Il delitto Matteotti. Quel delitto che sconvolse l’Italia

Il delitto Matteotti. Quel delitto che sconvolse l’Italia

appunti per conferenza

È il 10 giugno del 1924, sono le 16.30 di un martedì. Il deputato socialista era appena uscito di casa per andare nella biblioteca di Montecitorio dove doveva preparare un discorso molto importante che avrebbe dovuto tenere in Parlamento il giorno dopo. Con sé aveva carte importanti mai più ritrovate.

A compiere il rapimento a scopo di omicidio sono cinque uomini che fanno parte della “Ceka”, una struttura segreta protetta ai massimi vertici del partito che doveva compiere il lavoro sporco: omicidi, intimidazioni, spionaggio e altro al servizio del Duce e del fascismo.

Il corpo di Matteotti fu poi trovato in circostanze sospette il 16 agosto in un bosco non lontano da Roma.

Il delitto del leader socialista fu sicuramente il momento peggiore passato dal fascismo e da Mussolini se escludiamo le vicende del 25 luglio-8 settembre del ’43 e le fasi finali della guerra.

L’obiettivo questa sera è capire che cosa c’è dietro il delitto Matteotti, quindi le cause dell’omicidio e i riflessi che ebbe sulla vita nazionale nel corso del ’24 fino al discorso di Mussolini del 3 gennaio del ’25 quando il duce si assunse la responsabilità di tutto quello che era avvenuto in Italia dal ’22 in avanti, compresa la responsabilità del delitto Matteotti, ponendo le basi della futura dittatura.

Cominciamo a vedere chi era Giacomo Matteotti

Nacque nel 1885 a Fratta Polesine (Rovigo). Quindi aveva 39 anni nel momento della morte. La sua famiglia era della ricca borghesia terriera e questo aumenta il prestigio di Matteotti, che si schierò sempre dalla parte dei lavoratori.

Diventa deputato nel Psi nel 1919 ma prima di allora si fece le ossa nel Psi di Rovigo: fu amministratore comunale (sindaco, vice sindaco e assessore), consigliere provinciale di Rovigo, organizzatore sindacale delle masse bracciantili, organizzatore di scioperi che mandavano in bestia i padroni del Polesine. Soprattutto fu uno dei pochi socialisti veramente competenti in questioni finanziarie e normative.

Altra caratteristica del primo Matteotti: l’estrema scrupolosità e compentenza con le quali affrontava anche problemi minuti ma che lui guidicava di particolare interesse per l’avvenire dei lavoratori del Polesine.

La sua non fu solo attività locale perché prese posizione contraria alla guerra di Libia (come quasi tutto il Psi) e fu uno strenuo avversario dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale (“Non aderire né sabotare”). In alcuni comizi e articoli di giornale propose addirittura l’insurrezione contro la guerra!

Chiamato alle armi Matteotti fu invece inviato in internamento in un paesino siciliano perché era conosciuta la sua avversione per la guerra.

Fino a questo punto la sua biografia non è diversa rispetto a quella di altri combattivi dirigenti socialisti dell’epoca.

Vede e studia il fascismo agrario

A differenziarlo rispetto ad altri fu la sua capacità di interpretare correttamente i caratteri del primo fascismo a Ferrara e Rovigo.

Matteotti vide crescere i primi fasci e capì subito la causa della loro rapida crescita: lo stretto rapporto con gli agrari. Mentre in seno al Psi si discuteva molto della natura del fascismo Matteotti individuava nella crescita travolgente del fascismo nel ’21 e 22 la volontà di vendetta e di rivalsa dei proprietari agrari dopo aver subito nel ’19 e 20 la maggiore forza delle leghe contadine e dei sindacati dei braccianti.

I proprietari era stati costretti ad accettare nel 1919-20 gli uffici di collocamento (il lavoro nero non era più possibile), l’occupazione delle terre, l’imponibile della mano d’opera e migliori salari dei braccianti e una diminuzione degli affitti.

In una situazione sociale diversa, nel ‘21 e ’22, i proprietari terrieri si opposero a quello che erano stati costretti a firmare e iniziarono una vera e propria resa dei conti armando le bande fasciste.

Matteotti: “Il fascismo era nient’altro che l’espressione clamorosamente violenta del rifiuto dei ceti agrari ad accettare questa rivoluzione avvenuta nei rapporti fra proprietari e lavoratori della terra; non era la risposta all’aggressività dei socialisti”

Matteotti: “Il capitalismo aggredito nella borsa diventa una bestia feroce”

A questo punto Matteotti divenne il più tenace in Parlamento e sulla stampa nazionale a denunciare le aggressioni e le violenze dei fascisti nella sua zona ma anche nel resto d’Italia. In breve divenne il politico più odiato e temuto dell’antifascismo.

Sequestrato e sodomizzato

Nel marzo del ’21 vicino a Rovigo fu sequestato da una banda di fascisti, portato in aperta campagna e lì subì “una vile e sconcia aggressione” (Mauro Canali), probabilmente violenza sessuale, anche se lui negò sempre.

Dopo questa aggressione i fascisti di Rovigo gli imposero di non tornare più in città ma anche a Padova subì altre intimidazioni che in ogni caso non spegnevano la sua volontà di denunciare e creare un argine all’interno del Psi contro le violenze fasciste.

Matteotti soprattutto aveva capito che il fascismo non era un fenomeno transitorio in Italia come molti credevano, da qui la necessità di combatterlo strenuamente.

Sinistra debole

Alla vigilia della Marcia su Roma la sua corrente, quella riformista, si staccava dal resto del Psi ancorato a posizioni massimaliste inneggianti la rivoluzione comunista in Italia.

Quindi nell’ottobre del ’22 esistevano in Italia tre partiti a sinistra:

–        il Pcd’Italia (gennaio ’21). E’ il partito di Gramsci, Bordiga, Togliatti, Terracini..

–        il Partito socialista italiano (Lazzari, Serrati), ancorato a un “programma massimo” (la rivoluzione) che non sapeva come attuare (rivoluzionarismo verbale)

–        il PSU di Matteotti, in sostanza la storica corrente riformista di Turati, Treves, Modigliani, Kuliscioff.

Ma oltre a essere divisa la sinistra non seppe creare un’efficace risposta militare all’imperversare delle squadracce fasciste.

Matteotti divenne segretario del PSU e continuò con veemenza la denuncia dei crimini fascisti anche contro alcuni uomini del suo partito che avrebbero voluto un avvicinamento politico per stemperarne la carica aggressiva.

Invece Matteotti rimase fino alla fine convnto che il fascismo non avrebbe mai abbassato la guardia perché il suo obiettivo era lo smantellamento di tutte le organizzazioni della sinistra e poi la conquista del potere.

Il discorso del 30 maggio ‘24

Secondo alcuni storici fu il veemente discorso alla Camera del 30 maggio ’24 a provocare la sua morte decisa da Mussolini, irritato da quanto era stato costretto ad ascoltare. Andiamo per ordine.

Nell’aprile del ’24 si tennero le prime elezioni dopo la Marcia su Roma dell’ottobre del ’22.

Dopo un anno e mezzo Mussolini governava con un governo di coalizione in cui i fascisti erano in minoranza. Nel suo governo c’erano popolari (Cavazzoni e Tangorra), alcuni liberali e alcuni fascisti. I fascisti in Parlamento erano solo 35 su 535 deputati.

Il suo era un vero e proprio governo di coalizione, più conservatore che dittatoriale. Da qui la necessità da parte di Mussolini di rafforzare numericamente il suo governo e aumentare il numero di fascisti eletti.

La Legge Acerbo era la nuova legge elettorale nata appunto per dare forza alla maggioranza e ridurre al minimo la minoranza. Prevede che la lista che avesse avuto più del 25% dei suffragi avrebbe avuto i 2/3 della Camera, quindi una solida maggioranza.

Altro aspetto importante: molti parlamentari liberali e popolari fanno a gara nell’entrare nella lista (il Listone) accanto ai fascisti. Con questa operazione Mussolini porta a sé molti uomini politici liberali e cattolici scompaginando i partiti avversari, es i popolari che iniziano a dividersi tra oppositori e fiancheggiatori di Mussolini.

Come era nelle previsioni il Listone ottenne ben di più del 25% e quindi ottenne il premio di maggioranza (65%).

Nelle elezioni il Listone ottenne un milione di voti in più. Mussolini poteva contare ora su un governo forte a e a lui vicino. Ma le opposizioni non stanno a guardare.

Alla riapertura di Montecitorio Matteotti tenne un coraggioso e appassionato discorso in cui denunciava le tante violenze che avevano costellato la campagna elettorale. L’obiettivo era la non ratifica dell’elezione di alcuni deputati fascisti che erano stati eletti grazie alle violenze squadristiche, ma forse l’obiettivo vero era rinsaldare l’opposizione al fascismo che usciva molto male dalle elezioni.

Vediamo che cosa successe quel giorno alla Camera.

L’affaire Sinclair

Il discorso di Matteotti durò circa un’ora e mezza con frequenti interruzioni.

A questo punto potrebbe essere facile spiegare il movente dell’omicidio: Mussolini perde la testa e fa uccidere un importante esponente della opposizione oppure non è un colpo di testa, ma è il rapimento-omicidio di un avversario irriducibile che avrebbe creato molti problemi al fascismo anche in seguito.

Le cose non stanno così: Matteotti fu ucciso il 10 giugno non per il discorso di dieci giorni prima, ma perché era venuto a conoscenza, con documenti messi a sua disposizione, di una vera e propria corruzione operata da una compagnia petrolifera americana con beneficiario soprattutto il fratello di Mussolini, Arnaldo, allora direttore del “Popolo d’Italia”.

In sintesi, la compagnia petrolifera americana Sinclair avrebbe versato parecchi milioni di lire (a vantaggio dei giornali fascisti dell’epoca, “Popolo d’Italia” e “Corriere italiano”) per ottenere a condizioni molto vantaggiose il monopolio della ricerca e della distribuzione del petrolio in Italia.

Andiamo per ordine

Quando Mussolini arriva al potere l’approvvigionamento di petrolio per l’Italia è nelle mani della Standard Oil Company, potentissima multinazionale capitanata dal banchiere Rochefeller e con forti legami con il gruppo Morgan. La Standard aveva circa l’80% della vendita di petrolio in Italia ma doveva guardarsi dalla possibile concorrenza della British Petroleum che aveva acquisito alcune importanti raffinerie in Italia e minacciava il monopolio americano con prezzi più vantaggiosi.

A un certo punto nel ’23 arrivano in Italia gli emissari della Sinclair e nel giro di poco tempo compiono prospezioni in Italia, prendono contatto con i massimi vertici del governo compreso Mussolini e sembrano vicini a firmare un vantaggioso contratto soprattutto a livello fiscale garantito dalla Banca Commerciale. Insomma si era creata una lobbie potente per favorire la Sinclair: Mussolini, il fratello, alcuni gerarchi importanti, la Banca Commerciale guidano l’operazione e, secondo De Felice, anche il re non era del tutto all’oscuro dell’affare e dei suoi vantaggi.

Chi è la Sinclair?

Apparentemente è una media compagnia americana indipendente molto meno importante della Standard, in realtà invece era una compagnia satellite della Standard da utilizzare per aprire mercati senza destare molta sensazione (una sorta di “cavallo di Troia” a vantaggio dei magnati della Standard).

Negli Usa in quel momento era al centro di uno scandalo che aveva coinvolto un uomo del presidente ma in Italia nessuno dell’entourage di Mussolini pensa di rivedere gli accordi oppure di fare indagini per sapere chi c’è dietro la Sinclair.

Il 4 maggio del ’24 il re firma l’accordo tra il governo italiano e la Sinclair. Tutto è fatto.

Lo storico che più ha sottolinato la pista affaristica è stato Mauro Canali. Nei decenni scorsi a livello storiografico si era parlato genericamente di uno scandalo di tangenti dietro il delitto Matteotti, ma ora la ricostruzione dei fatti operata da Canali appare più plausibile.

Che cosa c’entra Matteotti con l’affare Sinclair?

Fino al 22 aprile del ’24 (mancano circa 50 giorni al momento della sua morte) nulla. Quel giorno a Londra ebbe un colloquio con esponenti laburisti i quali probabilmente gli diedero documenti che inchiodavano Mussolini con il fratello Arnaldo.

La prova è che al ritorno da Londra Matteotti si mette a studiare a fondo la vicenda Sinclair di cui parlavano tutti i giornali in Italia riprendendo notizie di fonte americana e inglese.

La paura dell’11 giugno

È molto probabile che dopo il discorso del 30 maggio l’11 giugno, alla ripresa dei lavori, avrebbe denunciato la corruzione in atto con conseguenze difficili da prevedere. Da qui la necessità di uccidere Matteotti e di impadronirsi della sue carte che portava sempre con sé prima dell’11 giugno e in effetti il suo omicidio avvenne il 10.

Una delle prove addotte da Canali per il suo teorema è un articolo per una rivista inglese, comparso postumo, in cui Matteotti scrive: “Noi siamo già a conoscenza di molte gravi irregolarità riguardanti questa concessione. Alti funzionari possono essere accusati di ignobile corruzione e del più vergognoso peculato”. Matteotti alludeva a tangenti finalizzate a sostenere i giornali di Mussolini. Nello stesso articolo Matteotti denuciava l’appartenenza della Sinclair al Trust della Standard.

In effetti, perché Mussolini decise di far uccidere Matteotti così vicino al discorso del 30 maggio? Chiunque nell’Italia dell’epoca avrebbe legato il nome di Matteotti a quello di Mussolini. Addirittura le polemiche, gli insulti e le minacce da parte del fascismo e di Mussolini in particolare contro Matteotti continuano nei primi giorni di giugno.

Quindi fu un errore la decisione di ucciderlo? Sicuramente, a meno che dietro non ci fossero altre preoccupazioni quale la probabile denuncia dell’affare Sinclair che Matteotti avrebbe fatto all’apertura della Camera l’11 giugno. Quindi bisognava fare in fretta!

La banda Dumini e la Ceka

A compiere l’omicidio fu la cosiddetta “Ceka” capitanata da Amerigo Dumini. La Ceka era una struttura segreta nelle mani di Mussolini per compiere il lavoro sporco: intimidazioni, omicidi, depistaggi e altro.

Amerigo Dumini invece era uno squadrista della prima ora ben conosciuto nei palazzi del potere, in particolare aveva rapporti con Rossi (capo ufficio stampa di Mussolini) e Marinelli (segretario del PNF). Rossi e Marinelli sono gli esecutori degli ordini di Mussolini e quindi sono i capi della Ceka.

Il 10 giugno ad agire sono cinque persone compreso Dumini. I loro nomi: Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo.

Si tratta di disertori al tempo della prima guerra mondiale ma poi “fascisti della prima ora” beneficiati con stipendi sicuramente al di sopra della norma (1000 lire al mese da quando Dumini lavora per la Ceka).

Dumini ha un passato di ardito e di fondatore del fascio di Firenze. Fino a quel momento ha compiuto omicidi contro gli oppositori del fascismo ma non disdegna anche traffici loschi (armi e altro) per finanziare il fascismo e se stesso.

Insomma, è gente fidata e priva di scrupoli che deve molto al fascismo.

L’identificazione degli autori del crimine?

Abbiamo visto come avvenne il rapimento e l’omicidio. Probabilmente non volevano ucciderlo in auto poco lontano dal punto del rapimento. La reazione di Matteotti rese necessario la coltellata di Volpi inferta vicino al cuore. Il cadavere fu seppellito in un bosco a una ventina di chilometri da Roma fino al ritrovamento “pilotato” del 16 agosto sempre del ’24.

Come avvenne l’identificazione degli autori del crimine? (incredibile leggerezza)

La Lancia per il rapimento era stata noleggiata da Filippelli, direttore del “Corriere Italiano”, uno dei beneficiari della tangente Sinclair. Il giorno prima del rapimento due portieri del palazzo di fronte a quello di Matteotti presero la targa e poi diedero il numero alla stampa prima ancora della polizia, che avrebbe bloccato la denuncia.

A questo punto con il numero di targa era facile risalire al proprietario (un garage) e dal proprietario a Filippelli, il quale subito fece il nome di Dumini che si trovò in carcere dopo un paio di giorni.

L’intera operazione era stata condotta in modo maldestro da uomini che vantavano le proprie amicizie in alto e le proprie “imprese”. Infatti Mussolini che fu messo al corrente dei fatti subito disse che su una targa si “piscia sopra, così si attacca la polvere” e si impedisce l’individuazione.

A questo punto si verifica un vero e proprio terremoto che rischia di arrivare a Mussolini. Preoccupato per la reazione dei giornali e dell’opinione pubblica (scioperi, proteste in tutta Italia, dovunque si sostiene che è un delitto politico e che Mussolini è il mandante) Mussolini decide di sacrificare gli uomini a lui più vicini: Cesare Rossi (segreteria del duce), Marinelli (capoufficio stampa), Finzi (sottosegretario e collaboratore di Mussolini),  Filippelli (direttore del fascista “Corriere Italiano”) ed Emilio De Bono (capo della polizia e della Milizia! ex quadrumviro) sono costretti a dare le dimissioni ma ognuno di loro minaccia di scrivere e rendere pubblico un proprio memoriale in cui racconta chi ha dato l’ordine di uccidere.

Anche Mussolini agisce d’impulso senza valutare le conseguenze.

Le dimissioni a raffica sono inevitabili perché tutti sapevano che Dumini frequentava quotidianamente o quasi gli uomini di Mussolini. Anche Dumini in carcere minaccia di parlare perché non vuole essere il capro espiatorio di tutti.

La situazione diventa incandescente perché Filippelli cerca di raggiungere la Francia in motoscafo dalla Liguria (fermato dalla polizia) mentre Rossi per otto giorni è irreperibile.

Dopo essersi costituito Rossi afferma di aver scritto un memoriale che in agosto verrà pubblicato dalle opposizioni. In esso Rossi denunciava tutte le azioni della Ceka accusando sempre Mussolini. Anche Finzi scrive un memoriale segreto minacciando di renderlo pubblico (sorta di “polizza” per la vita per il timore di essere ucciso da sicari di Mussolini).

Nessuno degli imputati fa il nome di Mussolini, anzi tutti negano di sapere qualcosa del delitto ma tutto sembra rimandare a Mussolini.

L’atteggiamento del re

Quindi gli estremi per l’intervento del re c’erano. Le prove contro Mussolini sono addirittura imbarazzanti. Ma il re tace.

I primi giorni dopo il delitto sono sicuramente i peggiori da quando Mussolini è al governo: tutta la stampa (tranne quella fascista) è contro di lui; molti fascisti stracciano la tessera; scioperi e proteste avvengono ovunque; le dimissioni degli uomini a lui più vicini gettano ombre inquietanti sulle responsabilità effettive di Mussolini.

Per capire che cosa sta succedendo è necessario dire che Mussolini non ha ancora instaurato la dittatura e la società italiana non è stata ancora fascistizzata interamente. Rimangono settori in Italia che in questo momento sfuggono al controllo del fascismo. Le stesse elezioni del ’24 erano state un successo per il Listone soprattutto nel Sud, ma nel Nord era emerso un consenso non illimitato.

La “spada di Damocle” per Mussolini era il re, l’unico che potesse sfiduciarlo ma il re taceva e il suo silenzio poteva apparire positivo per Mussolini.

Il re continuò a tacere per tutto il ’25 nonostante arrivassero a lui personalmente inviti a sfiduciare Mussolini.

Il re intervenne il 25 luglio del ’43. Ma lì c’era la sensazione della sconfitta imminente e inevitabile che avrebbe portato alla rovina Casa Savoia. Nel ’24 il re non correva alcun pericolo.

Gli altri poteri forti in Italia, che avevano contribuito alla sua salita al potere nel ’22, sembravano voler mantenere buoni rapporti con lui.

Il Vaticano era stato beneficiato l’anno prima con il salvataggio del Banco di Roma, l’esercito obbediva al re; industriali e banchieri fino a quel momento erano stati beneficiati dalla politica del fascismo: gli scioperi erano terminati nelle fabbriche e la congiuntura favorevole aveva permesso la ripresa dell’economia. Il partito più pericoloso per la proprietà borghese, il Pcd’I era stato smantellato già nel ’23.

Proprio nell’estate del ’24 il Vaticano dette un segno importante a Mussolini imponendo a don Sturzo di andarsene dall’Italia. Fino a quel momento era rimasto nascosto a Roma tenendo i rapporti con il PPI. Già nel ’23 il Vaticano aveva imposto a Don Sturzo di abbandonare la carica di segretario del PPI con l’intento di favorire le correnti cattoliche più vicine al fascismo (i “clerico-fascisti”).

Insomma i poteri forti dello Stato mantenevano l’alleanza con Mussolini non ritenendo che l’orribile omicidio potesse pregiudicare l’alleanza con il fascismo. E poi bisogna dire che in certi ambienti Matteotti poteva sembrare un fanatico, una “testa calda”, un pericoloso rivoluzionario aizza popolo, sicuramente non un alleato.

Neanche il ritrovamento del cadavere mutò le alleanze con Mussolini.

Il cadavere fu “ritrovato” il 16 agosto dello stesso anno. Vediamo come reagirono gli industriali.

Al massimo gli industriali rimproveravano a Mussolini di non essere ancora riuscito a “normalizzare” il fascismo.

Ettore Conti il 3 dicembre disse in Parlamento che l’Italia era un paese a “economia stabile” ma con “politica instabile”.

Per i buoni affari la politica doveva stabilizzarsi!

Il ritrovamento del cadavere

Il cadavere fu trovato il 16 agosto in un bosco sotto pochi centimetri di terra da un carabiniere in licenza che quel giorno faceva una passeggiata con il suo cane.

Il ritrovamento dopo più di due mesi (il cadavere era in avanzato stato di putrefazione) serviva per avvalorare la tesi di Dumini che gli avrebbe permesso di uscire dopo pochi anni dal carcere e avrebbe tenuto lontano Mussolini da ogni responsabilità.

In sostenza Dumini disse agli inquirenti che non era sua intenzione uccidere Matteotti e tantomeno aveva avuto l’ordine di ucciderlo da Mussolini. Voleva solo interrogare Matteotti perché era convinto che fosse il mandante dell’omicidio di un fascista a Parigi di cui era molto amico. Per farlo tacere uno dei suoi uomini aveva avvolto il proprio impermeabile sul volto di Matteotti ma dopo pochi minuti era morto. Decisero così di seppellirlo in fretta in un bosco e di far perdere le loro tracce.

La sua versione appare assurda perché Dumini non poteva non chiedersi quali riflessi avrebbe avuto il rapimento-interrogatorio per le sorti del governo. Dumini non era un fascista qualunque, collaborava ai massimi livelli e Mussolini lo conosceva bene.

La tesi di Dumini, concordata ai massimi livelli, serviva per evitare in qualunque modo tirare in ballo Mussolini e il suo entourage. Nello stesso tempo Dumini si riprometteva di ottenere uno sconto di pena perché il delitto non era premeditato.

Il primo processo a Chieti del ’25 accettò questa tesi di Dumini e le pene furono molto ridotte.

La difesa di Dumini si sposa con la difesa di Mussolini fin dal giorno successivo alla scomparsa sostenendo che il rapimento e forse la morte erano state provocate da elementi incontrollati del fascismo che così avevano reagito al clima di scontro presente nel Paese.

Insomma Dumini e Mussolini avevano gli stessi interessi: Dumini aveva bisogno della protezione del governo, Mussolini che Dumini non parlasse.

In realtà invece Mussolini aveva programmato la morte di Matteotti già dal 16 maggio quando probabilmente era venuto a sapere dei documenti che Matteotti possedeva sull’affaire Sinclair.

Il discorso del 30 maggio veniva incontro alla tesi di Mussolini e così le aspre polemiche dei giorni successivi erano funzionali all’aumento della tensione.

Mussolini è quindi responsabile?

Circolano da anni diverse interpretazioni del delitto Matteotti e delle responsabilità del duce.

Lasciando da parte l’affaire Sinclair secondo alcuni le responsabilità di Mussolini sono solo morali in quanto lui non ordinò l’omicidio, anzi le sue parole astiose nei confronti di Metteotti (“Che cosa fa la Ceka? Che cosa fa Dumini? Si fa le seghe? Quell’uomo dopo questo discorso non dovrebbe più circolare”) furono interpretate come ordine di omicidio mentre al massimo Mussolini pensava a una “lezione” alla maniera degli squadristi.

C’è un’altra tesi di cui si fece garante lo stesso Mussolini durante il governo di Salò. In sostanza l’omicidio sarebbe stato ordito da settori del fascismo e del capitalismo contrari alla sua volontà di aprire politicamente alle opposizioni (discorso del 7 giugno) fino a includere nel governo il leader della CGL (Baldesi). Quindi l’omicidio Matteotti avrebbe dovuto frenare questo processo ritenuto pericoloso.

Si tratta di due tesi di comodo che voglino minimizzare o nascondere le responsabilità dirette di Mussolini. In realtà le prove di un coinvolgimento diretto di Mussolini sono più che evidenti, come in questa lettera di Dumini dal carcere del luglio ’25: “… dobbiamo difenderci perché non intendiamo andare incontro a una terribile ed irrimediabile punizione per un delitto da noi commesso – certamente – ma che ci fu imposto e che noi eseguimmo – come tanti prima di quello – con cieca discilina e dopo che ci fu garantita in modo assoluto qualsiasi immunità penale”.

In un memoriale steso per il processo del ’47 lo stesso Dumini scrive che il piano per uccidere Matteotti è operante dal 20 maggio, quindi ben prima del discorso del 30 maggio.

Il silenzio di Dumini e della sua banda fu comprato con molto denaro mentre Marinelli, Finzi, De Bono e Rossi, passata la bufera, furono reintegrati all’interno delle organizzazioni fasciste.

Se Mussolini non fu il mandante sicuramente lo fu il fascismo.

Il primo processo

Il processo di Chieti (’25) accetta la tesi Dumini per cui fu sua l’idea di rapire ma non uccidere Matteotti. Così gli altri implicati poterono cavarsela senza problemi. Dumini fece pochi mesi di carcere (era stato condannato a 5 anni di carcere) perché poi intervenne opportunamente un’amnistia.

Ormai Mussolini deteneva le leve del potere ed era più facile nel ’26 fare quello che si era rivelato difficile nel ’24, ossia nascondere e insabbiare.

Dumini poi fu confinato per alcuni anni (fino al ’33) non per il sequestro di Matteotti ma perché Mussolini temeva l’espatrio oppure che Dumini rendesse pubblico documenti scottanti. Dopo di che Dumini tornò libero e ottenne molto dal fascismo: terre in Libia, tanto denaro ogni volta che lo chiedeva.

Per capire tutta questa accondiscendenza da parte di Mussolini dobbiamo dire che ogni volta che faceva una richiesta Dumini faceva cadere il discorso su un suo memoriale che aveva fatto avere ad alcuni avvocati in Texas, i quali dovevano renderlo pubblico se fosse scomparso (ucciso).

Il secondo processo a Dumini

Finita la guerra ci fu un secondo processo nel 1947. Tre dei componenti della banda, tra cui Dumini, vennero condannati all’ergastolo. Dumini rimase in carcere fino al ’56, poi fu scarcerato per condono.

Il nuovo processo non aggiunse nulla di quello che già si sapeva.

L’Aventino

Come reagirono le opposizioni alla scomparsa e poi al ritrovamento del cadavere di Matteotti?

Dopo la denuncia della scomparsa di Matteotti si diffuse ovunque il cordoglio per la sua probabile morte. Anche il non ritrovamento del cadavere aumentava l’angoscia. I giornali andavano a ruba.

In quei giorni Mussolini appariva stanco e rassegnato.

Non ci furono tentativi di sciopero o di insurrezione popolare. Secondo Salvatorelli bisognava tentare di prendere in quei giorni i palazzi del potere approfittando della paralisi del fascismo (tesi di Sforza).

Il cosidetto “Aventino” nacque il 27 giugno, ossia 17 giorni dopo il rapimento di Matteotti. Era formato dai partiti d’opposizione: comunisti, socialisti, amendoliniani, popolari.

L’obiettivo era la protesta morale per indurre il re a intervenire. L’Aventino non volle nemmeno trasformarsi in “Parlamento della nazione” (Gobetti).

Mussolini è stretto tra i fautori della “seconda ondata” (Farinacci) e coloro che chiedono una politica di pacificazione (gruppi e partiti più influenti).

Il Senato vota la fiducia

Il 24 giugno il Senato vota la fiducia al governo. Voto favorevole di Croce. Il Senato era di nomina regia e quindi il voto aveva un particolare valore.

Doppio binario di Mussolini: legge restrittiva sulla stampa, introduzione della Milizia tra le forze dello Stato con giuramento al re e obbedienza a Mussolini.

Probabilmente il re sarebbe intervenuto solo in caso di voto sfavorevole al governo di camera e senato oppure di dimissioni di Mussolini e del governo. Anche nel ’43 intervenne dopo il voto negativo del Gran Consiglio.

I poteri forti non aveva cambiato idea sul fascismo e il re lo sapeva.

Con il ritrovamento del cadavere (16 agosto) di nuovo nacque nel Paese lo sdegno ma senza azioni significative. La tattica di Mussolini non mutò: violenze brutali e parole di moderazione. Gobetti fu bastonato il 5 settembre. Mussolini appare nell’autunno più sicuro di sé: i suoi discorsi rivolti alle opposizioni sono molto duri. Lo squadrismo riprende vigoroso.

Fino all’ultimo l’Aventino aspetta un segnale dal re. L’Osservatore Romano deplora l’unione di socialisti e popolari nell’Aventino.

Si prepara il discorso del 3 gennaio

Il 3 gennaio del ’25 Mussolini prende l’iniziativa consapevole che ormai l’affaire Matteotti aveva poca o nessuna presa tra l’opnione pubblica nonostante la pubblicazione del memoriale di Cesare Rossi sul “Mondo” del 27 dicembre.

Sembra che il 31 dicembre 33 consoli della milizia si siano presentati a Mussolini dicendo: “Siamo tutti stanchi di segnare il passo: o tutti in prigione, voi compreso, o tutti d’accordo per agire”. Forse fu solo commedia concordata, anche perché le violenze erano riprese e Federzoni 8ministro dell’Interno) stava agendo contro gli avversari.

Potremmo dire in sintesi che il delitto Matteotti mise in pericolo tutto quello che aveva conquistato il fascismo ma permise poi a Mussolini di uscire definitivamente vincitore imponendo quello che dopo la marcia su Roma non poteva essere imposto: la dittatura.

Conclusioni

Capita abbastanza spesso di sentire discorsi nei quali il fascismo e Mussolini appaiono in una veste tutto sommato positiva. Si dice che se Mussolini non si fosse legato a Hitler e avesse portato il Paese in guerra probabilmente il fascismo sarebbe durato fino alla morte del duce.

Questi discorsi ignorano la forte carica di violenza del primo fascismo che provoca lo smantellamento delle organizzazioni sindacali e politiche della sinistra; si ignora la durezza della dittatura e dei provvedimenti repressivi (gli anni di carcere e il confino che non fu “villeggiatura”; si ignorano le violenze brutali in Libia e Etiopia e le violenze di cui si macchiò l’esercito italiano in Jugoslavia, in Grecia fino all’8 settembre del ’43.

Quindi il delitto Matteotti mette in evidenza la vera natura del fascismo e non un semplice incidente di percorso.

Concludiamo con un documento significativo che dà l’idea della tempra morale e politica di Matteotti.

È una lettera a un professore amico che gli consigliava di tornare agli studi giuridici con l’intento di sottrarlo alle quotidiane minacce fasciste. La lettera è del 10 maggio 1924. Esattamente un mese prima il barbaro omicidio.

“Illustre professore, purtroppo non vedo prossimo il tempo nel quale ritornerò tranquillo agli studi abbandonati. Non solo la convinzione, ma il dovere oggi mi comanda di restare al posto più pericoloso, per rivendicare quelli che sono, secondo me, i pressuposti di qualsiasi civiltà e nazione moderna.

Con profonda osservanza, devotissimo Matteotti”

Un attimo prima di morire disse ai suoi aguzzini: “Uccidete me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai. La mia idea non muore. I miei bambini si glorieranno del loro padre. I lavoratori benediranno il mio cadavere. Viva il socialismo!”

G. Restelli