Il Partito socialista italiano di fronte a Caporetto. Dal ”Nè aderire né sabotare” all’ ”Aderire!”

Il Partito socialista italiano di fronte a Caporetto
Dal ”Nè aderire né sabotare” all’ ”Aderire!!”

Quali furono le reazioni del Partito socialista italiano di fronte al disastro di Caporetto? Si inneggiò alla rivoluzione complice la contemporanea rivoluzione comunista in Russia? Oppure ci fu un atteggiamento di aperta collaborazione con la classe dirigente fino ad assumere toni apertamente sciovinisti?
E’ facile immaginare la risposta: Turati, Treves, Prampolini, il gruppo parlamentare del partito, la Cgl di Rigola assunsero posizioni di “difesa della patria invasa” mentre la frazione intransigente (Serrati, Lazzari…) era incapace di uscire dal vuoto massimalismo per cui si inneggiava alla rivoluzione oppure a radicali mutamenti sociali ma nessuno era in grado di dire come si sarebbe arrivati.

“Né aderire né sabotare”
Andiamo per ordine. Quando scoppia la guerra europea nell’agosto del ’14 e quando l’Italia entra in guerra nel maggio del ’15 la posizione ufficiale del Psi è “Nè aderire né sabotare”, frutto di un vero compromesso tra le due “anime” del socialismo italiano: riformisti e massimalisti. I riformisti non avrebbero “aderito” mentre i massimalisti non avrebbero “sabotato” la guerra.
Posizione pilatesca che condannava il socialismo italiano all’impotenza e metteva contadini e operai alla mercè dell’esercito regio impedendo loro qualunque forma di difesa e di organizzazione di classe. Non fu indetto neppure uno sciopero generale di protesta all’entrata in guerra! Eppure il 1° maggio del ’15 nella sola Torino 100mila operai protestarono contro la guerra imminente!
Ancora il 24 maggio l’”Avanti!” scrive: “Non patteggeremo con il nemico… Spontaneamente ci ritiriamo in disparte” (!).
Da notare che la posizione di Lenin in questo preciso momento è trasformare la “guerra imperialistica in guerra civile”. Quale distanza rispetto ai dirigenti socialisti italiani!

Mentre le masse mobilitate erano in fermento con scioperi, proteste di operaie, interventi dell’esercito, le autorità del Psi assumevano subito atteggiamenti di aperta collaborazione con le autorità.
Per esempio il sindaco di Bologna (“citta rossa”) ordinò il 24 maggio del ’15 di esporre il tricolore sulla torre di Palazzo Accursio fino a quando la guerra non fosse terminata. Nell’appello alla cittadinanza la giunta comunale auspicò che durante la guerra “la vita civile continui calma e dignitosa” (leggi senza scioperi o proteste varie) fino all’”auspicata vittoria”.
La Federazione giovanile socialista, ritenuta negli anni precedenti molto battagliera, dichiarò che nell’”interesse supremo della nazione” anche i giovani socialisti avrebbero “cooperato materialmente e moralmente al miglior esito della guerra”.
Solo Bordiga sull’”Avanti!” irrideva la lacrime per il “povero Belgio invaso” ricordando i misfatti coloniali nel Congo belga e sostenedo che lo Stato Maggiore francese avrebbe invaso la Svizzera senza pensarci due volte se fosse stato utile alla vittoria. E poi, si chiedeva Bordiga, la Russia zarista era meglio del prussianesimo tedesco? Infine dovere del proletariato e dei suoi dirigenti era di opporsi a tutte le guerre.
Certo, sulle pagine dell’”Avanti!” si incitava spesso alla pace perché le masse contadine-operaie non avevano mai cessato di auspicare la fine della guerra, ma l’intero Psi se si augurava la pace, di fatto collaborava alla guerra.
Esempio l’intervento di Turati alla Camera nel dicembre del ’16 quando affermò che l’Italia non avrebbe firmato nessuna pace senza ottenere “quel territorio che le spettava perché italiano” con “garanzie strategiche che le spettavano di diritto”.
Anche la famosa frase di Treves alla Camera: “Il prossimo inverno non più in trincea” (luglio del ’17) non aveva nessun appello alla rivoluzione o alla rivolta, anzi! Da notare l’inizio del capoverso: “Signori del mio governo”. E poi l’auspicio che quelle fossero le ultime settimane di guerra era molto diffuso anche all’interno della classe dirigente che era preoccupata dell’atteggiamento dei soldati al fronte e di quanto sarebbe avvenuto con il dopoguerra.

Torino, 21 agosto ‘17
Cartina di tornasole dell’atteggiamento dei socialisti furono i fatti di Torno dell’agosto del ’17. Torino fu l’unica città dell’Europa centro occidentale, tra tutti gli Stati coinvolti nel conflitto, a insorgere, con scontri armati con l’esercito e la polizia, durante la guerra. Vediamo brevemente i fatti.
A Torino erano settimane che mancava il pane ma a partire dal 20 agosto mancò del tutto. All’inizio a protestare furono prima le donne operaie e poi pacificamente gli operai all’esterno della Camera del Lavoro.
La situazione degenerò il 21 agosto quando la polizia irruppe nei locali della Camera del Lavoro vanificando il lavoro di alcuni sindacalisti di calmare gli animi e disperdere la folla. Tra di loro Bruno Buozzi.
Nei giorni successivi si accesero aspri scontri qua e là nei quartieri operai e alla fine il bilancio fu di 35 morti tra gli operai e 3 morti tra i soldati che intervennero con mitragliatrici e autoblindo.
Durante i pochi giorni della sommossa nessuno prese la guida del movimento: né i riformisti, spaventati e impotenti, né i “rivoluzionari”, ora incerti sul da fare.
Serrati, direttore dell’”Avanti!”, arrivò a Torino il giorno 24, non riuscì a far nulla e partì il giorno dopo. Esempio di vero e proprio abbandono del proletariato insorto.
Il 23 arrivò l’on. Morgari, capo del socialismo torinese, e appena arrivò in città dove andò? Sulle barricate degli operai? A colloquio con i dirigenti locali per dirigere la rivolta? No. Andò dal prefetto per mostrare che era animato da “buone intenzioni”.
Alla fine “rivoluzionari” e riformisti concordarono su una cosa: lasciare che il movimento procedesse da solo fino all’esaurimento. Terminate le giornate più convulse alcuni socialisti collaborarono con il generale Sartirana, comandante della piazza di Torino, a scrivere il proclama da indirizzare ai lavoratori per farli tornare al lavoro.

Caporetto
Ma è dopo Caporetto che queste tendenze, volte alla collaborazione di classe, emergono più chiaramente.
Scrive Piero Melograni, nella sua “Storia politica della Grande guerra”, che l’ “emozione provocata dalle prime notizie della disfatta indusse i riformisti del Psi, il gruppo parlamentare, le amministrazioni comunali, la Cgl, ad esprimere in forme più decise che nel passato la solidarietà con i valori nazionali”.
Di fronte alla “patria invasa” Turati e Rigola passano all’aperto nazionalismo: “Quando la patria è oppressa le stesse proletarie libertà debbono essere difese dalla minacciante rapina del nemico trionfante e barbaro, come tutti i vincitori” (Turati, 1 novembre). Rigola (stesso giorno): “Il popolo italiano deve raccogliersi in un supremo sforzo di volontà per respingere l’assalitore… Quando il nemico calpesta il nostro suolo, abbiamo un dovere, quello di resistergli”.
Potremmo dire che Turati confonde la guerra per la difesa del popolo con la guerra in difesa dei padroni del popolo (Del Carria, “Proletari senza rivoluzione”).
Sempre il 1 novembre del ’17 il gruppo parlamentare socialista vota un ordine del giorno in cui dopo aver dato disponibilità a opere di assistenza e soccorso a favore dei profughi veneti, individua il proprio compito nel “diffondere nelle popolazioni la calma necessaria a superare questa ora angosciosa”.
Sempre lo stesso 1° novembre (dal 25 ottobre tutta la stampa fu sospesa o si autosospese) Gaetano Salvemini, sanguigno socialista con un passato di meridionalista antigiolittiano, scriveva: “Resistere. Resistere ad ogni costo avendo fede incrollabile nell’esito finale, ricordando sempre che la vittoria – quella decisiva – arride non a chi occupa più terra, ma a chi sa rimanere più a lungo nella battaglia”.
Agli operai si rivolge anche Mussolini, ormai passato armi e bagagli al nazionalismo più acceso: “Alla classe operaia italiana non rimarranno altro che occhi per piangere se i criminali della Mitteleuropa riusciranno a frantumare la nostra resistenza”. Con l’invasione ne verrà agli operai solo schiavitù, sembra dire Mussolini, come se la situazione precedente nelle fabbriche fosse stata migliore.
Il 10 novembre la Kuliscioff scriveva a Turati: “Ma in questo doloroso frangente, colpita l’Italia tutta dalla sorte avversa, il vostro dovere di socialisti e di italiani è di combattere per la liberazione del nostro paese”.
Dove vada a finire la lotta di classe, che dovrebbe essere la bussola di ogni socialista, il lettore ha già capito.

Nonostante prese di posizione di questo genere negli ambienti nazionalisti era molto diffusa la convinzione che Caporetto fosse stato uno “sciopero militare” diretto dai socialisti. Leggenda dura a morire nonostante lo stesso Cadorna durante la rotta, intrappolato in auto dalla marea dei soldati fuggiaschi, avesse sentito solo grida del tipo: “Viva Giolitti e viva il Papa!”. “Ma quale sciopero”, si chiedeva Albertini. “Uno sciopero presuppone dei capi. Chi erano?”.

Turati sciovinista
Con l’andare dei mesi Turati rompe gli indugi e passa a discorsi apertamente sciovinisti come nel febbraio del ’18 alla Camera: “Voi avete detto onorevole Orlando: Grappa è la nostra Patria! Ciò è per tutti noi, per tutta l’assemblea” (vivi applausi da tutta la Camera) mentre Serrati, Lazzari, Bombacci e altre centinaia di quadri minori erano stati arrestati con l’accusa di disfattismo.
Nel momento della “Battaglia del Solstizio” (giugno ’18) Turati, sempre alla Camera, disse che le anime dei socialisti battevano all’unisono con quelle di tutti gli altri partiti. Il suo discorso fu accolto ancora da un’imponente manifestazione patriottica dei deputati e Bissolati lasciò i banchi del governo per abbracciare il vecchio “nemico”.
Tutto ciò mentre il quadro politico italiano andava sempre più a destra con l’accentuarsi dei toni dei nazionalisti e il passaggio degli “interventisti di sinistra” (mito della “guerra giusta” contro il militarismo prussiano) al nazionalismo più acceso.

“Meglio Wilson di Lenin”
Anche di fronte alla Rivoluzione russa il gruppo dirigente del Psi non ebbe dubbio: “Meglio Wilson di Lenin”. Da qui l’esaltazione del presidente americano, dei suoi “Quattordici punti”, senza mettere mai in evidenza gli obiettivi imperialistici dell’intervento statunitense (“Ministro degli Esteri della democrazia mondiale” lo definirà Salvemini).

Bordiga, “Dobbiamo agire!”
Unica luce in tanto tradimento degli ideali del socialismo il convegno a Firenze nel novembre del ’17 della “Frazione Intransigente Rivoluzionaria” con la presenza di Bordiga, Gramsci, Fortichiari, Abigaille Zanetta ma anche di Serrati, Lazzari e altri centristi a intorbidare le acque.
Bordiga disse: “Bisogna agire. Il proletariato nelle fabbriche è stanco. Ma è armato. Dobbiamo agire”. Gramsci è con lui. Il problema era rompere con il centrismo equivoco e il riformismo patriottico dei Turati per fondare un partito autenticamente rivoluzionario capace di tradurre in Italia l’appello di Lenin alla guerra civile.
Alla fine dopo un parto travagliato il partito nacque a Livorno nel gennaio del ’21 (Partito comunista d’Italia), ma quando ormai le lotte operaie in Italia e in Europa stavano refluendo e avanzava minacciosamente la controrivoluzione fascista.

Note
Leo Valiani: “Il solo istante in cui, durante la guerra, un moto rivoluzionario sarebbe stato oggettivamente possibile in Italia, si ebbe con Caporetto”. La classe dirigente dell’epoca temeva la possibile saldatura delle lotte operaie (Torino, agosto ’17) con gli ammutinamenti dei fanti-contadini (rivolta della Brigata Catanzaro, agosto ’16) e la fuga dal fronte dei fanti-contadini armati (Caporetto)