Crimini di guerra italiani in Slovenia. La tragedia delle foibe

 

Crimini di guerra italiani in Slovenia. La tragedia delle foibe

L’aggressione italiana alla Slovenia non è sicuramente uno dei capitoli meglio conosciuti della seconda guerra mondiale.

Conosciamo bene la tragedia dell’Armir in Unione Sovietica con la drammatica ritirata dal Don, conosciamo quanto si consumò tra le sabbie di El Alamein; altri eventi invece sono rimasti in una sorta di cono d’ombra fino a poco tempo fa. Probabilmente perché finita la guerra venne steso un velo di silenzio.

La ritirata dal Don sollecita la nostra pietas di fronte a decine di migliaia di soldati italiani che conobbero temperature glaciali, la tenacia del nemico, la morte in improvvisati campi di concentramento sovietici.

Parlare invece del regime di occupazione italiana di ampie zone dei Balcani e in particolare della Slovenia vuol dire invece affrontare il tema dei crimini di guerra commessi dall’ esercito italiano.

Il punto di partenza della nostra storia è il 6 aprile del 1941 quando tedeschi, italiani, ungheresi e bulgari attaccano da diverse posizioni la Jugoslavia.

L’obiettivo dell’alleato germanico è duplice: portare aiuto all’esercito italiano impantanato in Grecia e soprattutto coprire il fianco sud dell’Europa balcanica nel momento in cui sta per scattare l’”Operazione Barbarossa”, ossia l’aggressione tedesca all’Unione Sovietica (22 giugno 1941).

La guerra con la Jugoslavia non ha storia: attaccato da diverse direttrici di espansione il governo di Belgrado cede dopo quindici giorni. Belgrado è pesantemente bombardata, l’esercito è in rotta, il governo serbo fugge all’estero.

Ma a questo punto nasce un nuovo scenario: i soldati allo sbando creano i primi gruppi di resistenti subito affiancati dai comunisti guidati da Josif Broz, detto Tito.

Tedeschi e italiani nelle rispettive aree di influenza devono ora combattere un nemico insidioso: il partigiano, che combatte con tecniche di guerriglia a cui i soldati di un esercito regolare non sono abituati.

Il “mordi e fuggi” diventa prassi quotidiana per partigiani che sanno muoversi nel loro territorio e operare attentati che mettono in difficoltà il controllo del territorio da parte dell’occupante esercito italiano.

Il risultato è facilmente prevedibile: attacchi spesso sanguinosi a presìdi e singoli soldati, reazione draconiana dei nostri comandi ben sintetizzata da una frase del generale Mario Robotti, “Qui si ammazza troppo poco”.

Non è da meno Mario Roatta, superiore di Robotti e comandante delle truppe nei Balcani: “Non dente per dente ma testa per dente”.

Da qui uno stillicidio infinito di fucilazioni e deportazioni in lager italiani e lungo la costa dalmata di decine di migliaia di sloveni ma anche croati, montenegrini, greci che sicuramente non fa onore al nostro esercito. Nella maggioranza dei casi si tratta di civili (prevalentemente vecchi, donne e bambini) perché i partigiani una volta catturati erano subito fucilati.

Gli stessi soldati che tra l’estate del 1941 e l’8 settembre del 1943 deportano, fucilano e distruggono case e villaggi interi saranno poi internati in massa in Germania, Algeria, Unione Sovietica, India e Sud Africa dopo l’8 settembre del ’43 quando l’esercito si sgretolò di fronte al criminale proclama di Badoglio che annunciava l’armistizio con gli angloamericani ma non dava disposizioni per contrastare la prevedibile reazione tedesca.

Dal settembre del ’43 fino alla fine della guerra poco più di un milione di soldati italiani conobbero la fame, le percosse, le umiliazioni, l’abbandono, la morte sia che gli aguzzini fossero tedeschi oppure francesi, inglesi o americani.

Un’altra pagina tragica della nostra storia, anche quasta poco conosciuta.

Il Giorno del Ricordo impone una riflessione anche sulla tragedia delle foibe che coinvolse alcune migliaia di italiani istriani e triestini che finirono nelle profonde cavità del Carso oppure dell’Istria, spesso senza alcuna colpa con quanto era accaduto nell’area del Confine orientale.

Si trattava di persone che nella maggioranza dei casi non avevano avuto responsabilità diretta con l’amministrazione italiana durante il Ventennio oppure con le stragi compiute dall’esercito di Mussolini.

Rappresentavano però l’Italia e vivevano in lembi di terra che dovevano diventare sloveni e croati (jugoslavi) dopo la guerra. Vennero infoibati nel settembre-ottobre del 1943; in misura decisamente più massiccia nei famigerati quaranta giorni dell’ occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia (1 maggio-12 giugno 1945).

Dopo l’orrore delle foibe ci fu il dramma di circa 300.000 italiani delle terre orientali che vennero spinti verso l’Italia perdendo le proprietà e la loro identità culturale.

L’esodo dei giuliano-dalmati rappresenta ancora oggi una ferita aperta pensando a come avvenne la cacciata dalle loro terre e a come furono accolti in Italia: un misto di indifferenza e pregiudizio.

Sono pagine amare della nostra storia che sollecitano il ricordo, la riflessione e soprattutto lo studio.

Documentazione fotografica di crimini italiani e tedeschi in Slovenia

http://www.youtube.com/watch?v=WJF0f-mfhog

Le foibe, per non dimenticare

http://www.youtube.com/watch?v=h_n_afXJOkU