Le donne nella Grande Guerra

Le donne nella Grande Guerra

Introduzione

Il centenario della Grande Guerra si sta rivelando un’ottima occasione per conoscere e approfondire capitoli di storia finora poco o nulla conosciuti.

Uno di questi è sicuramente il ruolo delle donne all’interno della Prima guerra mondiale. Fino a poco fa erano davvero pochi i libri in lingua italiana che parlavano di questo argomento.

Era inevitabile che per lungo tempo l’attenzione degli storici andasse agli aspetti politici e diplomatici della guerra, alle grandi battaglie, agli armamenti, alle varie fasi della guerra … negli ultimi anni sono stati recuperati altri aspetti, quali la vita quotidiana del soldato in trincea, le memorie dei combattenti, il fronte interno e appunto il ruolo delle donne.

Una prospettiva di storia “dal basso” doveva favorire prima o poi l’analisi dell’universo femminile durante la guerra.

Come premessa potrei dire che la guerra segnò in alcuni casi profonde fratture nella condizione della donna rispetto alla realtà precedente.

Le donne entrarono massicciamente nelle fabbriche, sostituirono il lavoro maschile nei campi, occuparono ruoli fino a quel momento totalmente maschili come tranviere, postine, boscaiole, conduttrici di macchina agricole …

Diedero nel complesso un decisivo contributo alla grande guerra italiana con impegno, capacità e abnegazione fino al novembre ’18. Finita la guerra poi ci fu il “ritorno all’ordine” e le donne tornarono alle occupazioni tradizionali perché era necessario dare lavoro ai reduci.

Fu vera emancipazione? Durante la guerra le donne vissero meglio? Le donne dopo il 1918 videro aprirsi una nuova epoca? I giudizi degli storici sono sfumati. In ogni caso tenteremo anche noi un giudizio alla fine.

Vediamo un primo video con immagini dell’epoca.

Bisogno di manodopera

Il punto di partenza del nostro discorso è l’enorme mobilitazione di uomini atti alle armi. Dal 1 agosto 1914 all’11 novembre 1918 furono mobilitati 66 milioni di uomini. Numero che cancella qualunque confronto con le guerre precedenti.

I politici e i generali dei vari eserciti erano convinti che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa. “A natale a casa!” dicevano i soldati nel momento della partenza. “Affari come prima!”, dicevano gli uomini d’affari non presagendo quanto la guerra sarebbe stata lunga e favorevole ai loro interessi.

Arrivò il primo Natale e i fronti erano immobili. Fu gioco forza predisporre piani di mobilitazione del fronte interno tali da permettere la continuazione della guerra.

Ogni Paese decise come sfruttare al meglio le risorse, le materie prime, le potenzialità industriali e appunto la manodopera che ora scarseggiava paurosamente e senza un’abbondante manodopera a buon mercato la guerra sarebbe stata persa rapidamente.

Qui entrarono in gioco le donne e in tutti i Paesi coinvolti nel conflitto.

Donne in fabbrica

Sarebbe ingiusto dire che le donne entrarono in fabbrica a livello europeo solo dall’inizio del ’15, quando era evidente che la guerra sarebbe stata lunga e avrebbe sfruttato ogni risorsa.

Era dalla prima rivoluzione industriale in Gran Bretagna che le donne erano protagoniste nel settore tessile. Ora però l’occupazione femminile subì un notevole incremento.

In Gran Bretagna l’incremento fu del 50% delle donne al lavoro (1 milione di donne nelle fabbriche). In Francia l’incremento è del 20% (400mila unità. In Italia le donne nelle sole fabbriche belliche furono 200mila (un terzo del totale). Nel settore tessile si assistette a un incremento del 60% dell’occupazione femminile. Nel settore industriale nel 1918 si contavano più di 1 milione e 200mila donne.

Molte donne italiane entrarono in fabbrica perché il loro marito era stato intruppato nell’esercito e a casa il sussidio che ricevevano era stato tenuto basso volutamente per favorire l’occupazione femminile nelle industrie. La necessità di sfamare i figli portò molte donne per la prima volta a varcare i cancelli delle fabbriche.

Lo Stato italiano era molto munifico nei confronti degli industriali che producevano armi o materiale bellico (prezzi di vendita alti, qualità spesso pessima, truffe e raggiri nei confronti dello Stato) ma le famiglie operaie erano tenute nell’indigenza, anche in quelle in cui il capofamiglia era al fronte.

Nelle fabbriche il lavoro delle donne e dei bambini era reso molto duro a causa dei lunghi orari di lavoro ma anche a causa della soppressione di qualunque forma di difesa sindacale: gli scioperi erano proibiti, l’assenza non giustificata poteva provocare il deferimento all’autorità militare, i ritmi di lavoro erano molto alti, gli incidenti quotidiani … quindi nessuna tutela di tipo sindacale.

In poche parole le fabbriche erano state militarizzate e durante il lavoro valevano le stesse regole del militare al fronte.

E’ inutile dire che l’infanzia soffrì molto, praticamente crebbe sulla strada perché i padri erano al fronte e le madri in fabbrica.

Donne che organizzano scioperi

In questo conteso di sfruttamento le donne impararono presto che cos’era uno sciopero, anche se pratica proibita dalle leggi della fabbrica militarizzata.

Ad esempio, nel maggio del 1914 si astennero dal lavoro le operaie delle industrie tessili di Como, Vigevano e Borgosesia, nell’agosto del 1915 le operaie tessili di Torino; a settembre e a novembre l’agitazione si estese dal Milanese al Novarese e nel 1918, sebbene sul finire della guerra, riuscirono ad ottenere qualche aumento di salario e alcune categorie anche l’orario ridotto a otto ore.

Un “mondo alla rovescia”

Ma a colpire maggiormente l’immaginario collettivo fu soprattutto la comparsa delle donne in occupazioni tradizionalmente inconsuete,  in una specie di “mondo alla rovescia”. Spesso quotidiani e riviste dell’epoca sfoggiavano clamorose fotografie di donne italiane o straniere impegnate come spazzine, tranviere, barbiere, tassiste, campanare, direttrici d’orchestra, boscaiole, cancellieri di tribunale, ecc.. Il famoso motto di Guglielmo II sembrava finito per sempre in soffitta: “kucke, kinder e kirche (cucina, bambini e chiesa).

Del resto, in Italia, quando i conduttori dei tram furono sostituiti dalle donne ci fu una levata di scudi perbenista, in quanto questo lavoro poneva le donne a diretto contatto degli uomini e solo donne di scarsa levatura morale potevano accettare tali rischi, sebbene l’amministrazione pare che avesse avuto l’accortezza di scegliere per la bisogna ragazzone robuste dall’aspetto alquanto virile.

Alla fine però anche questa novità finì per essere accettata per amor di patria, ma quando una mattina videro delle donne realmente impegnate a guidare i tram, l’opinione pubblica si scatenò: i tram sarebbero deragliati e si sarebbero contati i morti, previsione che si rivelò priva di fondamento, perché il numero degli incidenti non alterò le statistiche precedenti.

L’OPINIONE PUBBLICA

Con un giudizio fulminante lo scrittore Ugo Ojetti, corrispondente di guerra del Corriere della Sera, così si esprimeva nel 1917: “La fiumana di donne penetra, gorgogliando e frusciando, nei luoghi degli uomini: campi, fabbriche… Talune, è vero, assomigliano ai bambini, specie quando ancora non ne hanno di propri: si stancano, si distraggono, sospirano, litigano, s’impuntano, scioperano, minacciano, strillano. Ma le più, insomma, lavorano e sono preziose, e s’ha bisogno di loro… La donna è prima di tutto un essere pratico il cui lavoro sociale è utilissimo …”. Rara sintesi di pregiudizi e valutazione positiva del lavoro femminile.

Ruoli femminili.  Le crocerossine

Nonostante l’ampiezza del lavoro in fabbrica, nei campi e nelle nuove occupazioni “maschili” i compiti in cui la donna è più frequentemente rappresentata al tempo della Grande Guerra sono quelli più tradizionali dell’infermiera e della dama di carità, che sottolineano il ruolo tipicamente femminile di angelo consolatore, di custode dell’uomo.

Mentre ai medici professionisti erano affidate diagnosi e terapia, le infermiere venivano quasi sempre relegate al compito materno della cura e della consolazione dei pazienti. Come scrisse un medico francese: “Ai medici la ferita, alle infermiere il ferito”.

In Italia il volontariato femminile, sotto l’egida della Croce Rossa, sorta nel 1864, venne successivamente incentivato da donne del ceto medio-alto come  Sita Camperio Meyer, figlia di un ufficiale che aveva svolto una missione in Manciuria al tempo della guerra russo-giapponese del 1904-1905 e aveva avuto modo di apprezzare il contributo delle donne all’organizzazione sanitaria dell’esercito russo.

La Croce Rossa aveva permesso alla Camperio Meyer di fondare a Milano nel 1908 la prima scuola italiana per infermiere per la formazione professionale.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’organizzazione della Croce Rossa mobilitò moltissime infermiere volontarie, che trovarono impiego immediato nelle opere di assistenza sanitaria nelle immediate retrovie, nei treni-ospedale e negli ospedali più grandi, lontani dal fronte. Nel 1917 le infermiere della  Croce Rossa erano quasi 10.000, e altrettante quelle organizzate da altre associazioni di soccorso.

In ultima analisi, non si devono trascurare gli immensi rischi e le estenuanti fatiche che caratterizzavano il lavoro e la vita stessa delle infermiere, soprattutto di quelle impegnate in zona di guerra. Infezioni mortali, avvelenamento dal contatto con soldati gassati, turni massacranti e un inumano stress psicologico, lasciavano poco spazio alle relazioni sentimentali e a qualsiasi tipo di svago o passatempo.

Quarantaquattro di loro morirono sotto i bombardamenti o infettate dai malati nei vari ospedali. la più famosa delle crocerossine morte nell’adempimento del dovere è Margherita Kaiser Parodi Orlando, medaglia di bronzo al valor militare per essere rimasto a curare i feriti nonostante il bombardamento. in realtà morì di spagnola il 1 dicembre del ’17. Le sue spoglie si trovano nel grande cimitero di Redipuglia. Margherita è l’unica donna inumata!
ASSISTENZIALISMO PATRIOTTICO FEMMINILE

Le donne aderirono spesso con grandi entusiasmi a favore del proprio Paese impegnato in guerra.

Le donne della propaganda organizzavano balli, lotterie e pesche di beneficenza, e vendevano persino, a ben cento lire, un “bacio patriottico”. Una maestrina, Luigia Ciappi, diventò simbolo delle virtù guerriere delle donne, perché si travestì da soldato e tentò di partire per il fronte.

Ci fu anche un volontariato espresso esclusivamente dalle donne di estrazione borghese e aristocratica. Le cosiddette “Dame visitatrici” e quelle che si mettevano a disposizione dei vari Uffici Assistenza e Uffici Dono, avevano il compito di recare aiuto, sostegno e conforto alle famiglie dei mobilitati nonché agli stessi soldati quando si trovavano in licenza, nelle retrovie o negli ospedali.

L’arte del riciclaggio

Altre donne, soprattutto dell’aristocrazia e dall’alta borghesia, che non avevano l’obbligo di guadagnarsi da vivere nelle fabbriche o nei campi, si dedicarono all’arte del risparmio e “riciclaggio”.

Si utilizzarono, per farne cappotti, parti di pellicce prelevate da indumenti usati, si promosse allo stesso scopo l’allevamento dei conigli, si inventarono forme di riuso della carta di giornale per riscaldare il rancio nelle gavette, o speciali superfici compresse detti “coltroni” (grandi coltri) che proteggevano i soldati dal vento e dal freddo. Si inventarono speciali indumenti antiparassitari, contenenti miscele per tener lontani i pidocchi che tormentavano i fanti in trincea. Si provvide anche ad organizzare la raccolta dei nocciòli di vari frutti (pesche, albicocche e prugne) per vari usi farmacologici e di saponificazione.

Persino la maschera antigas, simbolo di una guerra combattuta coi mezzi più terrificanti, fu inventata, a quanto pare, dalle donne di un comitato bolognese, prima di essere perfezionata da esperti di chimica e di essere prodotta in scala industriale dai militari.

Femminismo o patriottismo?

Non c’è tanto femminismo ante litteram dietro tutto questo protagonismo quanto spirito patriottico di fronte al quale le donne sono in prima linea.

Bello o brutto che sia è il patriottismo a guidare la donne in questa discesa in campo nei vari impieghi. Non il patriottismo che predicava la distruzione del nemico quanto la necessità di fare qualcosa per i soldati al fronte.

Non dobbiamo sorprenderci di questo patriottismo al femminile perché tutta l’Europa fu travolta dal nazionalismo quando spararono i primi “cannoni d’agosto” e le donne non potevano essere un’eccezione.

Il movimento femminista internazionale si dissolse subito con l’inizio della guerra e così ogni appello alla pace. Ogni movimento femminista nazionale sposò gli ideali del proprio paese chiedendo da subito un maggiore impiego delle donne nelle attività più diverse. Le femministe vedono la guerra come trampolino di lancio per successive conquiste di parificazione tra i sessi.

Tra le più decise a favore della guerra vi furono le suffragette inglesi, capitanate da Emmeline Pankhurst, le quali chiesero subito che le donne fossero assunte nelle fabbriche d’armi. Evidentemente era anche questa una tappa per l’emancipazione …

In Italia

L’Unione femminile italiana era nata a Milano nel 1899 e reclutava molte donne socialiste e democratiche, tra di esse Anna Kuliscioff. Allo scoppio della guerra nel ’15 l’Unione femminile scelse l’Italia con opere di assistenza e dopo Caporetto assunse toni da crociata contro i disfattisti

Il motto dell’Unione femminile era: “Fintantoché dura la guerra le donne del nemico saranno nemico anch’esse”.

MODA FEMMINILE E GRANDE GUERRA

Anche la moda fu influenzata dalla Grande Guerra. Finita la guerra i vestiti femminili divennero più pratici e l’eleganza raffinata della Bella Epoque fu definitivamente abbandonata.

Con l’ingresso delle donne nelle fabbriche, le gonne lunghe e strette si presentano fastidiose nel lavoro quotidiano, lasciando il posto a quelle più corte e più comode. Gli abiti spesso assumono la forma delle giacche militari. Perfino i colori abbandonano la sfarzosa fantasia e il lusso degli anni precedenti, in nome del rigore della guerra. Anche le pettinature sono più sbrigative, con capelli tirati indietro e più corti.

Sul finire della guerra la moda assecondò queste tendenze fino a decretare la fine della donna Belle Epoque. La stilista più amata e celebrata fu Coco Chanel, la quale diceva che le nuove idee le venivano rovistando gli abiti dei suoi amanti uomini.

Tra emancipazione e cambiamento
Malgrado tutto questo, i rapporti familiari non subirono particolari trasformazioni. Rimaneva pressoché inalterato il primato maschile e quello di genitori e “vecchi”. La donna giovane doveva rimanere sottomessa, e poiché la fonte dell’autorità – ossia il marito – era lontana, essa passava spesso ai suoceri.

Ma qualcosa nonostante tutto cambiò: le donne non sposate iniziarono a bere alcolici, a fumare, ad uscire di sera e a frequentare locali di divertimento, che prima erano considerati prerogativa dei maschi adulti. Lo scandalo per i benpensanti fu grande.

GRANDE GUERRA, DONNE, CULTURA E POLITICA

Ci furono altri cambiamenti positivi nella vita delle donne, almeno quelle delle classi superiori.

Durante la guerra aumentò il numero delle donne che frequentavano gli istituti superiori; nell’anno accademico 1917-18 23.000 maschi e circa 2.000 femmine frequentarono le 17 università governative e le 4 libere. Nel 1917 si laurearono 108 dottoresse in lettere, 4 in scienze economiche e commerciali, 81 in matematica, 7 in farmacia, 6 in medicina, 1 ingegneria e 1 in agraria, ma nel 1918 ci fu una flessione, sebbene il numero rimanesse superiore a quello di prima della guerra.

Ristagnarono invece i progressi nella situazione politica e giuridica della donna, solo in Gran Bretagna il 28 marzo 1917 venne varato il progetto di legge che concedeva il voto alle donne che avessero compiuto trent’anni.

DOPO LA GUERRA

L’esigenza di trovare un lavoro per i reduci spinse talvolta al licenziamento rapido e completo delle donne dalle occupazioni che avevano ricoperto, anche se in alcuni settori, per esempio nel terziario, la loro presenza continuò nonostante tutto a crescere.

La difficoltà di trovare lavoro scatenò la guerra dei sessi che naturalmente fu perduta dalle donne.

La retorica dominante fu infatti quella che prescriveva alle donne il rientro nei ranghi, nei ruoli familiari, nei compiti procreativi e materni. Poi in Italia arrivò il fascismo e la condizione subalterna della donna venne rigidamente prescritta.

Fu vera emancipazione?

Difficile dare una risposta univoca.  Dobbiamo considerare le realtà dei singoli paesi, il ruolo sociale delle donne, la loro età, le condizioni di tempo e tante altre variabili. Oggi gli storici sono piuttosto scettici sulle opportunità di vera emancipazione femminile durante e dopo la guerra.

Pensiamo solamente al peso del lutto che condizionò molto le donne contadine e la loro rielaborazione dell’esperienza durante la guerra. Oppure il fatto che le donne furono espulse dalle fabbriche appena finita la guerra. Oppure ancora a molte donne costrette al nubilato a causa dell’enorme numero di maschi morto in guerra. E poi la fame, il freddo, le malattie nelle città e nei villaggi durante la guerra, il sovraccarico di lavoro in famiglia … senza dimenticare le donne che subirono violenze nelle zone conquistate dagli eserciti nemici con stupri, uccisioni e la pesante eredità dei “figli della guerra”.

Forse la guerra fu un’opportunità di emancipazione solo per le giovani donne della piccola media borghesia le quali approfittarono di spazi lavorativi e di opportunità di studio prima preclusi accanto a nuove opportunità di tempo libero e libertà sessuale. Pensiamo all’immagine della garconne degli anni Venti (favorevoli cambiamenti anche nel vestiario).

Conclusione

Tuttavia, in conclusione, seppure con molte contraddizioni la Grande Guerra incrinò i modelli di comportamento precedenti, le relazioni tra uomini e donne, mettendo in discussione gerarchie e autorità ritenute immutabili.

I frutti però si sarebbero visti solo nel secondo dopoguerra quando nelle società occidentali la piena occupazione femminile creò condizioni prima impensabili di emancipazione e parità di diritti.

In questo cammino accidentato delle donne verso la parità dei diritti la Grande Guerra ha avuto un’importanza notevole.