Riflessioni sul Giorno della Memoria

Nel Giorno della Memoria (27 gennaio) ricordiamo soprattutto i sei milioni di ebrei morti nei ghetti, di fame e malattie, fucilati a centinaia di migliaia sull’orlo di fosse collettive, uccisi a milioni nelle camere a gas di Treblinka, Sobibor, Belzez e soprattutto Auschwitz. Tra di loro bambini, donne, uomini e vecchi di ogni nazione europea.

Il 27 gennaio del 1945 il lager di Auschwitz fu liberato dall’esercito sovietico, nei mesi successivi, soprattutto tra l’aprile e i primi di maggio del ’45 furono liberati tutti gli altri lager.

In genere quando si pensa ai lager nazisti si crede che la deportazione abbia riguardato solo gli ebrei di tutte le nazionalità europee, in particolare gli ebrei polacchi, russi e del resto dell’Europa orientale. Non è così.

L’Italia per esempio ha avuto una deportazione imponente dal 1943 alla fine della guerra.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43 i soldati tedeschi catturarono 650.000 militari italiani allo sbando e li trasferirono in strutture che divennero campi di lavoro forzato (stalag).

Molti civili vennero rastrellati e condotti nel Reich a lavorare come schiavi (circa 120mila). Mentre i partigiani e gli operai in sciopero vennero deportati nei Kz, ossia nei campi di concentramento veri e propri, per lavorare fino allo sfinimento e poi essere uccisi.

Sono lager dal nome sinistro: Dachau, Buchenwald, Mauthausen, Ravensbruck, Flossenburg… da qui passarono ben 24.000 italiani e coloro che furono uccisi raggiunsero il 40%. Fame, percosse, lavoro forzato senza limiti, malattie sono alla base di questa fortissima mortalità.

E poi c’è il capitolo della “Shoah italiana” con circa 8.000 cittadini italiani di origine ebraica che vennero deportati quasi tutti ad Auschwitz e morirono in gran numero.

Quindi in totale furono circa 800.000 gli italiani che furono deportati in Germania, ma anche in Austria, in Polonia. Ottocentomila uomini con alcune migliaia di donne. Una deportazione imponente, forse ancora oggi non del tutto conosciuta.

Soprattutto è ancora debole la memoria degli IMI, cioè dei militari italiani catturati e deportati dopo l’8 settembre. Ma anche dei lavoratori coatti si sa poco nulla a livello storiografico.

La deportazione ha toccato in forme esasperate anche l’area nella quale viviamo.

Da circa un anno stiamo conducendo all’interno dell’Anpi di Legnano una ricerca sui deportati dell’Alto Milanese e per ora sono emersi dati che ci hanno sorpresi.

La deportazione da Legnano ha riguardato una quarantina di persone, in prevalenza operai delle grandi fabbriche dell’epoca. A Busto Arsizio addirittura i deportati furono una cinquantina, anche qui con una netta prevalenza dell’elemento operaio.

Due episodi sono particolarmente significativi. Mi sto riferendo ai fatti del 5 gennaio 1944 alla Tosi di Legnano e del 10 gennaio dello stesso anno alla Comerio di Busto Arsizio.

Alla Franco Tosi lo sciopero andava avanti da mesi mettendo in difficoltà la produzione bellica tedesca che aveva nella Tosi un punto di riferimento.

Per porre fine agli scioperi e riportare tutti gli operai legnanesi in fabbrica nel primo pomeriggio del 5 gennaio di 69 anni ci fu l’irruzione di una cinquantina di SS ben armate nel cortile della Franco Tosi con l’obiettivo di terrorizzare gli operai e riportarli al lavoro.

Ma c’era anche un altro obiettivo: arrestare i membri della Commissione interna e gli operai più in vista per separare gli elementi più attivi dal resto degli operai.

La stessa tecnica militare cinque giorni dopo a Busto Arsizio quando vi fu un’irruzione ancora di SS nella Ercole Comerio con l’arresto e la deportazione di sei operai, quasi tutti membri della Commissione interna.

I nazisti credevano che riportando l’ordine nelle due fabbriche simbolo di Legnano e Busto Arsizio sarebbe tornata la calma. Invece solo due mesi dopo le fabbriche del legnanese e di Busto furono agitate da nuovi scioperi che coinvolsero tutta l’Italia del Nord.

Sono i grandiosi scioperi del marzo del ’44 che non hanno equivalenti nell’Europa occupata.

La miseria quotidiana, le privazioni, la stanchezza per la guerra sono alla base degli scioperi. Altri arresti e deportazioni avvennero in questi momenti a Legnano e Busto.

I motivi che provocarono le proteste operaie erano molteplici, ma uno in particolare ebbe il potere di scatenare le grandi masse: la fame.

La stragrande maggioranza della popolazione lavoratrice era costretta ad alimentarsi con razioni fra le più basse d’Europa. Ogni italiano riceveva appena 150 grammi di pane al giorno contro i 224 del Belgio e i 290 della Germania, mentre la razione base di carne ammontava a 100 grammi la settimana.

Queste dosi non rappresentavano che la metà di quanto era necessario per vivere e a volte anche queste misere quantità non venivano distribuite.

I salari erano bloccati nonostante che dal 1940 i prezzi continuassero a salire a dismisura e ovunque prosperasse la borsa nera.

Dove vennero deportati gli scioperanti dell’Alto Milanese? Non vennero portati nei campi di lavoro per militari e civili dove la possibilità di sopravvivere era relativamente alta.

Vennero deportati in alcuni terribili strutture come Mauthausen in Austria per morire dopo essere stati sfruttati fino all’ultimo.

Per dare un’idea di che cosa è stato Mauthausen bastano queste poche cifre: dal 1938 al ’45 furono deportate 200.000 persone di tutta l’Europa con 105.000 morti: addirittura poco più del 50%.

Ma questa percentuale rischia di essere troppo bassa per i nostri lavoratori.

Dei nove operai deportati della Tosi il 5 gennaio del ’44, sette morirono a Mauthausen e sottocampi. Degli operai arrestati e deportati in occasione degli scioperi del marzo ’44 nessuno fu liberato: tutti morirono (erano 14) nel KZ Mauthausen.

In sostanza su 40/42 nomi di legnanesi di cui conosciamo la data dell’arresto e i percorsi da un lager ad un altro i sopravvissuti furono una decina.

Quali insegnamenti trarre da queste vicende tragiche?

Il primo è legato alla memoria. Non possiamo relegare queste persone in un angolo buio e dimenticarle. Le loro sofferenze, le sofferenze delle loro famiglie, meritano il rispetto del ricordo.

Il secondo insegnamento è legato a un’idea di giustizia sociale che li espose al rischio delle deportazioni.

Non era facile scioperare con i tedeschi in casa e i fascisti pronti alla repressione di qualunque forma di dissenso. Eppure ci furono gli scioperi, le proteste, talvolta con le donne in prima linea.

La fermezza, il desiderio di giustizia, il coraggio di quei giorni devono essere ancora oggi momento di riflessione.

Giancarlo Restelli