GULag e Laogai

GULag e Laogai

Il tema del lavoro schiavile nei lager non fu una prerogativa solo nazista. Anzi nel corso del Novecento il sistema del lavoro coatto fu alla base di impressionanti sistemi concentrazionari che provocarono diversi milioni di morti. Sono i gulag dell’età di Stalin e il sistema dei Laogai in Cina, nati al tempo di Mao e competitivi ancora oggi nel mercato mondiale.

I campi di concentramento. I Gulag

La sigla Gulag ci riporta alla “normalità” burocratica: “Amministrazione centrale dei campi”. In realtà i Gulag furono una gigantesca impresa schiavistica che si distingue dalle altre nella storia (es. la costruzione delle piramidi egizie) perché il lavoro era assolutamente gratuito e un cavallo costava più di uno zec, ossia un detenuto.

Difficile sintetizzare in poche parole i gulag. Possiamo dire che durante la Rivoluzione d’Ottobre i campi che vennero creati avevano obiettivi di tipo repressivo, ossia detenere in strutture di tipo carcerario i tanti avversari del nuovo potere sovietico.

Il lavoro nei campi dal ’18 al ’21 non ha alcuna funzione di tipo produttivo. I deportati (105mila nel ’21, 150mila nel ’22, 86mila nel ’24) devono essere messi nella condizione di non nuocere e relegati in campi dove fuggire era difficile.

I gulag sono invece legati al primo piano quinquennale voluto da Stalin il cui obiettivo è la rapida industrializzazione dell’Unione Sovietica, in realtà costruzione del capitalismo in U. S.

I geologi nel corso della metà degli anni venti stendono relazioni a dir poco ottimistiche sulla presenza in molte zone della Siberia di giacimenti praticamente illimitati di gran parte delle materie prime di cui aveva bisogno l’Unione Sovietica per la propria industrializzazione oppure materie prime da esportare per avere in cambio la tecnologia occidentale.

Rame, ferro, carbone, piombio, nichel, oro, argento, gas , petrolio, platino, cobalto, palladio, nichel… la Siberia era uno scrigno straordinario di ricchezze.

Ma come fare per sfruttarle? Portare milioni di operai, tecnici e ingegneri a lavorare là sarebbe stato particolarmente costoso (salari e stipendi più alti), il reclutamento sarebbe stato sicuramente lento e sarebbe stato difficile evitare di costruire scuole, ospedali, strutture di ricreazione per i lavoratori lontani dalle proprie case. Tutto questo sarebbe gravato sui costi di produzione e di vendita delle materie prime.

Come fare quindi? Semplice, deportando milioni di uomini e donne con il pretesto, il più delle volte totalmente infondato, di essere “nemici del popolo”, nemici del potere sovietico”, “nemici dello Stato”.

Bastava poco: non avere i documenti in regola, essersi spostato da una città ad un’altra senza i necessari permessi, una delazione anonima, essere familiare di un arrestato, l’accusa di trotskismo, avere espresso critiche al potere sovietico con alcuni amici (tra di loro c’era una spia), essere considerato un “asociale” (ritardi sul lavoro, scarsa produttività)… contadini che non avevano rispettato le regole degli ammassi (mercato nero), detenuti politici, kulaki che non volevano cedere la loro proprietà allo Stato, intellettuali e studenti riottosi, asociali (prostitute, ladri, alcolisti, disoccupati cronici), persone che sono riuscite a mantenere i ritmi di produzione (tecnici, ingegneri, operai, kolcosiani), criminali di professione, intere etnie non russe che furono deportate (tedeschi del Volga, i cosacchi di Crimea, i ceceni, altre popolazioni caucasiche…), furono le maggiori categorie dei Gulag.

Era facile quindi finire alle isole Solovki bagnate dal Mar Bianco, a Magnitogorsk (Urali), sede di un mastodontico complesso siderurgico (la più grande acciaieria del mondo negli anni dello “splendore” dei Gulag); a Norilsk, a 320 km sopra il Circolo Polare Artico, sede di miniere di rame e di un imponente complesso siderurgico; alla Kolima, nell’estremo nord est siberiano.

Se il numero di detenuti è ancora relativamente contenuto nei primi anni Venti, esplode a partire dai primi anni Trenta: nel ’35 sono 960mila; nel ’37un milione e duecentomila; nel ’45 un milione e mezzo; 2 milioni nel ’48; 2 milioni e mezzo nel 1950 fino al ’53, anno dopo il quale il numero di detenuti conosce una brusca caduta.

L’articolo 58 del Codice Penale è responsabile di alcuni milioni di deportati: 58-8, terrorismo; 58-10, propaganda o agitazione politica; 58-11, azione di gruppo e così via. Spesso le accuse erano totalmente infondate.

L’unica possibilità di rimanere in vita era mantenere le proprie capacità lavorative, altrimenti c’era la morte. Potremmo sintetizzare la filosofia dei gulag con la frase, “Lavora, altrimenti morirai!”.

La Kolima

Una delle zone assurte a simbolo dei Gulag fu l’area della Kolima, grande come l’odierna Ucraina, una delle aree più disabitate al mondo finchè i geologi scoprirono enormi quantità di oro in alcuni casi a cielo aperto. I geologi garantivano che la Kolima era meglio del Klondike!

Non si perse tempo e sotto la direzione dell’Nkvd nacque nel ’31 il Dalstoj, un trust per l’estrazione di oro, argento, platino e altri metalli che in tutto l’Estremo Oriente sovietico gestiva 160 lager.

Per dare un’idea dell’enorme quantità di oro che venne scavata, nel 1953 la produzione raggiunge le 2.048 tonnellate, che è il livello massimo in assoluto.

I prigionieri giungevano a Vladivostok dopo un viaggio in treno che poteva durare anche 50 giorni con soste lungo il percorso. Poi erano caricati come bestie su alcune navi che li portavano a nord nel porto di Magadan dopo una dozzina di giorni di mare spesso burrascoso. Da lì continuavano il loro viaggio verso le miniere più settentrionali, sempre per nave.

Per dare un’idea delle distanze, da Magadan venne costruita una strada dai detenuti lunga 2.000 chilometri con una serie di villaggi lungo il percorso dove prima dominava il silenzio artico.

Il criterio della vita e della morte alla Kolima era il lavoro: chi non appariva più in grado di lavorare era fucilato oppure abbandonato a se stesso in strutture di morte chiamati “ospedali”. La fame era divorante, il freddo assolutamente letale (si lavorava fino a un massimo di 54 gradi sottozero! A -55 scattava l’obbligo di non lavorare), gli abiti del tutto inadatti.

La morte era una continua compagna della vita dei deportati. Nessun problema di gestione del lavoro perchè c’era una continua sostituzione di manodopera logorata con manodopera “fresca”.

All’inizio nel ’31 la superficie dei lavori (Kolima) era di circa 400.000 chilometri quadrati, e all’inizio degli anni ’50 raggiunse i 3 milioni di chilometri quadrati (quasi dieci volte la superficie dell’Italia).

Oggi lo scavo dell’oro langue nella Kolima, non perché le miniere siano esaurite, semplicemente mancano gli schiavi e non vengono fatti forti investimenti necessari per far ripartire la produzione. Quindi la produzione di oro oggi non è più conveniente.

Straordinaria memoria della vita alla Kolima sono le 600 pagine di Varlam Salamov ne “I racconti della Kolima”.

Arrestato anche lui per attività controrivoluzionaria (art. 58) fece 17 anni di Gulag, soprattutto alla Kolima. La sua colpa: aveva criticato il potere stalinista tra amici, ma tra di loro c’era uno che l’aveva denunciato.

Una breve citazione dai suoi “Racconti”:“Nei campi del lavoro forzato si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere…. Giacchè non c’è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un’ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano”.

Parole che avrebbero un senso anche nei campi di lavoro di Auschwitz (una cinquantina), nei campi di lavoro di Dachau (circa 160), nei campi di lavoro di Mauthausen (una quarantina)… dovunque l’uomo è stato sfruttato fino alle sue ultime risorse fisiche.

In questa prospettiva il rapporto tra lager nazisti e gulag staliniani è impressionante.

Nei 35 anni della loro storia i lager del Dal’stroj videro passare più di 1.200.000 detenuti, 500.000 dei quali condannati per motivi politici. Centinaia di migliaia vi rimasero per sempre, vittime del freddo, della fame e del lavoro durissimo, delle fucilazioni delle guardie.  Il nome stesso del fiume, Kolyma,  divenne in russo sinonimo di lager.

Quanti deportati e vittime nel sistema Gulag? Molti storici concordano intorno a 20 milioni di deportati con due milioni di morti, dal 1929 al 1953.

Due giudizi su Stalin.

Indro Montanelli (notorio anticomunista) teneva la fotografia di Stalin sulla sua scrivania. Diceva che aveva ammazzato più comunisti lui di qualunque altro.

Amadeo Bordiga definiva Stalin il “più grande rivoluzionario borghese dell’epoca moderna” (superiore anche a Napoleone) perché aveva portato l’industrializzazione nel cuore della Siberia, in regioni dove l’uomo non poteva vivere.

I Campi di concentramento: i laogai

Fino alla fine degli anni ’70 non si sapeva nulla o quasi sul sistema dei laogai e anche oggi le informazioni ufficiali del governo sono molto frammentarie e tendono a minimizzare il fenomeno.

Laogai vuol dire “lavoro correzionale penitenziario” (rieducazione attraverso il lavoro), in sostanza è il “gulag cinese”.

I laogai nascono subito dopo la presa del potere di Mao (1949). Già nei primi anni Cinquanta hanno un aspetto ben definito.

Il modello a cui ispirarsi è quello sovietico, ossia la “punizione e la rieducazione politica attraverso il lavoro”. In realtà sono strutture dove domina incontrastato il lavoro forzato esercitato in condizioni disumane: fame, violenze e sfruttamento intensivo della forza lavoro fino all’esaurimento.

La variante cinese del lavoro forzato prevede il “lavaggio del cervello”, ossia il riconoscimento da parte dell’imputato dei suoi “crimini”.

Il linguaggio delle autorità parla di “riforma del pensiero” che permette di “cambiare l’uomo”. Tutto questo è ottenuto, nel momento dell’arresto, con una lunga confessione scritta, e poi con lunghe e insopportabili sedute dopo il lavoro volte a ottenere la completa adesione del detenuto al potere che lo sovrasta.

I cardini del sistema cinese sono “autoaccusa” e “pentimento” dopo molte “sedute di studio” dove ci si abitua alla delazione.

Il sistema prevede tre fasi:

–         il riconoscimento dei propri “crimini”

–         l’autocritica

–         la sottomissione all’autorità (pentimento pubblico con atto di soggezione al governo)

Anche nel sistema sovietico la “rieducazione” era considerata importante. In realtà nei Gulag sovietici non ci fu mai un tentativo vero di modificare il sistema di pensiero del deportato. Qualche azione di propaganda c’era ma del tutto inefficace di fronte all’arbitrio dei dirigenti dei Gulag, dei detenuti comuni che spadroneggiavano e della fame che imperversava.

Il “lavaggio del cervello” permetteva lunghe confessioni scritte che autorizzavano i giudici interni a comminare lunghe pene detentive e ad aumentare la produttività del singolo. Quindi l’”autoaccusa” rafforzava la componente produttività del lavoro forzato dei laogai.

Secondo Harry Wu «I laogai sono parte integrante delleconomia cinese. Le autorità li considerano delle fonti inesauribili di mano d’opera gratuita: milioni di persone, rinchiuse, che costituiscono la popolazione di lavoratori forzati più vasta del mondo. È un modo supplementare, ma basilare, che ha fatto volare l’economia: un’economia di schiavitù».

I laogai oggi

Secondo il “Quotidiano del popolo” (1983): “Vi sono 200 tipi di prodotti provenienti dai campi di lavoro, compresi quelli dell’industria leggera. Prodotti metallurgici: piombo, zinco, alluminio, oro, rame e mercurio; minerari: carbone, ferro, zolfo, fosforo; meccanici ed elettrici: automobili, macchine utensili, componenti e strumenti elettrici; chimici: concime, zolfo, gomma riciclata; chimico industriali; dell’industria leggera: indumenti di cotone, ventagli, calzature di cuoio, abiti. A cui si aggiungono 20 tipi di prodotti agricoli, i più importanti dei quali sono l’olio, il tè, la frutta e il pollame. Nel nel 1983 i campi producevano complessivamente 12 milioni di tonnellate di carbone grezzo, più 6000 macchine utensili, 6000 pompe agricole, 16.000 tonnellate di zinco, 200 di mercurio (un quinto della produzione nazionale) e 25.000 tonnellate di amianto (1/4 della produzione nazionale”.

Secondo un’indagine del 2008 della Laogai Research Foundation, nella Repubblica Popolare Cinese sono presenti 1422 laogai.

Sul numero dei laogai presenti nel territorio cinese e il numero dei detenuti non si hanno informazioni ufficiali. Il già menzionato Wu sostiene che dal 1949 alla metà degli anni ottanta si debbano contare almeno 50 milioni di prigionieri, e che il numero di prigionieri attuali si aggiri intorno agli 8 milioni. Sempre Wu, nel suo libro Laogai: The Chinese Gulag elenca 990 campi, ipotizzando che il numero reale sia da 4 a 6 volte maggiore.

Il Laogai Handbook 2005-2006 curato dalla Laogai Research Foundation aggiornato al settembre 2006 ne censisce 1045, riportando per ciascuno anche il tipo di attività svolto dai forzati.

Altre fonti ipotizzano che il fenomeno dei laogai in realtà sia molto più vasto di quanto si possa ipotizzare persino dalle stime di Wu.

Secondo Wu il volume della produzione venduta all’estero è impressionante contando sui bassi salari dei laogai (20% di un operaio cinese). Secondo altre fonti invece il sistema dei laogai ha perduto importanza dopo le liberalizzazioni dell’epoca di Deng.

Atri analisti invece sostengono che i laogai, dopo un certo declino negli anni ’70, sono stati rivitalizzati da Deng a partire dal 1983 quando ogni campo è stato trasformato in un’entità autonoma tipo azienda o fabbrica. Il direttore della “prigione” (nuova espressione al posto di laogai, dal 1994) può contare su un margine di profitto proprio in ragione del lavoro che riesce a far svolgere ai detenuti. Oltre al direttore ne beneficiano anche gli altri funzionari del laogai.

Le condizioni di vita però non sono migliorate nonostante la proiezione dei laogai nel mercato mondiale. Fame, lavoro e “riforma” rimangono sempre i cardini del sistema cinese.

La percentuale di mortalità oscilla tra il 2 e il 7 per cento. Con 8 milioni di detenuti vuol dire circa 280mila morti l’anno. L’alimentazione è in ragione del grado di “ravvedimento” e della produttività quotidiana.

All’estero spesso non si sa che dietro un’azienda cinese c’è un laogai. Per questo motivo ogni struttura ha due nomi: il nome del campo di lavoro e il nome dell’azienda conosciuta all’estero.

Secondo molti, tra cui Wu, i laogai forniscono organi umani per ospedali cinesi e stranieri. A questo proposito i detenuti vengono fucilati per l’immediato espianto di organi. La prova è la notevole facilità di utilizzo degli organi da parte degli ospedali cinesi rispetto a tempi più lunghi per altre strutture ospedaliere straniere.

gennaio 2013