Il carattere nazionalista del movimento di Tito e la politica del PCI al Confine orientale

Il carattere nazionalista del movimento di Tito

e la politica del PCI al Confine orientale

A questo punto, alla fine della nostra relazione, potrebbe essere facile accusare il presunto “comunismo” di Tito di nefandezze e di veri e propri orrori.

Si può parlare di comunismo? La lista degli orrori è lunga:

– utilizzare le foibe carsiche per nascondere i cadaveri delle persone uccise. Emerge un assoluto disprezzo per la vita umana

– fucilare anche partigiani italiani, affogare in mare, perseguitare nei gulag jugoslavi i propri nemici

– uccidere nei gulag anche operai tenacemente comunisti come i “Monfaconesi”, arrivati in Jugoslavia per portare il proprio contributo alla creazione del socialismo

– massacrare a decine di migliaia i propri oppositori nazionalisti: croati ustascia, serbi cetnici, sloveni domobranci

– costringere con il terrore la minoranza italiana in Istria e Dalmazia a evacuare un territorio dove la componente italiana doveva essere ridimensionata

Tutti questi orrori gettano discredito sul movimento partigiano di Tito e nello stesso tempo sull’idea del comunismo, come ideologia e prassi politica.

In realtà non possiamo parlare di comunismo ma di vero e proprio nazionalismo per inquadrare politicamente il movimento di Tito.

È vero che Tito è un uomo di Mosca e opera in accordo con Stalin fino almeno al 1948, ma la sua è una politica nazionalista perché Tito si allea con la vecchia classe dirigente jugoslava (formata da proprietari terrieri ed esponenti della chiesa cattolica croata e serba) che vogliono una Jugoslavia unita contro ogni nazionalismo che avrebbe spezzato l’unità interna.

La forte volontà di espandere il territorio jugoslavo ai danni della minoranza tedesca (massacrata ed espulsa violentemente), della minoranza ungherese (cacciata con la forza dalla proprie terre) e della minoranza italiana rappresentano non una politica ancorata ai principi internazionalisti di tipo marxista ma a una politica di stampo nazionalista.

In sostanza non basta agitare una bandiera per essere comunisti: è necessaria una politica conseguente.

In Jugoslavia nacque uno stato dittatoriale in cui ogni libertà venne repressa. La politica estera di Tito non fu a favore del proletariato mondiale ma fu ambigua nella collocazione politica cercando uno spazio precario tra i due blocchi della Guerra Fredda (Movimento dei Paesi Non Allineati, 1955).

Anche a livello personale Tito non fu mai comunista vivendo come un sovrano assaluto dell’ancienne regime tra lusso sfacciato di corte e vita molto libertina.

A questo punto insistere sul carattere comunista dell’azione politica di Tito vuol dire fare il gioco di tutti coloro che imputano al comunismo ogni nefandezza, magari salvando qualche “buona” esperienza del fascismo o addirittura del nazismo.

La politica del Pci nel confine orientale

Atteggiamento guardingo del Pci di fronte alle richieste di annessione fino all’Isonzo e oltre degli emissari di Tito dopo l’8 settembre del ’43. Si era deciso di rimandare il contenzioso alla fine della guerra.

Togliatti torna dall’Unione Sovietica in Italia a fine marzo del ’44. Porta con sé gli ordini di Stalin sia sulla collocazione futura dell’Italia ma anche sulla questione del Confine orientale. Stalin è alleato con Tito.

Svolta di Togliatti nell’ottobre del ’44: “Dobbiamo accogliere i soldati di Tito come liberatori (sia in Istria e a Trieste nda)”. Togliatti incontra a Bari Gilas e Kardelj (metà ottobre ’44) e fa proprie le rivendicazioni di Tito alla frontiera italo-jugoslava.

Togliatti sa che dietro Tito c’è Stalin, il quale in questo periodo vede di buon occhio l’espansionismo di Tito in quanto lo giudica un buon alleato delle strategie sovietiche.

La decisione di Togliatti spacca il fronte antifascista a Trieste perché la “Garibaldi-Natisone” passa al di là dell’Isonzo (vigilia di Natale 1944) e si mette agli ordine degli jugoslavi indebolendo il CLN di Trieste proprio nel momento decisivo della lotta contro nazisti e fascisti.

Scrive Togliatti a Bianco (allora rappresentante del PCI nell’Alta Italia): “L’occupazione jugoslava è un fatto positivo, di cui dobbiamo rallegrarci e che dobbiamo in ogni modo favorire, perché significa che in questa regione non vi sarà né un’occupazione né una restaurazione dell’amministrazione reazionaria italiana, cioè si creerà una situazione profondamente diversa da quella che esiste nella parte libera dell’Italia. Una linea diversa si risolverebbe, di fatto, in un appello all’occupazione di Trieste da parte delle truppe inglesi” .

Alla vigilia dell’ingresso delle truppe jugoslave a Trieste (Primo Maggio), Togliatti inviterà i triestini a “evitare ad ogni costo di essere vittime dei provocatori interessati a seminare discordia fra italiani e jugoslavi”.

Il massacro di Porzus: 7 febbraio 1945

Ventuno osovani sono massacrati da una cinquantina di partigiani comunisti della divisione Garibaldi-Natisone al comando di “Giacca”, Mario Toffanin.

Tra gli altri sono uccisi il fratello di Pasolini, Guido, e il comandante Francesco De Gregori, zio del cantautore romano.

Quali furono le cause del massacro? Ce le spiega Pier Paolo Pasolini con disarmante franchezza: “Essendo stato richiesto a questi giovani della Osoppo, veramente eroici, di militare nelle fila garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente”.

Nel processo che fu celebrato nell’immediato dopoguerra emersero chiaramente le responsabilità della federazione di Udine del PCI, da cui partì l’ordine di massacrare gli osovani oppure di dare loro una “lezione” poi degenerata. Ma il segretario del PCI di Udine seguiva le indicazioni di Togliatti il quale auspicava il passaggio delle formazioni partigiane garibaldine nelle formazioni slovene (dall’ottobre ’44) e la scomparsa di forze politico-militari antagoniste nelle zone di confine che avrebbero potuto contrapporsi all’espansionismo slavo fino all’Isonzo.

L’episodio di Porzus in ogni caso non intacca minimamente il grande valore della Resistenza italiana

La rottura tra Tito e Stalin

Nel giugno del 1948 improvvisamente si consuma la rottura tra Tito e Stalin quando il leader del Cremlino qualifica come reazionaria la politica di Tito, che stava cercando spazi politici nei Balcani con la nascita di una federazione tra Bulgaria, Jugoslavia e Grecia autonoma da Mosca.

La scomunica moscovita muta radicalmente la politica del Pci verso l’ex alleato: in pochi giorni Tito da “alfiere del socialismo mondiale” diventa reazionario e imperialista con l’espressione “titofascismo” propagandata dal dall’ “Unità”.

Il riallineamento di vertici del Pci alla svolta di Mosca è immediato.

Da quel momento il “modello jugoslavo” non sarà più considerato espressione delle “mature forze del socialismo mondiale”, al contrario verrà criticato aspramente per “deviazionismi” e “opportunismi”. Anche l’intera questione di Trieste e del futuro della Zona B sarà oggetto di radicale revisione da parte di Togliatti e dei dirigenti del PCI di Trieste uniformandosi, ancora una volta, a Stalin.

L’esodo dei giuliani, fino al 1948, sarà interpretato dal PCI come “fuga” degli elementi fascisti compromessi con il passato regime o degli elementi più antidemocratici della società istriana; dopo questa data i profughi saranno difesi ma senza mai procedere a una revisione critica della propria politica e del proprio passato, anzi utilizzando il dramma dell’esodo come arma polemica nei confronti della DC di De Gasperi e dell’amministrazione anglo-americana.

“La posizione di Togliatti fu più ambigua sul confine orientale, dove assunse posizioni meno favorevoli all’interesse italiano”

Alessandro Marucci