

Il governo di Salò strumentalizzò la tragedia additando al ludibrio gli “anglo-assassini” (anche se erano americani) e chiedendo alla gente se questi erano i veri “Liberatori”. Per alcuni mesi le autorità fasciste di Milano dissero che il vero obiettivo dell’incursione aerea era la scuola elementare (!).

In realtà i bombardamenti dell’epoca non erano ancora “intelligenti” e il più delle volte erano colpite aree limitrofe all’obiettivo senza andare più di tanto per il sottile. Sia i bombardamenti diurni (come a Gorla) sia quelli notturni (preferiti dagli inglesi) non erano di precisione per il semplice motivo che i sistemi radar e di puntamento avevano molti difetti nonostante i grandi progressi tecnici dall’inizio della guerra quando il puntamento era ancora “a vista”.

È interessante notare che da parte americana non ci fu alcuna reazione al disastro di Gorla: si parlò di “totale fallimento” (rapporto del 21 ottobre) per aver mancato tutti gli obiettivi, si misero in luce i difetti tecnici e l’incursione fu rapidamente archiviata.

Non deve sorprendere perché le bombe che cadevano in testa ai civili, se fuori dagli obiettivi, non erano neppure considerate. Neanche la stampa americana e le autorità politiche statunitensi presero in esame l’accaduto. Non è improbabile che i piloti furono tenuti all’oscuro.

Certo, possiamo chiederci perché i piloti americani sganciarono le bombe sul quartiere invece di lasciarle cadere nel Tirreno o nell’Adriatico che avrebbero percorso ritornando in Puglia?

Comportamento criminale? Sicuramente secondo il nostro metro di giudizio oggi, ma nella logica dello scontro frontale  della Seconda guerra mondiale no. Il quartiere di Gorla era territorio nemico e molte incursioni aeree avevano come obiettivo le fabbriche e i civili nelle città come i terribili bombardamenti che subì Milano nell’agosto del ’43 quando l’obiettivo era proprio il centro e non le periferie industriali.

Dopo Gorla i bombardieri dovevano tornare a Milano il 23 ottobre per rimediare al fallimento, ma per fortuna ci fu il maltempo.

La tragica giornata del 30 gennaio 1945

Il treno da Saronno a Milano fu mitragliato e bombardato (con 250 kg) a Bollate da 4 aerei: i morti furono 84. Gli stessi aerei qualche ora dopo mitragliarono una corriera sulla linea Milano-Pavia Zibido San Giacomo con 72 morti e 70 feriti (più passaggi). Lo stesso giorno mitragliamenti a Lainate, Rho e sul tram Milano-Gallarate.

L’11 febbraio mitragliamento alla F. Tosi con 1 morto e 4 feriti. Il 7/3 è colpita la caserma Cadorna con 2 morti e 2 feriti. Nello stesso giorno l’obiettivo era la ditta Borletti ad Arluno che produceva spolette per munizioni. Si colpì invece il cotonificio Dell’Acqua con 14 morti e 80 feriti colpiti da bombe con passaggi ripetuti.

L’ultima incursione su Milano fu il 12 aprile: fu colpita la stazione di Greco. L’ultima sul terrorio metropolitano fu il 19 aprile con aerei che mitragliarono civili (3 morti).

Considerazioni finali

Un rapporto alleato della primavera ’45 stabiliva che i bombardamenti non avevano annientato la struttura produttiva ma solo danneggiata. La ripresa poteva avvenire abbastanza rapidamente.

I bombardamenti del ’40-42 e inizio 43 “non hanno avuto nessuna utilità” secondo Achille Rastelli. Nell’agosto dovevano spingere alla firma dell’armistizio. Da settembre ’43 hanno rallentato ma mai interrotto il traffico militare tedesco. Gli attacchi su strade e stazioni hanno “avuto solo un effetto terroristico” sulle popolazioni. Gli attacchi su Milano “non sono stati utili per vincere la guerra”. A parte alcune fabbriche pesantem. colpite, la “maggior parte degli attacchi avvenne sulle case d’abitazione del centro storico”, senza alcun effetto sulla produzione industriale.

“Le incursioni aeree su Milano non accorciarono di un solo giorno la fine del conflitto”. In altri casi probabilm sì.

Nel corso di 60 incursioni aeree morirono 1133 persone (cifra ufficiali), in realtà furono circa 2000. Nel territorio metropolitano 700 incursioni aeree su 170 diverse località. Sesto San Giovanni 23, poi Monza, Lodi. Turbigo subì 11 attacchi, Abbiategrasso 12 attacchi.

È necessario dire che “i bombardamenti a tappeto avevano gli stessi effetti delle rappresaglie perché colpivano chi non combatteva, anche i bambini” (Aurelio Lepre).

G. Restelli