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Lenin e il movimento operaio italiano. Parte prima (1901-1914)

Lenin e il movimento operaio italiano

Tesi di laurea, Università di Napoli

Anno accademico 1987-88

Relatore Luigi Cortesi

Autore Giancarlo Restelli

Introduzione

Capitolo primo

  • Analisi degli scritti di Lenin fino all’agosto 1911

.Caratteri del socialismo italiano nell’età giolittiana negli scritti di Lenin

.Individuazione dei caratteri imperialistici nel capitalismo italiano

.Il primo apparire del nome di Lenin in Italia

Capitolo secondo

  • Lotta politiche nel socialismo italiano negli anni precedenti la Prima guerra mondiale

.Lenin e il congresso di Reggio Emilia

.La guerra di Libia e il socialismo italiano

.Il PSI “felice eccezione” fra la neutralità e l’intervento (agosto 1914-aprile 1915)

Capitolo terzo

  • Guerra imperialistica e rivoluzione

.Il “né aderire né sabotare” negli scritti di Lenin

.Primi incontri tra Lenin e i socialisti italiani. Zimmerwald (settembre 1915), Kienthal (aprile 1916)

.Lenin e la rivoluzione di febbraio nella stampa socialista italiana

.Lenin e il PSI tra le due rivoluzioni

.Prime interpretazioni dell’Ottobre nel PSI

.Potenzialità rivoluzionarie e problema del partito rivoluzionario tra Caporetto e la fine del 1918

Capitolo quarto

  • Il “Biennio Rosso” in Italia nell’ipotesi strategica di Lenin

.Speranze di un’imminente rivoluzione in Italia in un messaggio di Lenin a Serrati

.La fondazione della Terza Internazionale

.Speranze e delusioni di Lenin nello sciopero internazionale del 21 luglio 1919

.La “brillante vittoria del comunismo” al Congresso di Bologna

.Il massimalismo italiano in una lettera di Serrati a Lenin

.Antiparlamentarismo, polemica contro il centrismo e il riformismo nel PSI, valorizzazione del partito ne “L’Estremismo”

.Il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista

.Verso la scissione

Capitolo quinto

  • Il Congresso di Livorno e la fondazione del Partito Comunista d’Italia

.Ultimi rapporti tra Serrati e l’Internazionale prima della scissione

.Livorno, l’Internazionale e Lenin

.La polemica su Livorno nella storiografia togliattiana

.Il nodo storico del “ritardo”

.Uno strumento politico d’avanguardia: il partito leninista

Capitolo sesto

  • Lenin il “fronte unico” in Italia

.Stabilizzazione relativa del capitalismo e strategia della NEP in Unione Sovietica

.Tattica del “fronte unico” e polemica su Livorno al Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista

.”Fronte unico” e conquista della maggioranza del proletariato

.Rafforzamento delle strutture del partito, “fronte unico” sindacale e “ritirata strategica” di classe nell’azione del PCd’I nel biennio 1921-22

.La scienza della “ritirata ordinata” nella strategia di Lenin e Bordiga

.Le difficoltà del “fronte unico” politico in Italia: il “Circo Barnum” alla prova

.Il problema della fusione tra PCd’I e PSI negli ultimi scritti di Lenin

Appendice

Bibliografia

Introduzione

Perché una nuova ricerca sugli scritti “italiani” di Lenin dal 1901 fino a dicembre del 1922?

Chi scrive ha ritenuto opportuno sia per ragioni di metodo storico che per colmare una lacuna nella storiografia contemporanea, compiere un’opera di ricerca “archeologica” analizzando quella che potremmo definire l’ “Opera completa” di Lenin sulla questione italiana. Attualmente esistono solo due raccolte, entrambe incomplete, degli scritti di Lenin sul movimento operaio italiano.

La prima risale all’età staliniana quando l’Unione Sovietica era definita da Felice Platone, curatore della prima edizione pubblicata nel 1947 con il titolo “Lenin, sul movimento operaio italiano” (1), “grande stato socialista” e Stalin visto come il continuatore ideale dell’opera di Lenin (2). Il testo nasceva con la collaborazione di una storica russa e l’approvazione di Nadezda Krupskaia; ma, nonostante la volontà di completezza (“Tutti i passi in cui si trova qualche riferimento, anche incidentale, all’Italia o a questioni italiane sono stati inclusi in questo volume (3)), l’edizione trascura parecchi scritti e, a parere di Luigi Cortesi, è “filologicamente insoddisfacente e inadeguata alle esigenze di studio” (4).

Basato su un criterio cronologico e non per problemi storici, come nella silloge italiana, è il testo sovietico “Lenin e l’Italia” edito nel 1971 (5). Ma anche questa raccolta denuncia i limiti di una ricerca “archeologica” ancora insufficiente, benché più ampia che nel testo italiano.

Da qui l’idea di portare finalmente alla luce i passi sul movimento operaio italiano nell’opera di Lenin finora trascurati o poco utilizzati dagli storici e di tenerli in considerazione nel nostro studio.

La ricerca ha dato buoni frutti: chi scrive ha raccolto parecchio materiale consultando tutta l’opera completa di Lenin, nella quale molti riferimenti alla questione italiana sono indubbiamente incidentali ed episodici, mentre altri, integrati coi i passi “maggiori”, permettono di avere un quadro più completo dei giudizi di Lenin su singoli fatti o problemi generali.

Naturalmente una ricerca sull’opera di Lenin, a settant’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, con le prospettive che questa data e gli anni successivi aprono per il movimento operaio italiano, non poteva essere solo meramente “archeologica” trascurando tutta una serie di problemi storici che chi scrive giudica ancora aperti al dibattito storiografico e politico.

Innanzi tutto è necessario sottolineare quanto gli storici vicini al Partito Comunista Italiano abbiano trascurato gli scritti di Lenin sull’Italia. Infatti l’edizione del ’47 non è stata assolutamente integrata né con la quinta edizione dell’opera completa di Lenin, né con le nuove ricerche italiane e sovietiche degli anni successivi. L’edizione del ’47 è stata ripresentata nel 1962 da Spriano che ne ha curato la nuova pubblicazione scrivendo un’introduzione (6). Nel 1970 e nel ’76 il volume viene ripubblicato nella collana “Le idee” dagli Editori Riuniti senza che l’introduzione del ’62 sia stata rivista oppure solo aggiornata.

Come si concilia il disinteresse mostrato dagli storici del Partito Comunista Italiano con l’affermazione di Spriano che l’ ”interesse che oggi presentano gli scritti di Lenin sulla questione italiana è considerevole”? (7). Ci si pone questa domanda soprattutto se pensiamo che nella storiografia italiana non esiste neppure un lavoro completo tale da abbracciare il lungo periodo tra il 1901 e il 1922.

Paradossalmente l’unico tentativo di analisi a fondo degli scritti “italiani” di Lenin è quello proposto dal tedesco Konig, il cui libro, edito in Italia nel 1972 (8), trascura gli scritti di Lenin sino al settembre del 1911 e non dimostra di aver compiuto una meticolosa ricerca di tipo documentario (alcuni importanti passi di Lenin sull’Italia sono stranamente trascurati); nel suo lavoro “non si coglie una linea evolutiva – scrive Patracchi – o una continuità nel pensiero di Lenin sul partito socialista italiano” (9) e soprattutto muove da una prospettiva politico-storiografica di tipo socialdemocratico, quindi insoddisfacente, a nostro parere, nel dare il giusto spessore teorico-politico agli interventi di Lenin sull’Italia.

Anche la ricorrenza del centenario di Lenin (1970) non è servita all’approfondimento critico dei rapporti tra Lenin e il socialismo italiano. Per esempio il Quaderno di “Critica marxista”, “Lenin teorico e dirigente rivoluzionario”, proponeva su questo tema solo l’articolo di Spriano, “Lenin e il movimento operaio italiano”, a nostro parere ripetitivo nella sostanza dell’introduzione del ’62 al volume edito dagli Editori Riuniti (10).

Ben più importante è il seminario tenuto nell’ottobre 1970, per iniziativa dell’Istituto Gramsci di Roma, sul tema “Lenin e il movimento operaio italiano” con la partecipazione al dibattito di molti studiosi, tra i quali citiamo Spriano, Ragionieri, Sereni, Villari, Procacci, Boffa e Manacorda (11). In esso sono emerse alcune prospettive di lettura dei rapporti tra Lenin e la questione italiana davvero interessanti: ad esempio la necessità di studiare, molto meglio di quanto sia stato fatto, i rapporti inviati dalla segreteria del PSI al bureau dell’Internazionale Socialista fino al 1914, in quanto fonti di informazione di Lenin, membro del bureau fin dal 1907, sulle caratteristiche del socialismo italiano; la rivalutazione del ruolo di Bordiga nel 1920-21 quale coerente rappresentante dell’I. C. in Italia molto più di Gmamsci e dell’ ”Ordine Nuovo”, nell’attuazione delle “Ventuno condizioni”.

Ma accanto a queste prospettive interessanti di ricerca, il dibattito, a nostro parere, ha anche sottolineato alcune carenze vistose: prima di tutto non è stata avvertita la necessità di un’edizione completa o solo più aggiornata degli scritti di Lenin sull’Italia; poi il periodo preso in esame (1912-1922) ha trascurato il decennio 1902-1911 del quale noi abbiamo cercato di evidenziare l’importanza.

Accanto a queste insufficienze nella ricerca, alcuni giudizi formulati durante il convegno, sull’opera di Lenin, lasciano perplessi: la sopravvalutazione da parte di Lenin dei risultati del congresso di di Reggio Emilia (1912) viene ricondotta (pur non trascurando l’influenza sul rivoluzionario russo degli articoli di Oda Olberg sulla “Neue Zeit”) tout-court ad una prospettiva – scrive Ferri – di “permanenza (di Lenin, ndt) nella Seconda Internazionale, che non in quella di omogeneizzazione del partito italiano al bolscevismo russo” (12). Tutto ciò nonostante sia documentabile la lotta di Lenin all’interno della II Internazionale contro il revisionismo e l’opportunismo annidati nei partiti maggiori e lo sforzo per creare “una base d’azione comune per tutta l’ala sinistra eterogenea dell’Internazionale” (13).

Complessivamente nel dibattito all’interno del Seminario dell’Istituto Gramsci l’accento è caduto più volte sulle insufficienze dell’attuale storiografia italiana nell’analisi di alcuni temi specifici (ad esempio il rapporto tra il PSI e l’Internazionale Socialista, le peculiarità del fascismo italiano, etc.), piuttosto che sulla necessità di studiare e approfondire, al di là delle solite schematizzazioni, un rapporto, quello tra Lenin e il movimento operaio italiano, di indubbia complessità tenendo conto del ritardo dell’attuale ricerca storica in Italia su questo tema.

Attualmente sulle relazioni tra Lenin e il socialismo italiano vi sono soltanto brevi ricerche riguardanti periodi limitati, tra le quali citiamo quella di Domenico Luciano (14), per altro parzialmente incompleta in sede di ricerca sulla conoscenza del nome di Lenin in Italia, che prende in considerazione soprattutto, a parte il soggiorno caprese, gli scritti di Lenin tra il 1912 e il febbraio del 1917; la ricerca di Pietro Melograni, “Lenin e la prospettiva rivoluzionaria in Italia” (15), che esamina il biennio 1919-20.

In questo articolo, a nostro parere, la politicizzazione della storia sacrifica proprio ciò che dovrebbe essere l’obiettivo, ossia l’analisi concreta dei fatti, nel tentativo di dimostrare a tutti i costi che “gli equivoci e le doppiezze della politica leniniana contribuirono, tra il 1919 e il 1922, alla vittoria di Benito Mussolini” (16).

Senza dubbio più apprezzabile e non inficiato da pregiudizi ideologici il lavoro di Melograni del ’74, “Rivoluzione russa ed opinione pubblica italiana tra il 1917 e il 1920” (17).

Sull’intero periodo 1910-1911 non è stato scritto nulla di specifico tranne che sui due viaggi di Lenin a Capri tra il 1908 e il 1910 (18) e sull’insufficienza della rivoluzione russa del 1905 sul socialismo italiano (19), forse perché è diffusa l’idea che solo con la guerra di Libia Lenin “scopre” l’Italia.

Ad esempio Platone scrive che “essenzialmente… una raccolta di scritti di Lenin sull’Italia è circoscritta ad un periodo storico ben determinato, agli anni 1914-1922” (20).

In realtà sono stati trascurati passi in cui Lenin denunciava, fin dal 1901 (con grande acume nonostante la scarsità di materiali di cui disponeva nella Russia autocratica) la politica imperialistica dell’Italia, sottolineava il persistere della tradizione proudhoniana e bakuniana nel socialismo italiano, nonostante il prevalere del riformismo secondo-internazionalista e additava, già nel 1905, il pericolo del socialismo collaborazionista italiano (“Turati è il Millerand italiano”).

Molto migliore è lo stato delle ricerche per quanto riguarda i rapporti tra Lenin e il socialismo italiano a Zimmerwald e a Kienthal (21), sull’influenza delle Rivoluzioni di febbraio e d’ottobre nel socialismo italiano nelle ricerche di Cortesi (22), Donati Torricelli (23) e in generale per tutto il periodo successivo sino ai complessi rapporti tra il PCd’I e e l’I. C. al Terzo e Quarto Congresso del Cominter (24).

Nonostante queste importanti ricerche, manca ancora un’opera unitaria tale da abbracciare i vent’anni di elaborazione teorico-politica di Lenin sull’Italia e poi è opinione di chi scrive che la storiografia italiana abbia spesso ricondotto i giudizi di Lenin nell’ambito delle direttive dell’I. C. (come nel caso del “fronte unico” politico in Italia) senza rintracciare e specificare posizioni politiche in parte autonome, per esempio il problema del giudizio positivo di Lenin su Livorno a differenza delle interpretazioni critiche di Levi, Clara Zetkin e di altri “destri” in seno all’IKKI durante il III Congresso.

A questo proposito Sirinja sostiene che nella “Storia del PCI” di Spriano la questione dei rapporti tra Lenin e il PCd’I “non è approfondita in modo esauriente, e alcuni giudizi in merito necessitano… di precisazioni” (25).

Più interessata alla ricerca documentaria, per le maggiori possibilità di accesso alle fonti, si è dimostrata la storiografia sovietica con gli articoli di Kunina per il periodo immediatamente precedente Livorno (26) e di Sirinja per il periodo da Livorno fino al IV Congresso dell’I. C. (27).

Accanto ad una meticolosa ricerca e analisi delle fonti più importati per ricostruire i giudizi e le indicazioni di Lenin sulla situazione italiana, e alla proposta di nuove linee interpretative, la prospettiva storiografica da cui muovono entrambi gli articoli è di tipo tradizionale con tutto ciò che questo comporta: ad esempio la sottovalutazione del ruolo di Bordiga e la polemica contro l’ “estremismo” bordighiano a tutto vantaggio della figura di Gramsci, l’esasperazione del contrasto tra Lenin e la direzione del PCd’I al tempo del “Fronte unico”.

La consapevolezza che alcuni temi storiografici necessitino di un approfondimento rispetto alle opinioni correnti acquisite come dati di fatto da una ricerca storica di sinistra poco incline a rivedere criticamente giudizi e interpretazioni formulati negli anni ’50 e ’60 (28), ci hanno indotto, accanto e parallelamente al nostro tema base, a soffermarci su alcuni nodi storici di indubbio interesse, sollecitati in questo dalle prospettive di giudizio che emergevano dagli scritti di Lenin.

L’assenza del marxismo teorico e politico nel socialismo italiano (al di là della vulgata riformista) dalla fondazione del PSI e nella formazione dei quadri dirigenti, il carattere equivoco del massimalismo italiano che si afferma a Reggio Emilia nel 1912 e dominerà fino a Livorno, la realtà di collaborazione di classe celata dietro il mito dell’ ”opposizione intransigente” del PSI alla guerra, il problema del ritardo del partito rivoluzionario in Italia derivato dal ruolo apparentemente disponibile alla rivoluzione del “serratismo” e dalle pregiudiziali astensionistiche di Bordiga, la funzione decisiva del rivoluzionario napoletano nel ’20 nella formazione del partito rispetto al ritardo teorico-politico del gruppo dell’’ “Ordine Nuovo”, il ridimensionamento dei dissidi tra il PCd’I e l’ I. C. al tempo della tattica del “Fronte unico” politico, ci sono sembrati temi di grande importanza e interesse.

Nello stesso tempo abbiamo affrontato l’influenza del pensiero di Lenin sul socialismo italiano, sensibile solo a partire dal II Congresso dell’Internazionale Comunista; il permanere del lungo equivoco tra Lenin e il PSI di Reggio Emilia (1912) fino alla metà del ’20 sulle disponibilità classiste e rivoluzionarie del socialismo italiano, il quale può indubbiamente aver rallentato, negli anni cruciali del “Biennio Rosso”, la formazione di una sinistra marxista pronta ad operare per un “Ottobre italiano”; il ruolo sempre più incisivo di Lenin negli ultimi mesi del ’20 per la scissione dei comunisti dal PSI senza naturalmente dimenticare le cause endogene del processo, come invece ha fatto parte della storiografia italiana affermando, sulla scia di Serrati e Turati, che la scissione livornese è stata dovuta agli “ordini di Mosca” (29).

Accanto a questi temi abbiamo cercato, nei limiti dell’informazione esistente, di cogliere quantità e qualità delle conoscenze di Lenin sulla questione italiana, per spiegare le origini di alcuni suoi errori di valutazione, ad esempio sui risultati di Reggio Emilia (1912) e Bologna (1919). Nei limiti dello spazio consentitoci abbiamo inserito i giudizi e le direttive di Lenin sull’Italia nel quadro della politica internazionale dei bolscevichi dopo l’Ottobre, e poi del Cominter per evitare il rischio di dare un tono “geograficamente” limitato alla nostra ricerca.

Una certa attenzione è stata posta, ad esempio, al rapporto tra rivoluzione in Occidente e costruzione del socialismo in Russia (demistificato poi dalla staliniana “edificazione del socialismo in un paese solo”), per inserire la prospettiva rivoluzionaria in Italia nel quadro mondiale nel quale Lenin la collocava.

Comunque è un dato ormai assodato nella ricerca internazionale che, fino a quando non si aprirano agli studiosi gli archivi sovietici, qualunque studio sul movimento operaio italiano in questo periodo storico non potrà dirsi completo ed esauriente (30).

Capitolo primo

Analisi degli scritti di Lenin fino all’agosto 1911

Non c’è dubbio che l’attenzione di Lenin per il movimento operaio italiano è concreta solo a partire dalla data del congresso di Reggio Emilia, cioè dal luglio 1912, in seguito all’espulsione dal PSI del gruppo dei socialriformisti, e che il suo interesse aumenti poi in considerazione dell’atteggiamento coraggioso del PSI nei confronti della guerra di Libia e dell’impegno belligerante dello Stato italiano.

Infatti è solamente con la guerra di Libia che il capitalismo italiano, la politica estera di Giolitti, le divisioni interne del PSI e il suo rifiuto della politica colonialista italiana trovano ampio spazio nella pubblicistica europea. Secondo Cortesi “è soprattutto a partire dalla guerra di Libia che ci si accorge dell’Italia e si assegna al PSI un posto nella lotta di classe su scala europea” (1).

Se a partire da questo momento le informazioni che Lenin trarrà sulla situazione italiana attraverso la stampa europea saranno molto più numerose e specifiche, non si può certo affermare che gli fossero del tutto ignote le condizioni della lotta di classe in Italia, che seguiva con attenzione, a parere di Cortesi, “già dai primi anni del secolo” (2).

Questa opinione è confermata anche da Luciano, il quale ha analizzato in un suo articolo ”l’attenzione che il rivoluzionario russo dedicò ai problemi del nostro paese negli anni anteriori all’inizio della prima guerra mondiale” (3), come pure la diffusione e la conoscenza del nome di Lenin e delle sue posizioni politiche, sempre in questo periodo.

A suo parere, anche se Lenin non ha mai scritto un vero e proprio saggio sulla “questione italiana”, “fin dai primi mesi della sua emigrazione politica nei paesi dell’Europa occidentale, non mancò di interessarsi, sia pure con discontinuità, alla situazione politica e sociale dell’Italia e ai problemi del movimento operaio italiano, con particolare riferimento ai contrasti politici ed ideologici che si andavano manifestando tra i dirigenti del Partito Socialista” (4).

La “saltuarietà” e la “ discontinuità” dell’interesse di Lenin verso la “questione italiana” e i limiti di un’ “informazione non sempre sufficientemente ampia e particolareggiata, e quindi non adeguata per un apprezzamento di tutti gli elementi necessari alla formulazione di un’opinione precisa (5), non gli hanno impedito, a nostro parere, di formulare alcuni giudizi che, anche letti dopo molti dcenni, mantengono intatta la loro vitalità e la loro attualità.

Nonostante numerosi riferimenti alla situazione italiana sino al settembre 1911 siano incidentali, due sono i temi centrali su cui si fissa l’attenzione di Lenin: l’individuazione delle correnti fondamentali nel variegato e composito movimento operaio italiano e la politica colonialista del capitalismo italiano e di quello che Lenin definirà l’ “imperialismo della povera gente”.

Caratteri del socialismo italiano dell’età giolittiana negli scritti di Lenin

Nell’analisi che Lenin fa delle diverse correnti all’interno del PSI crediamo sia opportuno partire da una citazione tratta dal libro “Un passo avanti e due indietro”: “Certo, le particolarità nazionali dei diversi partiti e l’eterogeneità delle condizioni politiche esistenti nei diversi paesi lasciano la loro impronta, rendendo l’opportunismo tedesco affatto dissimile da quello francese, quello francese da quello italiano, quello italiano da quello russo. Ma l’omogeneità della divisione fondamentale di tutti questi paesi fra ala rivoluzionaria e ala opportunista, l’omogeneità del procedimento argomentativo e delle tendenze dell’opportunismo nella questione organizzativa emerge chiaramente, nonostante la diversità di condizioni sopraindicate” (6).

In una nota Lenin ribadisce che nella socialdemocrazia internazionale vi è una divisione della stessa natura tra “opportunisti” e “rivoluzionari”, nonostante tutte le differenze nazionali (7). Sulla base di una generalizzazione derivata dalle esperienze della lotta di classe in Europa, Lenin coglieva anche in Italia quella stessa polarizzazione tra “marxismo” e opportunismo che vedeva operante negli altri partiti socialdemocratici europei.

In realtà in Italia, nel movimento operaio del decennio giolittiano, vi erano tendenze eterogenee, che non si adattavano allo schema leninista. Proprio “l’enorme diversità delle condizioni storiche e dei fattori storici nella situazione attuale in tutti i paesi” (8), invece di favorire il coagularsi, nel socialismo italiano, di due tendenze precise e antitetiche, determinava un quadro politico ben più complesso.

Le generali condizioni di arretratezza della struttura economica italiana, il permanere di gravi residui feudali in larghe zone del Sud, le debolezze del giovane capitalismo finanziario, favorivano di riflesso il formarsi, all’interno del movimento operaio italiano, di correnti intellettuali piccolo-borghesi, vere rappresentanti dello stato di disagio in cui versava l’intellettualità minore, della crisi del ceto medio e dell’intrinseca debolezza politica del proletariato di fabbrica del Nord.

Già Engels, nella sua famosa lettera a Turati del 1894, dava un quadro fosco delle condizioni economiche e sociali dell’Italia, a quarant’anni dall’unificazione politica: “La borghesia, giunta al potere durante e dopo l’emancipazione nazionale, non seppe né volle completare la sua vittoria. Non ha distrutto i residui della feudalità né ha riorganizzato la produzione nazionale sul modello borghese moderno” (9). E poi, citando Marx, concludeva: “E’ ben il caso di dire con Marx che ‘noi siamo afflitti, come tutto l’occidente continentale europeo, e dallo sviluppo della produzione capitalistica e ancora dalla mancanza di questo sviluppo. Oltre i mali dell’epoca presente abbiamo a sopportare una lunga serie di mali ereditari, derivanti dalla vegetazione continua dei modi di produzione che hanno vissuto, colla conseguenza dei rapporti politici e sociali anacronistici che essi producono. Abbiamo a soffrire non solo dai vivi, ma anche dai morti. Le mort saisit le vif’ “ (10).

A Lenin (la mancanza di valide informazioni sul socialismo italiano è fondamentale) sfuggivano sia le caratteristiche peculiari del capitalismo italiano che le insufficienze politiche del movimento operaio in Italia durante i primi anni del secolo.

A riprova di questa affermazione proponiamo questo passo di Lenin dell’aprile del 1908: “Per ogni socialista in qualche modo esperto e capace di riflettere non può esistere il minimo dubbio che i rapporti tra gli ortodossi e i bernsteniani in Germania, tra i seguaci di Guesde e quelli di Jaures (e oggi soprattutto i seguaci di Brousse) in Francia, tra la federazione socialdemocratica e il partito operaio indipendente in Inghilterra, tra De Brouckere e Vandervelde in Belgio, tra integralisti e riformisti in Italia, tra bolscevichi e menscevichi in Russia sono dappertutto, nella loro essenza omogenei, nonostante l’immane varietà di condizioni nazionali e situazioni storiche di questi paesi nel momento attuale” (11).

La corrente “integralista” nasce nel 1906 grazie all’alleanza tra Enrico Ferri e Oddino Morgari. A parere di Arfè, Morgari è un “socialista torinese di gran cuore e gran fede, inventore di una sorta di genealogia per la quale i socialisti risultan tutti fratelli” (12). Ferri, oratore trascinante e poderoso difensore dei contadini nelle regie corti d’assise, è “l’uomo nuovo” (13) della sinistra socialista. Nel 1904 strappa a Bissolati la direzione dell’ ”Avanti!” e, nel congresso di Bologna dello stesso anno, la sinistra ferriana e la corrente sindacalista coalizzate conquistano la maggioranza del partito.

La nascita della corrente “integralista”, vero “riformismo mascherato” secondo Turati, doveva permettere a Ferri di staccarsi dagli incomodi compagni sindacalisti e di avvicinarsi ai riformisti. Infatti nel congresso di Roma di due anni dopo, la corrente integralista e quella riformista conquistano la maggioranza del partito.

Le oscillazioni della sua politica, l’inconsistenza della sua opposizione al riformismo dal 1902 al 1906, la vuota fraseologia dietro cui si nascondeva l’incapacità di una autonoma elaborazione teorico-programmatica, sottolineano tutti i limiti non solo del “socialista” Ferri e della corrente intransigente da lui capitanata, ma anche di tutto quel “socialismo di sinistra” (compresi i socialrivoluzionari) che in nessun momento è in grado di proporre un’alternativa coerente ai maneggi riformistici.

E’ importante sottolineare che la storiografia italiana, pur con qualche differenza di tono, ha messo in risalto, spesso con asprezza, l’inconsistenza politico-ideologica di Ferri. Ad esempio scrive Arfè: “Dalle posizioni di Ferri nella breve stagione nella quale egli si sforza di apparire come il rappresentante della sinistra, c’è poco da dire. A voler raccogliere le affermazioni disseminate nei suoi scritti di questo periodo, si potrebbe presentare uno sconcertante campionario di banalità, frammiste ad autentica insulsaggine” (14).

Molto probabilmente Lenin parlando dell’ “integralismo” marxista in lotta con il riformismo in Italia, si rifaceva alla corrente di Ferri e Morgari. Avvalora questa tesi la seguente nota nella raccolta sovietica degli scritti sull’Italia di Lenin: “Integralisti, fautori del socialismo ‘integrale’, una varietà di socialismo piccolo-borghese. Il capo degli integralisti fu E. Ferri. Nei primi anni del XX secolo gli integralisti, come corrente centista in seno al Partito socialista italiano, lottarono contro i riformisti, che avevano posizioni estremamente opportunistiche e collaboravano con la borghesia rivoluzionaria” (15).

Molto probabilmente sulla stampa internazionale si dava spesso un’immagine di Ferri ben diversa da quella reale di opportunista piccolo-borghese, anche se sulla “Neue Zeit” Oda Olberg aveva dato alcuni giudizi non certamente positivi della vittoria di Ferri, al congresso di Bologna, sulla frazione di Arturo Labriola, rilevando che i vecchi vizi parlamentaristici del PSI non erano stati superati (16).

Ad esempio Lenin, in un articolo del 1906, articolo di polemica contro Plekhanov, riporta una citazione di un esponente del partito cadetto nella quale la lotta di Ferri contro Turati viene posta sullo stesso piano della lotta fra cadetti e bolscevichi, tra guesdisti e jauressisti, tra Kautsky e Bernstein (17).

Lenin in questo periodo cercava di seguire con attenzione la parabola politica di Ferri. In due lettere del febbraio 1908, ad esempio, inviate a Capri a Lunaciarski, chiedeva con insistenza un articolo per il “Proletarii” sul rifiuto di Ferri di partecipare alla redazione dell’ “Avanti!” (18). Ma un passo tratto da “Materialismo ed empiriocriticismo” del 1909, in polemica con Bogdanov, ci fa capire che Lenin aveva nel frattempo mutato il giudizio su Ferri. Infatti Lenin afferma che persino Bogdanov aveva polemizzato con i “tentativi social-biologici eclettici” di Ferri (19).

Per Lenin era obiettivamente difficile dare ogni volta un giudizio preciso, basandosi su una documentazione internazionale scarsa e spesso di seconda mano, ma la sua figura di capo internazionalista del proletariato russo gli imponeva una presa di posizione sulle più importanti questioni internazionali della lotta di classe. Se il revisionismo, nelle sue diverse caratteristiche, esprime a livello sociale le contraddizioni di un ceto medio continuamente “prodotto” dal capitalismo e rigettato nelle file del proletariato, in un paese così piccolo borghese qual era l’Italia giolittiana, l’opportunismo doveva assumere una notevole ampiezza e radicarsi nella struttura sociale.

Ciò che si vuol sottolineare è che l’Italia non riproduceva quell’unica divisione tra ortodossi e revisionisti in modo analogo a quanto avveniva nel resto della socialdemocrazia e che, soprattutto, il movimento operaio italiano era ben lontano da una prassi e da una politica marxiste.

Sempre nell’articolo “Marxismo e revisionismo” del 1908 Lenin sopravvalutava, nonostante la profonda influenza dell’anarchismo nei decenni precedenti, da lui più volte sottolineata (20), l’impronta del marxismo nell’organizzazione e nel programma dei partiti socialisti latini. Scriveva infatti: “Il marxismo ha ormai trionfato incondizionatamente su tutte le altre ideologie del movimento operaio. Negli anni novanta questa vittoria era, nel complesso, un fatto compiuto. Persino nei paesi latini, dove le tradizioni del proudhonismo hanno resistito più a lungo, i partiti operai hanno di fatto costituito i loro programmi e la loro tattica su un fondamento marxista” (21).

Anche in questo caso la realtà politico-sociale dei paesi latini, e dell’Italia in particolare, non corrispondeva in pieno ad una valutazione troppo ottimistica.

La storiografia italiana è concorde, pur con le inevitabili divergenze, nel sottolineare la genesi “italiana” del PSI e, soprattutto, la distanza teorico-programmatica dalle esperienze della socialdemocrazia tedesca e del marxismo della Prima Internazionale: “Il partito socialista italiano – scrive Arfè – non incarna nessuna delle grandi tradizioni del socialismo europeo: non quella politico-ideologica della socialdemocrazia tedesca, non quella rivoluzionaria del socialismo francese e nemmeno quella tradunionistica del laburismo inglese. La genesi del socialismo italiano, lunga e dispersiva, era stata profondamente influenzata, oltre che dalle particolari condizioni dello sviluppo economico del paese, dalla tradizione risorgimentale o meglio dai valori più politici e psicologici che economici e sociali emersi dal Risorgimento” (22).

Nel socialismo italiano del 1892 erano molto vive le tradizioni anarchiche, nonostante il bando dell’anarchismo avvenuto nel momento della fondazione del nuovo partito, la tradizione del corporativismo operaio, derivato dal Partito Operaio (POI) e l’ispirazione mazziniana delle Società Affratellate, con la loro negazione aprioristica della lotta di classe.

Anche Konig, nel suo studio su “Lenin e il socialismo italiano”, sottolinea che nella formazione del nuovo partito prevalsero la realtà e i valori dell’esperienza nazionale, di cui il mazzinianesimo e il bakunismo erano le componenti fondamentali (23). La lunga e tormentata polemica tra Antonio Labiola e Turati sulle caratteristiche che il nuovo partito avrebbe dovuto avere, sottolinea le difficoltà che il socialismo italiano non era riuscito a superare negli anni Novanta del secolo scorso.

Fin dal 1890 Antonio Labriola aveva sostenuto la necessità per il proletariato italiano di un autonomo partito di classe, costruito sul modello della socialdemocrazia tedesca, ancorato al marxismo e quindi separato ideologicamente e politicamente dalla multiforme “sinistra borghese” italiana.

Tale direzione politica veniva giudicata giusta in astratto da Turati, ma poco praticabile nella situazione italiana, perché avrebbe rischiato di far nascere il nuovo partito su basi troppo ristrette. Da qui il profondo risentimento del “professorissimo” (secondo un’espressione di Anna Kuliscioff) già espresso sin dal 1891: “Io sono arrivato alla perfetta persuasione – scrive Turati – che il socialismo italiano non è il principio di una nuova vita, ma la manifestazione estrema della corruzione politica ed intellettuale” (24).

L’azione politica di Labriola si scontrava con tutti i limiti derivati da un’industrializzazione solo agli inizi e da un proletariato succube delle più diverse ideologie borghesi: “Perché il socialismo nasca e si sviluppi in Italia – aveva scritto Labriola ad Engels in una lettera del 9 novembre 1891 – c’è bisogno di molte condizioni che ora mancano” (25).

Labriola aveva però torto nel continuare a nutrire diffidenza e scetticismo nei confronti del “piccolo partito nato di sorpresa” e del “programma votato alla rinfusa (26) a Genova nel 1892. Labriola non capiva che il parto genovese, pur con tutti i suoi limiti, era un fatto davvero notevole nella storia del socialismo italiano perché, per la prima volta, il proletariato italiano si sarebbe organizzato in un partito e vi sarebbe riconosciuto, superando la precedente frammentazione corporativa e anarchica.

A questo proposito Cortesi sottolinea i limiti dell’ottica professorale di Labriola rispetto alle capacità del “politico” e “pratico” Turati di far sorgere, pur con basi eclettiche, il partito dei lavoratori. Scrive Cortesi: “In effetti il Labriola aveva perfettamente ragione di indicare e flagellare – soprattutto nelle sue lettere private – l’immaturità e i vizi della condizione italiana. Ma dove egli sbagliava era nell’estendere indiscriminatamente tale caratterizzazione e nel confinare ogni possibilità di modificazione positiva all’avvento in grandi forze di un proletariato moderno, e quindi al necessario rafforzamento del capitalismo industriale in Italia” (27).

Antonio Labriola godeva di una fortuna intellettuale nel movimento socialista europeo che invece gli era negata in Italia, perdurando con la dirigenza socialista uno stato d’animo d’incomprensione e di polemiche condotte talvolta a livello personale. Questa popolarità era dovuta alla pubblicazione, tra il 1895 e il 1898, dei “Saggi sulla concezione materialistica della storia (‘In memoria del Manifesto dei Comunisti’, ‘Del materialismo storico’, ‘Dichiarazione preliminare’. ‘Discorrendo di socialismo e di filosofia’ ”). Lenin, leggendo gli “Essais” di Labriola, già nel 1897 giudicava il libro “serio ed interessante” e ne auspicava una rapida traduzione in russo (28) che sarebbe uscita l’anno successivo a Pietroburgo.

Trotsky, nella sua biografia, ha ricordato l’entusiasmo con cui aveva letto i “Saggi” di Labriola, di cui poteva ripetere a memoria, a distanza di molto anni, alcune espressioni tipiche (29).

Anche nello scritto del 1897, “Perle della progettomania populista” (30), Lenin definiva “eccellente” l’”Essais sur la conception materialiste de l’histoire”, l’unico degli essais tradotto in russo, mentre nella recensione al testo di K. Kautsky, “Bernstein und das sozialdemokratiche Programm. Eine Antikritik”, sottolineava la incisività di alcuni giudizi di Labriola, espressi su una rivista francese (31), sulle contraddizioni e i limiti del revisionismo bernsteniano.

Se, a parere di Gerratana, “non per questo sembra il caso di parlare di un qualunque influsso rilevante di Labriola su Trotsky e su Lenin” (32), è indubbio che i due rivoluzionari russi riconoscevano a Labriola la statura teorica di un continuatore del marxismo classico.

Ciò che Lenin non poteva conoscere, e che avrebbe potuto influenzare il suo giudizio sul socialismo italiano, era la qualifica di socialista “in partibus infidelium” (33) appioppatagli dalla “Critica Sociale”, e la sua convinzione di essere uno “sbandato” nel socialismo italiano.

Più preciso è invece il giudizio che Lenin dà di Turati in una serie di articoli del 1905. Plekhanov, nel dibattito congressuale del terzo congresso del POSDR, aveva citato alcuni passi di una lettera di Engels a Turati del gennaio 1894 (della quale si è già parlato), nel quadro delle polemiche sulla partecipazione della socialdemocrazia russa al governo rivoluzionario provvisorio. Turati e la Kuliscioff avevano sollecitato un ‘intervento politico di Engels per chiarire quale ruolo politico-sociale avrebbe dovuto assumersi il partito socialista.

Nell’Italia di fine secolo non vi erano assolutamente condizioni rivoluzionarie e, in più, si poneva il problema del rapporto con i partiti di democrazia radicale e repubblicana: mantenersi su posizioni intransigenti oppure collaborare, conservando la propria autonomia, con i partiti rappresentanti la borghesia per far avanzare la democrazia in Italia? Fedele al dettato del “Manifesto”, Engels risponderà scrivendo che nella situazione italiana di fine secolo compito dei socialisti era quello di appoggiare ogni battaglia progressiva, senza compromettersi in essa fino al punto di rinunciare alla propria autonomia, e riprendendo, a battaglia finita, la propria azione.

Commentando la lettera di Engels, Lenin definisce Turati il “Millerand italiano” perché Giolitti gli aveva offerto nel 1903 un portafoglio nel suo ministero. Secondo Lenin, Turati pensava di difendere gli interessi di classe del proletariato assumendo una responsabilità politica nel gabinetto Giolitti. E aggiunge: “E’ perciò molto probabile che Turati esprimesse fin da allora idee millerandiste” (35). Per questo motivo – continua Lenin – Engels spiegava a Turati la differenza tra la “rivoluzione democratica borghese” e la “rivoluzione socialista”.

“Abbiamo di fronte a noi – scrive Lenin – un caso caratteristico di quella posizione falsa contro la quale Engels da tanto tempo metteva in guardia i capi dei partiti estremi, e precisamente l’incomprensione del vero carattere del rivolgimento e l’inconsapevole difesa degli interessi di una classe estranea” (36).

Le parole di Engels saranno snaturate da una politica di intese elettorali e parlamentari (“popolarismo”, “bloccardismo”) con i partiti “affini” (sinistra democratica), che durerà per tutto un decennio e vedrà il PSI spesso in stato di subordinazione politico-ideologica nel confronti della sinistra borghese operante all’interno e all’esterno del partito.

Ad esempio in una lettera del 1905 (37) Lenin sottolineava l’influenza negativa dei repubblicani italiani sulla coscienza socialista delle masse italiane. Sempre nel 1905, nell’opuscolo “Due tattiche della socialdemocrazia europea”, il riformismo italiano nello spirito di Turati era posto da Lenin sullo stesso piano del “cretinismo parlamentare”, del “millerandismo” e del “ bernstenismo” (38).

L’accostamento di Turati a Bernstein può sorprendere se si pensa alla polemica del leader del riformismo italiano, sulla scia delle argomentazioni di Kautsky e Jaures, contro il revisionismo del teorico tedesco. Ma, al di là delle dichiarazioni di principio, esisteva una forte affinità tra Bernstein e la dirigenza riformista italiana.

Scrive Valiani: “In effetti il Turati, la Kuliscioff e il Treves non approvavano né il superamento crociano del marxismo, né la revisione bernsteniana, ancorchè ne fossero inconfessabilmente, ma non per questo meno profondamente, influenzati” (39).

La prova è che quando apparirà in Italia, nel 1907, il libro di Ivanoe Bonomi, “Le vie del socialismo”, copia sbiadita del testo di Bernstein, sarà ben accolto dal gruppo riformista, nonostante la sua “completa noncuranza per la teoria” e l’ “incapacità organica di interpretare giustamente il marxismo” (40). Da questo momento, nonostante alcune oscillazioni contingenti, Lenin vedrà in Turati l’esponente di spicco della prassi riformista e della degenerazione revisionistica in Italia.

Questi giudizi di Lenin su Turati coglievano un aspetto che in quel periodo in Italia solo i sindacalisti rivoluzionari comprendevano confusamente: l’estraneità di Turati, tipica di ogni riformismo, alla prassi marxista.

La storiografia attuale ha accettato questo giudizio sottolineando soprattutto l’inconsistenza della patina marxista di Turati: Mammarella sottolinea l’impronta positivista della sua cultura (41), Valiani la confusione tra marxismo scientifico ed evoluzionismo umanitario (42), Cortesi in “Turati giovane” (43) insiste sulla formazione letterario-filantropica del giovane Turati e sul lungo, spesso tortuoso, percorso che lo ha portato al socialismo evoluzionista, vero specchio delle difficoltà del processo di formazione del movimento socialista in Italia. Marramao (44) sottolinea nella “Critica Sociale” dei primi anni l’ingenua confusione tra marxismo e darwinismo, l’influenza del positivista Loira su Turati, le concezioni malthusiane e perfino dei “socialisti della cattedra” tedeschi nel dibattito ideologico in seno al socialismo italiano. A parere di Mammarella, in questo periodo, il “marxismo ebbe in Italia una breve stagione e un magro raccolto” (45).

Del resto il peso dei settori cooperativi, indirettamente aiutati dallo Stato, la tradizione corporativa, le alleanze con i partiti “affini” e i “blocchi” elettorali per la conquista dei municipi e dei seggi parlamentari (“ministerialismo”) favorivano in Italia, più che la penetrazione del marxismo, la diffusione degli scritti di Proudhon, Ferrari, Blanc, Lassalle, Cattaneo, Pisacane, De Amicis e spesso di un Marx manipolato e trasformato in un’icona inoffensiva.

I sindacalisti rivoluzionari introducevano, a loro volta, in Italia l’eredità della mitologia rivoluzionaria barricadera, risorgimentale e comunarda, e la pericolosa eresia soreliana.

In Italia, secondo Lenin, Turati ed Arturo Labriola (il “labriolino”) erano i capi rispettivamente del “revisionismo di destra” e del “revisionismo di sinistra” (46), la cui comune base sociale, piccolo borghese secondo Lenin, derivava dalla crescente proletarizzazione dei ceti medi, continuamente risospinti negli strati proletari (47).

L’origine meridionale ed in particolare napoletana, dei teorici del sindacalismo rivoluzionario è stata sottolineata da molti storici come elemento non accessorio per la comprensione della loro strategia e del loro pensiero politico.

Arfè interpreta questa corrente come prodotto ideologico di intellettuali irrequieti, vicino all’anarchismo tradizionale, rappresentanti delle masse meridionali e della disgregazione di ampi strati della piccola borghesia italiana durante l’età giolittiana (48).

L’analisi di Lenin dei fenomeni sociali che generano il revisionismo è molto importante perché riporta ad un’unica origine strutturale e sociale delle diverse forme dell’opportunismo, mentre nella storiografia italiana sono sottolineate, e talvolta accentuate, le differenze tra le due correnti (riformismo e sindacalismo rivoluzionario), spesso perdendone di vista i tratti comuni e, soprattutto, la sostanziale affinità.

Così Lenin definiva, in un altro articolo, la comune ispirazione delle due correnti al livello internazionale: “Gli uni e gli altri frenavano l’azione più importante e più necessaria: l’unione degli operai in organizzazioni grandi, forti, che funzionino bene in tutte le occasioni e siano impregnate dello spirito della lotta di classe, chiaramente coscienti dei loro scopi, educate alla vera concezione marxista” (49).

Questi due estremi apparenti, sindacalismo e revisionismo, si davano la mano, come fu fin da allora acutamente osservato da Plekhanov, per il loro comune carattere economicistico, di sottovalutazione dello Stato, della conquista del potere politico da parte della classe operaia e quindi del partito (50).

Individuazione dei caratteri imperialistici del capitalismo italiano

Solo con l’impresa libica Lenin denuncia il pieno ingresso del capitalismo italiano nella fase imperialistica e quindi il suo inserimento nella gara delle grandi potenze per la conquista delle colonie. Ma non c’è dubbio che questa convinzione fosse presente in Lenin sin da quando, in un articolo del 1905 (51), denunciava gli interessi delle maggiori potenze europee, inclusa l’Italia ultima arrivata, e del Giappone, nei riguardi del mercato cinese e, in uno scritto del 1908 (52), faceva riferimento alla diretta presenza dell’Italia nei trattati segreti che prevedevano la spartizione dell’impero turco fra le maggiori potenze europee. Nel medesimo articolo Lenin denunciava il Trattato di Berlino del 1878 con cui Francia e Italia progettavano di spartirsi i possedimenti turchi dell’Africa settentrionale.

Nello scritto del 1901 in cui indicava gli interessi italiani in Cina, così Lenin definiva le caratteristiche della ripresa mondiale iniziata negli anni 1898/1900: “Costruzione di gigantesche ferrovie, espansione dl mercato mondiale, sviluppo del commercio: tutto questo provocò un’improvvisa ripresa dell’industria, la nascita di nuove aziende, una frenetica ricerca di mercati di sbocco, la corsa al profitto, la costituzione di nuove società, l’investimento nella produzione di una massa di nuovi capitali costituiti in parte anche dai modesti risparmi dei piccoli capitalisti” (53).

Non c’è dubbio che la ripresa mondiale della produzione e degli scambi abbia investito anche l’economia italiana, infatti la costituzione del gabinetto Zanardelli-Giolitti (1901) segnò l’inizio di un’era di ascesa e di rigoglio per il capitalismo italiano in cui, a parere di Grifone, dopo il superamento della crisi del 1893-94 vengono gettate le basi del capitalismo finanziario italiano (54). Sorgono infatti nel 1894 la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano, le quali conglobano la duplice fisionomia di banche commerciali e di istituti finanziari.

“Le due banche – scrive Grifone – benché commerciali di nome, assumono presto, necessariamente – data l’assenza di un libero mercato di capitali – la fisionomia di banche miste, in cui la figura di ente di finanziamento sovrasta quella di banco di sconto” (55). La Comit gestisce il settore tessile, il Credito Italiano le prime imprese elettriche.

Secondo Grifone l’impresa di Adua non è stata promossa dal capitalismo finanziario italiano, e i fatti del ’98 come pure i governi Di Rudinì, Pelloux, Saracco, non sono espressione della nuova borghesia ma delle vecchie classi coalizzate con la monarchia.

Solo con Giolitti la borghesia italiana trova una propria autonomia e una linea di azione sulla base di un nuovo elemento di coesione: il capitale finanziario, derivato dalla fusione tra capitale bancario e capitale industriale.

Erano queste le forze che sostenevano una politica estera in cerca di mercati e zone di influenza per l’espansione del capitale finanziario italiano.

L’analisi di Grifone è stata confermata da molti altri storici i quali, pur non parlando di nascita del capitale finanziario in Italia sul finire del secolo scorso, hanno sottolineato la grande espansione dell’industria italiana, la nascita di un moderno capitalismo e l’ampliarsi del commercio estero.

Scrive Castronovo a proposito del take off dell’industria italiana: “La progressiva ascesa dei prezzi e degli scambi su scala internazionale offrì la più ampia opportunità commerciale alle nostre industrie: il commercio estero italiano crebbe fra il 1900 e il 1914 del 118% (rispetto al 55% dell’Inghilterra e al 92% della Germania), mentre le esportazioni aumentarono nel ventennio 1893-1913 di circa due volte e mezzo in termini di valore” (56).

Certamente a Lenin sfuggivano, per mancanza di sufficienti informazioni, le caratteristiche specifiche del capitalismo italiano e del nuovo fenomeno del capitalismo finanziario, che conoscerà solo durante la stesura dei “Quaderni sull’imperialismo”, nonostante ciò era in grado di sottolineare, molto più dei dirigenti socialisti italiani dell’epoca, le ambizioni colonialiste italiane unite a una politica estera aggressiva che poi sarebbero culminate nell’impresa di Libia e nell’intervento nella prima guerra mondiale.

Nei “Quaderni” emerge che alcuni osservatori europei, sin dai primi anni del ‘900, non avevano dubbi sul carattere imperialistico del capitalismo italiano. P. Louis nel 1904 scriveva: “L’imperialismo trionfa egualmente in Inghilterra e negli Stati Uniti, in Giappone e nell’Impero Russo, in Germania e in Italia” (57). Otto Bauer nel 1909 scriveva profeticamente: “Parlano di Trento e Trieste e penseranno all’Albania… Così alle masse della nazione italiana si riuscirà a presentare una guerra imperialistica di conquista come una guerra per la libertà nazionale” (58). A. Tardieu nel 1909 ricordava che l’Italia già da molto tempo (Mazzini nel 1838) avanzava pretese sull’Africa settentrionale e l’odio a causa dell’occupazione francese di Tunisi (1881) aveva spinto l’Italia verso la Germania (59). Fin dal 1902 A. Hobson nel suo saggio sull’imperialismo definiva “aspirazioni imperialistiche” le mire italiana in Abissinia (60).

A questo proposito è necessario sottolineare l’immaturità del PSI nell’analisi della trasformazione del capitalismo italiano durante l’età giolittiana e, quindi, della politica estera dello Stato italiano.

Si rimane disorientati dopo la lettura di tante pagine della “Critica Sociale” e dell’ “Avanti!”, dedicate quasi esclusivamente a problemi tattici e organizzativi del partito, quando si cerchi di comprendere i motivi della quasi assenza di un dibattito sui problemi dello sviluppo del capitalismo italiano e delle sue profonde trasformazioni in quegli anni (61). Ancora più disorientati perché nel PSI non vi erano economisti di professione e quindi l’analisi economica veniva affidata a professori universitari di idee liberali come Einaudi, Pareto, Pantaleoni, che scrivevano su “Critica Sociale”, imponendo a tutto il partito le loro analisi.

Si tratta a nostro parere di profonda ignoranza di fronte ai complessi problemi del rapporto tra struttura economico-sociale e sovrastruttura politica, di incapacità nell’ancorare l’azione del partito ad un’analisi non solo delle forze politiche in campo ma anche alle trasformazioni strutturali e alle contraddizioni dell’imperialismo italiano. Basti pensare alle difficoltà che Turati avrebbe avuto nel comprendere come la “democrazia positiva e moderna” del governo giolittiano potesse imporre l’impresa libica (62).

Ha ben ragione Cortesi quando scrive: Il relativo aumento dei salari e dei consumi dell’ultimo decennio, gli inizi di una legislazione del lavoro, la ‘cittadinanza politica’ riconosciuta a un parte delle masse lavoratrici – che erano gli indici ai quali soprattutto guardavano i riformisti e i sindacal-riformisti – erano in realtà manifestazioni funzionali di una turbinosa e disordinata crescita industriale, avvenuta sotto l’ombrello protezionistico e il dominio via via sempre più ampio dell’ ‘alta banca’, cioè del capitalismo finanziario” (63).

Sfuggiva a tutta la dirigenza riformista, al tempo della guerra di Libia e nel periodo precedente, lo “scioglimento dei nessi tra la forma del reggimento politico e lo sviluppo ‘positivo e moderno’ del capitalismo italiano in imperialismo” (64). Tuttalpiù quando la dirigenza riformista parlava, nel decennio giolittiano, di “imperialismo” si riferiva esclusivamente alle potenze centrali. Così scrisse Bissolati, di fronte all’occupazione austro-ungarica del 1908 della Bosnia e all’inizio della guerra mondiale nel 1914, sottovalutando l’aggressività imperialistica della Francia e della Gran Bretagna. Così anche Arturo Labriola nella sua distinzione aprioristica, di fronte alla guerra russo-giapponese del 1905, fra potenze “moderne” e “democratiche” (Inghilterra, Italia, Francia) e potenze “assolutistiche” e “feudali” (Austria, Germania, Russia) (65).

Nel 1903 Costantino Lazzari, rispondendo a Bissolati, il quale sosteneva che nell’ “interesse della democrazia” l’Italia doveva avvicinarsi alla Russia contro la Triplice Alleanza (66), affermava che ai socialisti non doveva interessare la politica estera della borghesia italiana (!) (67).

Scrive Manacorda, riassumendo il dibattito sulla guerra russo-giapponese nel socialismo italiano, cercando di spiegare la presunta “missione civilizzatrice” del Giappone in Asia attribuitagli da Arturo Labriola e da molti socialisti italiani: “Tanto è lontana ancora dalla mente dei socialisti italiani la nozione stessa dell’imperialismo, del peso ormai determinante che hanno nei rapporti internazionali gli interessi capitalistici alla conquista di fonti di materie prime e di mercati” (68).

E’ necessario ricordare che Lenin aveva più volte sottolineato che il “nemico è in casa nostra” e che il primo compito del proletariato rivoluzionario è smascherare sia le trame imperialistiche del proprio Stato sia la politica di tutti i sedicenti partiti “socialisti” e “democratici”.

Siamo del parere che questo sia un punto su cui misurare tutta la diversità tra la prassi socialdemocratica e quella rivoluzionaria del leninismo.

Il primo apparire del nome di Lenin in Italia

Fino ai congressi di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916), ma soprattutto fino allo scoppio della rivoluzione di ottobre, non si può assolutamente parlare di diffusione delle idee di Lenin in Italia, ma solo di una superficiale conoscenza del suo nome.

La prima volta in cui il nome di Lenin compare in Italia, secondo lo studio di Luciano (69), è nel 1902 in un testo di Achille Loira dal titolo “Marx e la sua dottrina” (70), nel quale si faceva riferimento, in modo incidentale e sulla base di fonti indirette, allo studio di Lenin sullo sviluppo del capitalismo in Russia (71). Nel 1904 “Critica Sociale” (72) pubblica un articolo di Rosa Luxemburg in polemica contro il testo di Lenin “Un passo avanti, due indietro”.

In questo testo (firmato E. M.) si tacciava Lenin di “blanquismo e di giacobinismo autoritario e carbonaro”, deformando così la concezione leninista del partito. Sempre in questo articolo veniva criticato il concetto leninista di avanguardia ed era rifiutata la formazione di una coscienza scientifica nel proletariato grazie all’azione di un ristretto gruppo rivoluzionario legato al partito.

Analizzando questo articolo scrive acutamente Marramao: “Segue infine la critica, ancora embrionale, all’avventurismo, che poi costituirà il cavallo di battaglia di Mondolfo contro il leninismo e la rivoluzione bolscevica (critica che ha la sua matrice teorica nella prefazione del ’59 a ‘Per la critica dell’economia politica’. Sin da allora dunque (1904, prima del tentativo rivoluzionario del 1905) sono dati i termini della polemica antileninista da parte del socialismo riformista” (73).

Questo stesso articolo della Luxemburg era apparso sulla rivista “Il Socialismo”, diretta da Ferri tra il febbraio 1902 e il febbraio 1905, che però pubblicava essenzialmente articoli di parte menscevica e molto riassunti.

Nemmeno gli avvenimenti del gennaio 1905 contribuirono ad una migliore diffusione in Italia dell’esperienza bolscevica e di Lenin, nonostante l’ “Avanti!” seguisse, sin dal gennaio 1905 e almeno per tutto il 1906, con attenzione e partecipazione emotiva i fatti della rivoluzione russa. A parere di Manacorda (74) fino al 1905 i contatti tra la socialdemocrazia russa e il socialismo italiano sono stati scarsi e molto vaga era la conoscenza dei partiti di sinistra che agivano in Russia.

Il socialismo italiano del 1905 non era assolutamente il grado di distinguere le due correnti fondamentali del socialismo russo e le rispettive posizioni politiche, perché la qualità e la quantità di fonti d’informazione erano molto precarie. Addirittura per Manacorda (75), fino ai grandi movimenti di massa del 1905 (ma in parte anche dopo), l’ ”Avanti!” riteneva che il terrorismo dei populisti russi fosse l’unica arma politica utilizzabile dal popolo russo contro lo zarismo. Erano soprattutto i sindacalisti rivoluzionari in Italia ad esaltare la violenza terroristica in Russia come unico mezzo di lotta politica.

Subito dopo gli avvenimenti del gennaio 1905 l’ ”Avanti!” identifica nella frazione menscevica la guida dell’intero proletariato russo. Solo sulla base di un’ampia citazione di un articolo di Kautsky apparso nella “Neue Zeit”, i socialisti italiani venivano a conoscenza del fatto che i socialdemocratici russi erano divisi in due distinte correnti e che i socialisti rivoluzionari provenivano, più che dal marxismo, dall’anarchismo.

Ma l’ ”Avanti!”, più che il profondo contrasto politico-ideologico tra bolscevichi e menscevichi, coglieva unicamente i dissidi sulle questioni tattico-organizzative, delle quali non comprendeva l’importanza politico-teorica: “Pare che Lenin sia più favorevole dei compagni dell’Iskrà alla resistenza armata su tutta la linea e più scettico di fronte all’aiuto che la rivoluzione possa aspettare dai liberali” (76). “Questa è probabilmente – scriva Manacorda – la prima volta che l’ ”Avanti!” parla di Lenin (77).

Ancora il 29 novembre 1905 il quotidiano socialista dava notizia della pubblicazione della nuova rivista russa “Novaja Zizn” che conteneva, nel primo numero, le posizioni programmatiche della fazione bolscevica di “cui Lenin è l’anima”. Il giorno dopo l’ “Avanti!” definiva Lenin uno dei principali redattori della rivista russa.

Come è chiaro le informazioni su Lenin spesso venivano ricavate da fonti socialiste di altri paesi oppure erano banalizzate dalla stessa redazione dell’ “Avanti!”. “Pertanto – scrive Luciano – se è completamente infondato pensare che le sue idee politiche potessero entrare in circolazione proprio in questo periodo nel nostro paese, si può perlomeno ipotizzare che il suo nome incominciasse ad essere conosciuto quanto meno nella ristretta cerchia di alcuni leaders socialisti” (78).

Può sorprendere che nemmeno nel momento in cui il socialismo italiano si interroga sulla natura della rivoluzione russa e sui compiti del proletariato, né l’ “Avanti!” né il resto della stampa socialista sentano il bisogno di studiare l’originalità politico-sociale della realtà russa. Infatti la rivista “Il Socialismo”, alla vigilia della “Domenica di sangue”, pubblicava solo uno sbiadito riassunto dell’articolo di Lenin “L’autocrazia e il proletariato” (79) in cui venivano affrontati tutti i complessi problemi relativi ai compiti del proletariato nella rivoluzione democratico-borghese in Russia.

Anche i caratteri peculiari delle rivoluzione russa e dei compiti del proletariato sono esaminati sulla base delle esperienze “italiane” del socialismo di casa nostra: i sindacalisti rivoluzionari avevano proposto di organizzare una spedizione di tipo garibaldino in aiuto dei rivoluzionari russi (80); Costantino Lazzeri, vecchio operaista, sosteneva che il proletariato internazionale e il proletariato russo non dovevano interessarsi della lotta tra autocrazia e borghesia, perché non era in gioco il socialismo; i riformisti, Turati in testa, sottolineavano velatamente che il proletariato dei paesi occidentali non poteva imparare nulla dalle esperienze di lotta di un popolo immerso ancora, nel XX secolo, nelle tenebre del Medioevo.

In sostanza in Italia tutti erano d’accordo nel sottolineare che il proletariato russo, prima di emanciparsi definitivamente, doveva sopportare ancora per molti decenni lo sviluppo del capitalismo in Russia. L’analisi rigidamente deterministica del socialista di destra Podrecca arrivava a conclusioni fatalistiche e opportunistiche: “E’ possibile il salto della Russia autocratica e teocratica a una repubblica comunista?” (81). Naturalmente la risposta era negativa e il principale errore dei socialisti russi era stato quello di fare paura alla borghesia.

Il determinismo più piatto di stampo tipicamente positivistico, che in Italia veniva utilizzato per giustificare la prassi riformista dei “tempi lunghi”, era espresso anche da Ferri quando scriveva che le fasi di sviluppo non potevano essere soppresse tanto nella vita dell’individuo quanto nella storia dei popoli (82).

Talvolta invece l’ “Avanti!” sembrava quasi sottolineare che in Russia il proletariato stava combattendo una propria battaglia per una propria rivoluzione (83).

“E’ evidente – scrive Manacorda – l’oscillazione tra due posizioni antitetiche che non si riesce a superare dialetticamente” (84), ma più ancora è evidente l’incapacità di comprendere la specificità della situazione russa e la sordità nei confronti delle posizioni politico-ideologiche che Lenin e i bolscevichi stavano elaborando in questo periodo.

Se si scorre la “Critica Sociale” si rimane sorpresi osservando il poco spazio da essa dedicato agli avvenimenti russi tra il 1904 e il 1907: la rivista non si occupò mai della guerra russo-giapponese e, in tutto il 1905, dedicò solo due articoli alla rivoluzione russa.

Crediamo che su questi problemi si possa misurare appieno l’immaturità e l’ingenuità del socialismo teorico in Italia.

Con il colpo di stato zarista della primavera 1906 molti entusiasmi popolari si affievolirono e la questione russa decadde anche sulle pagine della stampa socialista italiana. Così anche il magro interesse per le posizioni leniniste sparì del tutto.

Eppure è interessante sottolineare il grande interesse delle masse popolari italiane per le vicende russe tra il 1903 e il 1908. Infatti fin dal 1903, in occasione del mancato viaggio in Italia dello zar Nicola II, è evidente nell’ “Avanti!” e nelle masse socialiste italiane, un diffuso stato d’animo antitirannico di derivazione risorgimentale, e di simpatia per i rivoluzionari che combattevano in Russia. Basti pensare ai numerosissimi comizi e cortei in tutta Italia quando si diffuse la notizia della “Domenica di sangue” (85), agli entusiasmi suscitati dall’arrivo in Italia (a Napoli) di Gorkij, visto come l’eroe della rivoluzione, e alle vivaci proteste della classe operaia torinese – ricordate da Lenin in uno scritto del 1908 (86) – che avevano impedito i festeggiamenti di Nicola II in viaggio in Italia nello stesso anno.

Per quanto ingenue e spontanee potessero essere alcune proteste dei lavoratori italiani, non c’è dubbio che esse esprimessero un sentimento di solidarietà politica e anche di vero internazionalismo che avrebbe potuto maturare politicamente se la stampa socialista avesse utilizzato gli avvenimenti russi per una riflessione che, partendo dalle esperienze russe e leniniste, arrivasse a investire la concezione del socialismo, del partito, della strategia e della tattica rivoluzionaria.

In realtà nessuno dei temi fondamentali della fallita rivoluzione russa – rapporto fra movimento operaio e socialismo, fra sindacati e partito, fra lotta economica e lotta politica – troveranno sviluppo nel dibattito teorico e tanto meno nella coscienza delle masse.

I limitati e saltuari incontri tra Lenin e i socialisti italiani nelle aule dei congressi della Seconda Internazionale non contribuirono certamente ad una conoscenza, seppur parziale, delle esperienze politico-teoriche di Lenin.

E’ significativo il fatto che nei resoconti di Lenin dei vari congressi dell’Internazionale a cui aveva partecipato fino al 1914 egli non riporti mai gli interventi dei socialisti italiani, il che può essere interpretato come specchio del ruolo subalterno che il socialismo italiano ricopriva a livello internazionale.

Ancora più curiosa è la mancanza, nei resoconti dell’ “Avanti!” dei congressi dell’Internazionale, fra il 1907 e il ’12 (ad eccezione del Congresso di Stoccarda) del nome di Lenin tra i componenti delle delegazioni russe, nonostante la sua attiva partecipazione congressuale.

Nemmeno la presenza in Italia della rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff, che conosceva molto bene Lenin, ha contribuito ad una diffusione meno epidermica delle idee politiche leniniste.

Lenin in Italia

Lenin venne due volte in Italia, nell’aprile del 1908 e nel luglio del 1910, ospite a Capri di M. Gorkij.

Questi due viaggi, giudicati dai biografi una semplice vacanza, sono spesso sconfinati nella leggenda. Invece, sulla base della ricerca di Bruno Caruso, “Lenin a Capri” (87), possiamo affermare che proprio nella bellissima isola del golfo di Napoli, Lenin ha combattuto e risolto una delle sue più impegnative battaglie politico-teoriche.

A Capri, sotto la protezione di Gorkij, alcuni intellettuali di tendenza revisionista, che si proponevano di adeguare il marxismo alla religione e alla nuova “scienza” borghese (il “machismo”), avevano tentato di far nascere, come a Bologna, una scuola di partito per quadri bolscevichi.

Lenin verrà la prima volta in Italia per sottrarre Gorkij alle influenze revisionistiche di Bogdanov, Lunaciarski, Bazarov.

“La visita a Capri – scrive Luciano – e i colloqui con Gorkij, Bogdanov e compagni, occupano, come è noto, un posto di qualche rilievo nella storia della costruzione dei fondamenti ideologici della rivoluzione bolscevica” (88).

E’ significativo il fatto che, al ritorno dal primo viaggio a Capri, Lenin continuerà la stesura del libro “Materialismo ed empiriocriticismo” (89), iniziato nel febbraio del 1908 e terminato nel mese di ottobre dello stesso anno, dedicato alla difesa del materialismo storico marxista contro i seguaci di Mach e Avenarius.

Lenin tornò di nuovo a Capri nel luglio del 1910 quando ormai il distacco di Gorkij dai “frazionisti capresi” aveva reso impossibile la continuazione della scuola di partito nata nel 1909.

Si può affermare, basandosi sulle analisi di Caruso (90), Fischer (91), Ulam (92), Luciano (93), Bociarov (94), e sui preziosi ricordi di Maksim Gorkij (95), che Lenin a Capri non ebbe, probabilmente per mancanza di tempo materiale, alcun contatto con esponenti del socialismo italiano, ma ciò non va interpretato come disinteresse nei confronti del movimento operaio italiano, come ben dimostrano alcune significative lettere inviate a Lunaciarski, tutte dei primi mesi del 1908.

Nella prima (scritta tra il 14 gennaio e il 13 febbraio) Lenin chiedeva a Lunaciarski per il “Proletarii” delle “corrispondenze dall’Italia di 8-12 battute, due volte (approssimativamente) al mese” (96). Nella seconda chiedeva all’interlocutore russo un “articolo sull’uscita di Ferri dall’ “Avanti!” (97) in quello stesso periodo”. Nella lettera del 27 febbraio 1908 scriveva a Lunaciarski: “Ancora una volta vi rammento di Ferri. Se non l’avete inviato è proprio un bel guaio” (98).

Scrivendo a Gorkij il 19 aprile del 1908 sollecitava a Lunaciarski al più presto l’ “articolo promesso sullo sciopero di Roma” (99), che uscì poi sul “Proletarii” il 29 aprile 1908; in un’altra lettera ai coniugi Gorkij, del 15 gennaio 1908, Lenin scriveva che stava imparando l’italiano (100).

Molto probabilmente Lenin, che in quel periodo si trovava a Ginevra, voleva utilizzare Lunaciarski per saperne di più sulla realtà italiana e per fare del “Proletarii” una rivista capace di dare voce ai più giovani movimenti socialisti europei ma, come si capisce dalle lettere di Lenin, Lunaciarski, che in quel periodo era fedele a Bogdanov, non aveva intenzione di impegnarsi a fondo con la rivista parigina.

La stampa italiana aveva parlato della scuola bolscevica a Capri e aveva intentato una campagna scandalistica sostenendo che Gorkij stava per essere espulso dal partito.

Il “Giornale d’Italia” del 3 settembre del 1909 titolava: “I russi a Capri; che cosa si sta macchinando?”. Il “Corriere della Sera” del 1 dicembre 1909, riprendendo un telegramma inviato da Pietroburgo al “Daily Mail”, titolava: “Massimo Gorkij espulso dal partito”. Tre giorni più tardi la testata milanese faceva un passo indietro, intervistando direttamente Gorkij a Capri e dichiarando infondata la notizia della sua espulsione.

In questa intervista, “Un colloquio con Massimo Gorkij”, si parlava anche di Lenin come del direttore del “Proletaire”. Lenin stesso dovette intervenire sul “Proletarii” dell’11 dicembre ’09 per smentire i fatti con un amaro corsivo dal titolo “Una favola della stampa borghese sull’espulsione di Gorkij” (101).

Non sembra invece che la stampa socialista italiana abbia dato spazio alle controversie di Capri, forse giudicando le polemiche tra i profughi russi come banali liti tra intellettuali, perdendo così una preziosa occasione per avere una conoscenza non episodica e di prima mano delle idee leniniste e del divario che separava a Capri il materialismo storico dal revionismo empirista ed eclettico.

Note al capitolo primo

Capitolo Secondo

Lotte politiche nel socialismo italiano negli anni precedenti

la Prima guerra mondiale

Lenin e il Congresso di Reggio Emilia

Il 15 luglio del 1912 Lenin sulla “Pravda” pubblicava un lungo articolo sui risultati del XIII Congresso del PSI, svoltosi a Reggio Emilia.

E’ la prima volta che il capo del movimento operaio russo scrive un articolo specifico sulle caratteristiche del socialismo italiano. In precedenza, come già sottolineato, Lenin si era più volte soffermato, ma in forma incidentale e saltuaria, sui caratteri propri del socialismo italiano, formulando alcuni giudizi di grande rilevanza teorico-politica.

Ma è solo con la fine della guerra di Libia e con il congresso di Reggio Emilia che la questione italiana e del socialismo italiano entrano più marcatamente nella sua riflessione.

Non si deve attribuire il crescente interesse di Lenin esclusivamente al maggior spazio che la stampa internazionale dedicava agli avvenimenti italiani in questo periodo; è necessario considerare che, sin dal 1911, l’attenzione di Lenin era sempre più attratta dal quadro europeo. “Prima di questo periodo – scrive Ulam – la sua attenzione era quasi esclusivamente rivolta alla Russia. Membro di un movimento internazionale, egli aveva scritto, di tanto in tanto, articoli e saggi sui problemi del socialismo all’estero. Ma ora quasi istintivamente cominciò a tenere d’occhio la più vasta scena del mondo… A partire dal 1910 avevano cominciato a moltiplicarsi i sintomi che indicavano come le grandi potenze stessero avviandosi verso lo scontro armato” (1).

La svolta a sinistra del congresso di Reggio Emilia era stata commentata in termini entusiastici da Oda Olberg, la quale pochi giorni dopo la fine del congresso, sottolineava sulla “Neue Zeit” la nuova epoca che, con i risultati finali del congresso (vittoria dei “rivoluzionari”), pareva aprirsi per il socialismo italiano: “Al congresso di Reggio Emilia il riformismo italiano ha subito la sua disfatta decisiva, e precisamente una sconfitta che significa molto di più che un essere ricacciato nella minoranza… nella grande maggioranza di voti per l’ala rivoluzionaria il partito ha tratto le conseguenze dell’esperienza di numerosi anni di egemonia riformista e di tattica riformista, ma il commento alle cifre lo hanno fornito gli stessi riformisti ed anche il partito internazionale farà bene ad esaminare questo commento e riflettervi sopra” (2).

Non c’è dubbio, come ha rilevato anche E. Ragionieri (3), che Lenin sia stato influenzato dal tono trionfalistico della Olberg, nelle sue note ai risultati dell’assise socialista. Ma mentre la Olberg (compagna di Giovanni Lerda e quindi molto vicina al dibattito interno al PSI) avrebbe dato, soltanto pochi mesi più tardi, un giudizio meno impulsivo e più realistico, rilevando la confusione ideologica e la distanza dal partito dalla prassi dell’Internazionale Socialista (4), Lenin non avrebbe mutato la sua opinione.

Forse proprio nell’ “errore di prospettiva del 1912” vi è la chiave – a parere di Cortesi – per spiegare il giudizio di Lenin sul PSI “felice eccezione” nel 1914 che doveva diventare “una regola per la III Internazionale” (5), e anche le sue valutazioni positive sull’operato di uomini come Serrati, Lazzari e persino Morgari (6). Solo durante il II congresso dell’Internazionale Comunista Lenin avrebbe riconosciuto il permanere all’interno del PSI dell’ideologia riformista e dell’opportunismo turatiano per tutto questo periodo, e la capacità trasformistica anche nei momenti più difficili.

La radice per comprendere i giudizi troppo ottimistici del capo bolscevico negli anni successivi sta quindi, scrive Cortesi, nell’impressione che, con l’espulsione dei bissolatiani, il PSI “si fosse liberato dall’opportunismo. Lenin, che pure nel 1905 aveva definito Turati ‘il Millerand italiano’, non sfuggì a questa opinione largamente diffusa” (7).

Ritornava, nello scritto del 1912, la precedente artificiosa distinzione, del 1904 e del 1908, fra le “due tendenze fondamentali del PSI: i rivoluzionari e i riformisti”, cioè la distinzione tra “ala rivoluzionaria” e “ala opportunista” che presupponeva un’effettiva radicazione della teoria e della prassi marxista in Italia.

Per Lenin i rivoluzionari italiani, già negli anni precedenti il congresso, “difendevano il carattere proletario del movimento e lottavano contro ogni manifestazione di opportunismo, cioè dello spirito di moderazione, di accomodamento con la borghesia, di rinuncia agli scopi finali (socialisti) del movimento operaio. La lotta di classe: ecco il principio fondamentale, la base delle opinioni di questa tendenza (8).

A suo parere i “rivoluzionari marxisti in Italia” (9) avevano combattuto efficacemente negli anni precedenti contro il sindacalismo di Arturo Labriola, non concedendo nulla alle tendenze anarchiche e piccolo-borghesi all’interno del PSI.

Ben più precisa è l’individuazione delle caratteristiche del riformismo italiano, di cui Lenin sottolinea l’economicismo, la tendenza a costituire alleanze stabili con i partiti di democrazia borghese, il millerandismo, la difesa della politica coloniale e, per quando riguarda i riformisti di destra, il loro passaggio definitivo all’ideologia borghese.

Lenin attribuisce il merito dell’espulsione dei “politicanti liberali-monarchici ‘operai’ del gruppo Bissolati” all’intransigenza e alla coerenza dei rivoluzionari marxisti di Reggio Emilia e in tal modo il “partito del proletariato socialista italiano, allontanando da sé i sindacalisti e i riformisti di destra, ha preso la strada giusta” (10).

Spriano, nella sua introduzione agli scritti di Lenin sull’Italia, sembra accettare questo giudizio, non rivelando le insufficienze della politica del PSI da Reggio Emilia fino al 1915: “Liberandosi di Bissolati, Bonomi, Cabrini, Podrecca, il PSI ha l’occasione di affrontare, dinanzi alle masse, il grande tema dei socialisti nei confronti della guerra, e il merito di agitarlo in senso internazionalista e classista, che sarà assai chiarificatore per determinare la futura condotta del 1914-15. A Lenin non sfugge questa scelta” (11). Anche Konig accetta, acriticamente, il giudizio di Lenin su Reggio Emilia, sottolineando la liquidazione dell’eredità del riformismo e la progressiva radicalizzazione della politica del PSI fino allo scoppio della prima guerra mondiale (12).

“Ma erano tutti rivoluzionari i maggioritari di Reggio Emilia?”, si chiede Cortesi (13), esaminando i contraddittori risultati del congresso.

Un esame degli interventi più significativi degli esponenti della sinistra e del riformismo mostra che aveva ragione Turati quando, in “Critica Sociale” del 6 luglio 1912, giudicava Reggio Emilia il congresso del “riformismo intransigente”, basato sui riformisti tradizionali e sui sostenitori di una “rivoluzione ormai fatta innocua” (14).

A parere di Cortesi i “sinistri”, tranne Mussolini, intervennero quasi esclusivamente sui problemi della disciplina e recriminando sulle violazioni del centralismo, come fece Lazzari, impoverendo un dibattito già scarso di indicazioni e di analisi.

Alcuni significativi incidenti, avvenuti durante il congresso – scrive Cortesi – dimostrano le ambiguità e le incertezze dei “rivoluzionari” (15).

Lerda, uno dei redattori de “La Soffitta”, polemizzò aspramente contro un o.d.g. antimassonico, proclamandosi massone da trent’anni. Decise di dare le dimissioni dal PSI e abbandonò il congresso, ma i congressisti decisero di non prendere in considerazione queste dimissioni (Lerda ritornò infatti nel partito con una lettera pubblicata sull’ “Avanti!” del 18 luglio ’12). Le rivalità tra una tendenza più intransigente capeggiata da Ciccotti e da Mussolini, e una tendenza più moderata guidata da Lerda e Serrati, già durante il congresso, aveva reso difficili i rapporti tra i dirigenti della frazione.

Grande scalpore suscitarono invece, la ridondante oratoria e le pose gladiatorie di Mussolini, che però mascheravano una sostanziale povertà di argomentazioni e di analisi.

Era nel vero Treves quando, il 6 luglio, alla vigilia dell’apertura del congresso emiliano, su “Critica Sociale” sottolineava il sostrato idealistico bergsoniano-nietzschiano dell’idealismo mussoliniano: “Il Mussolini al di sopra della classi mette l’ ‘Idea’… esprime limpidamente l’irriducibilità dell’avversione dell’idealismo rivoluzionario alle riforme” (16).

Merito di Mussolini, e in questo sta uno dei pochi contributi che ha dato al socialismo italiano, la proposta dell’espulsione dei deputati socialriformisti.

Treves, pochi giorni prima dell’apertura del congresso, sottolineava che i rivoluzionari erano in gran parte evoluzionisti e riformisti, tranne una “esigua minoranza di catastrofici”, e la massa dei seguaci differiva dalla prassi riformistica solo per “semplice questione di metodo”. E poi profeticamente scriveva: “Quale sia la parte che vincerà, vincerà il riformismo” (17).

Le insufficienze teoriche e il vuoto verbalismo erano le caratteristiche precipue anche de “La Soffitta”, nata paradossalmente proprio per difendere l’integrità del pensiero marxiano dai tanti attacchi e dal misconoscimento cui era sottoposto in Italia.

Il primo maggio 1911 usciva a Roma il primo numero del polemico organo di stampa teorico della frazione intransigente. Il nome della rivista voleva contrapporsi all’idea, espressa da Giolitti l’8 aprile 1911, che ormai “Carlo Marx è stato mandato in soffitta”, perché, a parere dello statista piemontese, l’assorbimento del PSI nello Stato liberale era giunto ormai ad un punto irreversibile.

E’ interessante ricordare che la risposta a Giolitti, affidata a tal Tullio Colucci (“Rileggendo Marx” del 16 maggio), considerava “Il Capitale”, “avanzo archeologico” derivato da concezioni antiscientifiche e riduceva il marxismo alla sola lotta di classe (18).

Paradossalmente l’unica voce contraria a Colucci fu quella di Mondolfo, riformista di sinistra, che lamentò l’abbandono del marxismo alla “critica roditrice dei topi” e l’ “assenza di un’azione teorica, di una direttiva filosofica” nella rivista milanese (19).

In un articolo del 3 novembre Vella, polemizzando con Lerda, scriveva che non si doveva cacciare Marx anche dalla “soffitta”. E poi paradossalmente, per difendere il marxismo, rivalutava la piattaforma di Genova e proponeva un programma definito “massimalista” (20).

Vi era nella frazione intransigente, costituitasi nell’ottobre 1910 a Milano, un’evidente incapacità nel passaggio dalle enunciazioni teoriche e programmatiche alla necessità di dare al partito una strategia ben definita e articolata. Da qui l’astrattezza di molte posizioni teoriche (secondo Gnocchi-Viani la missione dei rivoluzionari doveva essere quella di “puritani del socialismo”) e il perdersi di molti esponenti nei problemi minuti della vita quotidiana del socialismo italiano, cioè proprio quei difetti che imputavano al burocratico gruppo dirigente riformista: “C’era… un complesso di incapacità teorica – scrive Cortesi – che corrispondeva ad una effettiva impossibilità di trovare conforti immediati all’ipotesi rivoluzionaria” (21).

Questa opinione trova riscontro anche nell’elaborazione della storiografia italiana che ha sottolineato, piuttosto uniformemente, il carattere eclettico e il fondo idealistico della “frazione rivoluzionaria”, giudicata, ad esempio da Arfè”, “intransigente ma non rivoluzionaria” (22).

Mammarella sottolinea l’impronta massimalistica e la vicinanza ideologica di alcuni esponenti intransigenti al sindacalismo anarchico, mentre il tradizionale riformismo non era del tutto sconosciuto nella prassi quotidiana dei vari Lazzari, Ciccotti e Lerda (23). Persino Maurizio Degl’Innocenti, per il quale il 1911-12 è una “data periodizzante” nella storia del PSI, per la distregazione dell’egemonia riformista e per il rinnovamento del partito, riconosce la notevole eterogeneità del “ritorno a Marx” de “La Soffitta” in coloro che proponevano il recupero del marxismo tradizionale filtrato da esperienze revisionistiche (Lerda), oppure basato su un impianto teorico-positivistico (Ciccotti), accanto agli ex-operaisti (Lazzari), per i quali il ritorno agli ideali marxisti passava attraverso il recupero integrale e acritico del vecchio programma genovese del 1892.

Un’impronta hegeliana si ravvisava, sempre per Degl’Innocenti, nel marxismo della Balabanoff, mentre l’integrazione fra marxismo e le teorie volontaristiche di Sorel e Bergson era propugnata da Mussolini e dai sindacalisti rivoluzionari. Non mancava neppure chi si proclamava agnostico e indifferente al dibattito ideologico, ad esempio Bacci (24).

Lenin, evidentemente, sopravvalutava le capacità egemoniche dei rivoluzionari sui riformisti di sinistra, nonostante i dati del congresso (riportati nel suo articolo) mostrassero che la “pianta riformista” non era stata estirpata.

I “rivoluzionari” ottennero, scrive Lenin, 12.500 voti; i “riformisti di sinistra” 9.000; i “riformisti di destra” 2.000 voti (25).

Molto probabilmente Lenin non si faceva illusioni sugli atteggiamenti futuri dei riformisti di sinistra, dei quali sottolineava il comportamento ambiguo e contraddittorio durante il dibattito per l’espulsione dei socialriformisti, ma fidava troppo sulla capacità dei rivoluzionari di escludere dalla direzione del partito oltre la prassi riformista, anche i rappresentanti del vecchi democraticismo socialista.

Questo giudizio può essere derivato da necessità propagandistiche, che possono aver spinto Lenin a forzare i toni ottimistici del suo intervento.

Questo articolo esce sulla “Pravda” e quindi avrebbe avuto risonanza solo all’interno del dibattito teorico russo. Forse, dietro alle parole conclusive dell’articolo, con le quali Lenin sosteneva vigorosamente la necessità della scissione da ogni opportunismo, vi è anche un’eco, nemmeno tanto lontana, delle lunghe lotte e delle numerose scissioni che avevano travagliato la crescita del partito socialdemocratico russo fino all’espulsione, nel 1910, di Bogdanov e Lunacarskij, e che avevano reso precaria la sua posizione di guida nel partito bolscevico tra il 1910 e il ’12 (26).

“Una scissione è cosa grave e dolorosa – scrive Lenin – ma se si insiste nell’errore, se per difendere l’errore si forma un gruppo che calpesta tutte le decisioni del partito, tutta la disciplina dell’esercito proletario, la scissione è indispensabile” (27).

Illuminante in proposito è il ricordo di T. Liudvinskaja che, in “Lenine tel qu’il fut”, ricorda come a Parigi “tutti i suoi pensieri erano orientati verso un solo scopo: organizzare l’azione politica in Russia e formare una generazione di dirigenti operai, fermi nella lotta, intransigenti verso i nemici del marxismo, verso le oscillazioni ideologiche di qualsiasi tipo. Se un uomo tradiva la causa comune, Lenin rompeva con lui irrevocabilmente” (28).

Probabilmente nel giudizio su Reggio Emilia pesavano anche le crescenti difficoltà che Lenin incontrava all’interno dell’Internazionale, e la necessità di avere in Europa punti di riferimento precisi per la crescita del marxismo rivoluzionario, capace di superare la crescente involuzione della socialdemocrazia europea, particolarmente quella tedesca. Infatti Madaleine Reberioux ricorda che Lenin, in questo periodo, “è isolato nell’Internazionale”, persino la Luxemburg è in polemica con lui. Specchio di queste difficoltà è la sua assenza al congresso dell’Internazionale di Basilea del 1912 (29).

Ben più preciso è il giudizio che Lenin dà di Bissolati e del partito socialista riformista definito “di fatto il ‘partito dei politicanti liberali-monarchici operai’ “ (30), associati alle correnti socialrevisioniste europee.

“Bissolati – scrive Lenin – ha appoggiato il ministro borghese, sin quasi a diventare egli stesso ‘ministro senza portafogli’ (cioè, pur non essendo ministro egli si comportava come fautore e membro del ministero borghese)” (31).

Nello stesso periodo, nella sua corrispondenza privata con Turati, la Kuliscioff scriveva che il linguaggio di Bissolati le sembrava quello di un futuro presidente del consiglio, di un vecchio esponente del socialismo italiano, che però era passato armi e bagagli dalla parte della borghesia (32).

Nel marzo 1912 Bissolati viene definito da Lenin un “liquidatore estremista” (33). Ancora nel luglio 1912, contrapposto al fumoso riformista Axelrod, Bissolati veniva accusato da Lenin di sacrificare i “principi della lotta di classe e della teoria e della pratica marxiste conseguenti, per riforme effettivamente attuate dalla borghesia liberale effettivamente dominante” (34). Sempre nello stesso anno Bissolati viene accomunato a MacDonald, Jaures, Kolb e Frank (35).

È opportuno sottolineare che in questo periodo, e almeno fino al 1917, è Bissolati il “Bernstein italiano”, mentre nel periodo precedente lo era stato Turati, probabilmente perché, come già visto, Lenin sottovaluta il ruolo opportunistico che il vecchio ceppo riformista e il suo leader Turati continuavano a svolgere nel partito dopo Reggio Emilia.

La guerra di Libia e il socialismo italiano

Nelle opere complete non vi sono commenti di Lenin sull’inizio della guerra italo-turca per il possesso del territorio libico. Il primo articolo compare sulla “Pravda” il 29 settembre 1912, al momento della stipula del trattato di pace tra l’Italia e la Turchia.

A proposito di una lettera misteriosa.

Può essere importante però, nonostante le nostre notevoli perplessità sull’autenticità, accennare a una presunta lettera di Lenin nella quale, rivolgendosi ad un’ignota interlocutrice, affermava di condividere i motivi dell’espansionismo italiano in Libia.

Crediamo sia opportuno accennare a questa lettera perché, nel terzo volume de “L’Italia moderna” di Gioacchino Volpe, a pag. 357 in una nota, si parla di questa missiva attribuendola a Lenin e vi è un accenno anche nel libro di Zaghi “L’Africa e la coscienza europea” (36).

A scoprire questa lettera è stato lo storico di tendenza socialiste Morandi il quale nel 1946 ne aveva pubblicato il testo su “Il Corriere del Mattino”.

Parla diffusamente di questa lettera, ripercorrendone l’iter misterioso su “Il Giornale Nuovo” del 17 dicembre 1976 Domenico Settembrini. Egli, definendosi “dottore in leninismo”, scorge nell’autore della lettera “il Lenin più vero, quale emerge esplicitamente da molti scritti ufficialmente noti, ed implicitamente si ritrova con l’analisi al fondo di tutto quanto ha detto, scritto o fatto” (37).

Sarebbe Lenin ad aver scritto, per esempio: “La Tripolitania conviene davvero agli italiani, perché situata alla più breve distanza dalla Sicilia. Gli italiani hanno bisogno di colonie, perché le loro masse popolari sono obbligate ad andare a cercare lavoro in paesi americani e di là portano, con molto denaro, idee nuove… anzi (questa impresa n.d.r.) andrebbe bene per noi, perché noi, checché se ne dica, abbiamo bisogno degli Stretti: ci gioverebbe molto nel campo politico, commerciale e marittimo”.

Basta anche una superficiale conoscenza del pensiero di Lenin, anche senza essere “dottore in leninismo”, per giudicare falsa questa lettera attribuibile semmai al linguaggio tipico dei nazionalisti italiani (Corradini) o dei sindacalisti rivoluzionari (Arturo Labriola).

Il significato politico dell’articolo di Settembrini appare chiaro: diffamare Lenin, attribuendogli un’ideologia nazionalista basandosi, oltretutto, su un presunto originale che non è mai stato trovato.

Nell’articolo del settembre 1912, dopo aver denunciato i massacri compiuti dai soldati italiani (“gli italiani, una nazione civile e costituzionale”) (38), i costi umani della guerra, i metodi “civili” con cui i popoli africani erano stati schiacciati e l’uso delle armi “modernissime” utilizzate per soffocare la resistenza araba, Lenin indicava il nesso tra il colonialismo e la politica imperialistica dello Stato italiano: “Che cosa ha provocato la guerra? La cupidigia dei magnati della finanza e di capitalisti italiani che hanno bisogno di un nuovo mercato, hanno bisogno dei successi dell’imperialismo italiano” (39).

Così Lenin concludeva il suo articolo: “Certo, l’Italia non è né migliore né peggiore degli altri paesi capitalisti, tutti ugualmente governati dalla borghesia, la quale, per una nuova fonte di profitti, non indietreggia davanti a nessuna carneficina” (40).

Un elemento, dunque, appare dominante nell’analisi leninista di questo periodo: la constatazione del pieno ingresso del capitalismo italiano nella fase imperialistica, quindi il suo inserimento nella gara delle “grandi potenze” europee alla conquista delle colonie, che è un naturale portato dell’imperialismo maturo (41).

Lenin non considera l’imperialismo semplicemente un’ideologia o una scelta politica, come pensavano i riformisti italiani – Turati in testa – ma ritiene che il dato fondamentale dell’epoca precedente lo scoppio della guerra mondiale fosse costituito dalla rapida crescita delle forze produttive al di là delle barriere dei mercati nazionali capitalistici e che i paesi capitalistici producevano più di quanto consumavano.

Nelle analisi di questo periodo, codificate poi nel saggio del ‘1916 sull’ ”Imperialismo”, le forze motrici della politica imperialistica erano le grandi concentrazioni monopolistiche nate e sviluppatesi non dall’antagonismo, ma dalla compenetrazione del capitale industriale con il capitale finanziario. Da qui la duplice tendenza all’esportazione dei capitali e alla importazione di materie prime.

La politica estera aggressiva, l’espansione mondiale della politica imperialistica, quindi, nascevano dalla necessità di creare spazi economici più ampi che nel passato sulla base di un’imperialistica spartizione del mondo.

A parere di Ulm in questo periodo Lenin è attirato da numerosi problemi di politica mondiale perché, a partire dal 1910, l’acuirsi delle tensioni a livello internazionale faceva presagire imminente una prossima conflagrazione europea (42).

Ma egli osservava da vicino anche il crescente nazionalismo in Asia e in Africa perché, nell’ipotesi di un conflitto locale in uno dei continenti invasi dal capitalismo mondiale, sarebbe stato possibile prevedere, sulla base delle teorizzazioni già elaborate da Marx e da Engels negli anni Ottanta sul legame tra rivoluzione in Oriente e rivoluzione in Occidente (43), uno sconvolgimento ancora maggiore in Europa che avrebbe facilitato la vittoria del socialismo.

Anche una guerra generalizzata in Europa, magari causata da rivalità coloniali, avrebbe potuto provocare un enorme rivolgimento anche di carattere rivoluzionario, nei paesi arretrati. Da qui il suo interesse per le inquietudini nazionalistiche, soprattutto in Asia: “Il risveglio dell’Asia” è il titolo di uno degli scritti più efficaci di questo periodo (44).

Al centro di queste riflessioni, negli anni precedenti il conflitto mondiale, è la necessità di un’alleanza consapevole fra la massa dei lavoratori asiatici (evidentemente una massa contadina, anche se non esclusivamente tale) e il proletariato dei paesi capitalistici: “La giovane Asia, cioè le centinaia di milioni di lavoratori asiatici, hanno un alleato sicuro nel proletariato di tutti i paesi civili” (45).

Non c’è dubbio che Lenin pensava anche a un’alleanza tra i popoli coloniali africani e il proletariato dei paesi europei: lo dimostra, per esempio, l’interesse per il crescente nazionalismo arabo in Libia (nell’articolo del settembre ’12), l’interesse con cui seguiva la campagna antitripolina del PSI e le crescenti agitazioni popolari in Italia contro la guerra, oltreché i riflessi economico-sociali della penetrazione tedesca e francese nel Mediterraneo.

A nostro parere, nella prefigurazione di un’alleanza tra il proletariato dei paesi capitalistici e le masse popolari dei paesi coloniali asiatici e africani, vi è una distinzione rispetto alle posizioni politiche della Seconda Internazionale, che non aveva mai considerato i popoli coloniali come elementi politici fondamentali nella lotta per il socialismo mondiale.

Inserendo la politica della borghesia italiana nel quadro internazionale ed individuando il motore dell’espansione coloniale nelle pressioni del capitale finanziario sulla politica del governo, Lenin aveva compreso le vere radici dell’impresa tripolina in termini non dissimili dai migliori risultati della storiografia contemporanea italiana sull’argomento.

Piuttosto uniformemente, infatti, gli storici italiani, da Grifone fino ai numerosi testi apparsi negli anni ’70, hanno sottolineato che, con l’impresa libica, iniziava per l’Italia una politica estera ben diversa dal giolittiano “piede in casa”, tesa verso i Balcani e il moribondo impero turco.

Degl’Innocenti sottolinea i settori industriali maggiormente legati alla politica espansionistica: “Zuccherieri, cotonieri e, particolarmente, siderurgici, concentrati verticalmente e fortemente integrati con il capitale bancario, cresciuti in un ambiente asfittico, protezionistico, e quindi caratterizzati da un’accentuata aggressività per la ristrettezza del mercato interno, non in grado di soddisfare l’utilizzazione massimale degli impianti” (46).

Contro l’ “italietta” giolittiana si era formato un blocco di potere economico, cementato dal capitale finanziario, e sostenuto dai maggiori organi di stampa italiani come “Il Giornale d’Italia” finanziato dal gruppo Bastogi, dagli armatori e dall’industria bellica (“Il Mattino” di Napoli, “La Tribuna” sostenuta dall’industria navale genovese e dalla Banca Commerciale, “Il Resto del Carlino”, organo della borghesia agraria emiliana e dagli zuccherieri settentrionali, l’”Idea Nazionale”, in stretto contatto con gruppi finanziari dell’industria siderurgica e meccanica. Anche il “Corriere della Sera”, espressione della borghesia milanese, fece sulle sue colonne un’attiva campagna filotripolina (47).

Alcuni studiosi, analizzando l’imperialismo italiano in Libia, hanno sottolineato quasi esclusivamente l’influenza che il Banco di Roma esercitò su Giolitti e su San Giuliano, ministro degli Esteri, oppure hanno messo in evidenza unicamente i guadagni o le perdite della potente banca romana.

A questa tentazione non sembra sfuggire nemmeno Carocci quando sottolinea, nella sua analisi dell’impresa libica, il ruolo trainante del Banco di Roma nei Balcani e nell’impero ottomano, riducendo l’importanza di altri settori economici interessati all’impresa (48).

A nostro parere, invece, l’imperialismo italiano dell’epoca giolittiana deve essere esaminato come un grande fenomeno sociale, che è stato capace di coagulare, sulla base di una strategia comune, un vasto strato di opinione pubblica, compresi ampi settori di piccola e media borghesia produttiva e intellettuale, sostenuto dalla politica aggressiva di numerosi grandi gruppi finanziari, tra cui naturalmente il Banco di Roma, certamente la struttura finanziaria italiana più esposta ai contraccolpi della situazione internazionale.

Se non consideriamo le dimensioni “unitarie” e di “massa” dell’imperialismo italiano, la sua forza egemonica su strati di piccola borghesia anche giolittiana e socialista e su intellettuali anche di tendenze democratico-socialiste (il caso più illustre è forse Salvemini al tempo della Grande Guerra), si rischia di perdere di vista la complessità del fenomeno e di attribuire l’espansionismo, come facevano in gran parte i socialisti dell’epoca, a pochi gruppi “plutocratici”, “parassitari”, e a settori “militaristi”, estranei alla coscienza democratica e liberale del periodo giolittiano.

Nella sua analisi dell’impresa libica al tempo del congresso di Reggio Emilia, Lenin dà un giudizio positivo della reazione dei socialisti alla campagna militare. Condannando Bissolati che “è giunto a difendere l’attuale guerra dell’Italia contro la Turchia”, elogiava l’atteggiamento del PSI: “Tutto il partito l’ha decisamente condannata come una rapina spudorata compiuta dalla borghesia e come un vile massacro degli indigeni africani a Tripoli, mediante armi micidiali e perfezionate” (49).

Aveva ragione Bonomi quando, durante il congresso di Modena (ottobre 1911), aveva sostenuto che i riformisti di sinistra non comprendevano la necessità economica e politico-internazionale che spingeva il capitalismo italiano, e non solo la parte più “retriva “ e “parassitaria”, verso l’impresa libica (50).

“Né un uomo né un soldo – disse Andrea Costa contro l’impresa etiopica del 1896 – E ciò deve gridare ancora una volta il partito socialista… Prima della Cirenaica c’è la Calabria, c’è la Sardegna, due terzi dell’Italia” (51), così l’ “Avanti!” del 13 settembre riassumeva quelle posizioni che poi diventeranno tipiche della maggioranza socialista.

L’accento sui problemi interni, sulle carenze strutturali dell’economia e sulle conseguenze internazionali della guerra prendevano dunque il sopravvento sui motivi classisti e internazionalisti della lotta. In realtà il PSI tendeva a confondere l’impresa crispina con la nuova espansione coloniale, senza tentare neppure di comprenderne la novità e le diversità.

Come ha scritto Roberto Battaglia l’impresa crispina fu voluta dallo stesso Crispi e dai suoi generali nonostante l’ostilità crescente degli strati della borghesia industriale e finanziaria del Nord (52).

“Mancava (nel partito ndr), quasi completamente – scrive Degl’Innocenti – un’analisi delle condizioni economiche e politiche nelle quali l’impresa era maturata, per cui si finiva per disconoscere la natura imperialistica della stessa. Del resto fu indicativo l’assenteismo con il quale il PSI si caratterizzò nel dibattito sul colonialismo e l’imperialismo, confermando la sua marginalità rispetto agli ambienti internazionali (53).

Ugo Mondolfo, sulle colonne della “Critica Sociale” dell’aprile 1912, negava che tutte le imprese coloniali fossero nate “dal bisogno incoercibile delle forze produttive” e concludeva plaudendo alle imprese coloniali che rispondevano ad “interessi dell’intera nazione”, cioè di natura pacifica (54).

In contrapposizione ai fenomeni di concentrazione monopolistica e del nuovo ruolo ricoperto dallo Stato, i socialisti riformisti di sinistra rispondevano con tematiche di tipo liberista, derivate anch’esse da una lettura meccanicistica di Marx. Oppure quando l’accento cadeva sulle concentrazioni monopolistiche italiane, rafforzate dalle difficoltà economiche del 1911, si vedevano in esse forme parassitarie ed improduttive contrapposte alla vitalità produttiva dei settori della piccola-media borghesia.

Con questi presupposti i riformisti di sinistra definivano la guerra libica come “brigantaggio collettivo”, “febbre coloniale”, “fenomeno morboso”, posizioni politiche dietro cui si celava, scrive Cortesi, il “sogno di uno sviluppo economico, armonico ed endostatico, pianificato da organismi pubblici al di sopra degli interessi di classe. Ma le necessità espansive dell’Italia industriale, la via affinché essa tenesse il passo con le grandi potenze passavano necessariamente per le conquiste coloniali” (55).

I socialisti della “Soffitta” avevano condotto la campagna antitripolina con più vigore ed energia denunciando le responsabilità della borghesia e del governo Giolitti. Ma queste affermazioni non erano sostenute da un’analisi generale del fenomeno dell’imperialismo e delle specifiche caratteristiche di quello italiano. Spesso, anzi, la “Soffitta” utilizzerà i temi della guerra in senso strumentale, cercando di strappare ai turatiani, dopo il congresso di Modena, la leadership del partito.

Sottolineando l’atteggiamento antibellico dei socialisti italiani, Lenin non poteva cogliere le ambiguità e le carenze del socialismo italiano proprio nell’analisi dell’imperialismo, in un momento storico di grandi tensioni internazionali che sarebbero sfociate nel conflitto mondiale. Anche da qui,forse, nasce quella sopravvalutazione della forza e dell’integrità del PSI, che avrà molta parte nelle future relazioni di Lenin con il movimento operaio italiano.

Tutto ciò può apparire strano se ripensiamo alla polemica di Kautsky con il PSI, da lui ritenuto in parte responsabile, a causa della sua disorganizzazione, della guerra italiana (56) e alle posizioni critiche di Oda Olberg, soprattutto contro la dirigenza riformista, che si era lasciata sorprendere dalla decisione del governo di iniziare l’impresa (57).

Anche l’Internazionale Socialista, in seguito alla mancata manifestazione di protesta in Italia contro la guerra, del 5 novembre, aveva assunto un atteggiamento molto critico nei confronti della dirigenza socialista.

Infatti in quel 5 novembre, nelle capitali europee si tennero dei meeting di protesta contro l’aggressione italiana. In Italia, invece dello sciopero generale stabilito dagli organism del B. S. I. non si andò al di là di una generica solidarietà con le proteste europee, espressa dalla direzione riformista.

Oltre al giudizio di Kauysky e a quello altrettanto negativo dei socialisti turchi, che chiesero una diffida contro il PSI per il suo immobilismo, è importante ricordare la nota di protesta e di biasimo di Jaures e di Vaillant, i quali scrissero che il PSI “era venuto meno al suo dovere internazionale”.

Anche dal “Carteggio Huysmans” pubblicato da Georges Haupt, emergono chiaramente le pressioni dell’Internazionale per un più fermo atteggiamento del PSI.

Scrivendo sulla “Pravda” il 4 ottobre ’12 Lenin, mentre denunciava le mire russe nel Balcani, rilevava le difficoltà della “Triplice Alleanza” dovute al crescente contrasto tra l’Italia e l’Austria per il possesso dell’Albania: “La Triplice Alleanza (Germania, Austria, Italia) è in questo momento indebolita poiché l’Italia ha speso 800 milioni di franchi per la guerra contro i turchi, e nei Balcani gli interessi dell’Italia e dell’Austria non si accordano. L’Italia vuole azzannare ancora un altro pezzetto, l’Albania, e l’Austria si oppone” (58).

Nei fatti, sul piano internazionale, la guerra di Libia, che era stata giudicata capace di equilibrare l’influenza franco-tedesca nel Mediterraneo, alterò gravemente la situazione nei Balcani.

L’indebolimento dell’impero ottomano creò i presupposti per le guerre balcaniche (1912-1913), dalle quali sarebbe uscito rafforzato il crescente e pericoloso nazionalismo slavo.

Anche l’Italia, come le altre potenze europee, mirava a sfruttare la debolezza turca per rafforzare la sua presenza politico-economica in uno scacchiere così importante qual era l’Europa orientale.

Il Banco di Roma, nel decennio giolittiano, aveva operato numerosi investimenti nell’area balcanica che implicavano forti passività sostenute dalle finanze dello Stato, come nel caso della costruzione della ferrovia Danubio-Adriatico. La rivoluzione dei Giovani Turchi aveva aumentate le difficoltà degli investimenti italiani in Libia e nei Balcani.

Gli interessi italiani nei Balcani non lasciavano indifferenti nemmeno i socialisti italiani del gruppo dirigente riformista. Il più esplicito su questo argomento era certamente Bissolati il quale, intervenendo già in precedenza nel congresso di Modena del 1911, nel dibattito interno del PSI sulla guerra di Libia, aveva giudicato l’impresa pericolosa, capace di indebolire la presenza italiana nei Balcani, ma rilevava che la penetrazione in Libia della Francia o della Germania avrebbe causato una guerra di vaste proporzioni.

Già nel 1908, di fronte all’annessione da parte dell’Austria della Bosnia-Erzegovina, difendendo la presenza italiana in quell’area, Bissolati giudicava imperialistica la politica degli Imperi Centrali. Di fronte all’annessione austriaca la stampa italiana si mobilitò con un’efficace campagna sottolineando il grave colpo subito dagli interessi italiani nel Levante. Anche l’ ”Avanti!”, diretto da Bissolati, chiese le dimissioni di Tittoni, ministro degli Esteri. Anche Turati ritenne che gli avvenimenti della Bosnia rappresentassero un grave danno per l’espansione italiana nei Balcani e nel Mediterraneo (59).

Alla fine del 1912, al momento del rinnovo della Triplice, il gruppo riformista si divise tra il “triplicista” Treves e l’ “austriacante” Kuliscioff. Quest’ultima temeva che l’Italia fosse trascinata dall’Austria in una guerra antislava, che avrebbe compromesso gli interessi italiani nei Balcani.

A questo proposito può essere interessante l’esplicita, onesta ammissione di ignoranza nei problemi di politica estera che Turati confessava, scrivendo alla Kuliscioff: “Ho insistito e strainsistito con Treves perché presenti una qualsiasi interpellanza sulla Triplice, che si discute mercoledì. Non ci fu verso, dice che non sa cosa dire: che differenza c’è allora fra avere, come lui, delle idee in politica estera e non averne nessuna, come me, se, all’atto pratico, non si sa ugualmente che cosa dire?”. E poi concludeva: “Importa di dire qualcosa e per atto di vita, meno importa quel che si dirà” (!) (60).

L’assenteismo di Turati, come di altri autorevoli esponenti del partito, sui problemi della politica estera, lasciava spazio alla politica personale di alcuni socialisti (come Bissolati), e impediva al partito di avere una posizione ufficiale e una propria linea di condotta sui temi internazionali, lasciata solo a pochi “specialisti”.

Queste carenze specifiche della politica estera nel PSI dovevano evidentemente essere poco conosciute da Lenin se, nell’ottobre 1912, dopo la scissione di Reggio Emilia e contemporaneamente alle guerre balcaniche, scriveva: “I socialisti dei paesi balcanici hanno pronunciato un’aspra condanna della guerra. I socialisti dell’Italia e dell’Austria, nonché di tutta l’Europa occidentale, li hanno fraternamente sostenuti” (61).

In realtà fin dal maggio 1905 erano emerse molte differenze tra socialisti italiani e austriaci, non solo per la questione dell’irredentismo, ma soprattutto in relazione ad una eventuale guerra tra Italia e Austria. Polemiche tra i due partiti nacquero anche in occasione della crisi bosniaca. Le crescenti tensioni fra i due raggruppamenti impedirono, come ricordò Lazzari a Reggio Emilia, una riunione socialista italo-austriaca che era in programma da due anni.

Un’eco di questi contrasti irrisolti probabilmente vi era anche nel Manifesto di Basilea del B. S. I. del novembre del ’12, nel quale possiamo leggere: “I socialisti d’Austria-Ungheria, come pure i socialisti d’Italia, presteranno un’attenzione particolare alla questione albanese… Il Congresso domanda dunque ai socialisti d’Austria-Ungheria e d’Italia di combattere ogni tentativo dei loro governi di comprendere l’Albania nelle loro sfere d’influenza, e domanda loro di continuare i loro sforzi per assicurare soluzioni pacifiche fra l’Austria-Ungheria e l’Italia” (62).

La portata mondiale di questi avvenimenti sfuggiva interamente al socialismo italiano, come a gran parte del socialismo internazionale, e non si ebbe coscienza dell’approfondirsi delle contraddizioni che in breve avrebbe portato l’Europa al primo conflitto mondiale.

Il PSI, “felice eccezione” fra la neutralità e l’intervento (agosto 1914-aprile 1915)

Il 5 settembre 1914, giungendo a Berna dalla Galizia, Lenin annotava sul quaderno dove raccoglieva materiali per l’opuscolo “La guerra europea e il socialismo internazionale” (63), alcuni commenti dell’ ”Avanti!” del primo settembre in cui veniva esaltato l’atteggiamento antibellico dei sei deputati bolscevichi nella Duma russa, contrapponendolo all’opportunismo della socialdemocrazia tedesca. Il 2 settembre l’ “Avanti!” usciva con l’editoriale “Il convegno di Roma fra la Direzione del Partito e un rappresentante dei socialisti tedeschi – Dopo il colloquio con Sudekum”. Seguiva l’articolo di Zibordi “Il socialismo europeo e il socialismo italiano”.

Lenin in Svizzera leggeva attentamente l’ ”Avanti!” e ne copiava ampi stralci. Lo dimostra il suo commento all’articolo di Zibordi inframezzato da locuzioni e citazioni italiane. E’ questa la prima volta in cui Lenin analizza a fondo le posizioni di un socialista italiano e, indirettamente, l’orientamento espresso dal PSI contro la guerra.

I socialisti italiani trattarono con molta freddezza la missione di Ellenbogen e di Sudekum (28 agosto-1° settembre ’14) inviata per operare pressioni sul gruppo dirigente socialista, in caso di partecipazione italiana al conflitto.

L’articolo di Zibordi (riformista di “sinistra” molto vicino a Turati) testimoniava l’orientamento certamente antitriplicista del partito e ribadiva la tesi della “neutralità assoluta”, mentre le posizioni filointesiste rimanevano in ombra.

Lenin plaude alle posizioni di Zibordi in termini entusiastici: “In un momento come questo un socialista si sente sollevato vedendo come l’ “Avanti!” ha detto coraggiosamente e schiettamente l’amara verità in faccia a Sudekum, ai socialisti tedeschi, affermando che essi sono imperialisti, cioè sciovinisti. Si prova un sollievo ancora maggiore quando si legge l’articolo di Zibordi, in cui viene smascherato non solo lo sciovinismo della borghesia tedesca e austriaca (il che è vantaggioso dal punto di vista della borghesia italiana), ma anche di quella francese, in cui si afferma che la guerra è una guerra della borghesia di tutti i paesi!!” (64).

Non c’è dubbio che Zibordi e l’ “Avanti!” in questa occasione esprimessero idee e posizioni politiche non dissimili rispetto alle violente polemiche di Lenin contro gli “orrori del tradimento perpetrato dai capi del socialismo contemporaneo e gli orrori del fallimento dell’attuale Internazionale” (65), ma rimanevano celati gli orientamenti decisamente favorevoli all’Intesa che il partito aveva espresso fin dall’inizio della guerra. Ad esempio, di fronte alla rottura austro-serba, Mussolini prese posizione contro la guerra, sostenendo il dovere del governo italiano di non schierarsi con gli Imperi Centrali (66).

In realtà, durante il periodo della neutralità italiana, il PSI oscillò spesso tra un’equidistanza dai due blocchi e un chiaro atteggiamento filointesista. Testimoniano il primo orientamento, ad esempio, l’articolo di Zibordi e la risoluzione finale del Congresso di Lugano (67), ma non c’è dubbio che il filointesismo finì per prevalere, egemonizzando una buona parte dei settori dirigenti socialisti.

Il 4 agosto poi, dopo la riunione della Direzione socialista, veniva diffuso un comunicato nel quale erano attribuite tutte le responsabilità della guerra alle “cupidigie balcaniche dell’imperialismo austro-ungarico, spalleggiato dal militarismo germanico” (68).

Il giorno prima Mussolini aveva scritto sull’ “Avanti!” che, in caso di invasione austriaca del territorio italiano, “è probabile che molti di quelli che oggi sono accusati di … anti patriottismo saprebbero compiere il loro dovere” (69).

Sono atteggiamenti, questi, che dimostrano accanto all’antigermanesimo la presenza, neppure tanto nascosta, dell’ideologia nazionalista. Colpisce per esempio nel “Manifesto contro la Guerra” della direzione socialista del 20 ottobre ’14, l’accenno ai “sentimenti di simpatia che sorgono spontanei ed invincibili nell’animo nostro tra belligerante e belligerante” (70), accanto al timore che il governo italiano potesse rompere la sua neutralità per schierarsi con gli Imperi centrali.

A questo proposito è interessante anche l’ “affaire” Mussolini, culminato con le sue dimissioni dalla direzione dell’”Avanti!” il 21 ottobre ’14 e la sua espulsione dal partito il giorno 29, dopo aver impostato un proprio giornale, “Il Popolo d’Italia”, che sarebbe uscito grazie ai numerosi aiuti francesi e della siderurgia italiana (in primis l’ “Ansaldo” di Genova) il 15 novembre.

Il 18 ottobre con l’articolo “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante” Mussolini poneva il dito sulla piaga: era possibile conciliare un debole neutralismo con la distinzione, operata fin dai primi giorni di guerra, tra paese e paese, aggressori e aggrediti, impedendo così al partito di porsi il problema di un eventuale intervento italiano? La repentinità dell’espulsione, derivata dall’improvviso voltafaccia di Mussolini, impedì la nascita in seno al PSI di una forte corrente filointesista.

“Questi atteggiamenti – scrive Cortesi – ridimensionano qualitativamente la tradizionale leggenda di un PSI su posizioni coerentemente ed originalmente internazionalistiche. Il PSI – al di là del rigorismo formale di facciata – agì invece sul governo per evitare un possibile intervento a fianco degli Imperi centrali e fin dall’inizio – esplicitamente o implicitamente – lasciò aperta la possibilità di un orientamento filointesista, differenziando in ogni caso subito le due parti belligeranti… anche l’altra leggenda, del severo astensionismo del PSI rotto unicamente ed improvvisamente dalle enunciazioni difensiste del Turati e del Treves nell’ottobre 1917 e nel giugno 1918, risulta così vanificata” (71).

Anche nelle note di Lenin riaffiora la sopravvalutazione di Reggio Emilia con la convinzione che l’opportunismo e il revisionismo fossero stati definitivamente sconfitti nel 1912 (72). Da qui l’ottimismo con cui Lenin seguiva sull’ ”Avanti”! la campagna contro la guerra.

Ma in questo articolo Lenin poneva una serie di problemi che dovevano rivelare i limiti della posizione antibellica del socialismo italiano. Infatti, contemporaneamente alle “Tesi bernesi” del 6 settembre 1914 in cui dettava la parola d’ordine della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, Lenin, nell’articolo citato, scriveva che la “propaganda illegale e la guerra civile sarebbero più oneste, più opportune per i socialisti” e che i “socialisti (non opportunisti) di ogni paese dovevano vedere il loro nemico principale nel ‘proprio’ (patrio) sciovinismo” (73).

Invece in Italia la profonda ideologia antigermanica, l’insorgenza dell’ideologia nazionale e anche nazionalista nel movimento socialista ma, soprattutto, la compenetrazione, avviata fin dall’età giolittiana, tra il socialismo italiano e lo Stato, dovevano rendere improponibile ogni agitazione di tipo rivoluzionario.

In realtà vi sono precisi motivi che consentono di spiegare storicamente il presunto neutralismo del PSI tra il 1914 e il ’15. Prima di tutto l’importanza dell’epurazione del 1912, poi il vigore dei sentimenti antibellici delle masse italiane (ben espressi dalla “settimana rossa” del giugno ’14). A ciò si aggiunga la decisione del governo italiano per la neutralità e l’aver avuto il PSI ben un anno di tempo per meditare sulla posizione da assumere; infine, tra il 1914 e il ’15, il neutralismo di Giolitti.

Su tutto ciò poi pesava la tradizione umanitaria e pacifista dell’evoluzionismo socialista e la necessità di opporre questi valori al transfuga Mussolini.

Possiamo affermare che – come scrive Cortesi – “in complesso, e considerando che l’Italia non fu travolta subito dalla guerra, il PSI non fa eccezione al quadro” (74), dimostrando in tal modo una politica non dissimile, nella sostanza, a quella degli altri partiti socialisti europei, perché la posizione pacifista, in sintonia con la maggioranza della socialdemocrazia europea prebellica, era finalizzata alla restaurazione della pace e non all’utilizzazione della guerra per il “salto” rivoluzionario.

Solo Bordiga in Italia, indipendentemente da Lenin, sottolineava l’aperta inimicizia del socialismo nei confronti dello Stato in guerra quando scriveva, parafrasando Mussolini, nell’ottobre del ’14: “Noi… sostenendo che lo Stato deve restar neutrale, ne restiamo gli aperti nemici, ‘attivi e operanti’ “ (75). Altrove scriverà: “Neutralità significa per noi intensificato fervore socialista nella lotta contro lo Stato borghese, accentuarsi di ogni antagonismo di classe che è la vera fonte di ogni tendenza rivoluzionaria” (76).

E’ importante sottolineare che Bordiga fu tra i pochi a denunciare, fin dall’agosto, le simpatie filointesiste di gran parte del socialismo italiano e soprattutto di Mussolini, rilevando che l’Austria e la Germania erano reazionarie non meno della Russia zarista, alleata della “democratica” Intesa (77).

Non nacque in questo periodo una corrente bordighiana in seno al PSI per la debolezza dello schieramento rivoluzionario in Italia e perché il suo pensiero, durante la guerra, dovette subire una necessaria maturazione, al pari dell’esperienza leniniana.

Il 27 settembre 1914 aveva avuto luogo a Lugano un incontro tra alcuni socialisti svizzeri e italiani (tra i quali Serrati, Lazzari, Morgari, Turati e Balabanoff) per rilanciare a livello internazionale una iniziativa di pace tramite gli organismi del B. S. I. rimasti del tutto inattivi dopo lo scoppio della guerra.

Per mezzo del socialista svizzero Robert Grimm, Lenin presentò al congresso le sue “Tesi bernesi”, nelle quali dettava la parola d’ordine di “rivolgere le armi non contro i propri fratelli, gli schiavi salariati degli altri paesi, ma contro i governi e i partiti reazionari e borghesi di tutti i paesi” (78).

Il documento finale di Lugano denunciava la politica imperialistica delle grandi potenze, ma la conferenza non appoggiò le parole d’ordine bolsceviche sulla trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, sulla sconfitta del proprio governo nella guerra e non si pronunciò a favore di una rottura decisa con i socialsciovinisti. La conferenza propose unicamente trattative diplomatiche per mettere fine all’ “inumana carneficina” e una rinascita della II Internazionale.

La delusione di Lenin fu espressa l’11 ottobre quando scrisse che le tesi del partito erano “state inviate agli italiani e, molte di esse, purtroppo non tutte, figurano nella risoluzione di Lugano” (79). Infatti il congresso si mosse su una linea politica tendente a proporre di nuovo lo strumento dell’Internazionale Socialista, senza sottolineare la crisi definitiva, dopo le “Union Sacrées” del 1914, su posizioni pacifiste e socialscioviniste.

Dal protocollo dell’incontro di Lugano, analizzato da Valiani (80), ad esempio risulta che Lazzari pose ai socialisti svizzeri l’imbarazzante domanda sull’atteggiamento che essi avrebbero assunto nel caso la neutralità del loro paese fosse stata violata.

Marco Ferri, socialista ticinese, affermò che in tal caso i socialisti svizzeri si sarebbero battuti per la difesa della loro patria. Modigliani, difendendo i socialisti svizzeri, rispose a Lazzari che anche i socialisti italiani, i quali avevano giustificato i socialisti belgi, avrebbero difeso la loro patria in caso di aggressione (!). Turati, dichiarandosi contrario all’intervento, nonostante “molte ragioni militino per esso” (81), difese Modigliani.

Tra il 26 e il 28 marzo 1915, per iniziativa soprattutto italiana e in particolare della Balabanoff, si tenne a Berna una conferenza internazionale delle donne socialiste in cui vennero votate risoluzioni genericamente pacifiste, ma si respinse la proposta della delegazione bolscevica di creare organizzazioni illegali.

Anche la conferenza internazionale della gioventù socialista, che si svolse a Berna il 5-6 aprile dello stesso anno, su iniziativa della gioventù italiana e tedesca, con delegati norvegesi, bulgari, russi bolscevichi, olandesi e svizzeri, si chiuse con posizioni pacifiste.

Riferendosi a questi incontri internazionali, Lenin scrive: “Queste conferenze erano animate dalle migliori intenzioni. Ma esse non hanno assolutamente visto il pericolo di cui abbiamo parlato. Esse non hanno tracciato la linea di combattimento degli internazionalisti. Non hanno additato al proletariato l’incombente pericolo del metodo socialsciovinista di ‘ricostruzione’ dell’Internazionale. Nel migliore dei casi esse si sono limitate a ripetere le vecchie risoluzioni, senza dimostrare agli operai che la causa del socialismo è disperata senza una lotta contro i socialsciovinisti. Nel migliore dei casi, hanno segnato il passo” (82).

E’ importante notare che durante la guerra, a livello internazionale, Lenin fu l’unico a difendere coerentemente l’internazionalismo sulla base del disfattismo rivoluzionario, che egli avrebbe formulato organicamente, dopo le “Tesi bernesi”, il 1° novembre 1914 sul n° 3 del “Sotzial Demokrat”.

La guerra e la necessità di definire il ruolo del socialismo europeo in una diversa fase della lotta di classe, spingono Lenin ad approfondire il suo marxismo, a rompere definitivamente con l’elaborazione teorico-politica della II Internazionale e a proporre la creazione di un nuovo organismo, il quale avrebbe implicato una scissione nel movimento operaio internazionale e una strenua lotta contro il “centrismo” kautskiano“.

“In Lenin c’è insomma – scrive Cortesi – la coscienza che con la guerra del 1914 si è aperta nella storia un’epoca nuova, caratterizzata dalla preparazione rivoluzionaria, dalla vittoria della dittatura del proletariato e dalla organizzazione di una società comunista” (83).

E’ questo il momento in cui il leninismo diventa autonomo teoricamente e politicamente dal marxismo scolastico ed evoluzionista della II Internazionale. I frutti maturi saranno “L’imperialismo fase suprema del capitalismo” (primavera 1916) e “Stato e rivoluzione”.

Già dall’agosto 1914, però, il problema e l’analisi dell’imperialismo erano considerati politicamente centrali e discriminanti rispetto all’elaborazione secondo-internazionalista.

Analizzando le caratteristiche della prima guerra imperialistica mondiale, nella relazione sul tema “Il proletariato e la guerra” dell’ottobre ’14 (84), Lenin sottolineava alcuni punti fermi che rivelano quanto le sue posizioni teorico-politiche fossero distanti dagli atteggiamenti che gran parte delle socialdemocrazie europee, incluso il PSI, stavano maturando, tra tante contraddizioni e indecisioni, nello stesso periodo: la guerra è imperialista e non nazionale; le guerre nazionali segnano la nascita degli Stati nazionali e favoriscono lo sviluppo del capitalismo secondo una linea ascendente, mentre l’attuale guerra è dovuta a un capitalismo parassitario, monopolistico, un ostacolo ad un ulteriore sviluppo delle forze produttive, il quale ha raggiunto la sua “forma suprema” in tutti i paesi europei. Da qui l’alternativa tra “barbarie” e “socialismo”.

Sulla base di questi dati di fatto – continua Lenin – risulta che il concetto di “patria” è logoro e invecchiato; è fasulla la distinzione tra guerre difensive ed offensive, cioè è artificioso chiedersi chi ha iniziato per primo il conflitto; il proletariato non può arrivare al socialismo per via pacifica, magari dopo la guerra; bisogna invece porre, al centro della politica rivoluzionaria, l’esempio della Comune, perché la Comune di Parigi è la “guerra civile”, riproponendo le risoluzioni di Staccarda, Copenaghen e Basilea contro la guerra.

Siamo del parere che su questi punti sia possibile individuare il reale distacco tra le esperienze teorico-politiche che Lenin veniva maturando in questo periodo e la prassi del socialismo italiano durante la neutralità, al di là della contingente sopravvalutazione del ruolo “esemplare” svolto dal PSI a livello europeo.

Lenin dalla Svizzera nel dicembre 1914 spedì una lettera a Serrati, rimasta senza risposta. Era il primo tentativo, dopo Lugano, di un contatto diretto del capo bolscevico con i socialisti italiani. La lettera conteneva un appello a Serrati, neo direttore dell’ “Avanti!”, e a tutti i socialisti italiani per una più energica azione contro la guerra.

In questo periodo Serrati conduceva una vigorosa polemica contro la guerra, ma su posizioni solo apparentemente rivoluzionarie. Infatti, al di là della sua fraseologia attivistica e volontaristica, vi erano in lui l’anima del riformista e le incertezze del successivo massimalismo post-bellico.

E’ molto probabile che Lenin abbia scritto a Serrati solo in quanto direttore dell’ “Avanti!”, quotidiano che leggeva periodicamente in Svizzera e non invece, come sostiene Secchia (85), colpito dalla sua azione antibellica a livello internazionale.

Lenin invierà, tramite un suo collaboratore, anche un’altra lettera a Serrati il 21 giugno 1915 invitandolo a collaborare alla rivista “Il Comunista”, che doveva contrapporsi ai cedimenti dell’Internazionale, al socialsciovinismo e “contribuire a chiarire le concezioni comuniste della dottrina di Marx”.

La lettera era firmata N. Lialine, probabilmente uno pseudonimo in cui si nascondeva un socialdemocratico russo emigrato in Svizzera; fu poi attribuita allo stesso Lenin e pubblicata nel marzo del ’24 in “Pagine Rosse”, la rivista internazionalista di Serrati. E’ però oggettivamente difficile dare una precisa paternità alla lettera: De Felice (86) l’attribuisce al capo del bolscevismo russo, mentre Luciano (87) e Spriano (88) sono del parere opposto.

Comunque, anche se la lettera non fosse stata scritta da Lenin, le posizioni espresse sono ampiamente riconducibili alle sue battaglie politico-teoriche di quegli anni.

E’ interessante notare che, anche in questa lettera, vi è il positivo riconoscimento del ruolo antibellico del PSI: “La vostra collaborazione, caro compagno, ci sarebbe estremamente gradita soprattutto in considerazione del ruolo, così eroico, che il socialismo italiano ha esercitato in questa epoca di fallimento della maggior parte dei partiti ufficiali” (89).

Preoccupazione di Lenin in questo periodo è anche l’avere migliori informazioni sui caratteri dell’opportunismo italiano: “… noi desideriamo tanto un articolo sul riformismo italiano e sulla lotta contro di esso (durante la guerra di Tripoli e la guerra attuale), e sulle sue radici sociali” (90).

Ma anche questo invito, come fa supporre l’analisi dei documenti del fondo Serrati presso l’Archivio Centrale di Stato, non fu accolto.

In questo momento Lenin è ancora poco conosciuto nel socialismo internazionale, ed è probabile che Serrati, non rispondendo alle lettere e ricordandole solo nel 1923 (91), l’abbia confuso con uno di quei russi settari e confusionari che avevano spesso rese difficili le discussioni nei congressi dell’Internazionale.

Solo Zimmerwald e Kienthal permetteranno a Lenin un primo contatto diretto con il socialismo italiano.

Non ha contribuito ad una effettiva conoscenza delle sue posizioni politiche contro la guerra e per il disfattismo rivoluzionario nemmeno la socialista Balabanoff, che soggiornò a lungo a Berna, come corrispondente dell’”Avanti!”, a partire dai primi mesi del 1915 fino a trasferirvisi definitivamente nell’aprile del ’15.

E’ molto probabile che dopo il convegno di Lugano e le lettere di Serrati, Lenin abbia capito che era ben difficile smuovere il PSI da un pacifismo sterile. La conferenza di Zimmerwald e le posizioni espresse dai socialisti italiani rafforzeranno questa sua convinzione. Da qui la necessità di avere altri alleati nel movimento internazionale.

Secondo Brouè, Lenin nel 1915 ha contatti attivi con gli olandesi del “De Tribune”, con Pannekoek, con i militanti di Brema, con un piccolo gruppo berlinese che pubblica “Lichstrahlen”, ed è in corrispondenza con Radek. Con questi gruppi si sforzerà di creare una rivista internazionale, “Verbote”, iniziando a porre il problema di una scissione nella socialdemocrazia tedesca.

A questo proposito è interessante quanto scrive a Radek: “Gli olandesi + noi + i tedeschi di sinistra + 0, e non fa niente, perché poi non sarà 0 ma tutto!” (92). Con questi alleati formerà il nucleo base della “sinistra zimmerwaldiana”.

Quest’ultimo passo di Lenin è molto importante perchè ridimensiona qualitativamente il presunto rapporto di fiducia di Lenin con il socialismo italiano. Eppure egli era arrivato a scrivere nel suo articolo “E adesso?” del gennaio 1915 che “contro i tranfughi, i socialisti (italiani ndr) muovevano guerra alla guerra, preparavano la guerra civile” (93).

A questo punto Lenin avverte il pericolo di andare troppo oltre nel suo atto di fiducia ed aggiunge: “Noi non idealizziamo affatto il Partito Socialista Italiano, non garantiamo affatto che esso manterrà tutte le sue posizioni nel caso che l’Italia entri in guerra. Non parliamo dell’avvenire, ma solo del presente di questo partito” (94).

Ma, accanto a questa realistica e profetica valutazione dei limiti dell’opposizione antibellica del PSI, scriveva: “Constatiamo il fatto indiscutibile che gli operai della maggior parte dei paesi europei sono stati ingannati dall’unità fittizia degli opportunisti e dei rivoluzionari e che l’Italia è una felice eccezione, un paese dove, in questo momento, non c’è un simil inganno. Ciò che per la II Internazionale è stata una felice eccezione, deve diventare e diventerà una regola per la III” (95). Altrove Lenin scriverà che i “socialdemocratici rivoluzionari (‘partito socialista’) con l’ “Avanti!” alla testa, lottano, con l’appoggio della stragrande maggioranza degli operai più progrediti, contro lo sciovinismo, e denunciano gli interessi borghesi celati sotto gli appelli alla guerra” (96).

Tutto ciò riflette – come abbiamo alcune volte rilevato – i limiti di un’informazione spesso saltuaria tale da non permettere a Lenin una conoscenza più precisa e specifica del socialismo italiano durante la neutralità. Per esempio, sempre in “E adesso?”, polemizzando con coloro (Mussolini e Plechanov) che avevano difeso l’ “eroico Belgio”, sicuramente non sapeva che dopo l’invasione era nato, da Turati a Rigola fino a Morgari, un moto di simpatia e una presa di posizione ideologica contro l’ “aggressione teutonica”.

Come abbiamo già sottolineato probabilmente pesava su questa idealizzazione del PSI la necessità di avere, a livello europeo, un valido e positivo esempio da contrapporre allo sfascio in atto nella socialdemocrazia europea. Infatti il PSI era stato l’unico partito socialista dell’Europa occidentale ad opporsi alla guerra, rifiutando l’ “Unione Sacrée” con la propria borghesia. Anche il POSDR e il piccolo partito socialista serbo si erano opposti vigorosamente alla guerra, ma solo il PSI poteva contare su una stabile ed ampia struttura organizzativa, garantita da quindici anni di libertà politiche in Italia.

E’ quindi naturale, considerando la debolezza della frazione rivoluzionaria a Zimmerwald, che Lenin tendesse a mettere in risalto maggiormente quegli aspetti della politica del PSI che più si avvicinavano al suo progetto di opposizione alla guerra e di nascita di una nuova Internazionale.

Note