La fabbrica militarizzata e l’ ”altro esercito”

La fabbrica militarizzata e l’ ”altro esercito”

Nel mio intervento introduttivo prenderò in considerazione le trasformazioni che subì il capitalismo italiano con l’inizio della guerra e le modificazioni della condizione operaia nelle fabbriche militarizzate. Quanto dirò rifletterà da vicino anche quanto avvenne anche nelle fabbriche legnanesi.
E’ necessario premettere che quella del ’14-18 è una guerra che viene combattuta nelle officine oltre che sul campo di battaglia, una guerra in cui scompare la distinzione tra civili e militari. E’ una guerra totale proprio perché tutta la società è mobilitata.

È inutile dire che la la Prima guerra mondiale fu per gli industriali di tutte le nazioni coinvolte una strordinaria occasione per aumentare i profitti e per allargare i confini della propria attività.
Il nuovo conflitto era diverso rispetto alle guerre precedenti. Fu una “guerra di materiali”, come venne definita, ossia una guerra dove il vincitore sarebbe stato il paese o meglio la coalizione dotata di più risorse (capitali, materie prime, uomini) e capace di sfruttarle meglio.

Dalla “guerra breve” alla “guerra di materiali”
Dopo il primo Natale (1914) era chiaro a tutti che la guerra sarebbe durata un tempo indefinito. Le speranze di sbaragliare la coalizione avversaria e di vincere con una guerra breve e “indolore” furono vanificate dalla guerra di trincea, cioè dall’immobilità di imponenti eserciti e da un notevolissimo dispendio di uomini e materiali.
Tutte le nazioni coinvolte nel conflitto avevano piani di guerra che prevedevano operazioni brevi nel tempo e nello spazio con alcune battaglie di annientamento del nemico. Così i tedeschi che contavano in un mese e mezzo di arrivare a Parigi dopo l’occupazione del Belgio neutrale, così la Francia con lo sfondamento in Alsazia e la penetrazione nel territorio tedesco, così i russi con lo sfondamento nella Prussia orientale e l’occupazione di Berlino.
Le cose andarono diversamente: nessuno dei vari obiettivi dei piani di battaglia fu raggiunto e la guerra scoprì una nuova dimensione strategica nei confronti della quale i generali erano impreparati: i fronti immobili a poche centinaia di metri l’uno dall’altro con milioni di uomini interrati sotto il costante fuoco nemico.
L’Italia era entrata in guerra con piani di sfondamento del confine austro-ungarico che avrebbero portato le truppe di Cadorna a Trieste, Lubiana e Vienna. Anche qui misuriamo la distanza tra i piani di battaglia e la realtà effettiva: il fronte italiano nel ’15 avanzò di pochi chilometri nonostante le perdite misurate a decine di migliaia di uomini.

Dal capitalismo liberista al capitalismo “regolatore”
Fu necessario quindi ripensare la guerra da parte dei vari Stati Maggiori ma anche i politici dovevano fare la loro parte.
Rapidamente il capitalismo cambiò pelle con il passaggio dal liberismo della “Belle Epoque” a forme di dirigismo statale rese necessarie dal controllo e distribuzione delle materie prime, delle commesse e dei flussi finanziari.
Nacquero così il Ministero delle munizioni diretto da Lloyd George in Gran Bretagna, il ministero degli Armamenti in Francia e analoghe strutture in Germania e in Russia.
Si trattava di organismi nei quali i politici operavano accanto agli industriali e ai banchieri non trascurando i vertici militari.
Il problema maggiore era permettere alle aziende cosiddette “ausiliarie” di poter disporre di un flusso costante di materie prime e di commesse in un quadro nel quale le aziende non si facessero la guerra tra di loro. In sostanza doveva essere abolita qualunque forma di concorrenza industriale con la certezza che commesse e materie prime non sarebbero mancate.
Il costo principale fu una politica di alti prezzi di vendita delle armi (senza che i vari governi avessero nulla da obiettare) e il peggioramento della condizione di lavoro e di vita di centinaia di migliaia di operai.

La Mobilitazione industriale in Italia
Appena iniziò la guerra nacque in Italia l’istituto della Mobilitazione industriale con a capo un generale: Alfredo Dallolio il quale subito definì il numero degli stabilimenti ausiliari ai quali applicare le nuove direttive. Nell’organismo erano rappresentati i più importanti imprenditori dell’epoca accanto ai politici della classe di governo.
Alla fine della guerra le aziende “protette” saranno 1.976 con 900mila operai di cui il 22% donne e il 6% minori.

Apparentemente la Mobilitazione industriale doveva regolare il mercato, i prezzi, le materie prime ecc. In realtà il compito di Dallolio fu di “disciplinare l’azione della manodopera” (da un documento dell’epoca); in termini più chiari: controllare la manodopera in fabbrica e garantirne il miglior sfruttamento da parte degli industriali.

All’inizio della guerra c’era molta preoccupazione da parte della classe dirigente sulla effettiva volontà di evitare scioperi e manifestazioni da parte della classe operaia italiana. Le settimane precedenti la guerra avevano rivelato una notevole combattività nelle fabbriche di tutto il paese.
Pensiamo solamente alla “Settimana rossa” (dal 7 al 14 giugno del ’14) con situazioni prerivoluzionarie in molte parti dell’Italia.
Ma non solo nel 1914 si crearono momenti di grande conflittualità. Anche durante la guerra di Libia (1911-12) la classe operaia fu molto combattiva e prima ancora durante tutta l’età giolittiana non si contarono scioperi, manifestazioni, talvolta tentativi di sommossa e inevitabile intervento dell’ esercito con numerosi morti.

Un paese diviso
L’idea che con il “maggio radioso” il paese scende compattamente in guerra è sbagliata. Il neutralismo è ancora forte alla vigilia del 24 maggio del ’15 e in molte città italiane le settimane precedenti la dichiarazione di guerra vedono grandi masse di operai scioperare e manifestare contro il conflitto che stava per nascere.
Possiamo dire senza il timore di sbagliare che l’Italia è l’unico paese europeo a entrare in guerra profondamente diviso: da una parte gli interventisti di tutti i colori (classe militare, politici, monarchia, finanza, intellettuali) e dall’altra il mondo popolare, dalle campagne alle fabbriche, che intuisce fin dall’inizio che i maggiori sacrifici sarebbero stati sopportati dal popolo. Infatti in molte parti del paese ci furono proteste contro la partenza degli uomini con le donne in prima fila a sfidare spesso i carabinieri e reparti dell’esercito.

La “fabbrica-caserma”
Con la fabbrica militarizzata si dichiara illegittimo lo sciopero e in generale la lotta di classe (nelle fabbriche si applica il codice militare di guerra). In questo modo vengono posti forti ostacoli alle lotte operaie per il salario e contro lo sfruttamento.
Fabbrica militarizzata, ossia la “fabbrica-caserma”, voleva dire che non ci sarebbe stata differenza tra i soldati al fronte e i “soldati-operai” in fabbrica:
– sono operanti gli stessi regolamenti e la stessa durezza tra il fronte interno e quello esterno. Per esempio l’assenza dal lavoro è equiparata al reato di diserzione
– i sindacati sono espulsi dalle fabbriche e gli operai più sindacalizzati spediti al fronte
– la militarizzazione delle fabbriche passa anche attraverso la divisa militare che gli operai devono mettere durante i turni di lavoro

All’inizio la nuova realtà nella fabbrica militarizzata sembra irretire le lotte ma già nell’inverno tra il ’16-17 la conflittualità è molto alta.
Le cause sono facilmente immaginabili:
– salari irrisori e nessuna possibilità di contrattare il prezzo della forza-lavoro
– generale crescita dei prezzi (alimentari, affitti) non compensati da analoghi aumenti dei salari
– forte sfruttamento nelle fabbriche con aumento dei ritmi di lavoro e delle ore lavorate
– mancanza di qualunque rappresentanza operaia nelle fabbriche (sindacato)
– presenza di soldati armati nelle fabbriche

Ulteriori motivi di lotta
– Le ore di lavoro sono 10-12 su sei giorni senza possibilità di sottrarsi a lavoro notturno, festivo e lavoro straordinario
– durante la guerra i prezzi aumentano del 300%
– è impossibile licenziarsi e cambiare fabbrica migliorando la propria situazione
– aumentano gli infortuni soprattutto tra i più giovani assunti e le donne finora estranee al lavoro di fabbrica
– gli ambienti di lavoro diventano più insalubri
– mancando qualunque forma di controllo (sindacati) gli abusi padronali non si contano
– Aveva ragione il futurista Giovanni Papini: “Carne da cannone” in guerra e “carne da macchina” nelle fabbriche. “Ovunque la vita perde valore (la vita non è più sacra)”
– forte impennata delle multe, strumento utilizzato prioritariamente per aumentare la disciplina e la qualità-quantità del lavoro. Le multe sono efficaci contro donne e minori (spesso i più combattivi) che non rischiavano l’invio al fronte
– da notare che per le donne, soprattutto, l’uscita dalla fabbrica coincideva con lunghe code per trovare qualcosa da mangiare a prezzi esorbitanti
– Nel solo ’18 1/3 delle maestranze fu colpito da multe, 25mila operai vennero puniti con l’imprigionamento, un operaio su 62 fu deferito ai tribunali (operai soggetti a obblighi militari). Stessa realtà per i soldati al fronte
– l’alimentazione diventa carente per tutti
– l’ampio impiego di manodopera femminile impedisce la cura dei bambini che ora vivono letteralmente sulla strada
– i nuovi proletari di origine contadina dopo il turno in fabbrica devono fare lunghi percorsi per tornare a casa e poi devono prendersi cura dei campi con figli e fratelli inviati al fronte
– impennata degli infortuni in fabbrica: il 34% degli operai nelle aziende meccanico-mettalurgiche, il 17% di coloro che lavoravano nel settore chimico-esplosivo
– aumento della mortalità infantile perché dopo il parto le donne non possono allattare oppure i bambini son abbandonati a se stessi perché le donne lavorano

Di fronte a questa realtà fatta di sfruttamento e minacce di invio al fronte per chi scioperava o solamente protestava, la classe operaia italiana riacquistò la precedente capacità di lotta.
Se non era possibile lo sciopero, si attuarono altre forme di lotta quali il boicottaggio, l’assenteismo, forme blande di indisciplina e l’aperto sabotaggio.
Spesso furono le donne in prima linea a scioperare e protestare perché loro non rischiavano l’invio al fronte ma al massimo il licenziamento e il carcere.

Castellazzo di Bollate
Le donne però rischiavano la morte più dei maschi. Il 7 giugno del 1918 vi fu a Castellazzo di Bollate una terribile esplosione sentita a 30 km di distanza in cui morirono 65 operaie tra i 14 e i 30 anni. Era esploso il reparto di spedizione della Sutter e Thevenot (azienda di esplosivi).
Tra i soccorritori quel giorno anche il giovanissimo E. Hemingway appena arrivato a Milano dalla Francia. In quanto arruolato nella Croce Rossa Italiana fu subito mandato con altri reparti a Castellazzo. Il suo compito fu quello di raccogliere nei campi, spesso a grande distanza, pezzi di corpi scagliati lontano dall’esplosione. Dopo le ricerche il suo stupore: erano quasi tutte donne, in genere sono gli uomini che muoiono.
Gli uomini muoiono in guerra, le donne muoiono nelle retrovie o in prossimità del fronte. La guerra non risparmia nessuno.
Nei suoi “Quarantanove racconti” E. racconta l’esperienza di Bollate nel racconto “Una storia naturale dei defunti”.

La classe operaia passa alla lotta
La classe operaia non sta a guardare passa alla lotta.
– A Milano nel marzo del ’17 si sciopera contro l’abolizione del riposo festivo (nonostante al posto della domenica ci sarebbe stato un riposo infrasettimanale).
– Sempre a Milano nel maggio del ’17 “una folla di donne ha percorso le vie di circonvallazione lanciando sassi contro gli stabilimenti militari” per indurre gli operai a uscire dalle fabbriche e scioperare. Sono donne del contado. A scatenare la rivolta delle donne è la penuria di riso in città e nelle campagne.
– Il prefetto di Genova chiede il 1° luglio del ’17 un rinforzo di 2000 soldati e 300 carabinieri oltre ai 1000 soldati già presenti, del tutto insufficienti per controllare le frequenti proteste.
– Nell’estate la situazione è incandescente a Sestri Ponente: vecchi operai e nuove maestranze sono uniti nelle comuni rivendicazioni e proteste contro gli arruolamenti di familiari, gli infortuni nelle fabbriche e i bassi salari. In prima linea le donne e i minori, appena dietro gli specializzati vecchi e giovani capaci di apportare alle lotte le esperienze degli anni e dei decenni precedenti.
– A Torino nell’agosto del ’17 una rivolta scatenata dalla mancanza di pane provoca l’intervento dell’esercito e 50 morti oltre a centinaia di feriti e di persone condotte in carcere. Torino è l’unica città dell’Europa occidentale in cui avvenne un’insurrezione operaia e contro la guerra durante il conflitto. Purtroppo in quei giorni l’esercito non solidarizzò con gli scioperanti (Brigata Sassari a Torino) come sarebbe accaduto dopo pochi mesi in Russia (Rivoluzione d’ottobre) oppure talvolta in Italia durante il Biennio Rosso (’19-20).
La stampa italiana non considera assolutamente i motivi della protesta (mancanza del pane e quindi fame) e considera gli scioperanti come “nemici interni” con i quali agire come contro il nemico sui campi di battaglia. Anzi dopo Caporetto inizia una tracotante campagna di stampa antioperaia in cui si parla di “operai imboscati”, “smania del lusso” (!), “dissipazione di favolosi salari” (!) in ritrovi equivoci.

Lotte spontanee: il Psi è assente
Da notare che queste lotte sono del tutto spontanee, cioè non coordinate da alcun partito. La CGL e l’Unione sindacale (l’USI) avevano subito i colpi delle nuove disposizioni che negavano la presenza in fabbrica delle organizzazioni di rappresentanza degli operai.
Il Psi, soprattutto dopo Caporetto, non organizza alcuna forma di lotta chiuso nel suo “nè aderire né sabotare”.
Anzi dopo Caporetto, complice l’ubriacatura patriottica che percorre l’Italia, i rapporti tra la dirigenza del Psi e gli operai peggiorano ulteriormente. Turati, Treves, Modigliani, Rigola (segretario della CGL) danno prova di patriottismo all’interno del quale non c’è posto per la protesta operaia.
“Voi avete detto, onorevole Orlando – declamò Turati alla Camera – Grappa è la nostra patria! Ciò è per tutti noi, per tutta l’Assemblea!” (vivi appalusi da tutta la Camera).

Legnano. 1° maggio del ’17
Anche nella nostra zona la conflittualità fu molto alta.
Uno sciopero indetto nell’autunno del ’15 dalle Camere del Lavoro di Legnano, Busto Arsizio e Gallarate durò cinque giorni e vi presero parte circa 40mila operai, contando anche quelli che si aggiunsero a Cerro Maggiore, Castellanza, Nerviano, Canegrate e San Giorgio su Legnano.
Il circondario di Gallarate compare in diversi documenti dell’epoca. C’è un documento interessante e riguarda il Prefetto in una comunicazione al ministro degli Interni. Dopo aver scritto che a Milano la situazione è tranquilla (5-6 maggio del ’17) grazie alla presenza di 6mila uomini di fanteria e 20 squadroni di cavalleria, aggiunge: “Quanto alla provincia il movimento pare si sia estendendo. A Gallarate pure oggi è stato fatto uno sciopero. Mi sono lagnato con i dirigenti della Camera del Lavoro per avermi mancato di parola e per aver disatteso il patto dell’altro giorno. Il Galli, segretario della Federazione, ha mostrato di cadere dalle nuvole e mi ha detto che andrà a Gallarate perchè deve trattarsi sicuramente di un equivoco. Ho ad ogni modo provveduto per l’invio colà di un altro reggimento di cavalleria da Novara”.
Si capisce che il ruolo dei dirigenti sindacali era quello del “pompiere”, ossia spegnere le agitazioni, così come ministri, militari, prefetti e industriali volevano.
A Legnano il 1° maggio del ’17 (proprio in quei giorni) due ragazzini stanno ascoltando un comizio in una piazza. Il ragazzino, 14 anni, si chiama Mauro Venegoni, il fratello Carlo ne ha 15. Quel comizio fu la loro iniziazione alla vita politica dalla parte del comunismo.
Il 2 maggio dello stesso anno ci fu a San Giorgio su Legnano (fonte Chronicon) “uno sciopero delle donne causato dai disagi della guerra, specialmente per la mancanza di alimentari di prima necessità: le operaie della Tessitura Restelli entrate al mattino, subito inchiodarono i telai e al canto di inni sovversivi e anarchici, ne uscirono, portandosi a fermare le operaie della ditta Orsi e a quelle della filanda Boselli. Per due giorni fu una gazzarra infernale. Furono infranti i vetri del palazzo municipale, di vari esercenti e di qualche casa privata. Dovette intervenire la cavalleria. Fortunatamente non si ha a deplorare nessun incidente di sangue”.

Quella che il curato di San Giorgio definisce “una gazzarra infernale” è dal nostro punto di vista una manifestazione della combattività della classe operaia nel cuore della guerra con il protagonismo delle donne operaie.

Nuove modalità di lotta
Uno degli aspetti più importanti in questo momento è il saldarsi delle lotte tra i vecchi e i nuovi operai. I “vecchi” erano gli operai specializzati i quali erano spinti all’inizio a considerare i giovani operai quasi dei “nemici”, privi di esperienza, immessi in massa nelle fabbriche, perché avrebbero spinto al ribasso compentenze e salari.
Dopo un’inevitabile fase di ostilità e incomprensione tra le due categorie ci fu il saldarsi delle lotte con comuni azioni di protesta per tutto il ’17 e il ’18.

Come sappiamo le lotte non ebbero termine alla fine della guerra ma anzi aumentarono di intensità nel cosiddetto “Biennio rosso” quando l’esperienza dell’Ottobre bolscevico aumentò ulteriormente l’intensità delle lotte in Italia e nel resto dell’Europa.
Ora, per alcuni settori del proletariato, non c’erano solo le lotte per la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita ma anche la prospettiva di “fare come in Russia”, l’unico paese dove un governo di operai e contadini era riuscito a porre termine al “grande macello” con l’uscita della Russia dalla guerra (novembre del ’17).