Gli irredentisti giuliani e dalmati nella Grande Guerra

Gli irredentisti triestini furono poco meno di mille, i trentini che disertarono furono 760. Numeri non elevatissimi pensando ai mobilitati della Grande guerra italiana ma tali da qualificare l’irredentismo come fenomeno storico di significativa importanza.

Carlo e Giani Stuparich

Giovani intellettuali triestini non ebbero dubbi da che parte stare quando il loro impero entrò in guerra. Alla vigilia del 24 maggio del ’15 passarono in Italia e si arruolarono nell’esercito di Cadorna guardati male e talvolta insultati da altri soldati perché sembrava che la guerra fosse scoppiata per le intemperanze degli irredentisti.

I due fratelli vissero le difficoltà e le asperità della vita in trincea fino all’epilogo della loro storia quando il 30 maggio del ’16 sul Monte Cengio Carlo si suicidò per non cadere vivo nelle mani degli austriaci mentre Giani finì in un campo di prigionia fino al termine della guerra. Per sua fortuna non fu riconosciuto altrimenti per lui ci sarebbe stata la condanna a morte in quanto traditore. Carlo aveva 22 anni.

A Giani Stuparich dobbiamo uno dei testi più belli del 1915 e di tutta la Grande guerra italiana, “Guerra del ‘15” nel quale lo scrittore triestino racconta la sua esperienza in trincea: del pericolo di morire in ogni momento, della fame, la sete, i pidocchi, l’immobilità in trincea a poche decine o centinaia di metri dal nemico.

“Diario del ’15” è anche il libro autobiografico migliore per comprendere il repentino passaggio dagli entusiami del “maggio radioso” al plumbeo stato d’animo delle settimane successive di molti ufficiali e soldati.

Scipio Slataper è un’altra insigne figure di irrendento triestino. Forse è la figura più affascinante. Madre italiana, padre sloveno o croato, rappresentava al meglio l’anima di Trieste, la città che sorge nel punto più a nord del Mediterraneo e più a sud della Mitteleuropa, al crocevia di tre mondi: latino, slavo e germanico.

“Un barbaro sognante” si definì ma anche “Slavo-tedesco-italiano”.

A lui dobbiamo un testo giustamente famoso, “Il mio Carso” (1911), un vero inno alla sua terra ma nello stesso tempo un lucido ragionamento sulle motivazioni che spingevano l’Italia a occupare quel territorio abitato quasi esclusivamente da popolazioni slovene.

Rispetto alla tracotanza di tanti liberali triestini dell’epoca e rispetto al manifesto razzismo fascista antislavo, Slataper manifesta nei confronti degli sloveni del Carso solidarietà e comprensione.

Slataper morì il 3 dicembre del ’15 sul Podgora in vista del suo Carso tanto amato. Aveva 27 anni.

Nazario Sauro di Capodistria è forse il più famoso irredentista al pari del trentino Cesare Battisti. Fu tenente di vascello della regia marina italiana. Fu catturato dagli austriaci e giustiziato per alto tradimento a Pola il 18 agosto del ’16. Aveva 36 anni.

Fabio Filzi, grande amico di Cesare Battisti, fu catturato con lui il 10 agosto del ’16 in cima al Monte Corno, in Vallarsa (a nord del Pasubio). Filzi era nato a Pìsino d’Istria e come Battisti aveva disertato l’esercito austro-ungarico per arruolarsi in Italia. Con Battisti fu impiccato il 12 luglio del ’16 all’interno del castello dl Buon Consiglio di Trento dopo un processo farsa. Filzi aveva 32 anni.

Francesco Rismondo era nato a Spalato, in Dalmazia. Anche lui suddito austro-ungarico fece una scelta di parte precisa. Fu catturato e riconosciuto dagli austriaci sul San Michele e impiccato a Gorizia l’8 agosto del ’15.

Antonio Bergamas, giovane ebreo triestino, morì in battaglia nel ’16 e il corpo non fu mai recuperato. Non era infrequente che il corpo del soldato caduto non fosse né recuperato né identificato. Pensiamo solo al grande cimitero di Redipuglia con le 100 salme di cui 60mila militi ignoti.

Antonio Bergamas era ebreo e morì per la patria: la sua figura dovrebbe farci riflettere sul contributo che tanti ebrei hanno dato alla storia d’Italia.

Anche Marco Prister era triestino ed ebreo e anche lui sapeva che sarebbe morto presto. Nel suo caso fu il 22 novembre del ’15.

La storia di Antonio Bergamas è particolare perché alla vigilia del III anno dalla fine della guerra (1921) la madre, Maria Bergamas, fu invitata tra centinaia di migliaia di madri di militi ignoti a scegliere una delle 11 bare di soldati senza nome nella basilica di Aquileia.

Lei avrebbe dovuto scegliere simbolicamente il proprio figlio e centinaia di donne italiane si sarebbero riconosciute in lei. Scelse la seconda bara e poi arrivata all’undicesima svenne.

Come sappiamo la bara con il Milite ignoto fu poi tumulata nell’Altare della patria il 4 novembre del ’21.

Di fronte al sacrificio della vita e in nome di ideali molto sentiti noi non possiamo far altro che manifestare il più alto rispetto.

Gli irredenti volevano un’Europa libera e rigenerata con l’eliminazione del militarismo prussiano e lo sfaldamento dell’impero austro-ungarico, “prigione di popoli”. Sognavano una nuova Europa che sarebbe sorta dal terribile ma avrebbero detto “necessario” scontro tra le nazioni europee con la sconfitta degli imperi centrali.

Però un discorso sono le motivazioni per cui un soldato combatte e muore e un discorso sono le vere cause per cui una guerra nasce. A livello storico i due piani vanno tenuti distinti.

I nostri irrendentisti entrarono in guerra con il mito della IV guerra d’indipendenza. Dopo la I (1848), la II (‘59) e la III (‘66) guerra d’indipendenza era necessario fare ancora uno sforzo per assicurare all’Italia Trento e Trieste. Era necessario concludere l’opera di Mazzini, Garibaldi, Cavour.

Possiamo dire che il mito di Trento e Trieste, le due città martiri da liberare, accompagnò in guerra i nostri soldati fino al punto che non pochi pensavano che Trento-Trieste fosse un’unica città con un ponte in mezzo.

Se invece leggiamo il Patto di Londra del 26 aprile del ’15 a causa del quale l’Italia entra in guerra vediamo che gli obiettivi non erano solamente le due città irredente.

Nel Patto di Londra firmato dall’ambasciatore Imperiali nella capitale inglese per conto di Salandra e Sonnino era indicato lo spartiacque alpino del Brennero con Bozen e Meran, città tedesche. Ma tutto il Tirol asburgico era tedesco.

Nell’area adriatica oltre a Trieste, Gorizia, Monfalcone nel Patto di Londra era indicata tutta l’Istria, alcune città e isole della Dalmazia accanto all’Albania e addirittura la zona di Adalia nella Turchia di oggi.

Nell’Istria del 1915 solo le città costiere hanno una netta impronta italiana, non così la campagna dell’interno dove l’elemento slavo (sloveni e croati) era predominante.

Quindi le varie cause della Grande guerra italiana non furono neorisorgimentali come sosteneva l’interventismo democratico dei vari Salvemini e Battisti ma obiettivi imperialistici che avrebbero fatto gli interessi della classe dirigente italiana dell’epoca, dalla monarchia all’esercito non dimenticando industriali e banche che avevano individuato nei Balcani un’area molto promettente dal punto di vista dell’espansione italiana economica e finanziaria italiana.

Al termine della guerra avviene un cambiamento radicale: l’Italia non è più l’ultima delle grandi potenze e la prima delle piccole potenze ma è la terza potenza europea dopo Gran Bretagna e Francia. Ma a quale prezzo!

650.000 morti, un milione tra feriti e mutilati, la guerra civile tra italiani nota come “biennio rosso”, la sconfitta del movimento operaio italiano con la nascita del fascismo e la presa del potere da parte di Mussolini già nel ’22.

Il fatto di non aver colto le vere motivazioni dell’intervento in guerra dell’Italia nulla toglie al valore degli irredentisti democratici e a loro sacrificio.

Note

– Slataper: “Trieste terra di confine, Trieste crocevia di popoli, Trieste terra irredenta”

– Il patto di Londra fu diffuso dai bolscevichi alla fine del ’17. In Italia non si sapeva niente, neppure della firma

– Compensi territoriali per l’Italia in Somalia, Libia, Eritrea se le colonie tedesche fossero state spartite

– Per l’Albania il Patto indicava Valona e l’isola di Saseno e un imprecisato territorio interno

– Nel Patto è indicata la Dalmazia settentrionale con Zara e Sebenico e numerose isole dell’Adriatico

– Era confermata la sovranità italiana su Libia e Dodecaneso

– Il protettorato sul Montenegro era confermato

– Giani e Slataper erano collaboratori della “Voce”. Da alcuni anni vivevano in Italia. Slataper si era laureato a Firenze

– “Il mio Carso” è l’unico libro scritto da Slataper