La guerra a quota 3000. La guerra bianca sull’Adamello

La guerra a quota 3000. La guerra bianca sull’Adamello

Appunti per conferenza

Come premessa potrei dire che la guerra bianca è stata molto importante durante i 41 mesi in cui l’Italia fu impegnata nel conflitto. Dallo Stelvio all’Adriatico spesso la linea del confine, lunga circa 650 km, saliva a quote superiori ai 2000-3000 metri. Solo nell’ultimo tratto, nel medio e basso Isonzo, le alte montagne diventavano colline e nei pressi di Monfalcone praticamente era quasi pianura con quote non superiori ai 100m. (Monte Sei Busi, Redipuglia).

Eppure nell’immaginario collettivo quando si pensa alla guerra si ricordano solo o quasi il Carso, l’Isonzo, Gorizia e le alture intorno (il Sabotino, il San Michele, il Monte Santo…). Certo, gran parte dello sforzo bellico italiano si è concentrato in quell’area con un numero di vittime impressionanti, ma questo non esclude la Memoria della guerra bianca.

Fronte alpino

Come detto, all’ingresso in guerra dell’Italia, nel maggio del ’15, si aprì un fronte che, per buona parte, fu un fronte alpino-dolomitico. Dallo Stelvio all’Ortles, dall’Adamello al Pasubio e all’altopiano dei Sette Comuni; dalle Dolomiti di Fassa a quelle ampezzane e pusteresi, dalle Alpi carniche alle Giulie, correva la linea del fronte che per tutti i quattro anni di guerra subì solo lievi, quasi insignificanti, spostamenti.

Scrisse Fritz Weber: “La guerra nelle Dolomiti, quei combattimenti tra piccoli gruppi d’uomini sperduti tra cielo e terra, costituisce un caso unico nella storia. Anche se fu fatto ricorso a tutti gli strumenti della tecnica moderna, restò sempre una lotta primordiale dell’uomo contro l’uomo, una lotta nella quale si inseriva la potenza superiore della natura e il furore degli uomini diveniva gesta di eroi”.

Guerra sognata e guerra reale

La guerra alpina fu una guerra nella guerra, un unicum senza precedenti, che colse di sorpresa gli ufficiali italiani i quali nel 1914 se interrogati avrebbero escluso l’utilizzo dei propri reparti a quote alte. Nel 1914 il generale Cantore escludeva l’impiego di truppe al di sopra dei 1500m. Per esempio lo stesso Cantore non riteneva opportuno un presidio italiano in cima al Pasubio, anche per “truppe ben equipaggiate”, ritenendo probabilmente che la guerra non sarebbe mai salita fin lassù.

Quando si aprì il conflitto la distanza siderale tra la guerra immaginata e la guerra reale rivelò il profondo divario tra le due concezioni.

Anche gli ufficiali della fanteria furono sorpresi dalle regole che la guerra stessa imponeva.

La “bella guerra garibaldina” – come scrisse un volontario trentino nell’esercito italiano – si era trasformata in una “lotta di talpe, di logorio e di insidia”. Se ciò era vero lungo tutto il fronte carsico era ancora più vero per la guerra a quote sopra i 2000 m.

Eppure la guerra in montagna non nacque solo lungo il fronte italo-austriaco. Nell’inverno tra il ’14 e il ’15 austriaci e russi combattono lungo le cime dei Carpazi a quote superiori a 2000m, così come si era aspramemente combattuto sulle montagne serbe tra austriaci e serbi.

Si potrebbe dire che la rapida conquista delle cime, all’apertura del conflitto tra Italia e Impero, non sorprese affatto i comandi asburgici (che in effetti furono i primi a muoversi) mentre i comandi italiani apparivano titubanti e indecisi, perdendo buone occasioni per conquistare montagne che poi costeranno molte perdite.

La “Città di ghiaccio”

Anche la perforazione dei ghiacciai fu ritenuta impossibile oppure particolarmente difficile e pericolosa. Quando gli “eschimesi della Marmolada” furono pronti ad aprire le prime gallerie nel ghiaccio furono consultati i più eminenti glaciologi austriaci i quali risposero che fino a quel momento nessuno l’aveva mai fatto. E con un’esperienza che nasceva quotidianamente gli alpini-minatori austriaci (alcuni avevano lavorato nelle miniere) scavarono con trapani a mano in pochi minuti buchi di un metro di profondità  dove alloggiare l’esplosivo.

La “Città di ghiaccio”, scavata dalla compagnia zappatori del tenente austriaco Handl, dove la temperatura scendeva di poco sotto lo zero, diventò la più straordinaria opera di ingegneria militare di tutta la guerra. C’era una centrale elettrica con trasformatore, un centralino telefonico, una camera a tenuta di gas e in più magazzini per le armi, alloggiamenti per i soldati. La rete stradale nel ghiaccio arrivava a 8 km. Così facendo gli austriaci avevano reso la Marmolada una fortezza inespugnabile a presidio della zona tutta intorno.

Modernità e regressione alle età barbariche

E qui c’è uno stridente paradosso di questa guerra: da una parte è espressione della modernità e dello sviluppo tecnico-scientifico degli ultimi decenni: progressi nell’artiglieria, il massiccio uso di esplosivi, l’uso dei gas, l’aereo, il filo spinato, l’elettricità… dall’altra costringeva gli uomini a regredire ai tempi della preistoria interrandosi, vivendo nelle caverne (anche di ghiaccio), nelle buche, buche nella neve, buche coperte di alberi e fogliame, facendo la vita delle talpe in balia della natura.

Cambiamenti radicali del paesaggio alpino

La guerra in alta quota cambiò rapidamente il volto della montagna: le vecchie vie di percorrenza, i pascoli, gli alpeggi, le case, le fonti vennero abbandonati, ma nuovi sentieri, mulattiere, gallerie, strade (400 km nel solo Trentino di carreggiabili e comionabili) furono tracciati.

Lo spazio alpino fu attraversato da linee telefoniche aeree, condotte d’acqua, teleferiche e funivie, nuove ferrovie; lo spazio fu occupato da baracche, forti e fortificazioni, percorso da trincee e camminamenti, perforato da caverne, sezionato da barriere.

Il soldato-alpino, usando chiodi e scale, arrivò dove l’uomo della montagna non era mai arrivato, mentre il soldato-minatore scavò nella roccia e il ghiaccio.

Montagne che avevano impiegato milioni di anni per formarsi vennero violate e trasformate in pochi secondi dallo scoppio di una mina sotterranea oppure in pochi mesi dalle opere dell’uomo. Pensiamo solamente al taglio degli alberi per esigenze belliche. Oppure pensiamo all’uso dei gas in montagna e alla conseguente distruzione dell’ambiente.

La flora di guerra

Per immaginare i mutamenti del paesaggio alpino derivati dalla guerra pensiamo per esempio alla comparsa di nuove specie vegetali in ambienti del tutto nuovi portate dai soldati durante i loro trasferimenti (trasporti di foraggio dalle pianure) e così piante di pianura trovarono ambienti favorevoli alle quote più alte dando vita, dopo la guerra, a una vera e propria nuova disciplina: la “botanica di guerra”. Sulle Alpi arrivarono specie mediterranee oppure specie vegetali dell’est europeo portate dai soldati austro-ungarici.

Insomma, potremmo dire che la guerra alpina fu insomma un unicum senza precedenti.

I protagonisti – i soldati dei due fronti – ne furono atterriti durante il conflitto ma terminata l’esperienza bellica i loro ricordi assunsero dimensioni epiche e le loro gesta entrarono nella leggenda.

La guerra sull’Adamello

La guerra sull’Adamello fu anch’essa una “guerra nella guerra” in condizioni del tutto eccezionali. A quote spesso superiori ai 3000m., in condizioni spesso proibitive anche d’estate, fu una guerra aspra dove l’uomo combattè prima contro la natura, poi contro le difficoltà di sopravvivenza quotidiane e poi contro il “nemico”.

Talvolta si presentava la necessità di combattere il nemico con la conquista di cime funzionali a migliorare il fronte ma il vero obiettivo era continuare a presidiare quelle cime nonostante le valanghe, le difficoltà di approvvigionamento, il freddo glaciale, la mancanza di cibo e legna da ardere, la solitudine e l’incombere del nemico.

La guerra sul Cavento

La notte del 30 aprile del ’16 gli austriaci conquistarono la cima del Cavento facendone il caposaldo del loro schieramento. Grazie al tenente Felix Hecht von Eleda il corno divenne un vero e proprio fortino con postazioni di cannoni, mitragliatrici, fucilieri capaci di disturbare il passo di Cavento e la vedretta della Lobbia.

Per questo motivo il 15 giugno ’17, dopo violento bombardamento, circa 1500 alpini conquistarono la cima. Nello scontro perse la vita anche il tenente Eleda. Fu ritrovato il suo diario (oggi pubblicato) che ha un’importanza notevole per capire che cosa voleva dire vivere e combattere a 3400m di quota.

Il 15 giugno del ’18 gli austriaci ripresero la vetta sfruttando una galleria aperta nel ghiaccio (lunga 1 km) senza che gli italiani si accorgessero di niente.

Ma il 19 luglio le truppe italiane ripresero il controllo della cima fino al termine della guerra.

La caverna sul Cavento

L’ultimo argomento è la postazione in caverna degli italiani in cima al Cavento. Si tratta di una vera e propria grotta aperta nella roccia e oggi visitabile.

Finita la guerra la grotta è stata rapidamente abbandonata e coperta dai ghiacci i quali l’hanno salvaguardata fino ad oggi. La grotta è stata recuperata a partire dal 2007. In precedenza si sapeva della sua esistenza ma lo strato dei ghiacci impediva qualunque operazione. Con il parziale scioglimento dei ghiacci nell’area dell’Adamello si sono aperte nuove possibilità: recupero di corpi mummificati di soldati di ambo le parti e recupero di una notevole quantità di materiali vari che ora si trovano nel museo della guerra bianca di Temù.

Per il recupero della grotta si è fatto uso di particolari riscaldatori per sciogliere lentamente i ghiacci salvaguardando la notevole quantità di reperti nella grotta: le brande, una postazione telefonica, una stufa con catasta di legna ben sistemata, divise, sacchi a pelo, munizioni e bombe a mano svuotate per farne lanterne e piccoli oggetti. E poi gli oggetti della vita quotidiana come pettini, posate e spazzole per lucidare le scarpe. Ci sono anche avanzi di cibo! E una copia del Corriere del novembre ’18 annunciante la vittoria!