Novant’anni fa la Marcia su Roma

Novant’anni fa la Marcia su Roma.

Le origine della dittatura in Italia

È inutile dire che il 28 ottobre del 1922 è una delle date più importanti nella storia d’Italia. Abbiamo colto l’occasione del novantesimo per studiare che cosa è stata la marcia su Roma al di là dei pregiudizi e delle leggende di parte.

Quando ci chiediamo che cosa ha permesso a un piccolo partito come quello fascista (nato nel ’21) di prendere il potere (teniamo conto che nelle elezioni del ’21 il partito fascista ha solo 35 deputati su 535), quando ci chiediamo cosa ha favorito un uomo, Mussolini, ex socialista, fino a poco prima antimonarchico e anticlericale, nell’ottenere il potere, nelle immagini che abbiamo visto si vedono due fattori importanti: il re e l’esercito rappresentati da Armando Diaz e Paolo Thaòn di Revèl, rispettivamente ministro della Guerra e della Marina nel primo governo Mussolini. Più avanti vedremo anche il ruolo giocato dagli industriali e dal vaticano.

Il perché corona ed esercito abbiano favorito Mussolini e il fascismo nella presa del potere, è uno degli argomenti di questa sera.

Vediamo subito i fatti

La mobilitazione delle camicie nere per occupare Roma avviene alla fine del Congresso di Napoli in cui viene lanciata la parola d’ordine “Tutti a Roma”. È il 24 ottobre del 1922.

Mentre Mussolini si reca a Milano per evitare un possibile arresto (fuga in Svizzera), circa 30-40mila fascisti provenienti da ogni parte d’Italia cercano di convergere a Roma.

Piove molto in quei giorni e c’è poco coordinamento tra le diverse colonne. Alcune colonne arrivano a 20-30 km da Roma ma trovano l’esercito a fermarli.

Mentre molte camicie nere bivaccano sotto l’acqua, Mussolini riceve a Milano un telegramma del re in cui lo invita  a recarsi a Roma per ricevere l’incarico di formare un governo. È il 29 ottobre.

Mussolini arriva a Roma la mattina dopo in vagone letto, incontra il re e da lui ottiene (come prevede lo Statuto Albertino) l’incarico di formare un nuovo governo dopo le dimissioni del precedente guidato dal giolittiano Luigi Facta. Solo a questo punto l’esercito toglie i reticolati intorno a Roma e le colonne fasciste possono entrare in città e sfilare davanti al re al Quirinale il 31 ottobre.

Fu una rivoluzione?

Che cosa è stata nella realtà la Marcia su Roma? Fu una rivoluzione? Circola ancora con frequenza, anche nei testi scolastici, l’idea che Marcia su Roma sia stata un colpo di Stato, oppure qualcosa di molto simile, attuato con la mobilitazione di decine di migliaia di fascisti armati, realizzato da Mussolini e dalle sue camicie nere contro la volontà degli apparati statali.

Una tesi che trova corrispondenza con quanto Mussolini disse in quei giorni: si trattava per lui di una vera e propria rivoluzione armata manu che chiudeva un periodo storico e ne apriva un altro. Anche nel neofascismo di oggi la Marcia su Roma è una “rivoluzione gloriosa”, vinta sul campo di battaglia.

Sgombriamo il campo da possibili equivoci: non fu un colpo di stato e quindi nemmeno una rivoluzione: fu semplicemente un atto di forza compiuto da Mussolini e dai suoi sodali che si concluse al meglio per il fascismo grazie alla complicità fondamentale del re, dei poteri dello Stato, della classe politica liberale e della classe imprenditoriale.

Come disse Giolitti, in un discorso del 1924, Mussolini era stato nominato capo del governo seguendo la costituzione (lo Statuto), aveva prestato giuramento al re e alla Costituzione e presentato il suo programma al Parlamento, al quale aveva chiesto e ottenuto pieni poteri. Quindi il tutto avvenne all’interno della legge.

A questo punto torna di nuovo la domanda: perché il re dette l’incarico a Mussolini di formare il nuovo governo (nonostante le violenze di cui il fascismo si era macchiato nei due anni precedenti)? Fino a quel momento Mussolini era a capo di un partito assolutamente minoritario in Parlamento (35 deputati su 535).

E perché la classe dirigente liberale dette fiducia a un uomo che non faceva mistero di disprezzare il Parlamento e le istituzioni liberali? Perché quindi la classe dirigente italiana del tempo si “suicidò” accettando un governo autoritario nel ’22, il delitto Matteotti nel ‘24 e la dittatura con i provvedimenti del ‘26?

Per rispondere a queste domande è necessario iniziare il discorso con quanto avvenne alla fine della prima guerra mondiale. Quindi il punto di partenza è il 4 novembre del 1918: il giorno della Vittoria.

Il primo dopoguerra. Fiume e Dalmazia

Cominciamo con il dire che la la prima guerra mondiale che iniziò per l’Italia il 24 maggio del 1915 fu una enorma carneficina: 680mila morti ai quali dobbiamo aggiungere 500mila di morti a causa della “spagnola” (un milione e 200mila morti) più mezzo milione di invalidi.

Il numero delle vittime appare assolutamente sproporzionato rispetto ai nuovi territori che diventarono italiani alla fine del conflitto.

Nel complesso la guerra provocò 20 milioni di morti compresa la “spagnola” (epidemia influenzale). Un enorme tributo di sangue per una guerra scatenata dagli interessi economici, politici delle maggiori potenze europee prima e poi mondiali.

Come sappiamo l’Italia vince la prima guerra mondiale alleata con Francia, Inghilterra e Stati Uniti contro Germania e Impero austro-ungarico. Ma subito si crea la psicosi del paese che ha perso la guerra con il mito della “vittoria mutilata” creato da D’Annunzio già il 24 ottobre del ’18 (la guerra non era ancora finita!) con la “Preghiera di Sernaglia”:

“Vittoria nostra non sarai mutilata. Nessuno può frangerti i ginocchi né tarparti le penne” (Corriere della Sera).

Perché “vittoria mutilata”? perché l’Italia nella conferenza della pace a Versailles ottiene Trento e Trieste (si completa il Risorgimento), ottiene Bolzano fino al Brennero (territorio non italiano), ottiene l’Istria (maggiore presenza di popolazione slava) ma non la Dalmazia e soprattutto la città di Fiume (Rjeca, oggi città croata).

Il Patto di Londra aveva indicato la Dalmazia in caso di vittoria (non Fiume), ma ora non c’era più l’impero austro-ungarico che si era dissolto alla fine della guerra: erano comparsi nuovi stati tra cui la Jugoslavia, anzi il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

La Dalmazia non poteva essere italiana perché avrebbe impedito al nuovo Stato uno sbocco sul mare. E poi c’era il caso di Fiume, città sicuramente italiana, ma circondata dagli slavi.

Il rifiuto di Wilson, Clemanceau e Loyd George di dare all’Italia la Dalmazia e Fiume offuscò la vittoria, sembrò che il grande sacrificio di sangue fosse stato vano.

In realtà quanto ottenne l’Italia a Versailles poteva appagare le mire espansionistiche della classe dirigente e dei circoli nazionalisti, ma nel clima infuocato del dopoguerra il “bottino” sembrò una umiliazione nazionale.

Quindi i nazionalisti furono i primi a creare notevole scontento in Italia.

L’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio (settembre ’19-dicembre ’20) mostrò chiaramente a tutti la debolezza del governo italiano (Nitti), in quel momento incapace di riportare l’ordine in una città che la Società delle Nazioni voleva che fosse Stato libero, non italiano né jugoslavo.

Al problema di Fiume e della Dalmazia si sommano problemi più seri:

–         il ritorno di masse di soldati, soprattutto contadini, a cui dopo Caporetto era stata promessa la terra in proprietà. È inutile dire che non ottennero nulla o quasi dal governo

–         il difficile inserimento nella società di ufficiali subalterni che in guerra aveva comandato uomini e ora sono o disoccupati oppure devono adattarsi a umili impieghi e modesti stipendi

–         molti ex soldati sono operai del Nord i quali devono fare i conti con la forte disoccupazione del 1919-20 perché ormai la guerra è terminata e le commesse belliche sono cessate. Molte grandi aziende licenziano grandi masse di lavoratori perché la riconversione dalla produzione bellica a alla produzione civile provoca imponenti ristrutturazioni

altri problemi che creano una situazione che si incancrenisce ogni giorno di più sono:

–         il deficit statale cresciuto paurosamente durante gli anni della guerra

–         il debito pubblico appare incontrollabile (è cresciuto 6 volte dal ‘14)

–         crescono fortemente le tasse necessarie per contenere il debito statale, pagate esclusivamente dalle masse popolari

–         la svalutazione della lira con l’inevitabile inflazione e aumento dei prezzi e delle tariffe. La lira nel ’19 vale 1/5 rispetto al ’14 (crollo della lira)

–         l’aumento del costo della vita è più di 5 volte rispetto al ’14. Nel ’19 le folle assaltano negozi e magazzini o addirittura impongono ai negozianti i prezzi da praticare per evitare la distruzione del negozio

Ne fanno le spese le masse popolari (contadini e artigiani e operai) e soprattutto la classe media (piccoli industriali, piccoli proprietari terrieri, statali, impiegati…), che non riescono ad adeguare i loro redditi al “carovita”.  Non a caso la classe media fornirà al fascismo la necessaria base di massa.

Mussolini, 1919

Mussolini all’inizio del 1919 è un uomo che non sa ancora che cosa gli riserverà il futuro (si definisce l’”uomo che cerca”). È stato uomo di punta del PSI dal 1912 fino a diventare direttore dell’Avanti!” (quotidiano del Partito socialista), ma poi era stato espulso dal partito nell’ottobre del ’14 per aver preso posizione a favore della guerra. Diventa da quel momento proprietario del “Popolo d’Italia” con il quale assume accenti nazionalistici durante la guerra.

Nel marzo del ’19 la svolta: Mussolini propone dalle colonne del suo giornale la costituzione dei “Fasci di movimento” che sarebbe avvenuta il 23 marzo a Milano in Piazza San Sepolcro nei locali dell’associazione industriali di Milano. È un flop: solo 200 persone aderiscono all’iniziativa, prevalentemente reduci frustrati, dannunziani, ex arditi, nazionalisti, giovani intellettuali disoccupati espressione delle tendenze più confuse. Tra di loro c’è anche Marinetti il quale propone lo “svaticanamento” del papa dall’Italia!

Viene elaborato un programma d’azione che appare però più di sinistra che di destra:

–         voto alle donne

–         abbassamento dell’età per poter votare a 18 anni

–         abolizione del Senato

–         partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’azienda

–         salario minimo

–         terra ai contadini poveri

–         otto ore di lavoro

–         nazionalizzazione dell’industria bellica

–         confisca del patrimonio ecclesiastico

–         tassa sui ricchi (patrimoniale) e sui profitti di guerra

–         repubblica

Con questo programma probabilmente Mussolini crede di poter strappare le masse al Psi, ossia attrarre a lui le masse socialiste nel quadro di un programma che in realtà guarda ai movimenti di destra dell’epoca: nazionalisti, futuristi, ex arditi, dannunziani-fiumani.

In ogni caso è errata la tesi di chi dice che il fascismo nacque a sinistra e poi andò a destra perché Mussolini fu debole nei confronti delle correnti ( i ras) che spingevano a favore di una alleanza con la borghesia agraria-industriale e i ceti medi.

Ascoltando i tanti interventi disordinati e confusi dei partecipanti, quel 23 marzo del ’19 nessuno avrebbe scommesso nulla sul movimento di Mussolini. La stampa quasi non ne parla. Alle elezione del ’19 il movimento ottiene 4000 voti e nessun deputato! Alle elezioni del ’19 il movimento ottiene in tutta Italia solo 4000 voti e nessun deputato! Tra questi 4000 voti, sette sono di Legnano! I socialisti di Legnano ottengono 3088 voti, i popolari (cattolici) 989.

Un fallimento. Infatti Mussolini pensa di lasciare la politica e di dedicarsi ad altro.

Però c’è un fatto significativo: proprio a Milano un mese dopo un gruppo di ex arditi (studenti del Politecnico di Milano, quasi tutti reduci di guerra) dà l’assalto alla sede dell’Avanti” e la distrugge (15 aprile ’19). È un fatto isolato ma significativo. Nessuno coglie però quello che sarebbe accaduto di lì a poco: lo scatenarsi della violenza fascista.

L’Italia diventa ingovernabile

Cerchiamo di capire quali sono stati i fattori che hanno permesso nel giro di pochi anni a Mussolini di ribaltare la situazione: da movimento confuso e di nessun peso politico a partito che attua la presa del potere.

Nel 1919 c’è un evento di particolare importanza: le elezioni nazionali che cambiano totalmente il tradizionale quadro politico.

Fino a quel momento il partito liberale aveva tenuto le redini del Paese dal 1861 in poi. Gli eredi di Cavour avevano retto il Paese con i governi della Destra di Rattazzi, Ricasoli, Minghetti. Poi la sinistra liberale aveva governato con Depretis, Crispi fino all’arrivo al potere di Giovanni Giolitti che assicura al Paese un periodo di relativa stabilità (età giolittiana, dall’inizio del Novecento fino al 1914).

Ora invece la guerra e la realtà difficile dell’immediato dopoguerra scompaginano la situzione. Con le elezioni del ’19 il Psi fa un balzo da gigante con il 32% dei suffragi e 156 deputati; il Partito Popolare di don Sturzo (vera novità del quadro politico) ottiene il 20% e 100 deputati.

Nasce una situazione di ingovernabilità perché i liberali non hanno più la maggioranza e Orlando, Nitti, Bonomi, Giolitti, Facta non possono creare maggioranze stabili.

Infatti sarebbe stato impossibile immaginare un governo con liberali e socialisti oppure cattolici e socialisti insieme.

I socialisti erano anticlericali da sempre e ora fautori della rivoluzione sovietica in Italia mentre i cattolici avevano sempre avversato le tendenze laiche del Psi.

L’unica possibilità era un’alleanza tra liberali e cattolici ma anche il partito di don Sturzo era diviso al proprio interno tra coloro che volevano la collaborazione con i liberali (De Gasperi) e coloro che l’avversavano oppure erano alleati poco fidabili (don Sturzo). In ogni caso il peso del Vaticano nel nuovo partito era molto forte e il Vaticano diffidava della democrazia liberale e di quella classe dirigente liberale, erede del Risorgimento, responsabile di Porta Pia.

** Tra i fattori che porteranno alla presa del potere di Mussolini c’è anche questo: l’ingovernabilità del Paese con sette governi in solo 4 anni! Orlando, due governi Nitti, Giolitti, Bonomi, e due governi Facta.

La monarchia appariva abulica e non in grado di indirizzare gli avvenimenti.

Pesava in questo momento la debolezza storica della classe politica in Italia che non era mai riuscita a formare maggioranze stabili con un partito al governo e un partito forte all’opposizione, come avveniva nei Paesi più evoluti. L’unico partito era quello liberale e le lotte politiche avvenivano all’interno di esso tra i leader più importanti.

La debolezza economica dell’Italia, la forte presenza di proprietari terrieri e di avvocati nella classe dirigente, il diritto di voto concesso a pochi o pochissimi avevano impedito alla classe politica di crescere e di porre le basi del governabilità dell’Italia. E ora, di fronte al marasma del dopoguerra, i nodi vengono al pettine.

Il Biennio Rosso / Il “diciannovismo” (Nenni)

Ad aggravare la situazione vi è quello che è stato definito il Biennio Rosso (1919-1920) in cui il movimento operaio-contadino è sul piede di guerra contro gli industriali e i proprietari terrieri.

Le cause di fondo:

–         L’inflazione galoppante che riduce il valore dei salari

–         Aumenta quindi fortemente il costo della vita

–         Aumenta il tasso di disoccupazione (riconversione industriale)

–         Sono in difficoltà alcune categorie del ceto medio come gli impiegati (reddito fisso)

Alcuni dati mi sembrano più che significativi:

– Il Psi che nel ’18 aveva 24mila iscritti, nel 1920 aveva 208mila

– la CGDL che nel ’18 aveva 250.000 iscritti, un anno dopo ne ha 2.150mila; la cattolica CIL (Confederazione italiana dei lavoratori) e la UIL (Unione italiana lavoratori) hanno altri 1.300.000.

In totale sono circa tre milioni e mezzo i lavoratori sindacalizzati nel dopoguerra e questo si traduce in scioperi di intere categorie, proteste quotidiane nelle grandi fabbriche, manifestazioni di disoccupati o di lavoratori che chiedono adeguamenti significativi del salario al carovita.

I dati sugli scioperi sono segnalano un forte protagonismo da parte delle masse popolari: nel ’19 gli scioperanti sono 1 milione e 500mila persone (di cui mezzo milione di braccianti); nel ’20 il numero sale a 2.300.000 di cui 1 milione solo nelle campagne. Il numero degli scioperi è 2000 (“scioperomania”).

L’epicento degli scioperi è la Valle Padana ( braccianti, mezzadri) dove poi più forte risulterà la reazione fascista. In alcuni casi ci furono violenze da parte dei lavoratori ai danni dei padroni. Alla fine i padroni si arrendono.

I risultati ottenuti nelle fabbriche e tra i lavoratori della terra sono significativi:

– gli operai ottengono le otto ore di lavoro! Aumenti salariali significativi – contratti migliori di lavoro.

i contadini poveri e i braccianti ottengono l’imponibile di manodopera, il controllo delle assunzioni, migliori contratti per affittuari e mezzadri; i braccianti occupano le terre demaniali o incolte.

La borghesia è molto allarmata anche perché il fascino della Rivoluzione russa (avvenuta nel ’17) non è assolutamente scemato. Si guarda alla Russia (URSS) come il Paese che ha risolto per sempre i problemi di guerre e miserie che il capitalismo provoca e molti operai e braccianti dicono apertamente che bisogna fare “come in Russia”: ossia instaurare il comunismo che per i padroni voleva dire perdere le loro proprietà ed essere perseguitati come classe sociali e come singoli.

** Le vittorie del proletariato, migliori contratti di lavoro e la paura di una rivoluzione comunista in Italia, spiegano il massiccio spostamento delle classi medie agrarie (anche piccoli proprietari terrieri) e della ricca borghesia industriale e agraria verso il fascismo. Questo avverrà dall’autunno del ’20.

Il fascismo agrario

Cominciamo con quello che fu definito il “fascismo agrario”. Fino alla seconda metà del 1920 il fascismo era in una condizione di stallo ai margini della vita politica. Anche personaggi come Gobetti, Gramsci e Togliatti citano il fascismo nei loro discorsi e scritti non prima dell’autunno del ’20, Gobetti addirittura a partire dal maggio ’22. Anche lo stesso Mussolini non sarebbe stato in grado di definire due anni prima della Marcia che cosa fosse il fascismo.

A far uscire Mussolini dallo stato di insoddisfazione e incertezza furono i proprietari agrari, grandi e piccoli dell’Emilia-Romagna e della Valle Padana i quali erano molto preoccupati dall’attivismo dei cattolici e soprattutto dei socialisti.

Non si contano le occupazioni delle terre nel ’19 (terre demaniali ma anche terre dei grandi proprietari, soprattutto del Sud), gli scioperi dei braccianti per ottenere migliori salari, la conquista delle otto ore e garanzie sull’occupazione. I socialisti propugnano la nazionalizzazione delle terre e quindi l’abolizione della proprietà privata.

Il maggiore allarme è tra i piccoli proprietari terrieri, che costituiranno le truppe di Mussolini, preoccupati di perdere la terra e in difficoltà nel sostenere le richieste dei lavoratori. Ora, per esempio, il lavoro nero nelle campagne diventa molto difficile a causa dei controlli sindacali. Contemporaneamente crescono le tasse e il governo sembra lontano.

Le elezioni amministrative del ’20 sono un grande successo per i socialisti e i cattolici. A Bologna il PSI raggiunge il 60%. Le nuove amministrazioni favoriscono i propri eletti e i sindacati sono favoriti.

** Insomma, l’intero sistema di potere dei proprietari terrieri e dei notabili locali sembrava crollare davanti alla minaccia rossa.

Gli agrari fecero quello che visto oggi sembra l’unica cosa che potessero fare: assoldarono squadre di fascisti locali per controbattere al potere della sinistra. Un tempo nel Sud c’erano i mazzieri per tenere sotto controllo i braccianti.

La svolta decisiva avviene nell’autunno del ’20. Per Mussolini, che non ha cercato l’alleanza con gli agrari, è una fortuna insperata.

Si sviluppò un clima di illegalità senza alcuna opposizione da parte delle autorità: prefetti, polizia, carabinieri, esercito, anzi in molte occasioni la polizia arrestava i socialisti dopo la devastazione delle loro sedi o partecipava agli assalti dei fascisti.

È il momento dei ras del fascismo: Italo Balbo a Ferrara, Arpinati a Ravenna, Grandi a Bologna, Farinacci a Cremona.

Aumenta in modo vertiginoso il numero degli iscritti: dai 20mila della fine del ’20, nel marzo del ’21 sono 80mila. Tra le maggiori regioni ci sono per numero di iscritti Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana. Nel maggio del ’22 sono 322mila.

Palazzo d’ Accursio

Primo forte segno dell’avanzata fascista è l’eccidio di Palazzo d’Accursio a Bologna del 21 novembre del ’20 quando i fascisti aprirono il fuoco su molti bolognesi che festeggiavano la vittoria elettorale del Psi uccidendo 9 persone con un centinaio di feriti.

Nei primi sei mesi del ’21 i fascisti distrussero in tutta Italia 119 camere del lavoro, 59 case del popolo, 107 cooperative, 83 sedi delle leghe contadine, tipografie socialiste, biblioteche, società di mutuo soccorso, per un totale di 726 atti di violenza. In molti casi i leader socialisti, anche parlamentari, sono assassinati e percossi.

Socialisti e cattolici, le vittime delle violenze, sono irrimediabilmente divisi.

Solo durante la campagna elettorale del ’21 (aprile-maggio) si contano 105 morti. Il giorno delle votazioni vi furono 20 morti.

** In totale i morti delle violenze del 1920-22 furono un migliaio: 600 socialisti, 300 fascisti, un centinaio di forze dell’ordine.

Alla fine del ’20 la situazione si è ribaltata, le “fortezze rosse”, Ferrara e Bologna, ora sono “fortezze fasciste”. Dall’Emilia-Romagna il fascismo si estende verso la Pianura Padana, poi verso Toscana, Lazio e in Puglia. Bologna, Ferrara, Ravenna, Cremona, Milano, Genova sono occupate (metà ’22) da migliaia di fascisti. Milano è occupata il 3 agosto ’22.

Il 1920 si chiude con 288 morti (172 socialisti, 10 popolari, 51 forze dell’ordine, una cinquantina di fascisti).

Le elezioni del 1921

Sono molto importanti le elezioni del ’21 sempre nel quadro dei fattori che permettono la Marcia su Roma.

Nelle elezioni nazionali del ’21 Giolitti legittima il fascismo includendo candidati fascisti nella sua lista elettorale, il “Blocco nazionale” (maggio ’21). Giolitti quindi lega i liberali con i fascisti.

Perché lo fece invece di combattere il fascismo? Fu il peggiore errore della sua carriera.

Il fascismo stava facendo il “lavoro sporco” che i governi liberali dell’epoca non avevano la forza di fare dilaniati dai contrasti e sempre sull’orlo di cadere.

I “rossi” dovevano essere ridimensionati o addirittura sparire ripristinando l’ordine. Finito questo compito i fascisti sarebbero ritornati nei ranghi con governi resi più forti dalla scomparsa del nemico di classe.

Giolitti sottovaluta completamente i progetti dei fascisti che non volevano solo fare il “cane da guardia” dei fascisti ma ambivano al governo dell’Italia.

Dall’altra parte Giolitti non poteva mobilitare polizia e forze armate contro i fascisti perché temeva, e a ragione, di non essere obbedito. La simpatie nei vari gradi delle forze dell’ordine nei confronti del fascismo crescevano ogni giorno. Ricordiamo il generale Giardino (I guerra mondiale), il generale De Bono (uno dei quadrumviri), il Duca d’Aosta, cugino del re, la regina madre Margherita.

I risultati dell elezioni del ’21 non sono esaltanti per i fascisti: ottengno 35 deputati su 535 ma sono entrati in Parlamento; i socialisti passano dal 32 al 24%. Stabile il PPI con 108 deputati.

Ma il risultato peggiore per Giolitti è l’ingovernabilità del Paese anche a causa della pletora di partiti  che affollavano la Camera dei deputati (una quindicina!). Dalle urne non esce un Paese più facile da governare.

Nasce l’idea nella borghesia italiana, ben rappresentata dal “Corriere della Sera” che occorra un governo forte (!), che non si può più continuare così: governi sempre a rischio di essere in minoranza, scioperi diffusi, anarchia e disordine sociale…

L’apertura alla classe dirigente

Un anno prima della Marcia su Roma Mussolini sente che deve costruirsi un’immagine positiva negli ambienti che contano. Ora è deputato e avverte che il potere è vicino.

Perché mettersi contro tutti per andare al potere quando il potere si poteva prendere “legalmente” con l’assenso dei “poteri forti”? Bisognava conquistare l’assenso di industriali, monarchia e Vaticano.

Mussolini capisce che il potere è lì, basta prenderlo mentre i vari Farinacci minacciano di far naufragare questa possibilità arrivando a minacciare la monarchia e il Vaticano.

L’occupazione delle fabbriche

L’alleanza con gli industriali, soprattutto i grossi imprenditori, sarebbe stata fondamentale nella presa del potere. Anche qui Mussolini è fortunato perché sono gli industriali ad andare verso il fascismo piuttosto che il contario.

A spaventare a morte gli industriali fu l’occupazione delle fabbriche del settembre del 1920.

È il più grande sciopero degli operai delle grandi fabbriche italane. Comincia a Milano e Roma il 30 agosto del ’21 e il moto dilagò subito a Torino, Bologna, Genova, Firene, Napoli fino alla Sicilia.

Tutte le fabbrche del centro Nord (un migliaio) furono occupate dagli operai che reagirono alla serrata decisa dagli industriali come regolamento dei conti nei confronti del movimento operaio. Gli occupanti furono 400mila subito per poi diventare 600mila dopo una settimana.

Giolitti che non poteva far sgombrare 600mila persone usando la forza pubblica preferì che il moto si sgonfiasse da solo, come avvenne dopo poco più di 15 giorni.

La borghesia industriale invece si convinse che se il governo non interveniva come Bava Beccaris nel ’98 ripristinando l’ordine era perché il governo era debole.

Ma se era così debole doveva essere cambiato: come? Con i fascisti, che promettevano e facevano una guerra spietata ai “rossi” e proponevano un governo forte.

E così avvenne. I grandi gruppi industriali, dopo gli agrari, finanziarono il fascismo e soprattutto orientarono i loro giornali verso il consenso al fascismo.

Gli industriali avevano diversi interessi in quel momento (alcuni erano liberisti altri protezionisti…..) ma tutti volevano l’abbassamento dei salari e il ritorno dell’ordine nelle fabbriche: c’era quindi una buona ragione per essere contro gli scioperi, i sindacati, i socialisti e dall’altra parte essere favorevoli a chi interrompeva gli scioperi, incendiava le sedi dei sindacati e considerava i socialisti dei traditori.

Mussolini stesso fa un passo decisivo nel 1921 dicendosi orientato verso il liberismo economico che in quel momento piaceva  alla maggioranza degli industriali.

Mussolini pagò il suo debito con gli industriali?

Direi proprio di sì. Quando arrivò al potere con la Marcia su Roma grazie al ministro fascista De Stefani alle Finanze gli industriali potranno beneficiare della riduzione delle tasse (con aumento delle tasse per gli strati popolari), la liberalizzazione degli affitti, la privatizzazione delle assicurazioni della vita e la concessione della gestione dei telefoni ai privati, l’anonimato nelle operazioni di Borsa (che Giolitti voleva cancellare).

Successivamente dopo il delitto Matteotti ci fu l’abolizione degli scioperi, dei sindacati operai sostituiti dai più acquiescenti sindacati fascisti (1926).

Insomma, un bell’affare per gli industriali il fascismo al potere!

Non a caso nei mesi che precedono l’ottobre del ’22 a Mussolini e alla politica economica che istituirebbe se andasse al potere, plaudono Luigi Einaudi, famoso economista e poi primo presidente della Repubblica, e il “Corriere della Sera”.

Scrisse Ettore Conti, presidente della Confindustria, nell’estate del ’22:

“Un uomo di tale natura, che difende i frutti della vittoria, contrario alle leghe dei contadini che insidiano e minacciano i proprietari nelle persone, nelle proprietà, nei raccolti; avverso in genere a coloro che vogliono instaurare il predominio della falce e del martello; più fiducioso nelle elites che nelle masse, è fatto per non dispiacere alla Confederazione Industriale… Mi auguro che si decidano – Mussolini e i fascisti – a partecipare ad un governo di ben maggiore autorità di quanta ne dimostra il mite Luigi Facta”.

La prova migliore della forte alleanza tra gli industriali e il fascismo l’abbiamo al tempo del delitto Matteotti quando gli industriali non elevarono alcuna protesta: a Mussolini si poteva perdonare così poco (!), il delitto di un “sovversivo” (che se l’era anadata a cercare con le sue continue polemiche pretestuose contro il fascismo) (?), purchè rimanesse al governo e continuasse a fare i loro interessi.

Dalla parte della monarchia

Mussolini fu molto bravo anche nel accattivarsi la simpatia della monarchia nonostante nel programma di San Sepolcro figurasse la repubblica. Al balcone del Quirinale il 31 ottobre urlò alla folla: “Viva il re! Viva l’Italia! Viva il fascismo!”.

Per arrivare al potere il consenso del re era fondamentale. Secondo lo Statuto Albertino competeva al re la scelta e la revoca (25 luglio ’43!) del primo ministro.

Dalla parte della chiesa

Anche con la chiesa potevano emergere difficoltà viste le origini socialiste di Mussolini e il programma di San Sepolcro che chiedeva la soppressione del patrimonio escclesiastico.

A proposito delle origini anticlericali di Mussolini: all’inizio del Novecento in Svizzera (Mussolini aveva superato il confine per non fare il militare), durante una conferenza disse: “Se Dio esiste, gli do tempo cinque  minuti per fulminarmi!”.

Eppure anche in questa occasione fu facile far nascere un buon rapporto tra fascismo e chiesa grazie anche al ferreo anticomunismo e numerose remore nei confonti del liberalismo da parte del nuovo Papa Pio XI, Papa Ratti, milanese, che già il 4 novembre del 1921 aveva fatto entrare (quando era solo vescovo di Milano) i fascisti in Duomo per l’anniversario della Vittoria.

L’avvicinamento di Pio XI al fascismo lasciò solo il PPI (creatura del papa precedente, Benedetto XV) di fronte alle aggressioni fasciste. Assistiamo quindi ad un apparente paradosso: mentre il PPI subisce gravi attacchi da parte dei fascisti, le gerarchie vaticane guardano con crescente assenso al movimento di Mussolini!

Perché il Vaticano appoggia Mussolini?

Perché tutto questo? In Vaticano c’era il forte timore di un ‘Italia bolscevica dove la chiesa sarebbe stata duramente colpita come in Russia dal ’17. E poi non dobbiamo dimenticare la forza travolgente dell’ateismo marxista: se Dio non esiste, non hanno alcuna legittimità le religioni e quindi nessuna legittimità anche per la chiesa cattolica. Tutto questo non giustifica il crescente consenso che la chiesa dette al fascismo fino al Concordato del ’29.

Per ingraziarsi definitivamente la chiesa (cardinal Gasparri) Mussolini promise il salvataggio del Banco di Roma che minacciava di crollare nel ’21 determinando il crollo conseguente di centinaia di piccole banche cattoliche. La promesa di salvataggio fu poi mantenuta.

I “poteri forti”

Questi “poteri forti” (forze dell’ordine, esercito, monarchia, vaticano, industriali-banchieri) permisero al fascismo di alzare sempre più il livello dello scontro portando le violenze dalle campagne alle città, con una sequela impressionante di devastazioni e di omicidi, come si vede in questa sequenza dal film “Novecento”.

 

Inizia la Marcia su Roma

A questo punto delle cose bisognava prendere il potere.

Sappiamo da Balbo che la decisione di occupare Roma per prendere il potere nacque il 16 ottobre tra Mussolini e i “quadrumviri della rivoluzione”.

Il Congresso di Napoli dei Fasci del 24 ottobre doveva servire per mobilitare i militanti già inquadrati.

Fu Cesare Bianchi a lanciare la parola d’ordine: “Camerati, che cosa ci state a fare a Napoli? Qui piove!”.

Fu diramato l’ordine a tutte le camicie nere di convergere su Roma mentre il governo Facta cercava di capire che cosa fare. In ogni caso i treni furono noleggiati con l’aiuto del governo.

Il governo Facta avrebbe dovuto intervenire ma non intervenne.

A proposito della nullità del giolittiano Luigi Facta (e dell’ultima classe dirigente liberale) abbiamo alcune lettere alla figlia e alla moglie di fine ottobre quando anche lui avverte che i giorni del suo governo sono contati:

“Io ho molta speranza di essere completamente libero tra pochissimi giorni… Ah Rita mia: il giorno in cui scenderò queste scale, io avrò un tale sussulto di gioia che nessuno al mondo potrà mai descrivere”.

Questo era il capo dell’ultimo governo liberale prima del Ventennio!

La revoca dello stato d’assedio

Intanto il mite e sfiduciato Facta preparava un decreto di Stato d’assedio da far firmare al re e dava ordine all’esercito di presidiare le stazioni ferroviarie, le strade d’accesso a Roma e di stendere i reticolati.

Il generale Pugliese mobilita circa 38mila soldati armati di tutto punto! Mentre le camicie nere sono 35mila, male armate, da alcuni giorni sotto l’acqua, con poco cibo e male organizzate. Dovunque vengono fermate a notevole distanza da Roma.

Nella notta tra il 29 e il 30 ottobre il re ebbe sul tavolo il decreto di stato d’assedio (che confermava le disposizioni già prese) ma non lo firmò. Anzi telegrafò a Mussolini, prudentemente a Milano, di raggiungerlo a Roma per ricevere l’incarico di formare il nuovo governo. Cosa che Mussolini fece viaggiando in vagone-letto nella notte tra il 30 e il 31 ottobre.

Il colloquio con il re avvenne alle undici del mattino del 31 (“Sire, vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”, poi disse: “Perdonate se indosso ancora la camicia nera, dopo la battaglia fortunatamente incruenta”).

Al di là della facile ironia, Mussolini a Milano ebbe colloqui molto importanti con i big dell’industria italiana (Conti, Pirelli, Olivetti) i quali fecero pressioni su Roma in queste ora decisive.

Perché il re non firmò?

Perché il re non firmò? Oppure chiediamoci, perché avrebbe dovuto firmare lo stato d’assedio?

** L’intero sistema politico liberale era d’accordo nel dare chiare responsabilità di governo ai fascisti, anche il “Corriere della Sera”, anche Benedetto Croce e Giovanni Giolitti.

** Giovanni Gronchi, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi (futuri presidenti della Repubblica) guardavano a Mussolini e al fascismo con evidente simpatia.

** Anche antifascisti insospettabili come De Gasperi, Giovanni Amendola, Anna Kuliscioff e Gaetano Salvemini pensavano che Mussolini non era peggio dei leader precedenti, anzi magari avrebbe svecchiato il mondo politico e fatto qualcosa di buono. Poi cambieranno idea.

Solo il Partito comunista d’Italia era compattamente contrario a Mussolini. Negli altri partiti del centro sinistra, cattolici e socialisti, c’erano numerose e pericolose aperture di credito.

** L’esercito era favorevole: Diaz e Thaon di Revel entrarono nel ministero Mussolini;

– la chiesa era orientata ad appoggiare i fascisti, la prova sono due popolari (Tangorra e Cavazzoni) nel primo governo Mussolini;

gli industriali erano euforici perché nel governo c’era De Stefani alle Finanze, ovvero uno di loro.

Perché il re avrebbe dovuto mettersi contro tutti facendo la guerra a Mussolini? E poi veramente l’esercito avrebbe sparato contro i fascisti? E questa guerra civile non avrebbe alla fine rafforzato i “rossi” e indebolito l’unica forza politico-militare che era stata in grado di combattere e annullare il sovversivismo socialista?

Quindi a questo punto è più facile capire perché il re non abbia firmato mentre sarebbe ancora oggi un rebus storico difficile da risolvere se il re da solo avesse deciso di fare la guerra ai fascisti.

Entro certi limiti possiamo quindi considerare la Marcia su Roma una sorta di “recita” in cui le camicie nere credevano di fare la storia mentre in realtà in alto loco si era già deciso come agire, seppure con un processo decisionale non proprio limpido.

La “grande paura”

Il problema è che la classe dirigente italiana era ancora convinta che in Italia fosse ancora forte il pericolo rosso”, ossia che l’Italia potesse precipitare in una rivoluzione sul modello bolscevico.

In realtà sappiamo che quando il fascismo prese il potere non esisteva più un pericolo di rivoluzione comunista in Italia. Il biennio rosso (1919-20) era passato da tempo, ma nella pavida borghesia italiana c’era ancora questa paura immotivata.

** In caso di rivoluzione comunista in Italia il re avrebbe perso il trono (la famiglia dello zar in Russia era stata massacrata), gli industriali e i banchieri avrebbero perso le loro proprietà, la chiesa sarebbe stata fortemente ridimensionata, gli ufficiali dell’esercito esautorati.

Nessuno voleva ripetere in Italia quanto era accaduto in Russia, quindi il via libera alle violenze dei fascisti dal 1920 e ora il potere a Mussolini andavano in questa direzione.

** Certo, nessuno nella classe dirigente liberale voleva la dittatura e anche Mussolini non sapeva bene che cosa sarebbe successo di lì a pochi anni. Ma con la Marcia su Roma molte cose sono cambiate e al governo arriva un partito che non nasconde la propria avversione per il Parlamento e le istituzioni liberali.

L’obiettivo di tutti era portare al potere il fascismo e poi “sgonfiarlo” e farne un normale partito politico dopo aver sconfitto il movimento operaio ricacciandolo indietro. Non sarà così.

Il discorso del “bivacco”

Il primo discorso di Mussolini alla Camera fu addirittura applaudito da numerosi deputati, vili e imbelli (16 novembre 1922):

“Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli… Potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.

Ebbene a questo punto, sappiamo dalle cronache parlamentari, ci fu uno scrosciante applauso che arrivò dai banchi dei deputati, molti dei quali già erano passati o stavano passando “armi e bagagli” con il fascismo (E. Lussu, “Marcia su Roma e dintorni”).

Infatti Mussolini non ebbe problemi ad avere non solo la fiducia ma soprattutto i pieni poteri dalla Camera: 429 deputati votarono a favore del suo governo, 116 contro. Al Senato i voti furono 196 e i contrari 19.

Tutta la classe dirigente liberale votò a favore: Croce, Salandra, Orlando, Giolitti; votarono a favore quasi tutti i popolari tra cui De Gasperi. Solo socialisti, comunisti e repubblicani votarono contro.

I rapporti con la classe dirigente

Bisogna dire che Mussolini ebbe modo di ringraziare tutti coloro che lo avevano portato così in alto.

Nonostante l’ndirizzo del governo fosse ufficialmente liberista Mussolini salvà dal crak l’Ansaldo con la Banca di Sconto, uno dei maggiori gruppi industriali-bancari dell’epoca; il suo governo salvò il Banco di Roma e la miriade di banche cattoliche con il paluso del Vaticano. Naturalmente il salvataggio avvenne con denaro pubblico.

I conti dello Stato migliorarono e questo permise di ottenere nel ’24 un flusso costante di prestiti americani, l’economia conobbe fino al ’29 una forte crescita a beneficio degli industriali e non certo degli operai i quali videro più volte ridotti i loro salari; lo sciopero fu messo fuori legge, i sindacati aboliti e sostituiti da accomodanti sindacati fascisti.

L’Italia negli anni Venti diventò un modello da seguire per l’ordine sociale che vi regnava all’interno. All’estero si elogiava l‘Italia di Mussolini e lui stesso era esaltato. Churchill nel ’28 scrisse che era rimasto “affascinato” da Mussolini, che era “un grande uomo” e se fosse stato italiano sarebbe stato fiero di appartenere all’Italia.

Nel ’29 ci fu la riconciliazione tra Stato e chiesa (il Concordato) che portò fiumi di denaro nelle casse del Vaticano oltre a permettere alla religione cattolica di essere l’unica praticabile nel regno con insegnamento obbligatorio nelle scuole. Mussolini divenne l’”uomo della Provvidenza”.

Anche la piccola-media borghesia che fornì le truppe alla vittoria fascista nel ’22 non ebbe a lamentarsi della propria condizione economica: non visse nell’oro ma non vide intaccato il proprio livello di vita e soprattutto con le tante cariche nel partito, nel sindacato o nello Stato ebbe l’impressione di contare molto nella nuova Italia.

Solo la guerra e naturalmente la sconfitta probabile spinsero la classe dirigente italiana a voltare le spalle a Mussolini. Ma questo accedde solo con il 25 luglio del ’43.

Fino a quel momento il potere di Mussolini non conobbe opposizione e corona, esercito, industriali, banche e Vaticano non ebbero a lagnarsi.

Da notare che Mussolini era salito al potere legalmente e legalmente era stato esautorato, non per il voto contrario del Gran Consiglio del fascismo ma per decisione del re, che nel ’22 gli diede il potere e nel ’43 glielo tolse.

Conclusione

Insomma che cosa è stato il fascismo?

Il fascismo è stato voluto dai padroni per sconfiggere la classe operaia e di sconfitta dobbiamo parlare, di netta sconfitta del movimento operaio e contadino.

Bisognerà aspettare la Resistenza prima di vedere operai e contadini ancora protagonisti.

Per vent’anni le masse taceranno sotto il tallone padronale e fascista.