Le stragi naziste in Italia

Le stragi naziste in Italia

Per stragi naziste in Italia intendiamo una serie di massacri di massa compiuti da battaglioni SS, soldati della Wehmacht e milizie fasciste dopo l’8 settembre del ’43 fino a dopo la morte di Hitler e Mussolini.

Dal 9 settembre ’43 fino al 4 maggio ’45 sono state uccise in Italia non meno di 10mila persone, in gran parte vecchi, bambini e donne in azioni di “bonifica” del territorio.

Questa sera in particolare parleremo di due stragi simbolo di questo periodo storico che sono Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto. Siamo nell’agosto, settembre-primi di ottobre del ’44.

Sant’Anna ha come bilancio 560 vittime, Marzabotto 780 vittime più 456 uomini giovani prelevati per il lavoro coatto oltre alla distruzione dei due centri abitati.

8 settembre ‘43

Il punto di partenza è l’8 settembre del ’43 quando Badoglio annuncia l’armistizio con gli Alleati e la Germania passa nel giro di poche ore da alleata dell’Italia badogliana ad avversaria

Sappiamo cosa poi avvenne:

–      La fuga del re e Badoglio sotto la protezione anglo-americana

–      la resa dell’esercito italiano (lasciato senza ordini) con un milione di soldati catturati di cui 650mila condotti in Germania e Polonia per il lavoro coatto

–      la liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso e la nascita della Repubblica Sociale (13 settembre)

–      l’invasione dell’Italia da parte delle armate tedesche (già dal 9 settembre)

L’Italia si trova così a diventare terra in cui si combatte una guerra aspra tra forze tedesche e anglo-americane dove i civili rischiano di essere coinvolti quotidianamente. Pensiamo solamente alle vittime dei bombardamenti anglo-americani: 64mila (cifra ufficiale), probabilmente 80mila persone.

Il “giorno del tradimento”

L’8 settembre se per noi è l’inizio della Resistenza (soldati e ufficiali sbandati danno vita alle prime bande), per i tedeschi è il giorno dell’ignominia, è il giorno del “tradimento” per antonomasia. Il feldmaresciallo Kesselring (comandante dell’esercito in Italia) dichiara di provare nei confronti degli italiani “soltanto odio”, definisce l’uscita dell’Italia dall’alleanza “il più meschino dei tradimenti” e più volte ribadirà che “verso i traditori non vi può essere alcuna indulgenza”.

Ma queste affermazioni si ritrovano in tutti i livelli della classe dirigente tedesca (Hitler). Un intero popolo è bollato come traditore e così si creano le condizioni che permettono di giustificare agli occhi dei militi tedeschi ordini criminosi verso civili inermi.

Le quattro fasi delle stragi

La stagione delle stragi conosce quattro fasi diverse che vogliono dire anche le aree diverse e momenti diversi in cui avvengono gli eccidi (“geografia delle stragi”):

–      la prima fase sono stragi che avvengono a ridosso della Linea Gustav (dal Golfo di Napoli-Volturno all’Abruzzo-valle del Sangro) che terrà inchiodati gli Alleati nel corso dell’inverno ’43 e ’44. I massacri hanno una funzione “preventiva” per evitare l’insorgere di una resistenza armata e per rendere più docile la popolazione (lavoro coatto). Tra i massacri peggiori Caiazzo (Caserta, 13 ottobre ’43, con 22 civili. Roccaraso (L’Aquila), con 128 civili, tutti donne e bambini, fine ottobre

–      la seconda fase coincide con la ritirata tedesca dalla Gustav verso la nuova barriera costituita dalla Linea Gotica: le aree più colpite sono il Lazio e la Toscana, soprattutto lungo le direttrici della ritirata tedesca (Roma-Firenze). L’obiettivo è fare “terra bruciata” e rallentare il più possibile l’avanzata anglo-americana mentre fervono i lavori sulla Gotica. Tra le stragi più efferate ricorderei quelle in Val di Chiana (aretino) con 243 civili (29 giugno), Cavriglia (Val d’Arno con 245 vittime tra il 4 e il 7 luglio)

–      la terza fase (è la peggiore) coincide con l’arroccamento tedesco lungo la Gotica da La Spezia a Rimini cancellando qualunque forma di presenza partigiana alle spalle dell’esercito tedesco (agosto-settembre ’44). In questo contesto collochiamo le due stragi di Sant’Anna e Marzabotto

–      la quarta e ultima fare delle stragi vede i tedeschi dovunque in ritirata alla fine della guerra con forme di rappresaglia nei confronti dei civili di fronte a continui attacchi partigiani. Diverse stragi al confine nord-orientale in Friuli e Trentino (fino al 4 maggio ’45).

Boves

La prima strage rilevante per numero di vittime avviene a Boves. Siamo in provincia di Cuneo ed è esattamente il 19 settembre (11 giorni dopo l’armistizio). Nella zona del cuneese si formano subito diversi raggruppamenti armati formati da ex ufficiali e soldati della IV Armata che l’8 settembre sorprende in fase di ripiegamento dalla Francia meridionale al Piemonte. I tedeschi sono preoccupati del pullulare delle bande nelle zone di montagna, anche se si tratta di gruppi ancora disorganizzati e indecisi sul da fare. In quei giorni c’erano già stati scontri a fuoco con qualche vittima tedesca.

Il 19 settembre i partigiani catturano due sottufficiali tedeschi. Il villaggio di Boves è occupato da un reparto della I divisione corazzata SS Adolf Hitler. I partigiani capiscono subito i rischi che corre la popolazione di Boves e rilasciano i due sottufficiali. Dopo il rilascio inizia la rappresaglia: 350 case del paese sono date alle fiamme e raffiche di mitra colpiscono casualmente gli abitanti che cercano di fuggire. I civili uccisi sono 23.

Nel rapporto del giorno dopo, inviato a Rommel (comandante delle truppe nel Nord Italia),  non si parla di civili uccisi ma di “banditi fucilati” e civili che hanno trovato rifugio sulle montagne “portando con sé armi da fuoco e bombe a mano”. Civili e partigiani sono equiparati in un logica che giustifica qualunque rappresaglia.

Tattica della controguerriglia

Le stragi non avvengono a caso e non sono solo frutto solo di barbarie da parte di soldati e ufficiali educati al razzismo, al disprezzo e alla violenza.

Di fronte all’emergere del movimento partigiano in Polonia dal ’40 e in Unione Sovietica dal ’42 le forze armate tedesche mettono a frutto una serie di norme di combattimento che spiegano le feroci rappresaglie in tutto l’Est europeo occupato dalla Germania. I soldati che uccidono in Italia hanno già fatto esperienza nell’Europa balcanica, es. in Jugoslavia.

Si parte dalla constatazione che la guerra partigiana è una guerra atipica e che richiede strumenti diversi: non esercito contro esercito (guerra simmetrica) ma gruppi di uomini senza divisa contro un esercito regolare (guerra asimmetrica).

Alla guerriglia (“mordi e fuggi”) i tedeschi oppongono tattiche di controguerriglia con reparti bene armati e affidabili nell’opera di repressione.

Ne derivano due conseguenze:

–      L’azione germanica è volta a combattere e distruggere le bande. Se non è possibile, i frequenti rastrellamenti hanno la funzione di obbligare le bande a continui spostamenti rendendo difficili i rapporti con la popolazione

–      Secondo punto: terrorizzare i civili con azioni repressive o preventive e impedire la collaborazione con i partigiani

Non si distingue tra combattenti e civili: anche un bambino può aiutare i partigiani portando cibo e informazioni, una donna può curare il partigiano ferito e un vecchio può mettere a disposizione cibo o dare indicazioni per averlo.

Non ci devono essere compromessi o forme di pietà. Eventuali eccessi (dicono le circolari tedesche) saranno coperte dai superiori. Colpevole è solo l’ufficiale o soldato che appare indeciso. Quando un’azione è ben condotta i partigiani scompaiono e le vie di comunicazione tornano ad essere affidabili.

La fascia di sicurezza

A rendere la situazione molto rischiosa per i civili sono anche le direttive per le operazioni militari che prevedono una fascia di 30 km di profondità dove opereranno solo i militari cacciando via la popolazione con le buone o le cattive (“bonifica del territorio”). Non si voleva in sostanza avere i partigiani alle spalle oppure nella condizione di rendere difficili i collegamenti con le retrovie (controllo delle strade, ponti distrutti …).

È in questo contesto che nasce la strage di Sant’Anna di Stazzema.

Sant’Anna di Stazzema (12 agosto ’44)

Sant’Anna è un piccolo villaggio dell’Alta Versilia in provincia di Lucca. È una zona in cui agiscono i partigiani anche se non sono particolarmente forti. In ogni caso qualche problema lo danno ai tedeschi.

Il 4 agosto i partigiani fanno saltare due ponti importanti per le comunicazioni, poi c’è uno scontro a fuoco con 10 partigiani morti e 5 tedeschi feriti. Ma al di là di questi episodi. Sant’Anna è a ridosso della Linea Gotica e di lì a poco si scatenerà l’attacco anglo-americano per sfondare la linea tedesca (agosto-settembre ’44).

L’intera zona deve essere bonificata e quindi la popolazione deve essere allontanata dalle proprie case. A metà luglio c’era già stato un ordine di sgombero ma la popolazione di Sant’Anna non si era mossa.

Infatti quel 12 agosto quando gli abitanti vedono le prime colonne tedesche pensano non tanto a mettersi in salvo quanto a portare con sé il necessario per lo sgombero.

È probabile che l’ordine dato al comandante della 16esima Divisione corazzata granatieri delle SS non fosse quello di uccidere tutti coloro che incontrava come poi a Marzabotto. All’inizio il comportamento delle SS è “amichevole”. La gente non fa resistenza e già i primi stanno scendendo verso il fondo valle.

Ad un certo punto da una delle case parte una fucilata che colpisce alla spalla un tedesco. Il comandante chiede l’autorizzazione alla rappresaglia che viene concessa dal comandante di reggimento una mezzora dopo. È qui che avviene il massacro non solo a Sant’Anna ma anche nelle 15 frazioni intorno.

L’episodio più grave avviene di fronte alla chiesetta locale quando il comandante del reparto riceve l’autorizzazione alla strage.

Tutto questo avviene nelle primissime ore della giornata. Dalle 7 alle 10 del mattino.

560 vittime, forse 389. C’erano anche molti sfollati di cui non si sa il numero.

Altre cause dell’eccidio

–      sopravvalutazione della guerra partigiana e del numero dei partigiani nella zona

–      senso della sconfitta finale

–      comportamenti bestiali in giovani soldati troppo abituati ad uccidere e abbruttiti dalla guerra

–      debolezza del governo fascista italiano incapace di reagire e difendere la popolazione italiana

Il generale Max Simon (comandante  della 16esima divisione) viene processato nel ’47 davanti a una corte britannica. Prima la condanna a morte, poi l’ergastolo; successivamente 21 anni ma viene scarcerato nel 1952. Nel processo a Kesselring nel ’48 Sant’Anna ha pochissimo spazio. Non ci fu un processo dopo la guerra ed è per questo che la strage è ancora parzialmente avvolta nel mistero.

Marzabotto

Protagonista a Marzabotto sono gli uomini del maggiore Reder. Prima di Marzabotto Reder massacra in varie località in Toscana lungo le direttrici della ritirata tedesca dalla Gustav (Fivizzano con 53 vittime, Valla sul Bardine con 115. È il 19 agosto. Poi Padule di Fucecchio con 184 persone, 23 agosto). Reder è a capo del 16° Esploratori inquadrato nella 16esima Divisione SS del generale Simon.

È già iniziata la battaglia lungo la Linea Gotica e i i tedeschi vogliono fare di Monte Sole un punto strategico. A Monte Sole c’è la brigata “Stella Rossa” formata da un migliaio di uomini comandata da Mario Musolesi poi ucciso in battaglia. Quindi l’obiettivo è uccidere chiunque capiti a tiro.

Inizia il massacro

Il massacro inizia dal 29 settembre e dura fino al 4 ottobre ‘44. Nel rastrellamento Reder incontra i partigiani e ci sono vittime tra i tedeschi.

Vengono prima investite alcune località intorno a Marzabotto, es. Cadotto, Casaglia, Caprara, San Martino (30 settembre).

Nel film L’uomo che verrà il regista ha ricostruito il massacro a Casaglia.

Dalla chiesa un folto gruppo di persone è portato all’interno del cimitero. Dall’alto i partigiani guardano impotenti la strage. Nel cimitero le persone vengono messe in fila in ordine di altezza e poi la mitragliatrice spara: muoiono circa 140 persone, 28 famiglie sono interamente distrutte.

Solo il 5 ottobre Reder si allontana dalla zona del Monte Sole: non c’è più nessuno da uccidere. Nel suo rapporto Reder parla di “banditi” (497) e “fiancheggiatori” (221) uccisi, per un totale di 718 “nemici uccisi” e 174 edifici dati alle fiamme in 7 villaggi diversi. Kesselring si congratula per il “bel risultato ottenuto”. Tra gli uccisi ci sono 213 bambini di età inferiore ai 13 anni!

Nel massacro hanno un ruolo anche collaborazionisti italiani della zona il cui compito è fare da guida, interpreti e individuare i partigiani.

Il processo a Reder

Reder è condannato all’ergastolo. È l’unico del suo battaglione. Nel 1985 viene liberato per buona condotta dopo 30 anni di carcere.

Cifra ufficiale della strage di Marzabotto: 1830 morti, 1511 accertati con nomi e cognomi. Sicuramente più di un migliaio.

Perché le stragi furono impunite?

Come è noto i dossier sulle stragi naziste finirono nel famigerato “Armadio della vergogna” a Palazzo Cesi, sede della procura militare.

Già alla fine degli anni quaranta la magistratura italiana conosceva i nomi dei responsabili. Era possibile chiedere l’estradizione dalla Germania. Ma la nuova collocazione della Germania occidentale nella NATO e bastione occidentale in funzione antisovietica escludeva il ritorno in Italia dei criminali nazisti.

E poi l’estradizione dei tedeschi avrebbe giustificato l’estradizione dei criminali di guerra italiani (Slovenia, Montenegro, Grecia…) mettendo in crisi i governi dell’epoca.

La Guerra Fredda e opportunismi vari impedirono ogni accertamento della verità.

Conclusione

Ci sono alcune considerazioni (con errori da evitare) da fare affrontando il capitolo stragi naziste:

–      pensare che se non ci fosse stata la Resistenza in quelle zone non ci sarebbero state le stragi. Il fenomeno della Resistenza è internazionale (ovunque nei territori conquistati dal Reich) ed era inconcepibile una resistenza non armata

–      la dottrina di impiego delle truppe prevedeva che tutta la popolazione nella fascia di sicurezza dovesse essere sgombrata e rapidamente e i civili maschi utilizzati per il lavoro coatto in loco oppure in Germania

–      l’Italia, al di là della fraternità italo-tedesca, è considerata dall’esercito tedesco “territorio nemico” nel quale adottare particolari modalità di comportamento. Del resto la Germania non ha mai nascosto la sua qualità di “alleato-occupante” (Klinkhammer)

Quindi alla base di quanto è accaduto ci sono gli ordini criminosi delle alte gerarchie delle SS

posti in essere da ufficiali e soldati fanatici.