I giorni della marcia su Roma

I giorni della marcia su Roma

Vediamo subito i fatti

Sappiamo da Balbo che la decisione di occupare Roma per prendere il potere nacque il 16 ottobre tra Mussolini e i “quadrumviri della rivoluzione”.

23-24 ottobre

Il Congresso di Napoli dei Fasci del 24 ottobre doveva servire per mobilitare i militanti già inquadrati.

Fu Cesare Bianchi a lanciare la parola d’ordine: “Camerati, che cosa ci state a fare a Napoli? Qui piove!”.

Fu diramato l’ordine a tutte le camicie nere di convergere su Roma mentre il governo Facta cercava di capire che cosa fare. In ogni caso i treni furono noleggiati con l’aiuto del governo.

26 ottobre

Mentre Mussolini si reca a Milano per evitare un possibile arresto (fuga in Svizzera), circa 30-40mila fascisti provenienti da ogni parte d’Italia cercano di convergere a Roma.

A Roma Mussolini ha un colloquio importante con esponente della Massoneria il quale garantisce a favore di appoggi all’interno della Casa reale.

Piove molto in quei giorni e c’è poco coordinamento tra le diverse colonne. Alcune colonne arrivano a 20-30 km da Roma ma trovano l’esercito a fermarli.

27 ottobre

Il re torna dalla tenuta di San Rossore e appare preoccupato dalla mobilitazione dei fascisti. Approva a voce il decreto di stato d’assedio indispettito probabilmente dalla tracotanza dei fascisti.

28 ottobre

Intanto Facta prepara un decreto scritto di Stato d’assedio da far firmare al re e dà ordine all’esercito di presidiare le stazioni ferroviarie, le strade d’accesso a Roma e di stendere i reticolati.

Il generale Pugliese mobilita circa 38mila soldati armati di tutto punto! Mentre le camicie nere sono 35mila, male armate, da alcuni giorni sotto l’acqua, con poco cibo e male organizzate.

Alle 7-8 del mattino Facta ordina ai prefetti l’arresto immediato dei capi fascisti. Mussolini a Milano è accerchiato, a Perugia i quadrumviri sono in trappola.

Alle dieci del mattino del 28 ottobre il re ebbe sul tavolo il decreto di stato d’assedio (che confermava le disposizioni già prese durante la notte con il suo assenso) ma non lo firmò. Si telegrafa ai prefetti di rimuovere gli ostacoli alla marcia fascista. Dimissioni di Facta.

Il re tenta con Salandra ma il leader liberale rifiuta perché si rende conto che Mussolini non si sarebbe accontentato di un semplice ministero. Mussolini chiede esplicitamente di formare un suo governo.

29 ottobre

Il re telegrafa a Mussolini, a Milano, di raggiungerlo a Roma per ricevere l’incarico di formare il nuovo governo. Cosa che Mussolini fa viaggiando in vagone-letto nella notte tra il 29 e il 30 ottobre.

30 ottobre

Il colloquio con il re avvenne alle undici del mattino del 30. Disse Mussolini al re: “Sire, vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”, poi aggiunse: “Perdonate se indosso ancora la camicia nera, dopo la battaglia fortunatamente incruenta”.

Mussolini ottiene (come prevede lo Statuto Albertino) l’incarico di formare un nuovo governo. Mussolini ha già pronta la lista dei suoi ministri che sottopone al re senza alcuna obbiezione.

31 ottobre

Il governo Mussolini giura davanti al re. Solo a questo punto l’esercito toglie i reticolati intorno a Roma e le colonne fasciste possono entrare in città e sfilare davanti al re al Quirinale il 31 ottobre

A proposito della nullità del giolittiano Luigi Facta (e dell’ultima classe dirigente liberale) abbiamo alcune lettere alla figlia e alla moglie di fine ottobre quando anche lui avverte che i giorni del suo governo sono contati:

“Io ho molta speranza di essere completamente libero tra pochissimi giorni… Ah Rita mia: il giorno in cui scenderò queste scale, io avrò un tale sussulto di gioia che nessuno al mondo potrà mai descrivere”.

Questo era il capo dell’ultimo governo liberale prima del Ventennio!

Ma l’affermazione del fascismo non fu solo sua responsabilità.

Perché il re non firmò?

Oppure chiediamoci, perché avrebbe dovuto firmare lo stato d’assedio?

L’intero sistema politico liberale era d’accordo nel dare chiare responsabilità di governo ai fascisti, anche il “Corriere della Sera”, anche Benedetto Croce e Giovanni Giolitti.

Enrico De Nicola, Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi (futuri presidenti della Repubblica) guardavano a Mussolini e al fascismo con evidente simpatia. Gronchi addirittura è sottosegretario nel governo Mussolini.

Anche antifascisti insospettabili come De Gasperi, Giovanni Amendola, Anna Kuliscioff e Gaetano Salvemini pensavano che Mussolini non era peggio dei leader precedenti, anzi magari avrebbe svecchiato il mondo politico e fatto qualcosa di buono. Poi cambieranno rapidamente idea.

Solo il Partito comunista d’Italia era compattamente contrario a Mussolini. Negli altri partiti del centro sinistra, cattolici e socialisti, c’erano numerose e pericolose aperture di credito.

L’esercito era favorevole: Diaz e Thaon di Revel entrarono nel ministero Mussolini;

– la chiesa era orientata ad appoggiare i fascisti, la prova sono due popolari (Tangorra e Cavazzoni) nel primo governo Mussolini;

– gli industriali erano euforici perché nel governo c’era De Stefani alle Finanze, ovvero uno di loro.

Perché il re avrebbe dovuto mettersi contro tutti facendo la guerra a Mussolini? E poi veramente l’esercito avrebbe sparato contro i fascisti? E questa guerra civile non avrebbe alla fine rafforzato i “rossi” e indebolito l’unica forza politico-militare che era stata in grado di combattere e annullare il sovversivismo socialista?

Entro certi limiti possiamo quindi considerare la Marcia su Roma una sorta di “recita” in cui le camicie nere credevano di fare la storia mentre in realtà in alto loco si era già deciso come agire, seppure con un processo decisionale non proprio limpido.

Se ebbe un’utilità fu l’esclusione di un governo Salandra o Giolitti con Mussolini solo ministro.

La “grande paura”

Il problema è che la classe dirigente italiana era ancora convinta che in Italia fosse ancora forte il pericolo rosso”, ossia che l’Italia potesse precipitare in una rivoluzione sul modello bolscevico.

In realtà sappiamo che quando il fascismo prese il potere non esisteva più un pericolo di rivoluzione comunista in Italia. Il biennio rosso (1919-20) era passato da tempo, ma nella pavida borghesia italiana c’era ancora questa paura immotivata.

Certo, nessuno nella classe dirigente liberale voleva la dittatura e anche Mussolini non sapeva bene che cosa sarebbe successo di lì a pochi anni. Ma con la Marcia su Roma molte cose sono cambiate e al governo arriva un partito che non nasconde la propria avversione per il Parlamento e le istituzioni liberali.

L’obiettivo di tutti era portare al potere il fascismo e poi “sgonfiarlo” e farne un normale partito politico dopo aver sconfitto il movimento operaio ricacciandolo indietro. Non sarà così.

Il discorso del “bivacco”

Il primo discorso di Mussolini alla Camera fu addirittura applaudito da numerosi deputati, vili e imbelli (16 novembre 1922):

“Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli… Potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.

Ebbene a questo punto, sappiamo dalle cronache parlamentari, ci fu uno scrosciante applauso che arrivò dai banchi dei deputati, molti dei quali già erano passati o stavano passando “armi e bagagli” con il fascismo (E. Lussu, “Marcia su Roma e dintorni”).

Infatti Mussolini non ebbe problemi ad avere non solo la fiducia ma soprattutto i pieni poteri dalla Camera: 429 deputati votarono a favore del suo governo, 116 contro. Al Senato i voti furono 196 e i contrari 19.

Tutta la classe dirigente liberale votò a favore: Croce, Salandra, Orlando, Giolitti; votarono a favore quasi tutti i popolari tra cui De Gasperi. Solo socialisti, comunisti e repubblicani votarono contro.

I rapporti con la classe dirigente

Bisogna dire che Mussolini ebbe modo di “ringraziare” tutti coloro che lo avevano portato così in alto.

Nonostante l’ndirizzo del governo fosse ufficialmente liberista Mussolini salvà dal crak l’Ansaldo con la Banca di Sconto, uno dei maggiori gruppi industriali-bancari dell’epoca; il suo governo salvò il Banco di Roma  e la miriade di banche cattoliche con il plauso del Vaticano. Naturalmente il salvataggio avvenne con denaro pubblico.

Mussolini pagò il suo debito con gli industriali?

Direi proprio di sì. Quando arrivò al potere con la Marcia su Roma grazie al ministro fascista De Stefani alle Finanze gli industriali potranno beneficiare della riduzione delle tasse (con aumento delle tasse per gli strati popolari), la liberalizzazione degli affitti, la privatizzazione delle assicurazioni della vita e la concessione della gestione dei telefoni ai privati, l’anonimato nelle operazioni di Borsa (che Giolitti voleva cancellare).

Successivamente dopo il delitto Matteotti ci fu l’abolizione degli scioperi, dei sindacati operai sostituiti dai più acquiescenti sindacati fascisti (1926).

Insomma, un bell’affare per gli industriali il fascismo al potere!

La prova migliore della forte alleanza tra gli industriali e il fascismo l’abbiamo al tempo del delitto Matteotti quando gli industriali non elevarono alcuna protesta: a Mussolini si poteva perdonare così poco (!), il delitto di un “sovversivo” (che se l’era andata a cercare con le sue continue polemiche pretestuose contro il fascismo) (?), purchè rimanesse al governo e continuasse a fare i loro interessi.

I conti dello Stato migliorarono e questo permise di ottenere nel ’24 un flusso costante di prestiti americani, l’economia conobbe fino al ’29 una forte crescita a beneficio degli industriali e non certo degli operai i quali videro più volte ridotti i loro salari; lo sciopero fu messo fuori legge, i sindacati aboliti e sostituiti da accomodanti sindacati fascisti.

L’Italia negli anni Venti diventò un modello da seguire per l’ordine sociale che vi regnava all’interno. All’estero si elogiava l‘Italia di Mussolini e lui stesso era esaltato. Churchill nel ’28 scrisse che era rimasto “affascinato” da Mussolini, che era “un grande uomo” e se fosse stato italiano sarebbe stato fiero di appartenere all’Italia.

Nel ’29 ci fu la riconciliazione tra Stato e chiesa (il Concordato) che portò fiumi di denaro nelle casse del Vaticano oltre a permettere alla religione cattolica di essere l’unica praticabile nel regno con insegnamento obbligatorio nelle scuole. Mussolini divenne l’”uomo della Provvidenza”.

Anche la piccola-media borghesia che fornì le truppe alla vittoria fascista nel ’22 non ebbe a lamentarsi della propria condizione economica: non visse nell’oro ma non vide intaccato il proprio livello di vita e soprattutto con le tante cariche nel partito, nel sindacato o nello Stato ebbe l’impressione di contare molto nella nuova Italia.

Solo la guerra e naturalmente la sconfitta probabile spinsero la classe dirigente italiana a voltare le spalle a Mussolini. Ma questo accedde solo con il 25 luglio del ’43.

Fino a quel momento il potere di Mussolini non conobbe opposizione e corona, esercito, industriali, banche e Vaticano non ebbero a lagnarsi.

Da notare che Mussolini era salito al potere legalmente e legalmente era stato esautorato, non per il voto contrario del Gran Consiglio del fascismo ma per decisione del re, che nel ’22 gli diede il potere e nel ’43 glielo tolse.

Conclusione

Insomma che cosa è stato il fascismo?

Il fascismo è stato voluto dai padroni per sconfiggere la classe operaia e di sconfitta dobbiamo parlare, di netta sconfitta del movimento operaio e contadino.

Bisognerà aspettare la Resistenza prima di vedere operai e contadini ancora protagonisti.

Per vent’anni le masse taceranno sotto il tallone padronale e fascista.