I mutilati e invalidi di Legnano nella Grande guerra

Non c’è dubbio che nelle tante cerimonie che si sono svolte dalla fine della guerra il ricordo abbia privilegiato i “caduti sul campo dell’onore”, ossia tutti coloro che morirono sul campo di battaglia, soprattutto se con le loro gesta meritarono una medaglia al valore militare. Molto meno conosciuti e ricordati furono i prigionieri di guerra, i disertori, i fucilati sommariamente, i civili delle zone di confine coinvolti nelle operazioni belliche… e appunto i mutilati e invalidi.

La Grande Guerra fu un conflitto spaventoso nelle sue dimensioni. A fronte di circa 65 milioni di mobilitati in tutti i Paesi coinvolti nella guerra il numero dei morti superò i nove milioni di soldati. Per quanto ci riguarda le vittime furono 650mila a fronte di cinque milioni e mezzo di soldati mobilitati. Cifre impressionanti, ma la seconda guerra mondiale riuscirà a fare di peggio.

Accanto ai caduti, l’esercito italiano nella Grande Guerra ebbe un milione di feriti gravi, tra cui 200mila che subirono mutilazioni. Ricordiamo tra gli altri 74.600 storpi, 21.200 rimasti senza un occhio, 1.940 che persero totalmente la vista, 120 rimasti privi delle mani, 3.250 muti, 6.750 sordi e 5.440 mutilati al viso.

Quando D’Annunzio coniò il balordo slogan della “Vittoria mutilata” ben sapeva del tremendo impatto dell’aggettivo! I mutilati si vedevano nelle strade a chiedere la carità e nelle famiglie conducevano un’esistenza isolata, maledicendo la guerra e chi l’aveva voluta.

Per iniziativa degli stessi militari nacque a Milano nell’aprile 1917 l’Associazione nazionale dei Mutilati e Invalidi di guerra (ANMIG). In seno all’ANMIG nacque poi nel novembre 1918 l’Associazione nazionale combattenti (ANC), destinata col tempo a diventare molto influente.
A Legnano mutilati e invalidi fondarono la loro associazione nel gennaio del 1918. Erano tanti e fino a quel momento le istituzioni non avevano fatto praticamente nulla per venire incontro alle loro più elementari esigenze: terapie riabilitative nei casi in cui era possibile, assistenza alle famiglie, pensioni e inserimento nel mondo del lavoro.
C’era una guerra da vincere e la classe dirigente dell’epoca non aveva tempo per questi soldati non più combattenti e così furono loro a fondare la loro associazione e a farla valere dopo la guerra.

Mutilati e Invalidi di Legnano

Dicevamo dei mutilati di Legnano. Sulla base delle nostre ricerche nell’archivio della nostra città abbiamo conteggiato ben 117 nomi.
Gli elenchi sono del 1921, quindi a tre anni dalla fine della guerra. Dei mutilati e invalidi sappiamo nome, cognome, età, lavoro che svolgevano prima della guerra, se nel ’21 già “godevano” della pensione, il nuovo inserimento in un’attività lavorativa e appunto l’entità della loro menomazione.
Le tipologia più diffuse di infermità e mutilazioni sono: frattura del femore, paralisi di un braccio, frattura omero, fratture ai piedi e alle mani, ferite ai polmoni, paralisi dei piedi, perdita della vista… Congelamenti in alta montagna, malattie contratte in trincea, ferite in combattimento, amputazioni e menomazioni varie erano le più diffuse.

Difficile trattenere un minimo di commozione quando si prendono in mano questi documenti che ci parlano di soldati e ufficiali giovani e meno giovani.
Si va da due “ragazzi del ‘99”, Carlo Bollini (“ferita alla mano destra con perdita del pollice”) e Giovanni Martinetti (“congelamento ai piedi di III grado con amputazione dita piede destro, pollice piede sinistro e amputazione falangi degli altri quattro”) al più “vecchio”, Andrea Giovanni Carimedo, nato nel 1873: quindi aveva 45 anni del 1918.
Chissà quale terribile esistenza condusse negli anni successivi l’ufficiale Carimedo il quale subì l’asportazione del “tavolato aspio del cranio”. Carimedo, tenente degli Alpini, tre figli a carico e un’esistenza distrutta.
Non sorprende neppure che Martinetti fosse nel 1921 “senza lavoro”, nell’impossibilità di rimanere in piedi a lungo e muoversi con una certa facilità.

Quasi tutti i mutilati e invalidi provengono dalla Legnano povera di fine ‘800. La scolarizzazione è quasi inesistente: si va dalla II elementare per alcuni alla V per altri, ma prevalgono coloro che si sono fermati alla III-IV elementare per andare a lavorare.
Altro aspetto curioso sono i vecchi mestieri oggi scomparsi: “piegatore” per Carlo Breda («amputazione del piede destro»), “pontiere” per Alessandro Terreni («perdita occhio destro»), maniscalco per Francesco Vigevano («ferite da schegge di granata alla testa»).
Altri aspetti che rendono queste storie ancora più dolorose sono le difficoltà di reinserimento nella società pur avendo a carico spesso figli, mogli e genitori.
É il caso di Francesco Vigevano che, pur avendo a carico genitori e fratelli, nel 1921 ancora non lavorava perché la sua infermità («ferita alla testa») impediva qualunque attività lavorativa. La sua scheda personale dice: «Non lavora» e auspica un lavoro «qualunque possibile».
Anche Giacomo Civardi dovette rassegnarsi a non lavorare; affetto da “sclerosi polmonare” la sua scheda riporta: «Per la sua malattia trovasi inabile a qualsiasi lavoro». Caso simile quello di Pietro Garimoldi, III elementare, «paralisi coscia destra». «A quale occupazione aspirerebbe?» chiede con burocratica indifferenza una voce sul suo documento. Risposta dell’anonimo burocrate: «Qualsiasi lavoro purchè adatto». Dal che si capisce che le condizioni di vita di Garimoldi erano molto precarie.

Ma talvolta il nuovo lavoro poteva apparire una sorta di declassamento rispetto al precedente.
É il caso di Cesare Crespi (III elementare, vedovo con figlia di 6 anni) che da “piegatore” diventa, finita la guerra, “serviente” (?), oppure è il caso di Angelo Uboldi (III elementare con a carico la moglie e «condizioni economiche cattive») il quale da operaio diventa “aiutante scritturale”. Davvero sfortunato Uboldi: «Mancante arto inferiore destro, anchilosi mano sinistra, mancanza visiva occhio destro». Ma era stato fornito di “pilone” (!) dalle autorità mediche.

Non fu facile adattarsi neppure per Luigi Marini (III elementare), «condizione economica cattiva» avendo a carico madre, moglie e tre figli, di cui una piccola di sei mesi. Nonostante la «ferita alla gamba sinistra, frattura secondo medio» fu messo a fare la guardia notturna (!). Forse il caso peggiore fu quello di Pasquale Rossi, III elementare, tessitore, celibe. Le sue condizioni economiche sono definite «cattive». Certo non era facile lavorare con «mancanza occhio destro e frattura mascella destra con asportazione di 23 denti». «Fornito di dentiera» ci dice la sua schedina personale. In quel momento Rossi è «disoccupato per invalidità».

Altro capitolo dolente le pensioni. É vero che nel ’21 quasi tutti i mutilati e invalidi hanno il “libretto pensione” ma la ripartizione delle somme erogate in ben dieci categorie ci fa temere che per molti la pensione sia stata da fame.
Si va dalla prima categoria per Angelo Civardi affetto da «carie costale» fino alla decima per Giuseppe Albini, («cicatrice mano destra ed abolizione del funzionamento del mignolo»). Non si  capisce come mai Antonio Ciapparelli (31 anni) abbia avuto solo la sesta categoria di pensione nonostante fosse stato «ferito alla gamba destra con accorciamento».

Anni e anni di pratiche burocratiche, lunghi colloqui con impiegati e funzionari spesso indifferenti e alla fine pensioni misere ed elargite tardi.
Questo fu il “risarcimento” che lo Stato italiano diede a chi aveva sacrificato la propria vita partendo per il fronte ed era tornato ammalato e mutilato per sempre.

Mutilati e Invalidi a Legnano oggi

A Legnano esiste ancora l’Associazione Mutilati ed Invalidi di guerra: la sede è in Via Pietro Micca 3. Oggi per fortuna non ci sono più in Italia mutilati di guerra, ma i figli e i nipoti portano avanti una memoria familiare che merita rispetto e attenzione.

Giovanni Vignati (figlio di mutilato nella Campagna di Russia), presidente regionale e della sezione di Legnano dell’ANMIG, ci ha scritto: «Il 29 aprile 1917 nasce a Milano in Piazza S. Sepolcro per volontà di alcuni mutilati ed invalidi di guerra l’ A.N.M.I.G . Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra con il preciso scopo e finalità: di ordine ideale, morale e patriottico, in quanto volte a promuovere, nel ricordo del dovere compiuto per la patria e nell’auspicio della eliminazione delle guerre, ogni iniziativa diretta al consolidamento della Pace, della concordia e del giusto e democratico progresso del popolo italiano; di ordine rappresentativo, nel senso che l’associazione attende allo studio dei particolari problemi che riguardano i mutilati ed invalidi di guerra, in relazione alle loro peculiari esigenze, promuovendo e svolgendo, anche attraverso iniziative parlamentari, ogni possibile azione di difesa degli interessi morali e materiali degli stessi».

L’A.N.M.I.G nasce a Milano e subito nascono altre sedi, ma solo nel 1918 riuscirà a programmare e celebrare il primo congresso nazionale: è il 10 marzo 1918 e viene ospitato nella Città Eterna, nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio. Motto dell’associazione: «Non siamo degli eroi. Siamo italiani la cui nostra origine fu la trincea; la nostra scuola l’ospedale; il nostro ideale la patria»