Dalla Resistenza alla Repubblica

Dalla Resistenza alla Repubblica

Il periodo storico che prenderò in considerazione va dal 25 aprile del ’45 fino alla metà del 1947 quando le sinistre furono escluse dal governo. Nel percorso c’è la promulgazione della Repubblica dopo il referendum del 2 giugno ’46.

È inutile dire che fu un periodo storico molto denso e contraddittorio ma che appare oggi notevolmente ricco di spunti di riflessione.

È finita la guerra

Con il 25 aprile del ’45 finisce la guerra in Italia.

Se volessimo fare un bilancio della guerra persa dovremmo enumerare:

– 350.000 soldati italiani morti in tanti fronti, dall’Africa alla Russia, dalla Francia ai Balcani

– 150.000 civili morti a causa della guerra, di cui 60.000 morti a causa dei bombardamenti anglo-americani (particolarmente violenti nel ’43). Molti morirono per malattie indotte dalla denutrizione

– 10-12.000 civili morti a causa delle rappresaglie naziste (Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema)

– 650.000 soldati italiani deportati nei lager tedeschi (sono gli IMI, internati militari italiani), dopo l’8 settembre del ‘43

– 600.000 militari finiti nei campi di concentramento degli alleati, dall’Algeria francese all’India inglese fino ai campi di concentramento negli Stati Uniti e in Sud Africa

– 80.000 prigionieri in Russia di cui 70.000 moriranno di fame e freddo

– 40.000 partigiani morti in combattimento. Circa 24.000 deportati nei campi di concentramento

– immani distruzioni materiali (abitazioni, rete viaria e ferroviaria)

– la perdita delle colonie in Africa (Etiopia, Somalia, Libia)

– la perdita dei territori orientali (Istria e Dalmazia) con il corollario delle foibe jugoslave (altre migliaia di morti)

– la perdita di autonomia internazionale del paese dopo il ‘45

L’elenco potrebbe continuare ma credo che possa bastare per dare l’idea di quale terribile tragedia si consumò con la decisione di entrare in guerra del 10 giugno del ’40.

Se la guerra si rivelò una terribile tragedia il Paese fu però riscattato dalla Resistenza, dalla Costituzione del ’48 e dalla nascita dell’Italia repubblicana, le ferite però rimasero a lungo.

Video Grande Storia “La guerra è finita”

Stragi sommarie dei fascisti a cavallo del 25 aprile ‘45

Nei giorni a cavallo della liberazione e nei messi immediatamente successivi impera la “caccia al fascista”.

Secondo un attendibile documento della Direzione generale di Pubblica sicurezza (fine ’46) i fascisti uccisi a freddo furono 9364. A Milano furono 610, a Piacenza 250, a Torino 1138. Pansa parla di 20mila morti, il reducismo saloino di 30mila.

L’episodio più celebre di giustizia sommaria avviene a Schio fra il 5 e il 6 luglio del ’45. Un gruppo di partigiani penetra nel carcere e uccide 53 detenuti in attesa di giudizio. Era tornato da pochi giorni un deportato da Mauthausen dicendo che era l’unico sopravvissuto di tutti i deportati della città. C’era anche il timore che la giustizia ordinaria liberasse i detenuti.

Il 12 maggio a Vercelli sono uccisi schiacciati contro camion e mitragliati più di 50 fascisti prelevati anche dal campo di concentramento di Novara. Avevano fatto la stessa cosa con i partigiani.

A Oderzo nel trevigiano (Treviso) le vittime sono più di un centinaio: militi della GNR, della Decima Mas, delle Brigate Nere, allievi ufficiali della GNR.

Don Umberto Pessina di Correggio è ucciso nel giugno del ’46. Non c’è rapporto con lo scontro fascismo-antifascismo.

Altro episodio famoso. Uccisione dei Conti Manzoni nel ravennate. Sono i primi di luglio ’45. E’ sterminata l’intera famiglia: l’anziana madre, i tre figli e la domestica. La villa è saccheggiata dalla popolazione. Tutti e tre sono fascisti. L’intero paese tace per anni. Solo nell’estate del ’48 un contadino parla. Si diceva che i conti erano scappati in America. In realtà erano stati seppelliti in un luogo appartato della villa. Vecchi rancori e nuove tensioni con i contadini (patti colonici).

“Che terribile Italia era quella che usciva da vent’anni di fascismo, dalla guerra e dai drammi del ’43-45?” (Crainz).

“Non può essere ridotta a solo questo la densa, ricca e contraddittoria storia del nostro dopoguerra, ma da quella storia questo tragico nodo non può essere rimosso” (Crainz).

Il governo Parri

Il primo governo nell’Italia appena liberata fu quello di Ferruccio Parri (giugno ’45). Uomo di punta della Resistenza e del partito d’Azione, Parri potrebbe essere l’uomo del “grande cambiamento”, ossia l’uomo capace di far vivere gli ideali della Resistenza.

I compiti sono enormi: c’è un Paese da ricostruire, la fame è una dura realtà (gli aiuti americani sono per ora minimi), c’è il problema dell’epurazione dei fascisti (avversato dalle destre), il trattato di pace si preannuncia duro e punitivo nei confronti dell’Italia…

Il suo governo durerà fino al dicembre ’45 quando nascerà il primo governo De Gasperi. Il bilancio del governo Parri è molto carente: attaccato a destra per presunte simpatie a sinistra e attaccato da sinistra per il suo immobilismo. Alla fine Parri dà le dimissioni gettando nello sconforto tutti i coloro (i partigiani soprattutto) che si aspettavano da lui grandi cambiamenti.

Nacque in quei mesi la leggenda della “Resistenza tradita”, dell’”occasione mancata”, dell’“occasione perduta”. In realtà, al di là dei limiti della sua azione politica, Parri aveva le mani legate: la presenza militare anglo-americana in Italia sfavoriva qualunque cambiamento radicale mentre la borghesia industriale-finanziaria stava tornando ai posti di potere.

L’ “occasione perduta” della classe operaia

Più che del governo Parri la vera occasione perduta riguardò la classe operaia italiana perché nell’aprile del ’45 ci fu nelle fabbriche una situazione nettamente favorevole che non si ripetè più.

Gli operai armati dirigevano la produzione con i Cln di fabbrica mentre capi e capetti compromessi con il fascismo erano stati uccisi oppure ridotti al silenzio. La partecipazione alla lotta di Liberazione di molti operai aveva fatto da scuola politica.

Appena finita la guerra gli industriali erano fuggiti in Svizzera oppure si nascondevano. Temevano a ragione la giustizia degli operai dopo aver favorito per tanti anni il fascismo e aver voluto la guerra per i loro profitti.

Con questo non voglio dire che la rivoluzione era lì a portata di mano. Gli americani che continuavano a occupare l’Italia erano pronti a qualunque intervento. L’Italia doveva appartenere al blocco occidentale destinato a essere guidato dagli americani. Anche Stalin era consapevole di questa situazione. In caso di moto insurrezionale in Italia Stalin non avrebbe mosso un dito. Yalta aveva congelato l’Europa.

Quello che si poteva fare, e non è stato fatto, era una politica salariale e contrattuale a vantaggio degli operai approfittando di questa situazione di forza, nella consapevolezza che nel giro di un anno al massimo ci sarebbe stata la restaurazione del capitalismo in Italia con il ritorno dei “padroni del vapore” ai loro posti di comando.

Il ritorno di Valletta alla direzione della Fiat (febbraio ‘46) può segnare lo spartiacque tra la fase del protagonismo operaio nelle fabbriche e il ritorno dei padroni da vincitori. Valletta aveva rischiato la fucilazione nelle giornate concitate della Liberazione e poi era stato assolto a un processo contro di lui.

Visto che il ritorno di Valletta e degli altri dirigenti industriali era inevitabile, perché non strappare nuovi contratti a una debole Confindustria (si riorganizza solo nell’autunno ’45)? Perché non creare forti organismi di gestione nelle fabbriche che avrebbero reso meno brutale e dilazionata nel tempo la restaurazione del padronato? Perché non difendere l’occupazione e far pagare alla borghesia industriale una parte dei costi di una guerra voluta anche dalle forze industriali-finanziarie per i loro interessi?

Fu fatto poco da parte della Cgil per rafforzare i lavoratori: la scala mobile fu pagata dal blocco dei salari mentre l’inflazione faceva crescere notevolmente i prezzi. Lo sblocco dei licenziamenti nel gennaio del ‘46 fu il segno della vittoria del padronato. I nuovi Consigli di gestione aziendali non divennero mai operativi e furono subito svuotati di poteri.

In poche parole i costi della ricostruzione furono interamente addossati sulla classe operaia.

La causa della moderazione della Cgil è la forte dipendenza dal Pci, il quale è al governo e non vuole una politica di contrapposizione frontale con il grande capitale. Togliatti più volte chiese agli operai moderazione salariale, spirito di sacrificio, considerazione per gli interessi del Paese… tutto ciò disarmava gli operai del Nord e non li preparava alla successiva e imminente offensiva padronale.

Eppure la classe operaia fu combattiva per tutti gli anni Quaranta. Basti pensare a quel che accadde con l’attentato a Togliatti del 14 luglio ’48 quando alcuni milioni di operai scesero in sciopero e in molte città italiane ci fu una forte resistenza armata contro polizia e carabinieri che durò alcuni giorni.

Il primo governo De Gasperi

De Gasperi non è un uomo nuovo nella politica italiana. È tra i fondatori del Partito popolare italiano con don Sturzo nel 1919 fino alla liquidazione del partito voluta da Mussolini. È condannato dal fascismo a due anni di carcere nel ’26 ma un’amnistia lo riporta alla libertà. Viene assunto nella biblioteca vaticana e lì aspetterà l’8 settembre del ’43 per ricostruire il partito di don Sturzo con il nome di Democrazia Cristiana.

Il suo è un governo sicuramente più forte e autorevole di quello di Parri. Può contrare sull’appoggio esplicito degli americani, del Vaticano attraverso la figura di monsignor Montini (futuro Paolo VI), degli industriali, della piccola e media borghesia fino al mondo contadino e ad alcuni settori del proletariato industriale.

È un partito interclassista perché al suo interno si va dai braccianti fino ai big del mondo economico tenuti insieme dalla paura nei confronti del comunismo e da una certa diffidenza nei confronti del Pci di Togliatti e del Psi di Nenni.

Soprattutto è un partito che raccoglie gran parte di coloro che in precedenza avevano appoggiato il fascismo (borghesia e Vaticano). La borghesia prima fascista ora diventa “democratica” (democristiana) per mantenere intatto il suo potere.

Il ruolo della chiesa è molto importante per i destini della Dc. Pio XII teme l’Urss e la forza elettorale del Pci. C’è bisogno di un partito cattolico forte e autorevole capace di difendere gli interessi del Vaticano in Italia. La Dc seppe operare in questa direzione ricevendo in cambio un massiccio apporto, come si vide poi in occasione delle elezioni dell’aprile ’48.

Pci e Psi

A sinistra abbiamo due partiti di massa: il Pci e il Psi. Non sono certamente partiti nuovi in Italia. Il Psi era nato nel 1892 mentre il Pci nel 1921. Entrambi i partiti furono messi fuori legge dal fascismo, perseguitati e ridotti a poche cellule negli anni del Ventennio. Ma dopo l’8 settembre ’43 tornano protagonisti, soprattutto con la Resistenza dove l’apporto dei comunisti è di almeno il 50% delle forze in campo.

Non è più un partito rivoluzionario il Pci, anzi la parola d’ordine è il “partito nuovo” togliattiano, la “democrazia progressiva”, il “partito nazionale”.

In realtà il Pci è molto legato alla politica dell’Urss e di Stalin il cui obiettivo, nell’Italia che deve appartenere al blocco occidentale, non è la rivoluzione ma la nascita di un partito elettoralistico e parlamentare in grado però di rappresentare gli interessi dell’Urss in Italia.

I legami forti con l’Urss rappresentano uno dei motivi dell’allontanamento delle sinistre dal governo e il passaggio all’opposizione che durerà fino alla scomparsa del Pci dopo l’implosione dell’Urss nel ’91.

Il Psi guidato da Nenni in questi anni è succube del Pci e condividerà quasi tutte le scelte operate dal gruppo dirigente comunista (Nenni riceverà da Stalin un premio “per la pace”).

Il referendum costituzionale

Per decidere se l’Italia sarebbe stata una repubblica o ancora una monarchia gli italiani andarono alle urne il 2 giugno del ’46 per un referendum. Votarono per la prima volta le donne e dobbiamo dire che le donne conquistarono a buon diritto il voto grazie ad una partecipazione attiva e a tutti i livelli nella Resistenza.

Il risultato fu la vittoria della repubblica con uno scarto minimo di voti: 12.700.000 per la repubblica e 10.700.000 per la monarchia a cui dobbiamo aggiungere un milione e mezzo di schede bianche e nulle.

A esprimersi nel referendum è un’Italia spaccata tra Nord e Sud. Il Nord vota a maggioranza repubblicana con punte dell’87% in Trentino e con percentuali del 60% in Piemonte e Lombardia mentre il Sud è compattamente monarchico con alti consensi a Napoli e in Campania.

I partiti di sinistra si espressero decisamente per la repubblica mentre la Dc non diede indicazioni di voto perché nel partito c’era una forte spaccatura sulla questione istituzionale. La chiesa dà indicazioni di voto a favore della monarchia. Gli americani cautamente si esprimono per la repubblica. Churchill per la monarchia, ma Churchill non è più al potere.

Perché questa spaccatura? A parte le storiche differenze tra Nord e Sud contarono molto le diverse esperienze delle due parti del paese durante la guerra: il Nord conobbe la Resistenza (il “vento del Nord”) e una presa di coscienza politica che invece il Sud non ebbe.

Ma dietro il voto si celava in molti il timore che le forze di sinistra mutassero l’Italia a vantaggio dei lavoratori. La monarchia era vista come baluardo conservatore. Dopo aver appoggiato il fascismo per i propri interessi, ora masse di borghesia piccola e media votavano a favore della conservazione politica.

Il “re di maggio”, Umberto II, fu costretto a lasciare l’Italia (13 giugno) dopo aver visto che le forze per un colpo di Stato monarchico non c’erano e gli americani non sarebbero stati favorevoli.

La monarchia è sconfitta perché ha appoggiato il fascismo dalla Marcia su Roma in avanti, il re si è mostrato soddisfatto dell’Impero, ha firmato senza battere ciglio le Leggi razziali, ha voluto la guerra al pari di Mussolini e si è dissociato da Mussolini solo quando la guerra era compromessa (25 luglio e 8 settembre ’43) per conservare la monarchia. Con l’8 settembre, fuggendo da Roma, condanna il Paese al caos dell’armistizio.

Contemporaneamente il 2 giugno si vota  a favore della Costituente, ossia di quella assemblea che avrà il compito di redigere la nuova carta costituzionale.

I risultati sono a favore della Dc che ottiene il 35% mentre il Pci è fermo al 19% e il Psi al 20%. Scompare il Pd’A di Parri, Valiani, Bauer, Calamandrei, ossia di un partito che nella Resistenza espresse quadri politici e militari di notevole livello e fu a capo di numerose bande partigiane. Ormai il sistema politico ruota attorno ai tre partiti di massa mentre monarchici, repubblicani, liberali sono ridotti a percentuali irrisorie.

Scena dal film “Una vita difficile” con A. Sordi

L’”amnistia Togliatti”

Appena finite le polemiche sul referendum istituzionale, ecco scoppiare la bomba dell’”amnistia Togliatti” (giugno del ’46). In questo momento Togliatti è ministro della Giustizia e dopo il fallimento dell’epurazione vara la famigerata amnistia che permette a quasi tutti i fascisti di uscire dal carcere con la fedina pulita (sono decine di migliaia).

In Belgio non c’è stata resistenza per la rapidità della liberazione. Eppure le procure istituiscono processi e aprono 400mila casi e perseguono 57mila imputati comminando 2940 condanne alla pena capitale (242 eseguite).

In Francia sono trattati 311mila pratiche e i tribunali emettono 124mila sentenze di cui 44mila condanne. Sono eseguite 1500 condanne a morte; 50mila persone subiscono la “degradazione nazionale” e misure punitive per 22mila funzionari dello stato.

In Italia il contrasto tra l’ampiezza della epurazione spontanea (10mila fascisti uccisi sommariamente) e la quasi assenza di epurazione legale è fortissimo (sono eseguite legalmente un centinaio di condanne a morte).

Da notare che “L’amnistia prescrive un oblio che consiste nel cancellare le tracce del crimine perché impone di agire come se non fosse avvenuto”. L’amnistia non va confusa con la grazia, né con la prescrizione (annulla la pena a una certa data) né con il perdono.

Togliatti mette in libertà 219.481 imputati, operazione seguita da misure di condono nei confronti di 3000 fascisti accusati di colpe gravi. “Nei fatti l’amnistia fu totale. Praticamente tutti i torturatori, compresi coloro che avevano dato la caccia agli ebrei, furono liberati”: dai vertici dello stato, all’esercito, del PNF fino ai torturatori e squadristi. In Italia su 64 prefetti in carica dopo il ‘45, 62 erano stati funzionari sotto il fascismo.

Come fu possibile? Un articolo di legge prevedeva la punibilità di “sevizie particolarmente efferate”. L’articolo era lacunoso e si offriva a facili strumentalizzazioni. Una sevizia è sempre una sevizia!

Fu così che una magistratura allora interamente o quasi fascista, traghettata nel nuovo Stato “democratico” dalla “normalizzazione”, agì a favore di molti fascisti facendo uscire dal carcere anche veri criminali. Si decise che chi aveva comandato un plotone di esecuzione non aveva in fin dei conti sparato (!), oppure che anche chi strappava le unghie o “interrogava” con la corrente elettrica non era colpevole di “sevizie particolarmente efferate”.

È vero che il provvedimento permise a molti partigiani di evitare il giudizio delle corti ma l’impressione fu enorme: si vedevano uscire dal carcere i fascisti mentre gli operai in sciopero erano messi in carcere, soprattutto dopo l’attentato a Togliatti del luglio del ’48. La delusione tra i partigiani fu molto forte e rinforzò l’idea che si era combattuto per niente. Così Togliatti divenne ministro della “grazia”, non della Giustizia.

Si svuotarono le carceri, letteralmente. Assolti tutti, i Bottai, i Grandi, gli Acerbo, gli Alfieri, perfino il generale Roatta e l’ex presidente del Tribunale speciale Cristini. Fuori il banchiere Azzolini, fuori Vito Mussolini (nipote di Benito), fuori i delinquenti delle Brigate nere. Il giudice del Tribunale di Milano, stabilì che “la depilazione dei genitali di una partigiana e la violenza carnale compiuta sulla stessa non si devono considerare sevizie particolarmente efferate”.

Uscirono tutti: dai «ras» delle squadracce, ai segretari del Pnf, dai gerarchi del regime ai dirigenti dell’Ovra, dai giudici del Tribunale speciale, ai capi politici e militari della Repubblica sociale come ai pezzi piccoli: delatori di quartiere, professori universitari svenduti al razzismo, donne del collaborazionismo.

Perché Togliatti firmò quella legge, chiesta a gran voce dai moderati e dalle destre? Probabilmente la legge fu l’ennesima dimostrazione di buona volontà dei comunisti, ossia una sorta di “polizza” per rimanere il più a lungo al governo. In questa ottica si spiega anche la votazione a favore dell’articolo 7 della Costituzione (marzo ’47) nonostante i comunisti fossero molto vicini alll’estromissione dal governo (maggio ’47).

Un altro motivo poteva essere l’ampia adesione di molti ex fascisti nel Pci, cosa che avvenne in maniera talvolta imbarazzante.  Poi le ripercussioni elettorale: conquistare i voti di strati di piccola borghesia mostrando che i comunisti “non mangiano i bambini”.

Il prestigio di Togliatti era enorme nel Pci e non fu difficile mettere a tacere le critiche all’interno. I militanti erano convinti che dietro la facciata legalitaria ci fosse l’anima rivoluzionaria del partito (la “doppiezza”), che prima o poi sarebbe emersa.

Carlo Galante Garrone: “Non eravamo animati da spirito di vendetta… Non chiedevamo che su tutti i colpevoli del fascismo eternamente gravasse una maledizione inesorabile. Sapevamo che  compagni caduti sulla via della nostra liberazione e del nostro riscatto non avevano combattuto per opprimere i loro oppressori… Ma ci saremmo ribellati, allora, come cittadini e magistati, se ci avessero detto che i governi e la magistratura della nuova Italia avrebbero tutto, o quasi, cancellato e ricoperto con il velo pietoso dell’oblio e del perdono: tutto, anche le colpe più gravi e le responsabilità più grandi” (1947).

“La ballata dell’ex” di S. Endrigo

L’estromissione delle sinistre dal governo

Circa un anno dopo l’aministia Togliatti le sinistre verranno estromesse dal governo e il Pci rimarrà all’opposizione fino alla caduta della Prima repubblica quando Pci e Psi, travolti dagli scandali e dalla implosione dell’Urss, cesseranno di esistere (’92).

La cacciata dei comunisti e socialisti dal governo avviene nel maggio del ’47 quando De Gasperi fa nascere un governo con democristiani, liberali e repubblicani.

Per capire il motivo dell’esclusione dobbiamo fare riferimento a quanto sta accadendo a livello internazionale. La Dottrina Truman è della primavera del ’47 e sancisce la politica del “contenimento” del comunismo nel mondo. L’Italia è in prima linea a causa della presenza di un partito, il Pci, tendenzialmente allineato a Stalin.

De Gasperi fa un viaggio negli Usa all’inizio del ’47 e ricava la netta impressione di una positiva accoglienza dell’amministrazione americana nel caso di una esclusione di Pci e Psi: gli americani promettono cospicui aiuti. Il Pci è temuto non tanto perché rivoluzionario quanto perché espressione degli interessi dell’Urss. Al governo il Pci avrebbe avversato i provvedimenti che sarebbero andati a vantaggio degli americani.

La linea liberista del governo De Gasperi

De Gasperi però esclude la sinistra anche per un altro motivo: la linea economica che vuole inaugurare non potrà essere sostenuta dalla sinistra, nonostante la buona volontà fin qui mostrata.

Il duo Einaudi (vicepresidente del governo e ministro del Bilancio) – Merzagora (ministro del commercio Estero) attua nel nuovo governo De Gasperi (giugno, 47) una linea liberista in economia che rafforza i grandi gruppi economici: l’inflazione è frenata e l’Italia è agganciata alla ripresa mondiale, in particolare si apre al commercio con gli Usa.

Einaudi abolisce il prezzo politico del pane e liberalizza altre tariffe che ora gravano sui lavoratori. Contemporaneamente i licenziamenti sono liberi. La restaurazione del capitalismo è pienamente attuata.

L’opposizione del Pci alla “defenestrazione” continua a essere morbida, sembra quasi che Togliatti non capisca che l’era che è appena iniziata presuppone una cesura profonda con l’epoca precedente basata sull’alleanza tra Usa e Urss e quindi tra Dc e Pci.

Togliatti è convinto probabilmente di ritornare al più presto al governo, questo spiegherebbe sia la reazione morbida al nuovo governo De Gasperi, sia la volontà del gruppo dirigente del Pci di votare gli articoli della Costituzione, in particolare l’articolo n.7.

L’idea di Stalin è di una prossima crisi del sistema capitalistico con una nuova guerra inevitabile. Non sarà così.

1° maggio 1947

Intanto a Portella delle Ginestre il bandito Giuliano spara sulla folla che sta festeggiando il primo maggio uccidendo 11 lavoratori (1947).

È chiaro che la classe dirigente siciliana, in collaborazione con la mafia, dopo aver abbandonato l’ipotesi del separatismo, ora attua una politica anti popolare che costa la vita a decine di attivisti sindacali come Placido Rizzotto, ammazzato nel 1948. Il movimento contadino in Sicilia aveva raggiunto molti successi occupando terre incolte e strappando nuovi contratti ai proprietari terrieri. Nello stesso tempo la crescita elettorale del Pci-Psi in Sicilia preoccupava molto. La concessione dello Statuto e dell’autonomia regionale con la Costituzione smorzerà molte tensioni.

“Gli intellettuali che vissero due volte”

Altro tema antipatico ma che appartiene a questa epoca dilaniata dal guerra e dopoguerra, sono gli intellettuali che “vissero due volte”, ossia dopo un ingombrante passato fascista divennero gli alfieri dell’Italia nata dalla Resistenza.

C’è un libro che si legge con una certa angoscia ed è di Pierluigi Battista, “Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali dopo il fascismo”, Rizzoli 2007.

Nel 2006 Gunther Grass confessa in un’intervista choc che quando era adolescente si era arruolato volontario nelle Waffen-SS. Poi per 60 anni tenne tutto nascosto.

Se avesse confessato subito sarebbe diventato il grande intellettuale tedesco e il grande fustigatore di tutti?

Martin Heidegger, Carl Schmitz ed Ezra Pound sono esempi di intellettuali che hanno a lungo pagato anche con la prigione e l’ostracismo.

Quanti Grass ci sono stati in Italia che non hanno mai parlato e scritto?

Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini (loro sì veri antifascisti) affermavano con notevole sarcasmo: “A Firenze dicono che chi saluta con il pugno chiuso è perché teme che aprendo la mano cada il distintivo fascista”.

Più che il camaleonte gli intellettuali italiani sono stati simili alle salamandre: si sono acquattati aspettando che finisse la stagione cattiva. Finita la guerra nessuno ammise le proprie responsabilità durante il Ventennio oppure la propria connivenza con le istituzioni del fascismo. Avrebbero seriamente rischiato come minimo di essere messi fuori gioco ora che si aprivano allettanti prospettive di carriera. Quindi non dissero niente e si presentarono immacolati pronti a cariche intellettuali e politiche.

Quindi la loro colpa non fu tanto l’adesione al fascismo (inevitabile per lavorare e fare carriera) quanto il loro silenzio dopo o addirittura il tentativo  maldestro di occultare scritti e discorsi.

Ci furono intellettuali che conobbero la galera e talvolta la morte: Aldo Garosci, Altiero Spinelli, Leone Ginzburg, Ernesto Rossi, Leo Valiani, Eugenio Colorni, Vittorio Foa, Massimo Mila, Gian Carlo Pajetta, Eugenio Curiel.

Tutti gli altri ebbero qualcosa o tanto da nascondere: Moravia, Pasolini, Pavese, Vittorini, Gadda, Ungaretti, Lajolo, Guttuso, Bobbio, Scalfari, Dario Fo e tanti altri meno conosciuti.

I politici. Pietro Ingrao: partecipò ai Littoriali della Cultura esprimendo posizioni di “fascismo di sinistra”, Spadolini e Fanfani furono tra i teorici del corporativismo fascista e scrissero su numerose e importanti rivista dell’epoca.

Solo pochi ammisero le loro colpe, tra di loro Norberto Bobbio che di se stesso parlò di “Vergogna”. Aveva scritto alcune lettere al ministro Biggini nel ’44 per perorare la sua carriera universitaria che gli sembrava in pericolo per i soliti maneggi.

Tre casi clamorosi: Giorgio Bocca, Roberto Rossellini e Pietro Calamandrei

Giorgio Bocca nell’estate del ’42 scrive un articolo per una rivista fascista di Cuneo nella quale prendendo spunto dai “Protocolli dei Savi di Sion” accusa gli ebrei di cospirazione internazionale con tutto l’armamentario antisemita di marca fascista e nazista.

Roberto Rossellini diresse tre trilogie. Accanto alla trilogia resistenziale (“Roma, città aperta”; “Paisà” e “Germania anno zero”), diresse prima un’altra trilogia, fascista: “La nave bianca”, “Il pilota ritorna” e “L’uomo dalla croce” grazie all’amicizia con Vittorio Mussolini.

Pietro Calamandrei rielaborò il Codice di procedura Civile nel 1941 a ciò chiamato dal ministro Grandi. Calamandrei parlerà di consulenza puramente tecnica (altra modalità di difesa degli intellettuali: la loro fu collaborazione solo tecnica o addirittura per evitare guai peggiori).

Durante la guerra non partecipò alla Resistenza preferendo lo sfollamento in alcuni paesini. Il paradosso secondo Battista che il mito della Resistenza fu forgiato da un desistente.

Conclusioni

Questo periodo storico non può essere visto solo in termini negativi con i fascisti fuori, i partigiani dentro e una classe operaia che esce sconfitta nella sua prova di forza con il padronato.

L’Italia ora è una repubblica nel ‘46, uomini e donne votano liberamente, le donne vanno per la prima volta al voto, le donne per la prima volta possono essere elette a tutti i livelli, le opinioni sono sono più reato…

L’impressione però è che l’Italia sognata dai partigiani doveva essere diversa. Forse c’era molta ingenuità in quei sogni di redenzione sociale e politica tra un’azione militare e un’altra ma la fine di quei sogni fu molto rapida e al risveglio gli ex partigiani troveranno un’Italia molto simile a quella del Ventennio e a a grandi linee a quella di oggi.