La deportazione politica dalla Provincia di Varese

La deportazione politica dalla Provincia di Varese

Chi erano i “politici”? Per “politici” (ebbero per contrassegno il triangolo rosso) intendiamo operai, sindacalisti coinvolti nei grandi scioperi della primavera del ’44 e poi i partigiani deportati in Germania e Austria per morire dopo avere lavorato come schiavi. “Politici” nel senso di oppositori politici, nemici irriducibili del Reich.

La deportazione razziale invece ha riguardato le famiglie ebraiche che vivevano nella provincia di Varese, non per le loro scelte politiche (opposizione al nazismo) quanto per il loro essere ebrei e quindi per i nazisti razza da eliminare.

Anche i percorsi sono stati diversi. Per i politici i Kz, i campi di concentramento come Mauthausen, Dachau, Buchenwald; per gli ebrei italiani Auschwitz, per morire prevalentemente nelle camere a gas.

Il tema delle deportazione politica è sicuramente poco conosciuto in generale, in modo particolare in sede locale.

In provincia di Varese sono stati scritti molti libri sulla Resistenza già a partire dai primi anni Cinquanta. Potrei dire che non c’è città, anche piccola nel territorio di Varese, che non abbia anche più di un libro che tratti della lotta partigiana nel proprio territorio.

Per la deportazione nei lager nazisti non è così. Le ricerche sono sporadiche oppure si sono concentrate solo su singoli episodi (es. la deportazione degli operai della Comerio) oppure su singole figure importanti come Angelo Castiglioni, nato a Busto Arsizio, partigiano e deportato a Flossenbuerg.

Il motivo di questa scarsa conoscenza del fenomeno deportazione credo che sia derivato da due problemi fondamentali:

–         la scarsa visibilità del deportato nei lager nazisti rispetto al partigiano combattente finita la guerra

–         la difficoltà di accedere alla documentazione relativa ai deportati

Per quanto riguarda il primo motivo, potrei dire che ormai a 70 anni dall’inizio della Resistenza è giunto il momento di far rientrare la figura del deportato come protagonista della lotta di Liberazione.

Il secondo motivo (la difficoltà ad accedere ai documenti) non è più uno scoglio insuperabile perché possiamo utilizzare da alcuni anni di una ricerca condotta dall’Università di Torino che riporta nomi, cognomi, data di arresto, primo lager e successivi dei quasi 24mila Triangoli rossi che vennero deportati dall’Italia all’interno dei Kz, ossia i campi di concentramento come Buchenwald, Mauthausen, Dachau, Ravensbruck, solo per citare i maggiori.

Ed è con questo strumento che all’interno dell’Anpi di Legnano è nata una ricerca volta a dare un’identità ai deportati politici dell’Alto Milanese. L’area presa in considerazione va da Rho a Gallarate passando per Legnano e Busto Arsizio, ma non abbiamo trascurato anche l’area di Saronno e Magenta.

Quandi più che di Alto Milanese sarebbe più giusto parlare di Lombardia occidentale, da Abbiategrasso a Sesto Calende. Milano e Varese non sono state prese in considerazione.

I deportati di cui finora abbiamo un riscontro (nome, cognome, data dell’arresto e via di seguito) sono circa 270. Sono davvero tanti e di loro si sa poco nulla. Da qui l’idea di iniziare una ricerca che dovrebbe concludersi con la pubblicazione di un libro nel tardo autunno di quest’anno.

Per quanto riguarda l’area della provincia di Varese (e qui arrivo al tema che devo svolgere) i deportati politici sono stati 132: 131 uomini e una donna.

Una cinquantina erano di Busto Arsizio, una trentina da Varese, una decina di Gallarate e poi Saronno con otto deportati, e il resto da piccoli centri come Castellanza, Sesto Calende, Lonate Pozzolo, Olgiate Olona e altri.

Di loro conosciamo nome, cognome, professione, data dell’arresto, il percorso prima di arrivare nei lager, ossia San Vittore e poi Fossoli o Bolzano; conosciamo il primo lager e i successivi e poi la data della morte o della liberazione.

Ottanta di loro morirono oppure è meglio dire che furono uccisi nei lager nazisti. Morirono a causa della fame, delle bastonate, delle malattie, del lavoro esercitato in forme schiavili.

Ottanta persone su 132 è esattamente il 60,6% dei deportati. Quasi due su tre non poterono tornare a casa dopo la liberazione dei campi.

È una percentuale molto alta anche rispetto al totale delle vittime tra i “triangoli rossi”. In Italia i triangoli rossi furono quasi 24mila e i morti intorno a 10mila. La percentuale fu del 40%.

Il motivo di questa differenza secondo me sta nel fatto che i varesini furono deportati prevalentemente a Mauthausen (60) rispetto a Dachau (30). Buchenwald, Flossenbuerg, Dora Mittelbau ebbero numeri decisamente inferiori.

Chi conosce un poco le tematiche reative alla deportazione nei Kz sa che Mauthausen era il lager peggiore per condizioni di vita, fame e ritmi di lavoro. Era il lager a cui erano inviati i “nemici irriducibili” del Reich, persone che dovevano sicuramente morire ma dopo settimane o pochi mesi di lavoro abbruttente, fame, violenze e malattie.

Prima di vedere chi sono stati i deportati politici della provincia di Varese qualche dato importante.

Nel 1940 la provincia di Varese aveva circa 410.000 abitanti, Varese aveva quasi 50.000 persone. Alla vigilia della guerra la provincia di Varese era la più industrializzata d’Italia per numero di addetti all’industria che nel censimento del 1936 erano 121.886, oltre ai 14.747 occupati nell’artigianato. Erano operanti 2.200 piccole e medie aziende. Il primo settore era quello cotoniero seguito da quello meccanico. (1)

La guerra aumenta il numero di addetti all’industria portandolo a 170.000 persone occupate soprattutto nel settore bellico.

Chi erano i deportati dalla provincia di Varese?

Qui la ricerca dell’università di Torino non ci aiuta più di tanto nella loro classificazione. Erano operai in sciopero? Oppure partigiani catturati in montagna e poi inviati nei Kz? Oppure erano civili arrestati per reati vari, esempio “mercato nero”, oppure ex militari che si nascondevano,  renitenti alla leva o altro?

Se analizziamo la data dei singoli arresti vediamo che molti di loro sono stati arrestati dalle autorità fasciste, che spesso agivano al servizio degli occupatori nazisti, nelle settimane o mesi successivi alle giornate del marzo del 1944, quando l’Italia occupata dai nazisti fu scossa da imponenti scioperi che coinvolsero le grandi e medie fabbriche del centro-nord.

Non è il momento per dilungarmi sugli scioperi del ’44 ma qualcosa va detto perché ebbero un carattere di massa nell’Italia occupata dalla Germania. Dal 1 all’8 marzo scioperarono almeno 500.000 lavoratori italiani per più di una settimana. Un milione se consideriamo anche coloro che parteciparono agli scioperi in forma sporadica.

Eppure allora non era per nulla facile scioperare, soprattutto era molto rischioso. Scioperare era un reato fin dal 1926 e le pene erano aumentate a causa dello stato di guerra.

Le autorità fasciste e naziste avevano minacciato e attuato più volte arresti e deportazioni in Germania, Austria e Polonia; avevano sospeso il pagamento degli stipendi nelle fabbriche in cui si scioperava oppure avevano annullato i rifornimenti per le mense aziendali nelle fabbriche in cui c’erano interruzioni del lavoro.

Nel marzo del ’44 i metodi dei nazisti erano ben conosciuti. Nell’Alto Milanese tutti sapevano di quanto era accaduto alla “Franco Tosi” di Legnano il 5 gennaio del ’44 quando dopo alcune settimane di sciopero un reparto di SS era entrato nell’azienda imponendo la ripresa immediata del lavoro e arrestando i capi del movimento sindacale. Nove operai e tecnici vennero deportati a Mauthausen e sette di loro furono uccisi in questo lager.

Nella zona di Varese tutti conoscevano quanto era avvenuto alla “Comerio” il 10 gennaio dello stesso anno quando un analogo sciopero fu stroncato con un’azione militare quasi fotocopia di quanto era accaduto alla “Franco Tosi” 5 giorni prima. Alla Comerio l’irruzione di un reparto tedesco in fabbrica aveva imposto l’immediata ripresa del lavoro e la deportazione di 6 operai a Mauthausen.

Poco conosciuta ma meritevole di essere ricordato è l’irruzione delle SS del 7 gennaio dello stesso anno (quindi dopo la “Tosi” e poco prima della “Comerio”) all’interno della “Aermacchi” di Varese.

Quel 7 gennaio alcune centinaia di operai in sciopero da qualche giorno vennero messi al muro da un reparto delle SS. I militi tedeschi ne scelsero un centinaio a caso e li condussero a San Vittore. Rimasero per due mesi. Quasi tutti ritornarono alle loro case (2).

Nonostante il carattere terroristico dell’azione nazista gli operai del Nord e in particolare della nostra zona scioperarono in massa per vari motivi:

–         per far finire la guerra e i bombardamenti che colpivano le città italiane, esempio Milano

–         per odio nei confronti del fascismo che aveva portato l’Italia nella più nera miseria materiale e morale

–         soprattutto si scioperò perché la fame era la realtà quotidiana di tutte o quasi le famiglie operaie

Durante la guerra i prezzi dei generi alimentari subirono una brusca impennata. Un operaio specializzato tra il ’43 e il ’44 guadagnava circa 50 lire al giorno quanto un impiegato di medio livello, i manovali decisamente di meno mentre le donne arrivavano a circa 20 lire al giorno.

Nei negozi il pane costava 2.50 lire al chilo, il riso 3,35 lire al chilo, un chilo di burro 20 lire. Quindi un operaio specializzato poteva comprare con un giorno di lavoro 10 chili di pane oppure 8 chili di riso, oppure poco più di un chilo di burro al giorno. Lavorare 11-12 ore al giorno per un chilo di burro!

Ma non c’era solo il cibo da acquistare: c’era l’affitto da pagare, le medicine perchè i bambini e i vecchi si ammalavano spesso, i debiti con i bottegai (3).

I generi alimentari più importanti (pane, riso, pasta, zucchero, olio) erano razionati e ogni persona aveva un quantitativo prestabilito a disposizione. La razione media di pane era di 150 grammi a persona. Solo coloro che svolgevano lavori particolarmente pesanti potevano salire fino a 300 o 450 gr.

La stragrande maggioranza della popolazione doveva cavarsela con 150 gr. e il pane era l’alimento principale dell’alimentazione quotidiana. Era pane nero, fatto con la crusca e cereali inferiori, quindi era poco gradevole e soprattutto poco nutriente.

Con la tessera annonaria si faceva la fame. Con i famosi “bollini” si acquistavano circa 1000 calorie quotidiane che erano palesemente insufficienti per vivere. Da qui la necessità per ogni italiano di ricorrere al “mercato nero”, ossia un mercato parallelo in cui c’era tutto quello che si desiderava a patto però di avere denaro, tanto denaro.

Al mercato nero un chilo di carne costava 170 lire, ossia più di tre giorni di lavoro di un operaio specializzato. Non parliamo di un’operaia la quale aveva bisogno di più di una settimana di lavoro per acquistare un chilo di carne. Un paio di scarpe al mercato nero costava 1000 lire. Anche qui si possono contare le settimane di lavoro per l’acquisto (tre per uno specializzato).

Le autorità fasciste e naziste a ogni piè sospinto dichiaravano guerra al mercato nero ma in realtà ingrassava ogni giorno soprattutto perché la richiesta di cibo era molto forte.

Nelle fabbriche vigeva lo sfruttamento più bestiale perché lo sciopero non esisteva nell’Italia fascista, i turni di lavoro erano massacranti (11-12 ore), la fame accompagnava i lavoratori durante tutta la loro giornata. Non esisteva sindacato a cui rivolgersi, i sindacati fascisti erano una presa in giro (stavano sempre dalla parte dei padroni).

Vivendo in queste condizioni era del tutto normale che i lavoratori italiani conoscessero una lunga stagione di lotte che erano iniziate nel marzo del ’43, quando vigeva ancora il fascismo monarchico e l’Italia non era stata ancora invasa dai tedeschi, fino ai grandiosi scioperi della prima settimana del ’44, che si conclusero però con una sconfitta perché i nazisti agirono subito con arresti di massa e deportazioni volti a terrorizzare i lavoratori.

A Varese città in quei giorni di inizio marzo ’44 furono arrestati 50 operai per aver partecipato a scioperi. A Saronno e Busto altre decine di arresti.

Nonostante la minaccia terroristica del licenziamento immediato, degli arresti, la partecipazione allo sciopero fu quasi totale tra le maestranze: la Isotta Fraschini di Saronno scioperò con 2.300 operai, la Cemsa di Saronno con 1.700 operai e la De Angeli Frua di Saronno con 990 operai; l’Aeronautica Macchi di Varese, la Siai Marchetti di Sesto Calende, la Caproni di Vizzola Ticino, la Agusta di Cascina Costa furono altre grandi fabbriche in prima linea.

Ma accanto a queste fabbriche laeder nelle lotte sindacali scioperarono i lavoratori di altre centinaia di aziende della provincia di Varese, soprattutto quelle legate alla produzione bellica, nel tentativo di indebolire lo sforzo militare tedesco.

Potremmo dire che gli scioperi del marzo ’44 dal punto di vista sindacale furono una delusione perché gli operai non ottenero nulla (né salari più alti né il miglioramento della loro alimentazione e condizione in fabbrica), ma a livello politico il messaggio fu forte: una profonda frattura si era aperta tra il fascismo di Salò, le autorità tedesche e i lavoratori e chi si illudeva che i nazisti avrebbero migliorato le condizioni dei lavoratori che producevano per l’industria bellica tedesca, ora doveva ricredersi.

Gran parte dei deportati della provincia furono operai in sciopero in quei giorni. Oppure si trattava di operai che avevano lasciato la fabbrica per evitare l’imminente arresto. Altri di loro presero le armi e compirono sabotaggi nel corso dell’estate del ’44 con l’obiettivo di indebolire la produzione bellica (4).

Questi arresti erano inevitabili perché durante lo sciopero della prima settimana  di marzo molti operai furono costretti a mettersi in prima linea e quindi furono facilmente individuati dalla direzione della fabbrica come sabotatori.

Rischiavano l’arresto e la deportazione in un Kz oppure rischiavano di essere licenziati e deferiti alla magistratura fascista oppure, altro rischio che nessuno voleva correre, erano costretti a partire per la Germania e lavorare in strutture industriali legate alla produzione bellica tedesca. Altro spauracchio, l’arruolamento forzato in una delle formazioni militari di Salò.

Tutti sapevano quali erano le condizioni in cui lavoravano gli operai italiani nei campi di lavoro in Germania: sfruttati sul lavoro, poco cibo e tanti insulti e malversazioni (dopo l’8 settembre del ’43 gli italiani erano diventati tutti “traditori” dei nazisti).

Eppure, nonostante il terrore delle deportazioni o del carcere, i lavoratori di Varese e provincia scioperarono compatti scrivendo una bella pagina nella storia della Resistenza italiana.

In sintesi possiamo dire a ragione che questi scioperi dettero la misura della forza e del coraggio della classe operaia varesina e mostrarono chiaramente che il fascismo non riscuoteva più alcun consenso tra le masse operaie.

Angelo Castiglioni

Tra le figure più significative di questi giovani operai coraggiosi e sfortunati ricordo volentieri, qui a Busto Arsizio, Angelo Castiglioni, nato nella vostra città nel 1923. A ventidue anni conobbe la tragica esperienza del campo di concentramento nazista che lo segnò profondamente.

Angelo Castiglioni venne arrestato la mattina dell’11 dicembre 1944 nell’azienda dove lavorava, la Ferramenta Marcora. Una spia aveva fatto il suo nome come capo di un gruppo di partigiani del rione di San Michele. Portato nella scuola De Amicis, sede allora della Brigata Nera, fu interrogato e torturato.

Non parlò, Castiglioni, nonostante le torture dalla sua bocca non uscì nessun nome. Ma quel silenzio lo avviò prima al carcere di San Vittore e poi nel lager di Flossenburg in Germania, dove arrivò il 23 gennaio del ’45.

Qui a Flossenbuerg morì anche il magistrato Cosimo Orrù, nato in Sardegna ma giudice nel tribunale di Busto Arsizio. Fu arrestato perché antifascista e oppositore politico.
Angelo Castiglioni, matricola 43.549 di Flossenburg, sopravvisse alle condizioni di vita disumane del lager, sopravvisse a una “marcia della morte” da un lager all’altro nell’imminenza del crollo nazista.

Nei lager i deportati dicevano tra di loro: chi sopravviverà di noi, dovrà raccontare quello che ci hanno fatto!

Castiglioni in tutta la sua vita ha testimoniato mantenendo fede a quella promessa. Fino alla sua morte avvenuta nel 2011 ha parlato dei suoi compagni morti nel lager, soprattutto nelle scuole di Busto Arsizio e della provincia.

Per concludere vorrei leggere le parole che un lavoratore di Saronno, Pietro Bastanzetti, scrisse ai figli poco prima della deportazione a Mauthausen quando si trovava nel carcere di San Vittore:

“Ricordatevelo! Vostro padre vi è stato strappato, incarcerato e spedito come se fosse una bestia…”

Basterebbero queste sole parole per mostrare tutta la barbarie del nazismo e del fascismo italiano.

Note

1) Bruna Bianchi, Enzo R. La Forgia, Giuseppe Nigro e Mario Vassalli, “Lotte operaie e Resistenza in provincia di  Varese”, parte prima: Varese, Saronno, Sesto Calende, Istituto varesino “Luigi Ambrosoli” per la storia dell’Italia contemporanea e del movimento di liberazione, 2005, p.33

2) “Lotte operaie e Resistenza in provincia di Varese”, op. cit., p. 59

3) R. Gobbi, “Operai e Resistenza”, Torino, Musolino, 1973, riporta a p. 7 una tabella con gli indici numerici dei salari reali negli anni della guerra: posto uguale a 100 l’indice relativo al 1913, esso risulta 107.83 nel 1940, 99.10 nel 1942, 68.80 nel 1943, 24.20 nel 1944, 22.20 nel 1945

4) La Resistenza a Varese e provincia è stata particolarmente combattiva. Al movimento partigiano varesino saranno riconosciuti circa 700 partigiani e 110 caduti, tra i quali 11 fucilati a Borgo Ticino (18 agosto ’44) e 5 fucilati a Castelletto Ticino (1 novembre ’44). Responsabile degli eccidi fu la X flottiglia Mas. Particolarmente rilevante anche la celebre “Battaglia del San Martino” (15 novembre ’43), uno dei primissimi episodi della Resistenza in Italia. Si veda il “Dizionario della Resistenza”, Einaudi 2006, pp. 390-391