Norma Cossetto e Mario Tonzar: dalle foibe istriane ai lager di Tito

Norma Cossetto e Mario Tonzar:

dalle foibe istriane ai lager di Tito

Appunti per conferenza

Questa sera parlerò in particolare di due figure. Sono Norma Cossetto, istriana di 23 anni, infoibata nel settembre del ’43 e Mario Tonzar, operaio monfalconese, partito con altri operai della sua città per “edificare il socialismo in Jugoslavia” e poi deportato in alcuni durissimi lager di Tito. Un’odissea, la sua, che dura tre anni.

Norma Cossetto

Il punto di partenza per raccontare la storia di Norma Cossetto sono gli avvenimenti a partire dall’8 settembre del 1943 quando l’intero governo italiano fugge da Roma e l’esercito rimane senza direttive a tutti i livelli.

In Istria i soldati italiani buttano le armi a terra (“Tutti a casa”) e la popolazione italiana rimane priva di difese.

È il momento della “selvaggia rivolta contadina contro i presunti nemici del popolo” (Galliano Fogar). Ma è anche il momento nel quale esponenti del movimento di liberazione di Tito pongono le basi per il controllo del territorio e la futura annessione di questi territori alla Jugoslavia.

Norma Cossetto nel ’43 ha 23 anni e sta per terminare l’università di Padova. Vive a Santa Domenica di Visinada nel cuore dell’Istria. È una fascista convinta ed è iscritta ai GUF (Gruppi universitari fascisti).

Il padre, Giuseppe Cossetto, è ricco proprietario terriero, podestà e segretario del fascio di Santa Domenica, capo della milizia locale e commissario governativo delle Casse rurali istriane, quindi esponente importante del fascismo istriano. Lo zio è ammiraglio nella Marina italiana.

Fino all’8 settembre del 1943 la loro vita è tutto sommato tranquilla anche perché la resistenza partigiana di Tito è debole in Istria mentre al contrario è molto articolata nella Slovenia soggetta al controllo italiano.

Norma passa le giornate studiando e facendo lunghi giri in bicicletta per raccogliere informazioni per la sua tesi dal titolo “Istria rossa” (tesi di geologia dedicata alla tante cave di bauxite dell’ Istria).

8 settembre del ’43

La loro tragedia, come per gli italiani in Istria, inizia con l’8 settembre del ’43. Vengono presi di mira dirigenti del fascio, squadristi come pure forze dell’ordine (carabinieri, finanzieri, guardie forestali), podestà, ma anche bidelli, insegnanti, farmacisti e avvocati, commercianti e possidenti terrieri, postini e ferrovieri, e tutte quelle persone che hanno visibilità, compresi esponenti comunisti italiani e sindacalisti contrari alla politica dei “Comitati di Liberazione popolari”.

Le violenze continuano finché i tedeschi riprendono il controllo di tutta l’Istria tra il 4 e l’8 ottobre.

Dopo l’8 settembre più volte esponenti del movimento di liberazione entrano d’autorità in casa di Norma terrorizzando l’anziana madre e la sorella poco più piccola. Le tre donne si sentono sole non potendo contare più sull’aiuto dei loro contadini, diventati improvvisamente infidi.

Il padre è a Trieste perché intuendo quanto andava maturando, per evitare rappresaglie nei suoi confronti, lascia la famiglia nei giorni convulsi intorno all’ 8 settembre sottovalutando i pericoli che correva la famiglia.

Il 26 settembre del ‘43, quindi 18 giorni dopo lo sfascio dello Stato italiano, viene per la prima volta interrogata a lungo da esponenti titoisti che con minacce esplicite la invitano a passare dalla loro parte.

Norma, è probabile, rifiuta recisamente. Il primo interrogatorio dura poche ore e poi ritorna a casa.

I partigiani slavi cercano il padre e vogliono avere informazioni dalla figlia.

Il giorno dopo Norma è condotta a Parenzo e non ritornerà più a casa. A Parenzo è interrogata, picchiata e forse violentata la prima volta.

L’arrivo dei tedeschi in Istria impone il ritorno ad Antignana. Arriva probabilmente il 1 ottobre e fino al 4 la giovane viene ripetutamente violentata da una quindicina di carcerieri.

Abbiamo la testimonianza di una donna di Antignana che disse a Licia, la sorella minore, di avere udito lamenti e di aver visto Norma legata a un tavolo.

Nella notte fra il 4 e il 5 ottobre (i tedeschi sono molto vicini) gettano Norma nella foiba di Villa Surani (vicino ad Antignana) con altri 25 persone (tra cui un fratello del padre). La foiba è profonda 135 metri e verrà esplorata solo a dicembre.

Nel momento del ritrovamento del corpo era presente la sorella Licia. Così descrisse ciò che vide: “Le mani legate dietro la schiena, i seni pugnalati, la camicia aperta, la gonna arrotolata alla cintura e un legno conficcato in mezzo alle gambe… non un foro di proiettile sul corpo” (“Foibe rosse” di Frediano Sessi, Marsilio, 2007, p. 44).

Intanto ritorna il padre (forse aveva saputo che la figlia era stata arrestata) ma cade in una imboscata ed è ucciso da partigiani slavi; poi il cadavere è gettato in una foiba (7 ottobre).

Nel frattempo i tedeschi, guidati dalla sorella Licia, arrestano sei dei colpevoli delle violenze e dell’infoibamento e li costringono a vegliare (mese di dicembre) per un’intera notte le spoglie di Norma prima del seppellimento del corpo. Tre di loro impazziscono durante la notte e verranno fucilati la mattina con gli altri tre (forse è una leggenda).

Contesto storico in cui matura la tragedia delle foibe

– 500/600 vittime italiane nelle foibe del ’43

Il punto di partenza è il 1920 quando l’Italia prende possesso dei territori orientali frutto della guerra vinta.

Finita la prima guerra mondiale gli italiani in Istria sono circa un terzo rispetto agli slavi ed abitano prevalentemente le città costiere mentre le campagne sono decisamente slave. 168mila croati e 55mila sloveni (tot 230mila) entrano a far parte dello stato italiano con 147mila italiani istriani (censimento austriaco del 1910).

2/3 di slavi contro 1/3 di italiani: possiamo affermare che lo Stato italiano non aveva alcun diritto nell’occupare queste terre tranne il diritto della forza dopo aver vinto la prima guerra mondiale contro l’Austria.

E anche necessario dire che in queste terre di confine era difficile identificare le persone per la lingua parlata, e quindi definire l’identità nazionale, perché molti utilizzavano con facilità lo slavo (sloveno e croato), l’italiano e il tedesco. I matrimoni misti avevano facilitato nel tempo i rapporti e le compenetrazioni tra le varie componenti culturali istriane.

La vera natura dell’Istria in questo periodo è il carattere mistilingue piuttosto che l’appartenenza nazionale in senso rigido.

Con l’affermazione dello stato fascista viene attuata quella che possiamo definire Snazionalizzazione forzata e in tempi rapidi / Italianizzazione forzata

–          Voleva dire: proibizione di parlare lo slavo; italianizzazione dei cognomi slavi (1928) e della toponomastica; chiusura delle organizzazioni assistenziali, culturali, scolastiche slave; provvedimenti per allontanare la maggior quantità possibile di slavi dall’Istria con la riduzione del credito fondiario

–          nascono gli “allogeni”, ossia gli istriani slavi che diventano “stranieri” nel territorio italiano, praticamente cittadini di serie b. Da notare che diventano “stranieri” in casa loro

–          repressione del clero sloveno e croato

–          riforma Gentile: nelle scuole è proibito parlare slavo e quindi è proibito l’insegnamento delle lingue straniere (regressione culturale dei giovani slavi). “Pasculat” – “Il piroscafo annega” (Pahor, “Il rogo nel porto”)

–          repressione degli insegnanti slavi: cacciata dalle scuole e arrivo di maestri italiani razzisti

–          l’esodo slavo: circa 100mila partenti, di cui circa 30-40mila per ragioni politiche

Quindi un ventennio di politiche razziste e quindi discriminatorie nei confronti della maggioranza slava nei territori italiani. Si tende all’impoverimento degli sloveni e croati, al controllo ideologico, alla perdita della loro identità nazionale.

Non si tratta però di una politica basata sulla violenza sistematica e di massa contro l’elemento slavo

Con la guerra nei Balcani la situazione per le popolazioni slave precipita

–          L’Italia invade la Jugoslavia il 6 aprile del 1941 e acquisisce molti importanti territori: Lubiana e parte della Slovenia, la costa dalmata e la Croazia

–          Iniziano repressioni indiscriminate ai danni delle popolazioni slave per combattere il terrorismo dei partigiani: la circolare n.3C di Roatta: “Non dente per dente, ma testa per dente”; “Si ammazza troppo poco”; “Dobbiamo combattere tutte quelle tendenze contenute nella frase “bono italiano”, scrive Roatta (estate del ’42). Intere zone sono evacuate bruciando le case, la popolazione è deportata.

–          Il massacro di Podhun (vicino a Villa del Nevoso): 92 sloveni uccisi, il paese devastato (7 giugno del ’42) dopo l’uccisone da parte dei partigiani di 16 soldati italiani. Podhun come Marzobotto, Sant’Anna di Stazzema e Oradour sur Glame

–          Particolar forza della resistenza slava che provoca le inevitabili repressioni dell’esercito italiano

–          I lager del duce: Gonars, Renicci, Arbe (Arbissima!) e decine di altri lager in funzione antislava (almeno una cinquantina, Capogreco) con 100mila deportati, anche famiglie intere

–          1715 fucilati tra ostaggi e indiziati di favoreggiamento nella Slovenia italiana

–  numero imprecisato di partigiani caduti o fucilati dopo la resa e 53 fucilati dai tribunali militari

–          Le cifre della repressione militare italiana: 729 criminali italiani in Jugoslavia. 1.936 è il totale degli ufficiali italiani, su tutti i fronti di guerra,  di cui fu chiesta l’estradizione. Nessuno pagò.

–          Italiani, brava gente? Sicuramente no in questo periodo

A questo punto, con il tracollo dello stato con l’8 settembre del ’43, inizia la tragedia delle foibe.

–          Vale l’equazione italiano=fascista=possidente=ateo

–          Nelle foibe tanti innocenti: accanto a Norma Cossetto le tre sorelle Radecca di Fàsana (Albina, 21 a., Caterina, 19 a.,  e Fosca, 17 a.). Molti sono uccisi in veri e propri regolamenti di conti in cui la politica non c’entra nulla, altri per vecchi rancori.

–          L’arrivo dei tedeschi provoca 2500 morti

Norma meritava la morte?

Premesso che l’assassinio di qualcuno è sempre da rifiutare, ci chiediamo se in una logica di guerra la morte del padre di Norma fosse “giustificata”.

Il padre Giuseppe era un esponente molto visibile del fascismo istriano anche se le testimonianze sono tutte concordi nel riferire di un uomo sicuramente fascista ma non responsabile di alcun misfatto o ingiustizia ai danni dei suoi contadini.

Certo il padre aveva condiviso la politica di snazionalizzazione ai danni della popolazione slava e questa è probabilmente la sua unica responsabilità e il motivo della sua morte.

Nel caso della figlia le responsabilità si azzerano perché Norma non aveva mai fatto politica pensando solo alla sua tesi di laurea e poi a sposarsi.

Le testimonianze parlano di una ragazza solare, intelligente, estroversa a cui piaceva molto divertirsi ma anche capace di molto impegno nello studio.

Frediano Sessi definisce la sua morte “atroce e ingiustificata”.

Il fatto che fosse fascista si spiega con la tradizione familiare e con la particolare natura del “fascismo di confine” basato sulla difesa dell’italianità contro il crescente nazionalismo sloveno e croato.

Il fascismo di Norma non è guerrafondaio né espansionistico. È difesa delle tradizioni, della lingua e del dominio italiano in terre sentite appartenenti alla patria italiana.

Naturalmente noi possiamo benissimo dissentire da questa visione ideologica (buonista del fascismo), ma dobbiamo tenerla in considerazione se vogliamo capire che cosa accadde in queste terre.

Norma sbagliava nel sentire l’Istria solo italiana e non mistilingue e plurietnica com’era in realtà, ma non dobbiamo fargliene una colpa.

Siamo convinti che ogni ricostruzione storica si deve proporre il compito di capire e non “fare giustizia”.

La memoria di Norma

Fu subito la Repubblica di Salò ad impossessarsi del martirio di Norma facendone un’eroina. Nacque un battaglione femminile della Rsi titolato a Norma Cossetto e la sua barbara morte fu più volte ricordata nel ’44 fino alla fine della guerra in chiave anticomunista e antislava.

Nell’aprile del ’49 Norma ricevette, su proposta del prof. Concetto Marchesi dell’università di Padova (importante esponente dell’antifascismo e del Pci), la laurea honoris causa in Lettere. Motivazione: “morta per la difesa della libertà”.

Invece il rettore di Padova nel nov. ’47, avviando la pratica per riconoscere gli studenti uccisi durante il secondo conflitto per mano nazifascista, aveva scritto che Norma era stata “uccisa dai partigiani slavi”.

Due anni dopo scompare la dicitura “uccisa dai partigiani slavi” e compare la più innocua frase “morta per la difesa della libertà”.

Ma non è finita: nell’atrio dell’Università c’è una lapide che ricorda gli studenti che sono stati uccisi da tedeschi e fascisti: c’è anche Norma Cossetto!

Nel 2006 i familiari di Norma ricevettero dal presidente Ciampi la Medaglia d’oro al Merito Civile.

La menzione così recita:“Giovane studente istriana, catturata e imprigionata da partigiani slavi, veniva lungamente seviziata violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amore patrio”

Fonte: “Foibe rosse” di Frediano Sessi, Marsilio, 2007

Mario Tonzar

La sua vicenda è stata ricostruita nel volume “La valigia e l’idea. Memorie di Mario Tonzar”, edito dal Consorzio culturale del monfalconese (2006).

Mario Tonzar nasce nel 1920 a Turriaco vicino a Monfalcone. Mario viene da un’esperienza di fabbrica attraverso la quale ha poi conosciuto la politica e la militanza comunista. È un “operaio-intellettuale”.

Inizia a lavorare come operaio all’età di quindici anni nei cantieri di Monfalcone. Nel 1940 è militare a Taranto (tre anni di marina). Nel ’43 è esautorato dal servizio militare e ritorna a lavorare in cantiere.

La sua iniziazione alla politica attiva avviene con il 25 luglio del ’43 quando è arrestato in seguito all’assalto alla sede del fascio di Turriaco.

Con l’8 settembre entra nella Resistenza continuando a lavorare nel cantiere.

Nel giugno del ’44 abbandona il cantiere per evitare l’arresto e raggiunge i gruppi partigiani già operanti in montagna.

Durante i quaranta giorni dell’occupazione titina di Trieste, del monfalconese e dell’Istria (1 maggio- 12 giugno 1945) Tonzar opera a Turriaco nella “Guardia popolare” e si iscrive al Partito comunista della Venezia Giulia, nato da un accordo tra il Pc sloveno e il Pci.

Nel nuovo partito l’influenza nazionalista slovena è preponderante.

La parola d’ordine durante i quaranta giorni è la “Settima Federativa”, ossia la settima repubblica con i territori che avrebbero dovuto diventare jugoslavi (Trieste, Monfalcone, Gorizia, l’Istria).

Dei quaranta giorni dice poco nel memoriale del 1978 (scritto da Tonzar ma non per essere pubblicato) e nell’intervista del 2002 a Alessandro Morena: qualche arresto di fascisti a Turriaco, nessuna violenza indiscriminata in una realtà che non è quella drammatica di Trieste.

Seconda fase delle foibe

I quaranta giorni dell’occupazione titina di Trieste / 1° maggio- 12 giugno ’45

– L’esercito di Tito (IV armata) arriva a Trieste (1 maggio ’45) e nei giorni successivi anche a Gorizia, Monfalcone, Pola, Fiume e in tutti i piccoli centri dell’Istria.

– L’esercito anglo-americano arriva con il ritardo di un giorno (pomeriggio del 2 maggio) (2° divisione neozelandese del generale Freyberg): troppo tardi per controllare Trieste.

– Iniziano le violenze contro gli italiani: infoibamenti, arresti arbitrari di notte, deportazioni verso i gulag (Borovnica), torture, interrogatori polizieschi. Gli anglo-americani stanno a guardare. Le categorie di persone maggiormente colpite sono: fascisti, membri della polizia, carabinieri, guardia di finanza, giornalisti, insegnanti…anche membri del Cln e comunisti italiani contrari all’annessione jugoslava dei territori orientali (massacro di malga Porzus compiuto da una banda di comunisti italiani e sloveni contro un distaccamento della Osoppo nel febbraio del ’45). Insomma, sono colpite persone in vista nella comunità italiana, persone che avrebbero potuto organizzare la resistenza contro le pretese annessionistiche di Tito

– I gulag di Tito: Borovnica (per militari italiani sbandati), successivamente Goli Otok (dopo la rottura con Stalin nel ’48)

– La repressione titoista è molto più brutale nei confronti dei nemici slavi: gli sloveni anticomunisti furono portati in Serbia e ne furono eliminati da 20.000 a 30.000. I cetnici serbi ebbero uguale sorte. I titini non facevano prigionieri (ustascia, Bela Garda, domobranci). Tutti furono consegnati dagli inglesi a Tito. I cosacchi invece furono consegnati a Stalin / suicidi collettivi

Perché le violenze? Come si possono interpretare?

– epurazione preventiva (“Epurare subito!”) non “pulizia etnica” o “olocausto italiano” o “genocidio nazionale” (le vittime sarebbero state molte di più).

– bilancio delle vittime: 5mila vittime di cui una buona parte infoibate (Basovizza?). A Fiume il movimento autonomista è debellato. Sono uccisi anche reduci da Dachau. Il maggior numero delle vittime a Trieste, Gorizia, Fiume

Finisce il terrore: gli jugoslavi se ne vanno da Trieste

– Il 9 maggio ’45 Truman decide di far allontanare Tito da Trieste e Stalin acconsente tacitamente perché a lui interessava di più consolidare le sue nuove acquisizioni nell’Est europeo che non favorire Tito

– Il 12 giugno le truppe jugoslave se ne vanno dalla Venezia Giulia ma non dall’Istria. Quindi Trieste e Gorizia sono nelle mani anglo-americane, il resto dell’Istria è saldamente nelle mani di Tito. Gran parte delle vittime muoiono nei cosiddetti 40 giorni dell’occupazione jugoslava

– Con il 12 giugno Monfalcone è amministrata dal GMA. Torna all’Italia con il Trattato di pace

Tonzar dopo la seconda fase delle foibe

Dopo i quaranta giorni delle violenze titoiste nella Venezia Guglia Mario Tonzar ritorna a lavorare nel cantiere e soprattutto tra i giovani nel Pcrg (Partito comunista regione giulia).

Il Pcrg spesso era in polemica aperta nei confronti del Pci perché propendeva per la completa annessione dei territori occupati durante il maggio del ’45 alla Jugoslavia. Disprezzo e violenze nei confronti dei comunisti italiani non sulla linea del partito.

Intanto prende corpo l’idea di andare a vivere e lavorare nella Jugoslavia socialista, anche per reagire alla disoccupazione e ai licenziamenti dei lavoratori più politicizzati.

In lui e in altri comunisti della Venezia Giulia esistono timori di restaurazione fascista o involuzione antidemocratica in Italia. Timori anche di rappresaglie neofasciste.

Ma la carica ideale è preponderante nella decisione di partire: “La valigia e l’idea”.

Scrive Tonzar: “Nella storia poche volte si è verificato il fenomeno che un uomo abbandoni la propria terra e vada a vivere in un altro paese per un’ideale. Noi abbiamo abbandonato il lavoro, la casa, tutto. Noi siamo andati via solo con una valigia. La valigia e l’idea”.

Il Pci della Venezia Giulia si oppone blandamente alle partenze:“Giacchè la Jugoslavia non è potuta venire a Monfalcone, i monfalconesi andranno in Jugoslavia”, frase attribuita a un esponente del Pcrg.

Per questa scelta i monfalconesi persero tutto: casa, famiglia, lavoro, anche le speranze politiche.

Altri vanno in Jugoslavia per ragioni di lavoro oppure perché temono le violenze degli esuli o dei neofascisti. Per altri l’esperienza jugoslava fu positiva: casa, lavoro, famiglia e poca politica.

Mario parte nel marzo del ’47.

Difficile calcolare il numero dei partenti: tra 2000 e 3500 persone di tutta la Venezia Giulia, con particolare riferimento a Monfalcone e all’isontino (è il cosiddetto “controesodo”). Ma c’è anche una forte componente meridionale fatta di musicisti, giornalisti e altro.

Esodo e “controesodo”

Il “controesodo” dei monfalconesi nasce anche come reazione al ben più importante esodo giuliano-dalmata che va dal 1943 (Zara) fino al 1956 spopolando intere città come Pola nel 1947.

I profughi furono circa 300mila, forse 350mila, ossia l’80-85 per cento di tutta la popolazione italiana dell’Istria e della Dalmazia.

Perché se ne andarono?

– instaurazione di un regime dichiaramene antiitaliano

– provvedimenti discriminatori contro gli italiani: sequestri, confische, soppressione della proprietà privata con obbligo della nascita delle cooperative, riforma agraria, l’instaurazione di un sistema poliziesco, negazione delle libertà individuali, elezioni farsa, incapacità di risollevare l’economia, generale confusione, repressione della chiesa italiana (allontanamento dei preti italiani), chiusura delle scuole italiane (cacciata dei maestri), divieto di parlare italiano, senso di pericolo, mancanza della certezza del diritto…

– Il ricordo delle foibe

– “Bastava poco”….

Come furono accolti in Italia?

-Italia ingrata: i 120 / 136 campi profughi

– “fascisti andatevene!”, “i magna pan de bando”, “puzzate!”, “ci portate via il lavoro!”, come succede oggi

– l’atteggiamento del Pci: i “banditi giuliani”, i casi di Ancona, Venezia e Bologna

Il “controesodo” di Tonzar

Quando lascia l’Italia Tonzar raggiunge prima Fiume e poi una località in Bosnia dove lavora in fabbrica come falegname, è il suo mestiere.

Da Fiume partirono 25.000 abitanti di lingua italiana. Molti di essi sono operai che ricordano bene l’atmosfera di terrore quando arrivarono le truppe jugoslave in città con le prime scomparse di cittadini italiani.

La risoluzione del Cominform

Dalla Bosnia Mario torna a Fiume per ragioni di salute poco prima della risoluzione del Cominform del giugno del ’48 (presenti a Bucarest Togliatti e Secchia) in cui Stalin condanna la Jugoslavia per tradimento, deviazionismo, opportunismo, involuzione capitalistica…. nasce l’espressione “titofascismo”.

La situazione per Tito si rovescia: prima nemico dell’Occidente e amico di Mosca, ora nemico di Mosca e amico dell’Occidente.

Il Cominform nasce nel ’47 e funziona come “Ufficio informazioni” al servizio della politica estera di Mosca.

La reazione tra i monfalconesi è prima di stupore e poi di aperta polemica contro il Pcj. Si sentono presi in giro e traditi da Belgrado, “I più traditi eravamo noi, che stavamo facendo un sacrificio” (Tonzar).

Tonzar è presente alla riunione indetta al cinema “Partizan” di Fiume (giugno ’48) in cui i vertici del Pcj cercano di spiegare le loro ragioni.

Alcuni non parteggiano con nessuno, altri per Tito accusando l’“imperialismo russo” (Riccardo Bellobarbich). Quando tornarono in Italia furono emarginati dal Pci.

Contemporaneamente a Trieste c’è la “caccia al titino” che colpisce soprattutto la comunità slovena in Italia già sotto il tiro degli esuli e dei neofascisti.

Gli arresti iniziano in sordina nell’agosto del ’48. Molti monfalconesi chiedono il rimpatrio e lo ottengono.

L’arresto di Tonzar

Il ’49 è l’anno più duro della repressione. Tonzar è arrestato nel dicembre del ’49 mentre lavora a Fiume.

In questi anni il Pci non interviene mai a difendere i propri militanti nelle carceri jugoslave. Sensazione di abbandono da parte degli arrestati nei confronti del partito.

Il processo a carico di Tonzar si tiene a Fiume nel febbraio del ’50 (“Eravamo dei semplici operai”).

È condannato a tre anni di carcere duro, ma c’è chi è condannato fino a dodici anni.

Amelio Colussi: “Noi avevamo lottato contro il fascismo, eravamo stati partigiani, eravamo andati in Jugoslavia per dare un contributo alla costruzione del socialismo e questo era stato il premio”.

In totale furono circa 50.000 i cominformisti deportati in tutta la Jugoslavia, soprattutto ufficiali dell’esercito di Belgrado. Goli Otok è il gulag più importante destinato alla repressione dei “traditori al soldo di Mosca” (30.000 deportati con 4000 morti).

Si tratta della seconda generazione dei lager di Tito. La prima è per cetnici, ùstascia, militari italiani, minoranze tedesche e ungheresi in Jugoslavia, belogardisti…

I monfalconesi deportati a Goli furono una cinquantina mentre il totale degli italiani finiti nei lager di Tito sale a 332 (si intende quarnerini, istriani, fiumani di lingua italiana).

Il primo lager di Tonzar

Nel maggio del ’50 è trasferito a Stara GradisKa, in Croazia. È un penitenziario. Riceve il numero “906”.

In questo carcere Mario comincia a conoscere varie ed efferate forme di tortura, tipiche dei lager di Tito, contro i cominformisti irriducibili ma funzionali anche a mantenere la disciplina nel lager.

C’è la “Jazbina”, ossia il pestaggio serale da parte dei “ravveduti” oppure c’era il “Boikot” (in ogni lager poteva avere caratteri diversi).

I “ravveduti” erano coloro che avevano pubblicamente riconosciuto i propri errori politici e per mostrare il “pentimento” picchiavano duro i “non ravveduti”.

A Stara Gradiska il “boicottato” doveva portare in giro un grande cartello appeso al collo con scritte ingiuriose verso Mosca e i traditori. Chi portava questi cartelli poteva essere picchiato da chiunque, anzi era importante picchiare duro per mostrare di essersi “ravveduti”. Il boicottato era anche utilizzato fino allo stremo delle forze per lavorare.

Questa realtà tragica mostra a Tonzar che i sovietici avevano ragione a denunciare il falso socialismo di Tito.

Secondo lager

Alla fine del 1950 è trasferito nell’isola di Sveti Grgur (San Gregorio), l’”isola insanguinata”.

Il trasferimento avviene in treno (vagoni piombati) e poi con un piroscafo strapieno di deportati. All’arrivo la sorpresa dello “Stroj”.

I detenuti del lager si mettono in doppia fila dal molo fino all’ingresso e battono gli arrivati con bastoni oppure a mani nude scandendo slogan pro Tito e contro i cominformisti. Qualcuno non arrivava vivo all’ingresso.

Il Boikot a San Gregorio era il “Tragac”, ossia una portantina con quattro manici su cui caricare grandi carichi di pietre. Un lavoro che si svolgeva ogni giorno e di corsa per 10-12 ore. Ma per i boicottati il lavoro durava anche nelle ore serali e a volte nelle ore notturne. L’alimentazione era molto scadente e nelle baracche le malattie imperversavano: scabbia, tifo, avitaminosi, diarrea.

Nelle baracche si svolgevano spesso veri e propri processi a carico dei singoli. Se il risultato era negativo (“irriducibile cominformista”) scattava la pena del “Boikot” che poteva durare settimane o mesi, finché il disgraziato non urlava la propria dissociazione con Stalin e Togliatti.

Durante il Boikot era frequente lo Stroj, ossia il pestaggio collettivo a opera degli altri detenuti della baracca (tutti dovevano picchiare!). Prima dello Stroj c’era l’ “ora politica” in cui i detenuti dovevano maledire Stalin e i suoi alleati. Chi ci metteva poco impegno o stava zitto era picchiato.

Un’altra tortura, che dice molto della crudeltà dei lager titini, è il “sottocoperta”: il povero disgraziato doveva stare sotto coltri di coperte per giornate intere e poteva essere colpito in ogni momento.

Tonzar racconta la morte orribile di un rumeno che aveva tentato la fuga. Fu picchiato a morte dagli aguzzini, eppure era “un compagno, un partigiano, un comunista”.

Carattere fondamentale dei lager titoisti è l’autogestione sotto il controllo dell’Udba (polizia politica): lo scopo è ottenere la divisione tra i prigionieri mettendoli gli uni contro gli altri e costringendoli a venire a patti con il potere nel lager.

I lager di Tito presentano maggiori somiglianze con i gulag di Stalin (onnipotenza  e violenze dei detenuti comuni rispetto ai detenuti per motivi politici) rispetto ai lager nazisti.

Tonzar si ammala di dissenteria e rischia la morte. Le condizioni di vita a San Gregorio migliorano un poco dopo la visita di Alexander Rankovic, numero due del regime.

Terzo lager

Nell’ottobre del ’51 lascia San Gregorio e viene trasferito sull’ ”Isola lunga” di fronte a Zara. Compito di Tonzar è preparare il campo per l’arrivo di altri detenuti.

Anche qui c’è il Boikot: scavare in mare la sabbia in pieno inverno con l’acqua che arriva alla vita.

Ultimo trasferimento

Nel marzo del ’51 è trasferito a Bilice in Bosnia: i detenuti costruiscono palazzine nel centro abitato.

Anche qui c’è il Boikot (per 4 mesi anche Mario è sottoposto a questa vessazione) ma i detenuti possono ricevere visite e pacchi da casa.

Nel ’51 esplode lo scandalo Magnani e Cucchi a Reggio Emilia. I due difendono Tito e sono definiti “bave titine”.

Per Tonzar il Boikot è il periodo più duro ma riesce a sopravvivere molto probabilmente perché la sua fede politica è sempre molto forte. Se avesse abiurato la pena probabilmente sarebbe finita.

La liberazione

È liberato nel dicembre del ’52 (la detenzione dura tre anni) ma non ottiene il visto di espatrio per tornare in Italia. Vive a Fiume in casa di amici italiani ma gli impediscono di lavorare. Mesi di profonda miseria materiale.

Ritorno in Italia

Grazie all’interessamento del Consolato italiano di Zagabria può finalmente ritornare in Italia (giugno ’53) ben accolto dagli amici di Turriaco e dal partito comunista all’interno del quale riprende subito la militanza. Entra a far parte anche dell’Anpi provinciale.

Quando Mario torna a Turriaco è evidente la preoccupazione del Pci di evitare ogni responsabilità scaricando tutta la colpa sul regime di Belgrado.

Sono liberati gli ultimi “monfalconesi”

La morte di Stalin avviene nel 1953. Fino a quel momento Tito è un “rinnegato”. Poi nel ’55 ci fu l’incontro tra Krusciov e Tito, fondamentale nelle relazioni tra i due paesi.

Nel 1956 ci fu l’incontro tra Tito e Togliatti, ma i monfalconesi languono ancora nei lager. È necessario un ulteriore incontro tra Tito e Longo (sempre nel ’56) per liberare gli ultimi.

A questo punto è chiaro che la loro storia non interessa più nessuno all’interno del Pci.

Tito è tornato a essere un “fratello” nel mondo comunista e continua ad essere un valido alleato dei paesi occidentali.

Valerio Beltrame: “Finì tutto negli anni 1956-60. Le vicende del Cominform e dell’Anticominform sono scomparse nel nulla; una parentesi chiusa e privata della sua importanza storica. Soldati comunisti, italiani e jugoslavi, spinti nella battaglia e abbandonati al loro destino”.

Nello stesso ’56 tutta la documentazione dei monfalconesi fu bruciata per iniziativa di una dirigente del Pci sollecitata da Vidali.

Nel 1953 “Il lavoratore”, quotidiano stalinista di Trieste, pubblica 5 articoli nei quali Tonzar racconta la sua vicenda. Nessun accenno alla partenza per la Jugoslavia caldeggiata negli ambienti comunisti e al mito infranto di Tito e della Jugoslavia, molto forte fino alla metà del ‘48. Tutte le colpe sono di Tito!

Qualche riflessione

Comunisti che deportano, umiliano, ammazzano altri comunisti (Tonzar). Comunisti che stuprano, infoibano fascisti responsabili di violenze ma anche molte persone innocenti (Norma Cossetto). Come interpretare tutto questo?

Faccio un esempio: chi è cristiano oggi distingue tra il messaggio di pace di Gesù e l’antigiudaismo, le crociate, la repressione delle eresie, i massacri dei valdesi e degli ugonotti, il processo a Galileo, la condanna a morte di Giordano Bruno, l’inquisizione, l’Indice dei Libri Proibiti, il sostegno al colonialismo europeo, il sostegno a Mussolini e Hitler….

Anche chi oggi si definisce liberale tende a non confondere il proprio liberalismo con il liberalismo inglese ai tempi del colonialismo oppure il proprio senso di libertà con la libertà americana ai tempi della condanna a morte di Sacco e Vanzetti.

Non basta sventolare una bandiera per identificare una ideologia!

Il falso socialismo di Tito

Il regime di Tito aveva profonde radici nazionaliste piuttosto che comuniste. Il socialismo jugoslavo si basava su un forte intervento dello stato nell’economia (capitalismo di stato) in una realtà in cui mancava anche la presenza di una forte classe operaia.

Il regime di Stalin è invece responsabile di milioni di morti, dell’eliminazione della vecchia guardia bolscevica, della morte di tanti veri comunisti, dei gulag, della deportazione d’intere popolazioni in Siberia.

Il comunismo di Marx ed Engels è libertà non oppressione, è il passaggio dalla “regno della necessità” al “regno della libertà”, è l’abbondanza per tutti e non la miseria generalizzata; è la fine delle guerre e non la guerra permanente, è l’internazionalismo e non il nazionalismo russo o jugoslavo!

Non confondiamo il vero comunismo con i gulag e i milioni di morti!

Potremmo concludere che il comunismo di Marx è utopia! Non sono d’accordo, ma non confondiamolo con Pol Pot, Stalin, Castro, Ciausescu, Honecher, il Generale Giap, Gomulka, Mao….

E soprattutto non confondiamo Stalin e Tito con Marx ed Engels e il vero comunismo, altrimenti facciamo il gioco dei vari Pansa e della destra.

Possiamo concludere con una riflessione di Valerio Beltrame su tutta questa vicenda:

“…il loro punto di vista (gli jugoslavi) era quello di creare una repubblica borghese. Per questo hanno sterminato i comunisti… quando ci uccidevano, l’obiettivo era quello. Non la rivoluzione proletaria come credeva il popolo. Loro dicevano sì che volevano uno stato proletario, ma in realtà volevano passare prima per una rivoluzione borghese con i kulaki e quel poco di borghesia industriale che c’era..”.

Giancarlo Restelli