La stampa italiana dentro la guerra

La stampa italiana dentro la guerra

“Fabbricare la vittoria”

Introduzione

Il ruolo della stampa italiana durante il Primo conflitto mondiale è stato poco studiato. Sono disponibile libri che analizzano il ruolo della stampa italiana dall’Unità ad oggi, dove il rapporto stampa-Grande Guerra è analizzato in poche pagine oppure si parla del ruolo dei grandi quotidiani tra il ’15 e il ‘18 ma all’interno di testi più ampi inerenti al ruolo della propaganda durante gli anni della guerra.

Possiamo iniziare con tre citazioni eloquenti.

– “Arriva la guerra, arrivano tante bugie”, vecchio proverbio tedesco citato da Marc Bloch

– “Quando scoppia una guerra, la prima vittima è la verità”, disse un senatore americano nel ‘17

– “Tutto nell’informazione di guerra congiura ad affidarle interessi e scopi che prescindono dai fatti. La guerra è il momento in cui la verità sulla condizione di subordinazione del campo giornalistico viene rivelata” (Mario Isnenghi)

Secondo Isnenghi la guerra rivela la vera natura della stampa: ossia la subordinazione ai poteri politici ed economici.

Il volto della stampa italiana alla vigilia del conflitto

Rispetto alla stampa in Gran Bretagna, Francia o negli Stati Uniti (quotidiani con oltre un milione di copie) sono pochi da noi i quotidiani che nel ’15 arrivano a 100mila copie al giorno: il Corriere della sera (200mila), La Stampa, La Tribuna e il Giornale d’Italia (100mila), tutti fogli pensati per la classe colta e poco o nulla adatti per le masse popolari. Da qui una certa debolezza finanziaria che poteva portare rapidamente all’acquisizione della testata nelle mani di forti gruppi economici.

Del resto è visibile l’interesse delle grosse aziende nei confronti della stampa. Nel ’14 il neo quotidiano nazionalista “Idea Nazionale” è sostenuto da Fiat, Ansaldo, Edison, Breda. Gli stessi gruppi economici finanziano il “Popolo d’Italia” di Mussolini. Nel caso della testata di Mussolini sono documentati anche cospicui finanziamenti dalla Francia interessata all’intervento italiano.

Ci furono tentativi tedeschi riusciti di entrare nella proprietà di giornali neutralisti come “Il Mattino” di Napoli e “La Nazione” di Firenze. Altri quotidiani neutralisti (filogiolittiani) erano “La Stampa” di Torino e “La Tribuna” di Roma.

La vigilia dell’intervento e l’intervento del maggio del ’15 permettono a tutti i quotidiani di aumentare le tirature (aumento pubblicità) ma poi iniziano le difficoltà legate all’aumento dei costi e la stagnazione delle vendite. Alcune proprietà devono fare i conti con i bilanci in rosso.

Ne approfittano i grossi complessi economici cresciuti a dismisura con la guerra: l’Ilva acquisì il controllo della “Nazione” e del “Mattino” (cessano di essere nautralisti) e si inserì nei consigli di amministrazione di altri giornali con l’obiettivo di estendere la simpatia nei confronti delle attività del proprio gruppo economico.

Attivissimo anche il gruppo Ansaldo dei fratelli Perrone i quali acquisirono “Il Messaggero” e divennero i principali finanziatori del “Popolo d’Italia” e dell’”Idea Nazionale”. Già l’Ansaldo possedeva il “Secolo XIX” e il “Corriere Mercantile”.

Con la proprietà o il controllo di grossi quotidiani e riviste si potevano screditare i concorrenti, dare valore nazionale alle proprie manovre politiche, sostenere le banche affiliate; sostenere o negare l’appoggio a politici o partiti politici… dare una patina patriottica a manovre politico-finanziarie che derivavano dalla semplice logica dell’allargamento dei propri affari.

I primi provvedimenti contro la libertà di stampa

Nel marzo del ’15 la Camera dei deputati approva alcuni provvedimenti restrittivi “per la difesa economica e militare dello Stato” con il voto favorevole  di Salvatore Barzilai, presidente della Federazione nazionale della stampa.

La censura preventiva sulla stampa (ma anche sulle comunicazione telegrafiche e telefoniche) fu introdotta a partire dal primo giorno di guerra (ancora con il benestare di Barzilai). In particolare Barzilai aveva invitato tutto il giornalismo nazionale a “sentire senza limiti e senza riserve, il vincolo della disciplina nazionale”.

Ai giornali era proibito fornire indicazioni sul numero delle vittime e dei prigionieri, sulle nomine e gli avvicendamenti nei comandi, sulle operazioni militari. Uniche fonti per reperire informazioni erano i bollettini del Comando supremo.

Almeno un’ora prima della pubblicazione era obbligatorio sottoporre tutte le pagine della testata alla censura prefettizia. Fu “una resa senza condizioni”, commenta Mario Isnenghi.

La reazione di Albertini è emblematica di tanta stampa che non voleva assolutamente assumere un atteggiamento libero e chiedeva solo un poco di spazio. Scrivendo a un amico Albertini (26 maggio ’15) critica “il divieto di occuparsi di qualunque fatto avvenuto entro i primi dieci giorni”. A suo parere “proibire ai corrispondenti di dare quelle impressioni generiche, quegli episodi di nessuna importanza militare, di fare un po’ di cronaca, di tratteggiare un po’ l’ambiente in senso favorevole alla nostra impresa, questo, perdonami, mi pare assurdo e nocivo allo scopo che si vuole raggiungere…(corsivo nostro)”. Quindi il “Corriere” non intendeva andare al di là del “pezzo di colore”!

All’inizio la censura (prerogativa esclusiva del Comando) fu molto dura. Poi ad Udine si accorsero del potenziale rappresentato dai giornalisti, es. nei rapporti tra governo e Udine avrebbero rappresentato gli interessi dei militari. Avere i giornali dalla propria parte era importante.

Il ruolo del Corriere della Sera e la “guerra-medicina”

Dall’anno 1900 Albertini è direttore. Il suo obiettivo è fare del Corriere un quotidiano di ispirazione anglosassone. Con l’ingresso nella proprietà dei fratelli Crespi (industriali leader del settore tessile) il Corriere “diventa espressione della borghesia industriale italiana”.

Dal gennaio del ’15 il Corriere si configura come il principale organo interventista. Fin dall’inizio della guerra il Corriere assume un ruolo fondamentale di sostegno alla guerra.

Albertini non è solo direttore, svolge un marcato ruolo politico. E’ in diretto contatto con Salandra, Orlando, D’Annunzio, Cadorna e il vice, generale Porro. Li sostiene e li incoraggia ma non risparmia qualche critica: es. sostiene fin dall’inizio che i provvedimenti a favore della censura sono deleteri e raccomanda più attenzione nei confronti dei soldati.

Il Corriere cavalca l’ideologia della IV guerra del Risorgimento e della “guerra-farmaco”, “guerra-medicina”, un “toccasana”, un’occasione di rigenenazione del Paese e di conquiste economiche e territoriali.

Es. il 13 agosto ’14 il Corriere con “Le Figaro” pubblicano un’ode interventista di D’Annunzio, “Per la resurrezione latina”. Il 24 agosto La Torre (autevole giornalista esperto di politica estera) scrive: “La neutralità è un’attesa, non una soluzione dei nostri bisogni, dei nostri interessi, dei nostri diritti”. Giovanni Amendola, appena assunto nella redazione romana, scrive al direttore che l’Italia non può rimanere fuori dalla guerra dalla quale ”uscirà la nuova Europa”.

Nel dicembre del ’14 Albertini è nominato senatore per volontà di Salandra. Il 1° gennaio del ’15 il Corriere propone un Fascio parlamentare che abbia il “sentimento della Patria”.

Diceva Albertini che il ruolo dei giornalisti e del Corriere in particolare era “suscitare l’orgoglio e l’ottimismo”. Disse in pubblico che il giornalismo in tempo di guerra poteva “dare all’anima nazionale il nutrimento della verità illuminante”.

Il “maggio radioso” del Corriere

Durante il “maggio radioso” il Corriere appoggia drasticamente l’intervento prendendo posizione per Salandra contro Giolitti e i neutralisti.

Alcuni titoli:

– 13 maggio ’15: “L’agitazione nel Paese per tentativo giolittiano di sconvolgere la situazione”. “Ardente discorso di D’Annunzio al popolo di Roma. Dimostrazioni in tutta Italia” (“L’inganno del “parecchio””, articolo di fondo)

– 14 maggio: “Il Ministero Salandra si dimette per la mancanza di concordia dei partiti costituzionali”

– 17 maggio: “Il Ministero Salandra immutato di persone e di programmi rimane al suo posto per disposizione del Re. Tutta l’Italia se ne dimostra soddisfatta”

– 18 maggio: “Nell’attesa delle supreme risoluzioni”. “Una giornata di patriottici entusiasmi a Roma”

– 21 maggio: “I pieni poteri al Governo per la guerra”, “I deputati cantano l’inno di Mameli. Tutto il Senato inneggia alla più grande Italia” (“Grandioso spettacolo alla Camera”, titolo in taglio medio)

– 24 maggio: “L’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria” (“Guerra!”, titolo di fondo. Forte legame con le guerre risorgimentali)

– 25 maggio: “Mare nostrum”, articolo di fondo (Adriatico).

Dal momento dello scoppio della guerra fino alla vittoria il Corriere sostenne il governo e l’esercito senza tentennamenti anche nelle situazioni peggiori. La tiratura durante la guerra arrivò a 500-600mila copie al giorno.

Secondo Simona Colarizi, “Albertini non è solo il direttore del Corriere ma fa da ambasciatore tra il ministero della Guerra e gli industriali, in particolare Ernesto Breda e Giovanni Caproni, costruttore di aerei da combattimento”.

Secondo Insenghi e Rochat, Albertini è elemento di primo piano di quel blocco moderato che passa dalla neutralità all’intervento”.

Una scelta di campo oculata

La scelta degli Alleati (Francia e Gran Bretagna) da parte del Corriere e del mondo interventista appare realistica: la guerra con l’Austria-Ungheria era popolare, avrebbe potuto essere giustificata come guerra contro l’”eterno nemico del Risorgimento”; nello stesso tempo Londra avrebbe offerto all’Italia quei finanziamenti che Berlino non era in grado di operare e nello stesso tempo con la guerra l’Italia avrebbe fatto parte di un mercato comune ancorato alla sterlina ricevendo ferro e carbone nella misura necessaria.

Giornalisti in trincea

Con la guerra, da subito, muta il ruolo dei giornalisti: da addetti all’informazione a addetti “moralmente responsabili” di fronte alla nazione nella guerra psicologica (Isnenghi).

I giornalisti dei vari quotidiani si allinearono subito alle disposizioni scrivendo due diversi tipi di testi:

corrispondenze dal fronte ricalcate sui bollettini dove la retorica e il “colore” si sprecavano

– “lettere riservate” ai propri direttori che permettevano loro di esercitare ruoli politici

“Mito in diretta, cronaca in differita” (Isnenghi), ossia retorica in prima pagina, la realtà nelle lettere al direttore o nei propri diari.

L’atteggiamento decisamente rispettoso dei giornalisti verso i comandi militari derivava da diversi fattori:

–         chi sgarrava poteva vedersi sospeso

–         il giornale non allineato veniva allontanato dal fronte

–         i “conti riservati” che permettevano al Ministero dell’Interno di far avere fondi a propria discezione a giornalisti e testate (accerterà il fenomeno una commissione ministeriale dopo il ’18 sulle spese di guerra)

La commissione parlamentare per Caporetto mise in luce il ruolo negativo della stampa tra i combattenti con notizie e commenti che deprimevano gli animi.

Solo l’”Avanti” mantenne in gran parte, tra sequesti e provvedimenti delle autorità, la sua indipendenza.

Lucarelli Video

Luigi Barzini, il “principe dei falsari”

Luigi Barzini entra nel Corriere nel 1898. All’inizio della guerra è forse il giornalista più famoso al mondo.

Raccontò la rivolta dei boxer in Cina e la guerra russo-giapponese, il rally Parigi-Pechino, E’ inviato di punta nella guerra di Libia. Era a Londra nel momento dell’incoronazione di Giorgio V; racconta la guerra dei Balcani del 1913, la Rivoluzione messicana. Nel ’13 è in Trentino tra gli italiani d’Austria. Appena scoppiata la guerra si reca nel Belgio occupato… e riesce ad arrivare in prima linea. Talvolta gli strilloni gridavano “Le ultime di Barzini!”.

Fino all’entrata in guerra dell’Italia i suoi servizi sono ottimi: descrive la guerra moderna (le armi), la vede in diretta e critica le scelte dei militari. Barzini era quindi un giornalista giustamente famoso soprattutto come spregiudicato inviato di guerra.

Quando inizia la guerra, come la totalità dei corrispondenti di guerra, si uniforma alle direttive emanate.

Esempio di “doppio comportamento”

Il 22 febbraio Barzini esalta Cadorna, “mago vivificatore di tutte le energie, anima atletica, autore di un famoso opuscolo sull’attacco frontale, che è un capolavoro di letteratura militare” (!)

Nel marzo dello stesso anno Barzini scriva ad Albertini: “La guerra divora i fucili. Si debbono racimolare fucili vecchi sui campi di battaglia, magari a pezzi. Le reclute sono disarmate”.

Gli ufficiali di Cadorna sono descritti dopo un colloquio con il Capo supremo: “Ricompaiono trasfigurati, armati di un non so quale forza viva, con una certezza negli occhi, con una fermezza serena nel viso, la fronte alta e come schiarita… Le loro preoccupazioni sono dissipate, i loro dubbi sono svaniti, si sente che ognuno di loro ha trovato oltre quella porta magica la soluzione del suo problema”.

Non era solo colpa di Barzini: alcuni grandi scrittori inglesi arrivarono in Italia come corrispondenti e scrissero per esempio cose mirabili di Cadorna e dell’Italia. Conan Doyle: “Cadorna è un antico romano, un uomo fuso nel grande e semplice stampo dell’antichità”.

Anche la moglie Barzini riceveva lettere che parlavano chiaro nelle quali si lamentava del “lezzo dei cadaveri che mi rimane attaccato addosso, sicchè il mio appetito non è esattamente robusto. Che vita impossibile!”

I suoi resoconti delle battaglie sono irreali: la fanteria sferra l’assalto in modo magnifico e irresistibile, il fumo dei cannoni avvolge le linee nemiche, i soldati muoiono con il sorriso sulle labbra. Le batoste, quando menzionate, sono attutite e non spiegate. Perfino i risultati in termini militari contano poco: quello che importa è l’onore dell’Italia sempre e ovunque.

Talvolta incappa in discorsi surreali: i combattimenti sull’Isonzo avevano dimostrato  che “è molto più facile attaccare in salita contro postazioni sovrastanti che attaccare in discesa contro posizioni sottostanti”.

Spesso la sua attenzione si appunta sul paesaggio dolomitico da cui emerge il volto nobile del soldato italiano aggrappato sui picchi montani. È lui ad creare quasi dal nulla il mito degli alpini come “cacciatori d’uomini”, autentici guerrieri che avevano ritrovato in sé la loro “anima primordiale”. Diventò per molti il “principe dei falsari”.

Nel ’17 dopo le cruente carneficine di quell’anno chiede ad Albertini di essere sostituito: non ce la faceva più a mentire: “massacriamo divisioni intere senza infliggere un danno pari al nemico. Ci stiamo esaurendo proprio quando tutto raccomanda la prudenza e l’economia di ogni nostra forza”.

Esempi di doppiezza

Rino Alessi

Tra i giornalisti, nelle comunicazioni riservate, spesso emergeva il loro disagio muovendosi tra falsità pubbliche e verità private. Uno di questi fu Rino Alessi. Lo testimonia la sua corrispondenza con il direttore del “Secolo” Giuseppe Pontremoli.

Ugo Ojetti

Ugo Ojetti fu un giornalista di punta del “Corriere”. Fu subito accanto a Cadorna a Udine. A partire dal gennaio del ’16 Cadorna gli affida l’Ufficio stampa e dopo Caporetto diventa direttore della Commissione centrale per la propaganda verso il nemico.

Sosteneva che “la prima propaganda è quella per gli occhi. La propaganda in cui non si dubita e non si dimentica”. Tra i suoi vari compiti c’era quello di vagliare le immagini (fotografie).

Anche nel suo caso la verità delle cose poteva emergere solo nelle lettere private.

“Tolmino… eh no, Tolmino è impossibile. Le cause? Cattive informazioni, mediocri osservazioni di aeroplani; artiglieria avversaria potente; guerra d’assedio ecc. ecc… E l’umore del Capo? Da due giorni è un po’ nervoso…

Oggi è stato qui Barzini. Umore nerissimo. Non si spunta, artiglieria deficiente, arriva sempre in ritardo mentre quella avversaria pochi secondi dopo un principio di avanzata nostra ci fulmina. Collegamenti telefonici pessimi. Lungaggini burocratiche inaudite prima di comunicare un tiro. Aeroplani nostri fotografano ma non guardano. Generali spaventati da presentare a Cadorna questa difficoltà. Mancanza di munizioni adatte alla guerra di trincea, mancanza di difesa. Soldati stanchi, sfiduciati”. Poi racconta che i comandi hanno tolto il premio di 200 lire e 20 giorni di licenza a chi metteva i tubi di gelatina sotto i reticolati. “Ora si va all’assalto e basta. E i tubi non esplodono…”, da Ugo Ojetti a Luigi Albertini, 1 novembre ‘15

Cosa sapevano i lettori?

La disinformazione regnò incontrastata. Durante la guerra scomparvero dai giornali anche le notizie interne relative agli scontri parlamentari, gli scioperi, le manifestazioni neutraliste o pacifiste, le difficoltà nei trasporti e nei rifornimenti alle città. Perfino notizie di scosse telluriche o inondazioni non furono diffuse per evitare di allarmare la popolazione. Il tutto con procedure e metodi che poi avranno seguito nell’Italia fascista.

Tra i giornali del periodo neutralista solo l’”Avanti!” portava avanti una sua linea coerente non a caso fortemente osteggiata dalla censura.

Cosa si pensava in trincea?

Tra le truppe c’erano molti malumori perché delle reali condizioni di vita e di morte nelle trincee non c’era niente sui giornali. “Se vedo Barzino gli sparo” (fante anonimo) era largamente diffusa tra i soldati.

Giulio Berni, un giovane interventista triestino, scrisse una poesia, “Propaganda”:

“Dentro la trincea

arrivavano i giornali

– così detti di “propaganda” –

e poiché non c’era carta

i soldati li prendevano

e si pulivano il culo”

Non molto diversa questa testimonianza di un soldato di cui conosciamo nome e cognome. Si tratta di Beppe Manetti di Bagno a Ripoli: “Questi della stampa che esaltano tanto la guerra – scrive alla data 30 agosto 1917 – o per meglio dire liela fanno esaltare vorrei che venissero dove si va noi per vedere se poi avessero il coraggio di esaltarla ancora io credo che quando ci fossero stati tre giorni non solo esalterebbero più la guerra ma cercherebbero di concludere la pace al più presto perché non è questione di morire, la morte di per sé non sarebbe niente ma il vedersi la morte tutti i minuti passare con la sua spettra falce a mezzo centimentro alla gola e peggio ancora e la vita che facciamo non dirrò tanto per il mangiare e bere che tante volte ne soffriamo ma e il riposo che non si sogna per cosi dire mai dormire si tratta di una tana come fanno i toppi (topi) e li quando piove ci piove come a esser fori e non ci e mezzo di asciugarsi fino  che non sorte fori il sole e poi i nostri cari giornalisti esaltano la guerra…” (in Antonio Gibelli, “La guerra grande. Storie di gente comune”, Laterza 2014, p. 82

Anche un ufficiale (poi storico tra i più importanti), fortemente impegnato moralmente nella guerra come Adolfo Omodeo non riesce a trattenersi pensando ai “giornalisti in trincea”: “Sopra tutto inaspriva i soldati la falsificazione della loro psicologia, come di gente che in guerra si divertisse e ci pigliasse gusto, né più né meno che ad uno sport. Questo pareva una offesa alle loro sofferenze e al loro dolore, e quasi un invito ai rimasti a dimenticarli” (Momenti, p. 4, nota).

Un soldato semplice fu condannato a 22 mesi di reclusione per aver scritto a casa che i soldati vanno al macello perché temono la fucilazione e non come scrivono i giornali.

Sono evidenti i danni morali tra i soldati e gli ufficiali a più diretto contatto con i soldati da questo cumulo di menzogne che era la carta stampata italiana.

Video Monicelli

La censura all’estero

All’estero non è che le cose cambiassero: “La salute è così buona che difficilmente si sente parlare di indigestione. La vita all’aria aperta, il vitto abbondante e regolare, l’esercizio e la mancanza di preoccupazioni o responsabilità rendono i soldati straordinariamente forti e soddisfatti” (da un articolo apparso sulla stampa inglese).

Oppure un giornalista inglese, con grande schiettezza, Philip Gibbs: “Ci identificavamo completamente con le truppe al fronte. Non c’era bisogno di censure nei nostri dispacci. Eravamo noi stessi i nostri censori”.

Si arrivò al paradosso che i giornali inglesi pubblicarono il comunicato ufficiale del quartier generale dell’esercito britannico dopo il primo giorno della Somme: “Grazie alla preparazione completa ed efficace dell’artiglieria e grazie al contributo della nostra fanteria, le nostre perdite sono state molto lievi” (!)

“Purchè non si scriva né dell’autorità né del governo, né della politica o del numero dei morti, e nemmeno delle società di credito, dei feriti, delle atrocità tedesche e del servizio delle poste, si può stampare qualunque cosa sotto gli occhi di due o tre ispettori della censura” (ironia di un redattore del “Figaro”, sett. ’15).

Caporetto

Vista l’entità del disastro italiano con l’offensiva austro-tedesca che inizia il 24 ottobre del ’17, è interessante anche in questo momento critico vedere il comportamento della stampa.

Un caso emblematico, il “Gazzettino” di Venezia nei giorni dello sfondamento nemico.

Giovedì 25 ottobre

Bollettino di Cadorna: “L’urto nemico ci trova ben preparati”

“Gazzettino” (prima pagina): “La grande offensiva austro-germanica fiascheggia sul fronte italiano”

Venerdì 26

Bollettino Cadorna: “Il nemico ha passato in qualche punto l’Isonzo”

“Gazzettino”: “Bollettino dell’avanzata francese: 70 cannoni, 30 lanciafiamme, 80 mitragliatrici, oltre 8000 prigionieri”

Sabato 27

Bollettino Cadorna: “Si è ripiegato da Monte Maggiore e si sgombera la Bainsizza”

“Gazzettino”: “I francesi avanzano ancora. Altri 2000 prigionieri, oltre 40 cannoni”. Solo in una mezzacolonna in prima, “Abbiamo fiducia!” dove il corrispondente scrive che “la Bainsizza ha un’importanza relativa”

Domenica 28

Bollettino Cadorna: “Il nemico ha superato in più punti la linea del confine”

“Gazzettino”: “Anche la Repubblica del Brasile ha dichiarato guerra alla Germania. L’avanzata nemica arrestata”

Lunedì 29

Bollettino Cadorna: si critica “la deficiente resistenza di alcuni reparti della II Armata”

“Gazzettino”: il quotidiano inaugura una serie di prime pagine senza titolo mentre “continua il ripiegamento sulle posizioni prestabilite”

“Specchio di molte verità, la guerra esalta le funzioni di manipolazione della stampa” (Isnenghi, il Mito, pp. 368)

Dopo Caporetto

Dalla “disciplina della coercizione” (Cadorna) alla “disciplina della persuasione” (Diaz)

Dopo Caporetto l’azione di governo e autorità militari si muove su due binari:

–         intervento repressivo nei confronti dei disfattisti all’interno (es. arresto di esponenti socialisti, “caccia al disfattista”, censura…)

–         politica del consenso con tratti molto moderni dove si prepara un terreno fertile al futuro stato totalitario

Con lo sfondamento del fronte i giornalisti furono subito relegati a Udine e poi a Padova. La mancanza di bollettini per diversi giorni provocò un vero black out sulla stampa.

Solo dalla fine di novembre le cose tornarono normali con l’autorizzazione a dispacci quotidiani di 500 parole “prive di retorica”, raccomandava il Comando supremo affidato a Diaz.

Il “Servizio P”

Solo dopo Caporetto fu sfruttato il potenziale della stampa con il “servizio P” (ufficialmente dal gennaio ’18) dalla cui attività nacquero i “giornali di trincea” (dal marzo ’18).

La chiave di volta è rappresentata dagli ufficiali di complemento i quali vivevano in trincea a contatto con le truppe, erano spesso laureati e la loro parola era ascoltata dai soldati. In precedenza le concioni erano tenute da ufficiali effettivi, imboscati agli occhi dei soldati, i quali arrivavano in automobile e ripartivano subito dopo un bell’esercizio di retorica.

Furono circa 1500 i sottufficiali che entrarono nell’organizzazione. Operarono nel “servizio P.” intellettuali del calibro di Ungaretti, De Chirico, Lombardo Radice, Alfredo Rocco, Pietro Calamandrei, Gioacchino Volpe, Giuseppe Prezzolini, Massimo Bontempelli, Mario Sironi.

A capo dell’”Ufficio P.” fu chiamato Giuseppe Lombardo Radice, uno dei pedagogisti più famosi dell’epoca il cui obiettivo era un radicale mutamento della scuola italiana con il coinvolgimento del bambino. E appunto il soldato-bambino avrebbe dovuto diventare il punto di riferimento di questa nuova pedagia capace di assorbire il soldato nella nazione dando ad esso valori orali e patriottici che avrebbero guidato la sua azione.

I “Giornali di trincea”

Con i giornali di trincea si tenta di “riassorbire il proletariato nella nazione” (Isnenghi) anche con le tante iniziative e novità introdotte da Diaz fino a prefigurare la terra ai contadini dopo la vittoria.

L’obiettivo dei giornali di trincea era sollevare il morale dei soldati ma soprattutto introdurre nei pensieri e nelle riflessioni temi di carattere patriottico fino a quel momento riservati solo ai discorsi colmi di retorica degli ufficiali di carriera.

Il tono dei giornaletti è leggero e umoristico con molti disegni e immagini ma il solo aspetto distensivo non deve trarre in inganno. L’obiettivo era arrivare alla testa e al cuore dei combattenti con una propaganda studiata a tavolino e praticata con modalità del tutto nuove.

Prima di questo momento nessuno aveva pensato di introdurre giornali scritti tra i combattenti. In Francia e in Austria la situazione invece era diversa: a Bolzano era stampato in 8000 copie il “Soldaten Zeitung” diretto da Robert Musil.

In ogni caso si trattò del primo cosciente tentativo in Italia di “condizionamento e formazione dell’opinione pubblica in chiave nazional-patriottica” (A. Gibelli, “La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918”, BUR 2014, p. 134).

Ciò che la scuola non aveva ancora fatto e la stampa sembrava incapace di attuare (una letteratura popolare capace di inserire le masse popolari nella vita della nazione) fu tentato attraverso i “giornali di trincea”.

Le più diffuse Testate

“Il Razzo”. Giornale della VII armata / “Il 13” (XIII corpo d’armata) / “Savoia” (Giornale del XXVIII corpo d’armata / “La voce del Piave” (XI corpo d’armata) / “La Trincea. Periodico del soldato” / “L’eco della trincea” (XIV corpo d’armata) /  “La giberna”.

Il più importante fu “L’Astico” diretto da Piero Jahier con chiare e coerenti intenzioni pedagogiche.

Jahier si propose di rafforzare quel “collegamento tra uomini” che aveva consentito il miracolo del Piave e quella “disciplina vera che si chiama fratellanza nel dovere, per la quale siamo tutti uguali – sia il nostro dovere comandare o ubbidire – e ci chiamiamo compagni”.

Finita la guerra questi giornali scomparvero (era inevitabile) ma l’esperienza non servì per far nascere in Italia una vera e propria stampa popolare (limite oggettivo della classe dirigente già sottolineato da Gramsci nei “Quaderni”).

La propaganda nei giornali di trincea

Nei giornali di trincea uno dei miti più agitati è Wilson con l’America, terra di libertà, giustizia, uguaglianza e opportunità. Il “mito americano” nasce in contrapposizione con il mito bolscevico.

Esiziale fu la “costruzione del nemico” e l’esaltazione dei propri nobili scopi in guerra. L’avversario viene “animalizzato” con tinte biologiste e razziste.

Nessuna esitazione a valorizzare le motivazioni che avevano portato l’Italia in guerra denigrando quelle avversarie.

Rimangono forti dubbi sui risultati effettivamente raggiunti in merito alla propaganda e alla formazione di un “italiano nuovo” temprato dalle trincee e consapevole dei fini “democratici” della guerra. Probabilmente i giornali di trincea servirono più ad affratellare la futura classe dirigente italiana di fronte a un progetto di unità nazionale dopo il terribile shock di Caporetto.

Esito

Nelle condizioni in cui si travava la stampa nel 1918 non fu difficile a Mussolini qualche anno dopo fascistizzare la stampa liberale dopo aver soppresso la stampa avversaria.

Nel ’29 Ermanno Amicucci (segretario del Sindacato nazionale giornalisti) disse: “Abbiamo abbattuto i falsi idoli della libertà di stampa e del “quarto potere” e vi abbiamo sostituito la responsabilità di un giornalismo che si considera unicamente al servizio del regime, strumento importantissimo dell’educazione del popolo”.

Sono parole che avrebbero potuto benissimo riferirsi al giornalismo del periodo 1915-18: l’informazione al servizio degli scopi di guerra, i giornalisti trasformati in propagandisti.

Agli inizi della seconda guerra mondiale non ci fu bisogno della censura perché la stampa fascista aveva assunto quei “caratteri straordinari” sperimentati dal giornalismo italiano durante la Grande guerra.

Conclusione

Riflettere su questi temi è oggi importante. Ne deriva una lezione di scetticismo sul ruolo dei giornalisti nell’informazione (tranne rari casi) e sulla cosiddetta “libertà di espressione e di parola” dei giornali, soprattutto nei momenti di guerra o di grave crisi nel paese.