Legnano in guerra, 1940-1943

Legnano in guerra 1940-1943

appunti per conferenza

Perché parlare di Legnano durante i primi tre anni di guerra?

Per giustificare questa prospettiva dal “basso” è necessario dire che noi siamo convinti che la storia è fatta non solo dai grandi uomini, dai protagonisti della vita politica, militare, culturale ma anche dalla gente comune, che vive, nasce, muore in una piccola cerchia di amici, di familiari e gente comune. Non c’è campanilismo in tutto questo. Anzi, tutt’altro.

La scelta di narrare Legnano durante la guerra è nata perché la storia di Legnano è interessante e perché merita di essere conosciuta.

In ogni caso non dimenticheremo quanto stava accandendo nello stesso momento in Italia. La prospettiva sarà di volta in volta dal basso verso l’alto oppure, nei momenti di svolta come il 25 luglio e l’8 settembre, dall’alto verso il basso, ossia dalla “grande storia” alla “storia locale” o “microstoria”.

La nostra storia inizia quando Legnano suo malgrado si trova in guerra con le prime restrizioni alimentari e la partenza dei primi coscritti. Ma prima di vedere che cosa accadde nel primo anno di guerra qualche informazione di base.

Legnano alla vigilia della guerra

Alla vigilia della guerra Legnano contava 34mila abitanti. Lo sviluppo industriale a Legnano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento era stato imponente fino a fare della nostra città la sesta in Italia dopo Milano, Torino, Genova, Napoli e Sesto San Giovanni. Per il solo settore tessile Legnano era stata denominata la “Manchester italiana”.

Legnano aveva alla vigilia della guerra due settori molto forti a livello industriale: la meccanica e il tessile.

L’industria meccanica era disposta prevalentemente attorno alla stazione mentre il tessile era dipendente dal fiume. Secondo il censimento industriale del ’27 si contavano in città 679 imprese con 17.000 lavoratori. Le industrie meccaniche assorbivano 4.400 lavoratori, il tessile invece assorbiva 10.500 addetti in 276 imprese. In totale 13.500 persone lavoravano nell’industria su una popolazione attiva di 17.000 persone.

Non c’è dubbio che allora Legnano si caratterizzava come città nettamente operaia. Solo 500 lavoratori per l’agricoltura.

La fabbrica con più dipendenti era la Franco Tosi con 3216 persone, seguiva la Cantoni con 2600, poi la De Angeli Frua con 1900 e il cotonificio Dell’Acqua con 1400 addetti. Altre fabbriche con un numero minore di addetti erano sempre nel tessile: la Agosti, la Manifattura di Legnano e la Bernocchi.

La fabbrica simbolo di Legnano era Franco Tosi. Aveva vissuto un vero e proprio gigantismo industriale al tempo della Grande Guerra producendo armi per l’esercito di Cadorna (da 2000 dipendenti a 5000 nel ’18). La Tosi riuscì a reagire bene sia alla crisi di fine guerra sia alla crisi del ’29 quando i dipendenti scesero a 2000.

Ora nel’39 l’azienda appariva sana e competitiva con una produzione composta da turbine a vapore, motori diesel di grande potenza per la propulsione navale, caldaie per la produzione del vapore, turbine, compressori. Altre aziende meccaniche erano la Pensotti, la Ercole Comerio, la Fratelli Gianazza e tante altre minori.

Le condizioni di vita

Eppure le condizioni di vita dei lavoratori erano pessime, come nel resto d’Italia, nonostante a Legnano la classe operaia generasse ricchezza e profitti con il suo lavoro. Nel 1940 otto bambini su 100 non arrivavano al primo anno di vita. Nel 1861 morivano 224 bambini su 1000 nati vivi, nel 1915 erano 145.

Alla vigilia della guerra 2193 cittadini legnanesi erano inseriti nell’elenco dei poveri (6.5% della popolazione). Per la salute dei bambini ancora nel 1940 si mandavano poco più di 1000 bambini nella colonia elioterapica nel Parco dei Ronchi in Canazza. Tra le malattie più diffuse tra gli adulti la tubercolosi, le malattie infettive (difterite, polmonite), scarsa era invece l’incidenza dei tumori.

Gran parte delle abitazioni a Legnano erano le famose case di ringhiera: edifici a più piani costruiti attorno a un cortile con lunghi ballatoi (balconi) che dalle scale conducevano alle singole abitazioni. I servizi erano in comune e spesso nel cortile. Vantaggi: cura collettiva dei bambini ma assoluta mancanza di privacy (pettegolezzi, gelosie, piccoli sgarbi, odii radicati). Talvolta in quelle stesse case si allevavano i bachi da seta disposti su appositi ripiani e alimentati con le foglie dei gelsi esistenti nel cortile.

Curiosità

Qualche aspetto positivo: nel 1939 Legnano ebbe dalla Prefettura di Milano la medaglia d’argento per la lotta contro le mosche! Molto frequentati i bagni pubblici, come quello situato in via Pontida, da persone e famiglie che non disponevano di una stanza da bagno.

Tra i locali pubblici più frequentati c’erano 22 circoli vinicoli, 27 osterie, 45 trattorie, 8 parrucchieri da donna e ben 51 per uomo! (abitudine di radersi dal barbiere più volte la settimana), 31 sartorie per donna e 46 per uomo e poi i mestieri che non ci sono più: maniscalchi, zoccolai, sellai, ombrellerie, venditori di ghiaccio. La forte presenza di osterie e locali in cui si beveva era anch’essa espressione dello sfruttamento che subiva la classe operaia legnanese.

Gran parte della manodopera a Legnano era fortemente concentrata: più dell’80% degli occupati era dipendente da una delle imprese con oltre 100 dipendenti. Questa particolare concentrazione operaia avrà aspetti positivi quando si tratterà di partecipare ai grandi scioperi durante la guerra del marzo ’43 e ’44.

Arriva la guerra

La guerra arrivò con il discorso del 10 giugno 1940 di Mussolini da Palazzo Venezia. Il discorso di Mussolini fu ascoltato a Legnano davanti al palazzo del Littorio, oggi sede del comando di Polizia. Quando arrivò la guerra era molto diffusa la speranza che nel giro di qualche settimana la guerra sarebbe finita. Nel giugno del ’40 le vittorie della Germania facevano sperare nella fine imminente della guerra.

La guerra volle dire fin dai primi giorni, oltre ai richiamati, l’oscuramento notturno, il predisporre i ricoveri antiaerei, organizzare la mobilitazione civile: tutti maschi dai 14 ai 18 anni e tutte le donne dai 14 ai 45 anni dovevano essere a disposizione del Centro di Mobilitazione.

Il problema principale erano però i rifugi antiaerei. Numerosi rifugi vennero attrezzati presso le scuole elementari e le altre scuole. Ognuno poteva contenere circa 350-400 persone. Tante altre strutture pubbliche erano dotate di rifugi per altri 1300 posti. In totale erano disponibili 4500 posti nei rifugi. Poi c’era il problema dei rifugi privati che dovevano essere adattati o costruiti secondo norme precise. Si utilizzavano prevalentemente le cantine rafforzate ma molte case non avevano cantine. In totale i posti dovevano diventare 6000 ma nel 1942 erano poco più di mille. Meno male che Legnano non fu bombardata (tranne la bomba del 13 agosto del ’43, di cui parleremo), altrimenti con la penuria di rifugi il bilancio delle vittime sarebbe alto.

Nonostante tutto la vita della città non fu sconvolta dalla guerra nel primo anno come in gran parte d’Italia.

Il primo inverno di guerra

La guerra si fa sentire durante il primo inverno (‘39-40) con la mancanza del carbone. Nelle scuole bisogna fare i conti con temperature dai 5-6 gradi fino ai 10 a mezzogiorno. Scarseggia il carbone da riscaldamento. Si reagisce a Legnano e nel resto d’Italia con la chiusura delle scuole, con i doppi turni, le riduzioni di orario e i prolungamenti delle vacanze invernali.

Guerra vuol dire anche la diffusione del sistema delle carte annonarie, che inizia nel ’40 prima ancora dello scoppio del conflitto. Nel ’41 a Legnano si utilizzavano poco più di 30mila tessere per pane, 30mila per generi da minestra e per grassi, zucchero e sapone.

Il pane ne risente in qualità: accanto alla farina a grano si aumenta la quantità di crusca, poi si utilizza farina miscelata (75 parti di frumento, 25 di granoturco giallo). Si autorizza anche l’uso di purea di patate nella panificazione. Per i primi tre ani di guerra il pane costa 2.50 al kg. Le dosi giornaliere previste dalla tessera sono tra i 150-200 gr. per persona, con possibilità di aumento per i lavori pesanti. Poi la situazione alimentare precipiterà con il doppio sistema: quello legale delle tessere e quello clandestino del mercato nero.

Inizia la guerra

Con l’inizio della guerra Legnano dovette contare i primi morti. Già nel primo anno di guerra i morti erano 36. Tra coloro che rischiarono la morte al fronte ricorderei Carlo Borsani, poi figura di spicco della Rsi.

Borsani nacque nel 1917 figlio di un operaio della Tosi di fede socialista. Nonostante le difficoltà familiari Borsani studia al liceo e poi si iscrive a giurisprudenza ma deve fare i conti con l’arruolamento. Diventa sottotenente e combatte inizialmente in Francia e poi il suo reparto è trasferito in Grecia.

Nella notte tra l’8 e il 9 marzo 1941 Borsani fu ferito inizialmente da una scarica di mitragliatrice mentre andava all’attacco con il suo reparto. Mentre era portato dai compagni in luogo sicuro, lontano dai combattimenti, Borsani fu colpito gravemente da una bomba da mortaio e fu creduto morto: (da una relazione militare)“Borsani ha il tronco, la testa, le braccia, le gambe dilaniate da ventisei ferite. La granata gli ha aperto la scatola cranica e numerose schegge sono penetrate nel cervello”. Riuscì a riprendersi miracolosamente ma perse la vista. Inizialmente ebbe la medaglia d’argento poi commutata in medaglia d’oro al valore.

A Milano, al ritorno dal fronte, si iscrisse alla Facoltà di Lettere della Statale, si sposò e iniziò dall’ottobre del ’42 una propaganda patriottica nell’Associazione mutilati nelle scuole, per raccolta fondi, con conferenze e commemorazioni. In breve conobbe i vertici del regime. Lo incontreremo ancora in questa relazione soprattutto dopo l’8 settembre del ‘43.

Alcuni legnanesi furono inviati in Russia dapprima con il Csir (Corpo di spedizione italiano in Russia) e poi con l’estate del ’42 con l’Armir (Armata italiana in Russia).

Ricorderei Luigi Bonomi e Mario Pinciroli, i quali risultarono dispersi durante la terribile ritirata del dicembre ’42. Un altro legnanese medaglia d’oro fu il sergente maggiore Raoul Achilli. Morì nel tentativo di uscire da una sacca circondata da carri armati e soldati russi. Morì nel disperato tentativo di aprire per sé e per i propri soldati un varco dal quale proseguire la drammatica ritirata. Siamo nel gennaio del ‘43

Drammatico 1942

La guerra a Legnano non portò solo lutti, drammi e difficoltà varie, ma anche qualcosa di positivo seppure in forma indiretta. Mi riferisco alla apertura di una sezione del Liceo scientico a causa del forte aumento di popolazione durante la guerra. Si trattava di sfollati da Milano che dormivano a Legnano e raggiungevano Milano ogni giorno per lavorare. L’aumento della popolazione giovanile in età scolare portò nel maggio del ’43 alle prime lezioni liceali nell’Istituto Dell’Acqua. In quel momento gli iscritti erano 9.

Il 1942 vide la situazione generale peggiorare ulteriormente: mancanza di carbone, penuria di vino, negozi vuoti nonostante le tessere (due uova a testa nel mese di luglio ’42, un uovo in agosto), la razione di carne per abitante è 90-100 gr alla fine del ’42, il latte non arriva in città perché i camion non hanno benzina, non ci sono patate perché i contadini preferisco la borsa nera all’ammasso obbligatorio; nascono i primi orti di guerra, operazione più propagandistica che destinata ad alleviare le difficoltà. Tutto ciò spinge verso il mercato nero.

Si mangiava prevalentemente riso e patate. La pasta invece era scarsa. La scarsità di cibo spiega l’improvvisa scomparsa dei gatti dal territorio legnanese. Il fenomeno è così preoccupante che il Podestà intervenne con un’ordinanza in cui “si vieta l’uccisione dei felini per l’utilizzazione delle pelli e delle carni”. Scompaiono i gatti dalle strade e dai cortili ma anche gli alberi diminuirono in modo preoccupante durante l’inverno ’42-43. Si tagliavano di notte ed intere vie furono prive di alberi.

Alla vigilia del 25 luglio del ’43 la razione quotidiana era così composta: 100 gr di pane, 150 di latte, 14,6 gr (!) di pesce, 128 gr di frutta, 290 gr di verdura mentre uova, marmellata, salumi e polli erano spariti dal commercio. E il peggio doveva ancora venire.

La mancanza del carbone obbliga alcune grandi aziende a sospendere la produzione per tre mesi durante l’inverno del ’42-43 e così 7mila operai dovettero accontentarsi di un salario ridotto al 50%.

Le aziende reagiscono di fronte alle difficoltà della vita quotidiana dei loro lavoratori con distribuzioni di scarpe e copertoni di bicicletta grazie ai quali si andava subito nelle campagne del Novarese e del Vercellese per trovare generi alimentari. Al ritorno i posti di blocco della milizia fascista (rischio di sequestro) rappresentavano un incubo. Gli aumenti salariali erano subito falcidiati dall’inflazione.

Gli scioperi del marzo-aprile 1943

Gli scioperi del marzo ’43 non furono organizzati da sindacati e tantomeno dal Pci clandestino. Furono spontanei e nacquero per l’insostenibilità delle condizioni di vita nelle fabbriche, dai bassi salari, a causa della penuria alimentare e dai disagi dello sfollamento.

Nell’Alto Milanese gli scioperi arrivano intorno al 20 marzo. Le aziende leader negli scioperi sono la Comerio e la Venzaghi di Busto Arsizio, la Galdabini di Gallarate, l’Isotta Fraschini di Saronno mentre a Legnano sono in prima fila la Franco Tosi, la Tessitura Agosti, la 3M (Macchi-Mascheroni-Magnaghi).

Le richieste sono: il pagamento per tutti gli operai di un monte ore pari a 192 ore come indennità per i disagi derivati dalla guerra (in pratica una mensilità). Il governo fu costretto ad aumentare le paghe e questo avvenne il 21 aprile, Natale di Roma, per salvare la faccia.

25 luglio del ’43: cade il fascismo

La sera del 25 luglio gli italiani seppero dalla radio che il re e imperatore aveva accettato le dimissioni del cavalier Benito Mussolini. Dopo il voto negativo del Gran Consiglio del Fascismo nella notte tra il 24 e il 25 luglio, il re il 25 luglio fa arrestare Mussolini e lo sostituisce con Badoglio.

La reazione dei legnanesi ricalcò quella di milioni di altri italiani: gioia e speranza che le sofferenze della guerra avessero termine. A Legnano come nel resto d’Italia ci furono pochi episodi di violenza contro i fascisti. La rabbia popolare si concentrò contro i simboli del regime che vennero abbattuti e distrutti. Nel resto d’Italia in quei giorni si ebbero 80 morti, 500 feriti e 2000 arresti perché Badoglio/Roatta dette l’ordine all’esercito di sparare senza preavviso su gruppi di manifestanti.

Un barlume di democrazia si nota in quelle settimane perché dal confino e dalle cerceri ritornano molti antifascisti, tra cui Carlo Venegoni il quale torna all’attività politica ricostruendo la Camera del Lavoro mentre venivano ripristinate nelle fabbriche le Commissioni interne.

Nel frattempo si infoltiva a Legnano come nel resto d’Italia la presenza tedesca in previsione del “tradimento” imminente: già dal dicembre ’42 la caserma di via Cadorna era stata occupata da reparti germanici i quali tra le tante cose non rispettavano le norme sull’oscuramento. Un reparto della Protezione Antiaerea si era invece istallato nella colonia elioterapica dei Ronchi, anche qua con abusi come l’utilizzo delle cucine della colonia e il vezzo di pretendere di pagare con moneta germanica. Dovette intervenire il comandante del Presidio militare a Legnano ma con scarsi risultati

Bombe a Legnano

Anche Legnano subì gli effetti dei bombardamenti anglo-americani. Cadde su Legnano una sola bomba ma fu una tragedia. Il 13 agosto del ’43, quando Milano subì attacchi devastanti, una bomba cadde all’incrocio tra via Galvani e via Moscova intorno alle due di notte.

Le vittime ufficiali furono esattamente trenta con parecchi feriti. Tragica la sorte dei figli della famiglia Totè: morirono nello scoppio quattro dei sei figli della coppia. Attilio aveva solo tre anni.

Come potè accadere uno scempio simile? È necessario dire che le famiglie di questa zona di Legnano (case popolari e villette della Cantoni) erano abituate in caso di allarme aereo a lasciare le proprie case per la totale mancanza di rifugi. Nel momento dell’impatto le persone coinvolte nello scoppio stavano raggiungendo i boschi che si estendevano al di là del Dopolavoro della Cantoni (oggi Bi-Fit). Un’altra bomba cadde nel rione Olmina fortunatamente senza conseguenze.

Il pilota inglese che sganciò la bomba apparteneva a uno dei 504 Lancaster o Halifax che martoriarono quella notte il centro di Milano. Probabilmente si trattava di due bombe non sganciate sul centro di Milano di cui era meglio disfarsi prima di iniziare il viaggio di ritorno verso le basi in Puglia.

Per nostra fortuna a Legnano non ci furono mai bombardamenti veri e propri, solo alcuni mitragliamenti con poche vittime all’inizio del ’45.

8 settembre

Non è facile dare l’idea di cosa è stato l’8 settembre del 1943 in Italia. Una efficace metafora potrebbe essere un terremoto terrificante che distrugge dalle fondamenta ciò che appariva logorato dalla guerra.

Mi riferisco allo Stato italiano fascista impegnato in quel momento in un guerra dove l’impreparazione dell’esercito era emersa in tutta la sua gravità. Basta pensare che nell’estate del ’43 l’Africa orientale era stata persa già da due anni mentre l’Africa settentrionale era stata evacuata nel maggio dello stesso anno dalle truppe italo-tedesche. L’impero mussoliniano ormai non esisteva più e il territorio nazionale era stato invaso dagli Alleati (sbarco in Sicilia, 10 luglio ’43).

Il giorno del proclama di Badoglio ( 8 settembre) Mussolini non era più alla guida dell’Italia dopo il voto contrario del Gran Consiglio del fascismo il 25 luglio e il successivo arresto da parte del re. Mentre il maresciallo Badoglio si accingeva a registrare presso l’EIAR il messaggio attraverso cui l’Italia cercava maldestramente di uscire dal conflitto, Mussolini era prigioniero in un rifugio alpino ai piedi del Gran Sasso ignaro di quanto stava per succedere.

Quell’ 8 settembre di settant’anni anni fa era una giornata come tante altre. Alle ore 19.45 alla radio si sentì la voce forzatamente retorica del maresciallo Badoglio:“Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Einsenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

All’annuncio dell’armistizio dovunque, al fronte e nelle città, ci furono grandi manifestazioni di giubilo. Per i soldati è chiaro: la guerra è finita e ora dobbiamo pensare subito a tornare a casa. Chi ha visto il film “Tutti a casa” (di Luigi Comencini, 1960) con Alberto Sordi ricorderà sicuramente il clima di esultanza in una caserma di Roma rotto quasi subito dal repentino intervento tedesco volto a disarmare i soldati.

Soldati e ufficiali di Legnano vittime dell’8 settembre

La dissoluzione dell’esercito coinvolse anche alcuni soldati legnanesi in quel momento operanti in diversi contesti militari. Per alcuni fu possibile il ritorno a casa spesso fortunoso, per altri ci fu la prigionia in Germania o altrove. Sarebbe necessario tanto tempo per narrare storie individuali spesso fatte di coraggio, ardimento, paure. Purtroppo possiamo solo citare dei nomi.

Achille Carnevali (classe 1923) dalla Dalmazia riuscì con mezzi di fortuna ad arrivare in Italia e poi a Legnano rischiando più volte di essere arrestato da reparti tedeschi che davano la caccia ai soldati italiani che cercavano di camuffarsi con abiti civili. A Legnano poi Carnevali entrò nella Resistenza cattolica

Roberto Martarelli (classe 1921) riuscì invece a riparare nell’Italia del Sud dove era operante l’autorità del nuovo governo Badoglio protetto dagli anglo-americani. Martarelli entrò a far parte del ricostituito esercito regio che fu dapprima chiamato Corpo Italiano di Liberazione il quale nel 1944 potè contare sul Gruppo di Combattimento Legnano. Destino analogo per il legnanese Antonio Branca il quale combattè l’8 dicembre 1943 a Montelungo (a sud di Cassino). Fu la prima battaglia in cui venne schierato il CIL. Il caporal maggiore Branca morì in quella battaglia meritando la medaglia d’argento al valor militare.

Luigi Caironi, presidente della Famiglia Legnanese, l’8 settembre cercò con il suo reparto nei pressi del Po di contrastare i tedeschi ma fu rapidamente disarmato. La sua destinazione fu lo Stammlager di Hammerstein in Pomerania. Potè tornare in Italia solo a guerra finita. Stesso destino per Vittorio Jelo, disarmato vicino a Piacenza, caricato su un carro bestiame nello stesso campo di Caironi. Costantino Colombo, appartenente anche lui allo stesso reparto di Jelo, finì in un lager vicino condividendo con gli altri legnanesi il freddo, la fame, le malattie, il duro lavoro e il costante disprezzo dei tedeschi che vedevano nei militari internati i “traditori” dei camerati tedeschi.

Colombo organizzò con altri deportati gruppi di studio all’interno del lager:“Parlavamo di filosofia, arte e meccanica. I tedeschi ci stavano uccidendo minuto dopo minuto, ma non volevamo che ci privassero anche della nostra dignità. Imparavamo qualcosa tutti i giorni, visto che ogni giorno per tutti noi sarebbe potuto essere l’ultimo”.

Italo Campanoni si trovava ad Atene e seguì il destino di molti altri italiani: 615.000 per l’esattezza, che dopo l’8 settembre finirono in Germania e Polonia per lavorare nell’industria bellica tedesca. Campanoni fu deportato in un campo di lavoro vicino a Monaco di Baviera.

Stesso destino per gli ufficiali. Il sottotenente Giuseppe Biscardini fu catturato presso Antibes, rifiutò ogni forma di collaborazione con i tedeschi e finì a Tarnopol in Polonia. Un altro legnanese il capitano Lorenzo Ranelli (classe 1909) , medico, fu catturato dai tedeschi in Grecia finì in un lager vicino a Vienna. Giacomo Landoni, sopravvissuto al massacro della divisione Acqui a Cefalonia, fu deportato a Konigsberg (la città di Kant) a rimuovere le macerie dei bombardamenti.

Scelta controcorrente fu quella di Renato Fedeli, classe 1923, il quale si arruolò con l’esercito di Salò combattendo fino alla fine della guerra con il X battaglione alpino. Non fu l’unico legnanese che scelse di mantenere l’alleanza con i tedeschi, ma per altre persone le fonti sono lacunose.

Nelle mani degli Alleati

Diverso fu il destino di altri legnanesi i quali furono catturati prima dell’8 settembre dagli anglo-americani e quindi furono deportati in Africa, in India, in Sudafrica o negli Stati Uniti. Questo è il caso di Augusto Marinoni, catturato in Tunisia nel maggio del ’43 e trasferito a Hereford in Texas. Come sappiamo dopo la guerra Marinoni divenne uno degli studiosi di Leonardo da Vinci più apprezzati a livello internazionale.

Dobbiamo a Marinoni una delle testimonianze più significative, anche per la forza del linguaggio, della deportazione degli italiani nei vari campi di concentramento. Negli Stati Uniti scrisse su un taccuino (“Snapshots”, Istantanee) le sue impressioni:

“Appena partito divenni una cosa minima nel soffio di una forza immensa. Un continuo rotolare in treno, aeroplano, autocarro: gettato nella sabbia per mesi: la fame, la sete, il caldo, il freddo, la sporcizia e gli insetti, il vento e la polvere, il sole e la febbre; gli sputi, i fischi, gli spari del vincitore su noi inermi. Poi l’Atlantico, attraversato nel fondo di una stiva come carico inerte… Anche qui a Hereford, in apparente tranquillità, col cibo sufficiente, l’acqua per le pulizie, il letto per dormire, siamo sempre cose: non si vive, o si vive solo passivamente, soffrendo. Le ferite non si imprimono più sul corpo: si lacera lo spirito” (R. Marinoni Mingazzini, “Augusto Marinoni: l’uomo e lo studioso”, in “Hostinato rigore”. “Leonardiana in memoria di Augusto Marinoni”, a cura di P. C. Marani, Città di Legnano, 2000, p. 15).

Daniele Trezzi, fatto prigioniero in Africa come Marinoni, finì invece in un campo in Scozia. È inutile dire che tra i campi di prigionia tedeschi e anglo-americani c’era una bella differenza!

Il passaggio di poteri a Legnano tra le autorità italiane e germaniche avvenne tra il 9 e il 10 settembre senza colpo ferire. I soldati di stanza a Legnano si arresero immediatamente come avvenne in molte altre località italiane. Già l’11 il colonnello Lindau assunse il comando in città alloggiando nella palazzina della GIL di via Milano 15.

Da sottolineare che alcune delegazioni di lavoratori della Franco Tosi chiesero alle autorità militari di Legnano di essere armate contro i tedeschi. Questo avvenne il 9 settembre, poco prima dell’intervento germanico. A loro fu opposto un netto rifiuto, così come avvenne in molte altre città italiane in cui agli operai fu impedito di difendere fabbriche e città. Evidentemente facevano più paura gli operai armati rispetto alle truppe tedesche.

Due legnanesi lontani da Legnano, due scelte antitetiche

Capitò i  quei giorni che due legnanesi si incontrassero lontani da Legnano, seppure su versanti diversi. Giacomo Landoni come detto è un militare della divisione Acqui che venne deportato a Konigsberg, l’antica città del filosofo Kant. Le condizioni di vita sono facilmente immaginabili: freddo e fame. Ma un giorno Landoni vide e ascoltò Carlo Borsani in quel lager. Leggo la sua testimonianza: “La fame è una di quelle degradazioni che fanno fare gli atti più inconsulti. E allora era venuto il cieco Borsani che veniva a fare propaganda per la Repubblica di Salò e chi aderiva lo mettevano dall’altra parte del reticolato e noi non mangiavamo niente e di là pastasciutta e tutto il ben di Dio. E tanti l’han fatto per risolvere il problema di venire in Italia. La stragrande maggioranza però non ha accettato”.

Il tempo delle scelte: i fascisti

L’8 settembre fu per una minoranza di italiani il tempo delle scelte. Era necessario schierarsi da una parte o dall’altra mentre la maggioranza degli italiani rimase “alla finestra” in attesa di svolte decisive facendo i conti ogni giorno con le difficoltà della guerra, gli allarmi aerei, le case distrutte, la borsa nera e tutto il resto. Non c’è da stupirsi: da sempre la lotta politica è frutto di minoranze che cercano di attivare le grandi masse.

Chi non ebbe dubbi rispetto al terremoto dell’8 settembre fu ancora Carlo Borsani il quale in quel periodo era sfollato con la famiglia lontano da Milano. Quando sentì alla radio il proclama di Badoglio non ebbe dubbi: tornò a Milano e raccolse intorno a sé i mutilati di guerra. Al ritorno di Mussolini dalla prigionia del Gran Sasso e dalla Germania si mise  a disposizione del nuovo fascismo repubblicano fino a diventare uno dei simboli di Salò.

È facile oggi criticare Carlo Borsani per il suo fanatismo, per la propaganda a favore della guerra italo-tedesca fino all’ultimo giorno della sua vita. Però fare storia vuol dire cercare di capire le motivazioni dell’avversario, sine ira et studio. Ci fu una minoranza di giovani che di fronte al disastro dell’8 settembre sentì il dovere di difendere l’onore militare e l’onore di un popolo. Si chiedevano, “ma ora che ne facciamo dei nostri camerati morti in Albania, in Grecia, in Africa? Possiamo dire a loro, scusate, ci siamo sbagliati, ora siamo dalla parte giusta mentre voi eravate dalla parte sbagliata?”.

All’interno di Salò ci fu un po’ di tutto: gli idealisti come Carlo Borsani, Carlo Mazzantini e altri; i torturatori come la banda Kock, la banda Carità; i reparti di italiani schierati con le SS e responsabili delle terribili stragi che insanguinarono l’Italia nel ’44 e ’45. E poi tanti approfittatori che se la squagliarono al momento giusto, spesso non pagando in alcun modo la loro collaborazione con il fascismo repubblicano. In ogni caso idealisti, torturatori, approfittatori, simplici soldati, astuti politici, persone che combatterono per Mussolini senza neppure scegliere… tutti stettero dalla parte sbagliata, che era quella dell’alleanza con la Germania nazista, con la dittatura, con l’oppressione, dalla parte dello sterminio ebraico e di milioni di civili di tutta l’Europa.

Quindi anche il giudizio politico su Carlo Borsani deve essere negativo ma non per questo possiamo ignorare il suo idealismo e le motivazioni che lo spinsero a impegnarsi in prima persona nel fascismo repubblicano fino a pagare di persona con la fucilazione a Milano ad opera di partigiani nelle giornate convulse dopo il 25 aprile.

Un altro giovane che si schierò dalla parte di Borsani fu Renato Galliverti. Nato nel 1929 aveva quindi 14 anni (!) nel momento del ‘43. Diventò poi segretario a Legnano del MSI. I duri, invece, furono rappresentati dai tre fratelli Montagnoli a capo delle Brigate Nere di Legnano “Aldo Resega”.

Pochi mesi dopo il neonato Partito fascista repubblicano si insediò a Palazzo Littorio (oggi Palazzo Italia) ereditando la sede dal precedente Pnf. La Gnr si insediò in via Alberto da Giussano (il circolo dei signori, oggi sala bingo), gli uffici di polizia trovarono spazio a Palazzo Malinverni mentre il comando tedesco trovava posto nella palazzina di Via Milano prima sede della GIL. Il grosso delle truppe invece stazionava nell’autocentro (?) della caserma in via Cadorna.

Il momento delle scelte: le origini della Resistenza

Il momento di scegliere da che parte stare investì anche i giovani che per lavoro, educazione politica e altro avevano maturato una forte avversione nei confronti del fascismo responsabile della guerra e di tutto ciò che aveva provocato.

Uno di loro fu Arno Covini, nato nel 1923 in una famiglia anarchica. Era nato nelle case Tosi di via Pisacane, nello stesso cortile dove abitavano i Venegoni e tanti altri operai. Franco Landini fu assunto come apprendista operaio alla Franco Tosi nel 1942 e fu coinvolto negli scioperi del ’43 e ’44 maturando rapidamente una vocazione politica antifascista. Anche lui era nato in una famiglia antifascista. Piera Pattani, poi importante “staffetta” partigiana a Legnano, frequentò a lungo lo stesso cortile di Arno Covini e dei Venegoni finendo per assimilare i discorsi e le ideologie.

Altra figura importante dell’antifascismo legnanese fu Samuele Turconi (1923), proveniva da una famiglia di contadini che viveva nel quartiere Mazzafame. Militare nell’esercito italiano Turconi rischiò la deportazione in Germania dopo la dissoluzione dell’esercito l’8 settembre. Tornato a casa entrò subito nella clandestinità “perché non avevamo altra scelta per liberare la nostra terra dalla dittatura e dai tedeschi. Anche se già ognuno di noi aveva delle idee politiche, la politica venne dopo”. Francesco Crespi (1925), a lungo legato all’Anpi di Legnano, fu un’altra figura che scelse l’antifascismo attivo. Severino Losa conobbe Mauro Venegoni e ne fu affascinato dalla sua personalità.

Non si potrebbe narrare la storia della Resistenza a Legnano senza dare il giusto spazio ai fratelli Venegoni. È inutile dire che si tratta di figure di livello nazionale.

Carlo era il più anziano (1902). Aveva quindi 41 anni nel ’43. Mauro aveva un anno in meno e poi Piero e Guido. Carlo e Mauro erano già attivi a Legnano durante la “settimana rossa” del 1914 (!). Carlo nel 1920 fu tra i leader dell’occupazione della Cantoni e fu tra gli aderenti al Pcd’I nel gennaio del ’21. Conobbe Gramsci e fece parte con la delegazione italiana nel 1924 al V congresso dell’Internazionale comunista a Mosca. Nel ’27 venne condannato dal Tribunale speciale a dieci anni di reclusione.

Mauro dopo un anno e mezzo di carcere emigrò in Francia nel 1929 e da qui passò in Unione Sovietica dove frequentò l’università leninista di Mosca. Il contatto con lo stalinismo fece maturare in Mauro una forte avversione nei confronti dell’Unione Sovietica pur rimanendo comunista e anzi agitando fino alla sua morte la bandiera del marxismo-leninismo. Mauro e Carlo da veri “rivoluzionari di professione” tornarono in Italia nel 1940 per essere subito arrestati e condotti al confino fino alla caduta del fascismo nel 1943. La loro azione nel ’44 esula dalla nostra relazione così come il barbaro assassinio di Mauro a Cassano Magnago nell’ottobre del ’44 opera di Brigate Nere (?).

Altri antifascisti provenienti questa volta da esperienze cattoliche furono Giuseppe Bollini e Marcello Colombo. Per sfuggire alla “cartolina precetto” Bollini scelse di unirsi a formazioni partigiane operanti nell’Ossola. In lui agivano valori e ideali cattolici che lo spingevano a rifiutare una guerra ingiusta e barbara. In circostanze diverse Bollini e Colombo furono uccisi dai fascisti e pagarono con la morte i loro ideali. Altra figura importante fu don Carlo Riva, parroco dell’oratorio di San Domenico, il quale fu il vero padre spirituale di tanti giovani cattolici legnanesi che avvertivano l’esigenza di lottare.

Nel 1944 avremo la deportazione degli operai della Tosi, la deportazione in Germania di tanti altri lavoratori di Legnano in occasione degli scioperi che scossero tutto il 1944. Nel ’44 ci sarà la barbara uccisione di Mauro e tanti altri episodi legati alla resistenza nella nostra città. Ma questa è un’altra storia, che vedremo insieme l’anno prossimo proprio qui al Leone da Perego in occasione del 25 aprile.

Non è facile concludere una relazione come questa così ricca di fatti, eventi, personaggi in cui però emerge una collettività, quella legnanese, viva, pulsante, dinamica, che affronta la guerra con coraggio, determinazione, subisce oltraggi, ferite, soffre ma conserva sempre la dignità. La dignità del lavoro, dell’impegno quotidiano nella propria famiglia e a favore della collettività in cui si vive.

A queste persone, alle loro famiglie, vogliamo dedicare queste ultime immagini e una canzone che è un po’ il simbolo di Legnano e della Legnano operaia di quei tempi.

http://www.youtube.com/watch?v=rjVv5DvImfg