I soldati di Legnano nella Grande guerra

I soldati di Legnano nella Grande guerra

Introduzione

Questo incontro rientra nelle iniziative del Comune di Legnano in occasione del Centenario della Grande Guerra. Ringrazio fin da ora l’Assessorato alla Cultura e in particolare l’assessore Umberto Silvestri.

Questo incontro è un po’ particolare. Non è solo una rievocazione della Prima guerra mondiale ma vuole scoprire o riscoprire una pagina importante della nostra città che è la partecipazione di tanti giovani e meno giovani alla guerra in quanto soldati.

Io e Renata abbiamo fatto una ricerca nell’archivio storico di Legnano per cercare di dare un volto, almeno quantitativo, alla mobilitazione nella nostra città nell’esercito di Cadorna e poi di Diaz. Abbiamo trovato alcuni documenti interessanti che permettono di quantificare il fenomeno e in particolare il numero dei morti, feriti, mutilati, prigionieri di guerra, pensioni di guerra e così via.

Nomi, cognomi, date di nascita e di morte e tanti altri dati sono stati copiati con grande pazienza da Renata nella consapevolezza che non ci sia famiglia di Legnano che non abbia avuto uno o più combattenti.

Questi dati sono stati fotocopiati e inseriti in internet e ora sono a disposizione del pubblico per dare sostanza alla propria memoria, ossia alla memoria familiare.

 

È importante dare il giusto spazio alla Grande Guerra al di là del centenario che cade quest’anno. Sono tanti i motivi di attualità.

È stata una guerra per molti aspetti del tutto nuova: la prima guerra industrializzata per le armi utilizzate e l’ampiezza dei massacri; ha provocato milioni di morti, ha cambiato in peggio la storia dell’Europa e del mondo perché dopo la prima guerra mondiale avremo il fascismo in Italia, il nazismo in Germania e un mondo che corre verso la seconda guerra mondiale.

Infatti non è per niente sbagliata l’idea di una guerra europea e mondiale durata trent’anni (1914-1945) con vent’anni di pace precaria.

Fu anche una trentennale guerra civile europea, con il risultato che l’Europa perse per sempre la sua egemonia mondiale a vantaggio degli Stati Uniti.

La G. G. conobbe il primo genocidio della storia, quello degli armeni attuato dai turchi. Conobbe i campi di concentramento per i prigionieri di guerra i quali anticiparono gli orrori dei lager della II guerra mondiale. La Grande Guerra conobbe anche l’uso dei gas prima di Auschwitz.

Cominciamo con il vedere i “numeri” della guerra:

–         si è combattutto ininterrottamente dal 28 luglio del ’14 all’11 novembre 1918 (52 mesi)

–         in totale nel mondo furono mobilitati 66 milioni e 300mila soldati.

–         le vittime furono 9 milioni e 360mila in totale; i feriti 21 milioni (con moltissimi invalidi permanenti); 7 milioni i prigionieri. In totale le perdite furono 38 milioni, pari al 57% del totale dei combattenti

–         non possiamo dimenticare le vittime civili: sono poco meno di 18 milioni, uccisi dalle violenze, dalla fame, dalle malattie ma soprattutto dalla pandemia “Spagnola” che imperversò nell’ultima parte del conflitto

È inutile dire che le guerre ottocentesche non videro mai nulla di simile. 9 milioni di morti sono 1 soldato su 7 a cui vanno aggiunti feriti e prigionieri: si sale a 3 soldati su 7.

Ne risulta che solo il 50% dei mobilitati non conobbe né la morte, il ferimento o la prigionia.

Ogni giorno morirono 5.600 soldati. Sono 4 al minuto.

Difficile calcolare anche le perdite demografiche pensando che i 9 milioni di morti erano giovani padre potenziali.

Le cause

Per quanto riguarda le cause il discorso è lungo. Evitiamo però di attribuire all’attentato di Sarajevo (Gavrilo Pricip uccide l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando) più importanza di quanto ne ebbe effettivamente. Sarebbe assurdo pensare che per un attentato terroristico, seppure importante, sia nata una guerra tra le maggiori e più industrializzate nazioni europee la quale durò quattro anni e mezzo.

Semplicemente Gavrilo Princip entrò in un’enorme polveriera con un fiammifero acceso e questo fiammifero gli cadde sulla polvere da sparo stipata nella “polveriera Europa”.

Ormai erano decenni che l’Europa era spaccata in due alleanze contrapposte e la guerra era nell’aria. Poteva scoppiare qualche anno prima, poteva scoppiare qualche mese o anno dopo: la guerra era matura. Troppe le fratture tra nazione e nazione, troppi gli interessi in gioco per tentare di trovare compromessi.

–         Gran Bretagna e Germania si disputavano il dominio sull’Europa e in vaste zone del mondo

–         Francia e Germania erano in lizza per il dominio sull’Europa continentale

–         Russia e Germania erano in contrasto per il dominio nell’Europa dell’est

–         Italia e impero austroungarico per il controllo dell’area adriatica e balcanica

Quindi non ci fu un Paese responsabile più degli altri (es la Germania). Tutto il sistema degli stati nazionali fu ugualmente responsabile di quanto avvenne. Gli interessi economici, politici e militari ebbero il sopravvento su qualunque altra considerazione.

Vediamo invece i numeri della guerra italiana

–         5 milioni e mezzo di uomini mobilitati

–         680mila morti (è il 15% dell’esercito combattente) di cui 100mila morti in prigionia

–         950.000 feriti

–         220.000 invalidi gravi

–         2.500.000 gli ammalati

–         345mila orfani (64% figli di contadini)

–         600mila civili morti per la “spagnola” (tra la fine del ’18 e la primavera del ’19) e cause dipendenti dalla guerra

950mila soldati feriti + 680mila morti sono 1 milione e mezzo, ossia 1 su 4 morì, fu ferito o divenne mutilato.

Anche in questo caso per avere un’idea della grande massa dei morti pensiamo che il fronte italiano era lungo circa 650 km.  650mila morti per 650 km è un morto per km di confine.

I soldati di Legnano nella Grande guerra

Passiamo ora ai soldati di Legnano.

C’è un primo dato da tenere presente: l’alto numero dei mobilitati a livello regionale. La Lombardia, essendo più popolata di altre regioni, ebbe un numero maggiore di mobilitati: il 15%. A ruota il Veneto (12%), l’Emilia (il 10%) e poi la Toscana e la Sicilia.

Per quanto riguarda Legnano abbiamo diversi dati: i morti, i feriti, le cause di morte, i mutilati… ma non abbiamo il dato complessivo del numero dei mobilitati (nei documenti del Comune non c’è alcun dato).

Possiamo però tentare di avere il numero complessivo di mobilitati partendo da qualche dato.

L’Italia nel 1915 ha 35 milioni di abitanti e mobilita 5 milioni e mezzo di giovani, dalla classe di leva più vecchia, il 1874 (avevano 41 anni nel 1915), fino alla classe del 1900 (18 anni nell’ultimo anno di guerra). La mobilitazione riguarda il 15 % della popolazione.

Legnano nel ’15 ha 25mila abitanti. Quindi possiamo ipotizzare un numero di quasi 4000 giovani. Dobbiamo però considerare che una parte di loro fu trattenuta, almeno inizialmente, nelle fabbriche militarizzate per lavorare nella produzione bellica.

Su una popolazione di 25mila abitanti nel ’15 (censimento del 1911) si tratta di numeri significativi (12%).

Numero di morti

Sorprende il numero dei caduti di Legnano: 483 persone. 200 di loro erano nati a Legnano, gli altri si erano negli anni precedenti trasferiti con la famiglia o senza per lavoro.

Il grado

Un primo dato è il grado: 329 erano soldati (68%), 35 i caporali (7%), pochissimi gli ufficiali (quattro tenenti, due capitani, un aspirante e un colonnello).

Sarebbe facile dire che la Grande guerra ha visto solo vittime tra gli strati più poveri della popolazione: operai, contadini, braccianti, piccoli artigiani.

In realtà non è stato così. Se sono stati pochi i morti tra gli ufficiali permanenti o di carriera non è stato indifferente a livello nazionale il numero di caduti tra gli ufficiali di complemento i quali venivano soprattutto dalla scuola, dalle università o dal mondo delle professioni: capitani, tenenti, sottotenenti i quali vissero con i loro soldati l’inferno della trincea, le privazioni quotidiane, l’angoscia dell’attacco e spesso furono i primi a cadere perché loro dovere era stare davanti ai loro uomini avanzanti verso le trincee nemiche.

Certo, il dato di Legnano (pochissimi ufficiali morti) appare in controtendenza rispetto ai dati nazionali.

A quale arma appartenevano?

I soldati deceduti appartenevano in gran parte alla fanteria con 277 caduti (58%), i bersaglieri ebbero 24 caduti, i granatieri 9, gli avieri 6, 10 del genio e 22 dell’artiglieria. Gli alpini ebbero 3 caduti. Di 158 non conosciamo l’arma.

Numero di morti per anno di guerra

I lunghi elenchi dei caduti ci dicono anche l’anno di morte.

Dei 483 già ricordati, 55 morirono nel 1915 (11%), 77 nel 1916 (15%), 124 nel ’17 (25%), 108 nel ’18 (22%).

Quindi fu il ’17 l’anno più terribile: è l’anno delle grandi offensive di Cadorna ma è anche l’anno di Caporetto.

Ma i nostri soldati continuarono a morire anche dopo la fine della guerra. E questo per ferite e malattie che non poterono essere guarite. Nel 1919 morirono altri 23 soldati, 5 nel ’20, 10 nel ’21. Solo nel 1924 cessa il fenomeno con un solo morto.

Possiamo immaginare anni di cure, di sofferenze, di speranze di guarigione e poi la morte dopo mesi o anni dalla fine della guerra.

Tra coloro che morirono qualche anno dopo ricorderei ora brevemente Federico Restelli, fratello di mio nonno, morto nel novembre del ’20 per malattia “contratta in servizio” nell’ospedale di Legnano.

Quanti anni avevano?

Quanti anni avevano? Erano tutti giovanissimi.

I ventenni furono i più sacrificati con 44 caduti, i 21enni ebbero 41 caduti e poi via via tutti gli altri. Nella fascia tra i 20 e i 30 anni troviamo gran parte delle vittime.

Non solo i ventenni furono travolti dal turbine della guerra: i 19enni ebbero 37 morti e i 18enni (la classe del ’99 e poi del ‘900) ebbero 4 morti.

Dove sono morti

Dove sono morti i soldati di Legnano?

– 212 (44%) sul campo di battaglia

– 115 negli ospedali (24%)

– 28  in prigionia (6%)

– 13 nelle strutture ospedaliere di Legnano (Carducci, Barbara Melzi e ospedale cittadino)

– 103 dispersi

Questi dati mettono un po’ in crisi quello che è una delle rappresentazioni mentali della Grande guerra o della guerra in generale: ossia che il soldato muore prevalentemente sul campo di battaglia (il “campo dell’onore”).

Non fu così. Anche a livello nazionale sappiamo che innumerevoli erano le cause di morte anche senza aver visto in faccia un austriaco oppure senza aver partecipato ad azioni militari.

Si moriva di malaria, di tifo, di dissenteria, di tubercolosi, di colera e anche di morbillo. Tutto questo perché le condizioni di vita nelle trincee sono qualcosa oggi di difficilmente immaginabile.

Credo che neanche con la più fervida immaginazione potremmo farci un’idea di che cosa volesse dire costringere in angusti budelli di terra (spesso con gli austriaci a poche decine di metri) vivi, malati e morti in una contiguità in cui era difficile separare gli uni dagli altri. E poi milioni di mosche, grassi topi e parassiti di ogni tipo; il rancio spesso freddo e difficilmente digeribile, l’acqua poca e sporca senza dimenticare il freddo pungente d’inverno, le piogge autunnali e primaverili e il caldo ossessionante d’estate.

In queste condizioni le trincee diventavano il ricettacolo e il luogo di diffusione di malattie endemiche di ogni tipo.

Non dimentichiamo poi l’epidemia influenzale chiamata “Spagnola” che imperversò tra i combattenti e i civili tra l’estate del ’18 e la primavera del ’19.

Fu probabilmente la Spagnola a causare l’impennata di morti nel 1918 tra i soldati di Legnano (104, il 22%) nonostante l’esercito italiano si difendeva lungo il Piave e il Grappa.

La Spagnola infettò in Italia tra i 3 milioni e mezzo e i 6 milioni con 600mila morti, poco meno del numero totale dei combattenti (680mila).

Località dove morirono i soldati

In quali località morirono i soldati legnanesi?

E’ con una certa emozione che si leggono i nomi delle località in cui morirono i soldati di Legnano. In gran parte sono i luoghi dove avvennero le battaglie più sanguinose, nomi entrati purtroppo nella leggenda.

Nei documenti consultati sono più volte citati il Carso e le colline intorno a Gorizia come il Sabotino, il San Michele, il San Gabriele, il Podgora (chiamato Calvario perché prima della guerra aveva tre croci in cima), poi il Pasubio con il vicino Col Santo.

Il Pasubio fu definito il “Carso a 2000 metri” per l’asprezza dei combattimenti, la mancanza di acqua e il rigore del clima; poi il Monte Corno dove fu catturato Cesare Battisti, il Monte Fior (altopiano di Asiago) legato a “Uomini contro” di Francesco Rosi. E poi il Piave con il Monte Grappa, il Montello. Ma non mancano neppure le località di montagna come il Col di Lana e il Monte Nero dove morirono i nostri concittadini.

I prigionieri di guerra

Passiamo ai prigionieri di guerra. Colpisce molto il dato: ben 259  legnanesi conobbero la prigionia al di là delle Alpi. Erano quasi tutti giovanissimi: la metà oscillava dai 20 ai 24 anni e appartenevano quasi tutti alla fanteria. Pochissimi i graduati, tutti o quasi erano soldati semplici.

Furono fatti prigionieri prevalentemente nel ’16 e nel ’17 al tempo delle “spallate” di cadorniana memoria che in genere si concludevano con pochi acquisti territoriali, tanti morti, feriti e dispersi e appunto prigionieri. Molti di loro furono tra i 300mila prigionieri dopo il disastro di Caporetto.

28 legnanesi morirono in prigionia in Austria. Nelle località di internamento dei nostri militari ricorre più volte Mauthausen (una trentina di volte), la stessa località vicina a Linz dove poi i nazisti fecero sorgere dal 1938 uno dei KZ più famigerati.

I 123 prigionieri di Legnano sono solo un piccolissimo gruppo dei 600mila prigionieri di guerra italiani in Austria di cui 100mila morirono negli anni della guerra. Morti di fame soprattutto perché le autorità austriache erano allo stremo e le nostre autorità politico-militari si rifiutarono di far avere tramite la Croce Rossa i cosiddetti pacchi-viveri che probabilmente avrebbero permesso ad una buona parte di loro di tornare vivi a casa (gli “imboscati d’oltr’Alpe”, D’Annunzio). Solo alle famiglie spettava l’invio dei pacchi-viveri e molte famiglie erano povere. I soldati di origine contadina o operaia pagarono con la vita. Gli ufficiali di famiglia borghese sopravvissero.

E quando i prigionieri tornarono in Italia, dopo il 3-4 novembre ’18, finirono in campi di concentramento perché le autorità militari italiane volevano sapere, con meticolosità, in quali circostanze era avvenuta la cattura. In molti casi al ritorno seguì la prigione.

I dispersi

C’è un’altra categoria di caduti a cui dare un’identità e sono i dispersi. Chi sono i dispersi?

Erano i soldati che uscivano dalle trincee ed erano abbattuti dal fuoco nemico. Ma non furono conteggiati né tra le vittime né tra i prigionieri una volta finita l’offensiva militare. Semplicemente scomparsi, volatilizzati.

Furono ben 103 i dispersi di Legnano.

Come era possibile che di molti soldati morti non si sapesse più niente?

E’ necessario tenere in considerazione che ogni soldato aveva il proprio nome e reparto scritto su un foglietto di carta in una piccola scatoletta di latta appesa al collo. Dopo l’azione militare il prezioso foglietto spesso non si trovava oppure il cadavere non poteva essere recuperato neanche mesi dopo e rimaneva a imputridire nella “terra di nessuno” continuamente bersagliato da proiettili di ogni tipo.

Altro particolare da considerare: nei giorni più tragici si seppelliva in fosse collettive e non c’erano bare per tutti. Spesso gli improvvisati cimiteri vicino alla linea del fuoco erano oggetto di bombardamenti che disperdevano le salme.

Altra circostanza da tenere presente: prima dell’inumazione nei grandi sacrari (es. Redipuglia) i soldati furono sepolti in cimiteri vicino alle linee e poi furono dissepolti e collocati in cimiteri più grandi subito dopo la fine della guerra. In queste condizioni del foglietto di carta non rimaneva nulla.

Ecco perchè in tutti i grandi sacrari i soldati ignoti sono in numero maggiore rispetto ai soldati noti.

Per fare un solo esempio a Redipuglia riposano 101.000 soldati: di 40.000 conosciamo nome, cognome, reggimento… , data di morte e altro, degli altri 60.000 non abbiamo nulla, solo le ossa alla rinfusa in enormi teche.

Tra i 103 dispersi di Legnano ricorderei un secondo mio parente, Attilio Solbiati, fratello di mio nonna disperso sul Carso nell’agosto del ’17 al tempo della XI battaglia dell’Isonzo, la peggiore battaglia per gli austriaci di tutte le undici precedenti per l’uso da parte di Cadorna di grossi calibri e bombarde ma che consentì di far avanzare le linee italiane se non di pochi chilometri. Tra le 100.000 perdite italiane della XI battaglia c’era anche Attilio Solbiati.

I mutilati di Legnano

Secondo alcuni documenti contenuti nell’ archivio di Legnano, i soldati della nostra città che tornarono dalla guerra ma mutilati nel corpo furono 53. Anch’essi sono da considerare vittime vere e proprie.

E’ particolarmente toccante passare una dopo l’altra le singole schede dei mutilati. Si scopre quanto l’uomo poteva essere fragile di fronte alle armi usate: carne contro ferro e acciaio, carne contro piombo.

Tra le mutilazioni più comuni abbiamo trovato:

–         mutilato mano sinistra

–         congelamento piede sinistro e amputazione delle cinque dita

–         paralisi braccio destro

–         perdita occhio destro

–         pleurite

–         mutilato gamba

–         ferito da schegge di granata alla testa

–         amputazione piede sinistro

–         ferito spalla destra

–         ferita al femore sinistro e paralisi al piede

–         ferito alla gamba e al viso e così via in un elenco senza fine di orrori

Forse il caso più devastante fu quello di un anonimo soldato, Pasquale Rosso, il quale ebbe:

asportazione dell’occhio destro e frattura della mascella destra con esportazione di 23 denti. Condizioni di salute definite “cattive”.

Si trattava di un uomo non ancora sposato, III elementare, tessitore prima della guerra. Lo Stato lo aveva “risarcito” con una dentiera. Nell’aprile del ’20, probabilmente a causa del suo precario stato di salute, non risultava come lavoratore effettivo mentre gran parte degli altri mutilati aveva trovato un lavoro.

I prigionieri austro-ungarici in Italia

Nell’ossario di cui ci ha parlato Renata c’è una particolarità. Ci sono una novantina di piccole urne nelle quali sono state collocate le ossa di soldati appartenenti all’esercito austro-ungarico. Come sono arrivati a Legnano?

È necessaria qualche considerazione sulla prigionia dei soldati dell’Impero in Italia.

Secondo le cifre ufficiali finirono in mano italiana 470.000 prigionieri nemici, tutti austro-ungarici. Più di 350.000 solo con Vittorio Veneto (La “Caporetto austriaca). Moltissimi furono catturati mentre tentavano di raggiungere il confine con il proprio paese dal 3 novembre fino all’11.

Il numero di morti in prigionia fu di 40.000 soldati, percentuale sicuramente inferiore ai 100.000 morti italiani in Austria su 600.000 prigionieri. Come abbiamo già visto gran parte dei morti italiani in prigionia fu causata dalla decisione di non autorizzare l’invio di pacchi, a carico delle autorità, ai prigionieri.

Gran parte dei luoghi di reclusione dei soldati dell’ex impero fu il Centro-Sud. Nel Nord-Est italiano non c’erano campi. All’inizio furono utilizzate strutture già esistenti come castelli, prigioni, conventi, fortezze. Poi vennero costruite strutture nuove con baraccamenti in legno o pietra oppure “città di tende” come all’Asinara (il campo più disumano).

Non ci sono testimonianze di questi soldati. Qualcosa solo da parte degli ufficiali che in ogni caso non furono costretti al lavoro.