“Giornali di guerra (1940-45)”, mostra documentaria a cura dell’Anpi di Legnano

Introduzione a “Giornali di guerra (1940-45)”, mostra documentaria a cura dell’Anpi di Legnano
Biblioteca di Legnano, 8-29 aprile ‘17

Vorrei iniziare con tre citazioni che danno il senso di questa mostra:

– “Arriva la guerra, arrivano tante bugie”, vecchio proverbio tedesco citato dallo storico Marc Bloch
– “Quando inizia una guerra, la prima vittima è la verità”, disse un senatore americano nel 1917
– “Tutto nell’informazione di guerra congiura ad affidarle interessi e scopi che prescindono dai fatti. La guerra è il momento in cui la verità sulla condizione di subordinazione del campo giornalistico viene rivelata” (Mario Insenghi)

Tre citazioni eloquenti che come detto danno il senso di questa mostra, ossia la grande manipolazione dell’opinione pubblica italiana durante gli anni del secondo conflitto mondiale.
Le prime pagine di alcuni quotidiani che presentiamo in ordine cronologico dal 10 giugno 1940 (entrata in guerra) fino ai giorni del 25 aprile del ’45 non ci raccontano la guerra italiana (le tante sconfitte e le poche vittorie) ma quello che la classe dirigente dell’epoca voleva che arrivasse all’opinione pubblica. Ossia l’adesione totale del popolo italiano alla guerra (“Vincere e vinceremo”), il suo indomito spirito di sacrificio, le “vittorie” dei nostri soldati e i tanti episodi in cui la verità delle sconfitte era nascosta, minimizzata o negata.

Potremmo fare molti riferimenti anche solamente sulla base della selezione che abbiamo fatto delle prime pagine dei maggiori quotidiani.
Così come nella Prima guerra mondiale la verità di Caporetto è negata e si accenna a qualcosa di quello che è accaduto (dando la colpa ai soli soldati) solo quando l’esercito italiano è schierato lungo il Piave, così in questa mostra cercheremmo invano la sconfitta del regio esercito contro la Grecia nell’inverno del ’40-41, la perdita dell’Africa settentrionale nella primavera del ’43 oppure la disastrosa ritirata dalla Russia nell’inverno tra il ’42 e il ’43 con decine di migliaia di vittime.

Non era facile fare il giornalista allora, in un paese in cui vigeva dalla Marcia su Roma in poi una ferrea censura, resa ora ancora più aspra dalla guerra e dal rigido controllo quotidiano del regime fascista su tutta l’informazione.
Del resto lo statuto del giornalista, fissato dal Minculpop (Ministero della Cultura Popolare) nel ’37, assegnava alla stampa italiana “la propaganda ideale, l’educazione popolare (formazione dell’opinione pubblica), e una funzione di rapporto fra governanti e governati”. Ossia la propaganda a vantaggio del regime e non dell’informazione, la stampa come spazio di formazione e manipolazione dell’opinione pubblica e veicolo di creazione e mantenimento del consenso.

Già al tempo della Grande guerra la rigida censura voluta da Cadorna aveva messo in riga la stampa italiana. Ma non ci fu bisogno di particolare accanimento: durante la Grande guerra solo le pagine dell’”Avanti!” erano imbiancate. Per tutte le altre testate furono gli stessi giornalisti e direttori ad autocensurarsi e tutto ciò senza particolari reazioni da parte dei singoli.

In sostanza il compito dei giornalisti durante il Secondo conflitto come nel primo era “fabbricare la vittoria”, con qualunque strumento, con qualunque mezzo, con la manipolazione fino all’invenzione, se necessario, di notizie.
Per esempio quest’anno ricorre l’80esimo del bombardamento di Guernica da parte dell’aviazione tedesca e legionaria italiana. Di fronte al primo bombardamento a tappeto della storia con un obiettivo scelto con attenzione dal “generalissimo” Franco si arrivò a dire che Guernica non era stata distrutta dall’alto ma dal “basso”, ossia erano stati i “rossi” a distruggere con la dinamite la città per far ricadere la colpa su Franco e ai suoi alleati. In Italia questa è la verità del regime e si tace sulla presenza di aerei italiana quel giorno (26 aprile ’37) sul cielo della città basca.
E ancora oggi e non solo in Spagna c’è qualcuno che è convinto che Guernica sia stata distrutta per volontà di anarchici e comunisti spagnoli. Potenza delle falsità propalate dalla stampa. Resistono ai decenni!

Sbaglieremmo però nel pensare che solo le dittature inquinino le notizie fino a stravolgerle per i propri interessi. Gli stessi procedimenti di alterazione delle notizie fino a casi eclatanti di manifeste falsità sono tipiche anche delle democrazie contemporanee oppure delle democrazie al tempo della seconda guerra mondiale.
Quando l’Unione Sovietica è aggredita dalla Germania (“Operazione Barbarossa”, 22 giugno ’41) Roosevelt e Churchill danno della Russia di Stalin un’immagine benigna e molto edulcorata: un paese di “democrazia popolare”, con un alto tasso di scolarità e ampie riforme sociali mentre fino a poco prima dell’Unione Sovietica alleata con il nazismo e patria del comunismo si dava un giudizio molto più pesante (e per certi versi, veritiero).
Con l’aggressione tedesca la Russia sovietica è diventata un paese alleato delle democrazie occidentali e la stampa americana e inglese si adegua cancellando tutto ciò che aveva scritto fino a poco prima: la feroce dittatura di Stalin, le violente repressioni di massa, lo sterminio dei Kulaki, la repressione religiosa, i campi di concentramento, i GULag…

Oppure pensiamo a ciò che scrisse la stampa americana di fronte a Hiroscima e Nagasaki. Giornali e giornalisti americani e occidentali scrissero proprio ciò che il governo di Truman voleva che passasse come informazione: le due bombe atomiche (di cui si minimizzano gli effetti) su “obiettivi militari” (!) sono servite per costringere il Giappone alla resa e per risparmiare vite di soldati americani. Anzi Truman disse che gli Usa, essendo i “leader del mondo”, avevano scartato l’ipotesi di distruggere Tokyo o Kyoto (capitali storiche del Giappone) scegliendo invece due basi militari ed evitando “nella misura del possibile l’uccisione di civili” (200mila morti! Più le radiazioni per gli anni a venire). Solo parecchio tempo dopo emerse la verità di quanto era accaduto in Giappone.
In realtà gli Usa non vedevano l’ora di testare la bomba atomica su due bersagli scelti con cura e contemporaneamente lanciare un ammonimento all’Unione Sovietica già in un’ottica di Guerra Fredda.

Anche il tremendo bombardamento di Dresda (metà febbraio ’45) venne presentato come misura necessaria nei confronti di una città sede di aziende militari e importanti centri logistici dell’esercito tedesco mentre in realtà la distruzione totale della città era più nell’ottica dell’ammonimento ai russi che dell’imminente fine della Germania.
Potremmo andare avanti a lungo sulle menzogne dei politici avvalorate dalla stampa democratica durante le guerre oppure per preparare le guerre.
Ricordiamo tutti in anni recenti il segretario di stato americano, Colin Powell, agitare un’ampolla (in realtà contenente acqua distillata) per dimostrare l’”esistenza di un arsenale di armi chimico-biologiche” in possesso del “feroce Saladino” Saddam Hussein!
Fu una delle più grandi menzogne politiche della storia subito avvalorata da gran parte della stampa mondiale. E così gli Usa poterono attaccare l’Irak di Saddam Hussein con la benedizione delle Nazioni Unite e dei maggiori giornali.

Ma che cosa pensare oggi dei politici e dei giornali che discettano senza pudore delle “missioni di pace”? dell’“intervento umanitario” nelle guerre in corso? E poi cosa pensare delle “bombe intelligenti” che però quasi sempre colpiscono caseggiati, scuole, ospedali, civili. Oppure che cosa pensare dei signori del mondo quando sostengono di essere “nemici della guerra” e che la “guerra non piace a nessuno” e poi la guerra la fanno eccome, come dimostra il caso della Siria. Per il bombardamento di Belgrado (contro Milosevic) la stampa coniò l’espressione “guerra etica”.

Qual è allora il valore documentario di questa mostra?
Verrebbe da dire che più che parlarci del passato questa mostra sembra riflettere il mondo di oggi: un mondo inquietante e sottratto a ogni controllo dove guerre reali, menzogne, depistaggi, mezze verità e presunte verità di parte si confondono e si mescolano in un insieme indistinguibile.
Quindi oggi come allora, anzi oggi peggio di allora!

Nello stesso tempo la mostra ci suggerisce anche una riflessione sul vero giornalismo: ossia quale qualità dovrebbe possedere soprattutto oggi un giornalismo indipendente e al servizio della informazione e della verità dei fatti?

Lasciamolo dire a un giornalista argentino del secolo scorso che ha visto e subito diverse dittature nel suo paese: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda”.

Quanta propaganda ci sia oggi e quanto vero giornalismo ciascuno di noi è in grado di rispondere.

  • Registrazione dell’inaugurazione della mostra, a cura di Giorgio Redigonda
  • http://redigio.it/dati21/QGLD221-mostra-giornali.mp3