Vita e morte nelle trincee della Grande Guerra

Vita e morte nelle trincee della Grande Guerra

Appunti per una conferenza

Il tema di questo incontro è la Grande Guerra, ossia la prima guerra mondiale, e verrà trattato con letture e sequenze di film famosi.

Ma l’argomento specifico che vorrei trattare è la guerra di trincea, che è una condizione del tutto particolare del Primo conflitto, soprattutto lungo il fronte occidentale, dal Mare del nord alla Svizzera per 800 chilometri e poi lungo il fronte italo-austriaco, dallo Stelvio fino all’Adriatico per altri 600 chilometri.

Ma prima di parlare soprattutto della guerra italiana, di Cadorna e delle strategie belliche dello Stato Maggiore italiano, e delle centinaia di migliaia di morti, feriti e mutilati, vorrei iniziare con un paio di premesse.

Ha senso oggi parlare della prima guerra mondiale? Sicuramente sì per noi che siamo qui questa sera…  ma per l’opinione pubblica? Nella scuola italiana? Non c’è il rischio di pensare che siano avvenimenti molto lontani, forse troppo? Che ci siano guerre oggi di cui dovremmo parlare invece di occuparci di ciò che è accaduto più di 90 anni fa?

Dal 4 novembre 1918 ad oggi sono passati 93 anni, pochi per la storia contemporanea e sicuramente pochi alla luce della centralità che ancora oggi ha la Grande guerra nella storia del Novecento e nell’ambito della stretta attualità.

Appunto, qual è l’attualità della g.g?

Pensiamo solamente al conflitto arabo-israeliano, che nasce nel 1948 con la nascita dello stato di Israele e ancora oggi appare lontano da ogni soluzione ragionevole. Ebbene le cause del conflitto arabo-israeliano nascono nel 1917, quindi in piena guerra, quando il ministro degli esteri inglese, lord Balfour, promette agli ebrei la nascita di un focolare, ossia di una patria, in Palestina, soprattutto per avere l’appoggio degli ebrei americani nell’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Germania.

Ma promettendo una patria agli ebrei europei, gli inglesi creano le condizioni di un conflitto arabo-israeliano che ancora oggi dopo 90 anni è lontano da qualunque risoluzione.

Oppure pensiamo a quanto è accaduto in Jugoslavia nel corso degli anni Novanta con la guerra civile e la contrapposizione feroce tra serbi, croati e bosniaci. La radice del conflitto che ancora oggi cova sotto la cenere è la nascita della Jugoslavia alla fine del conflitto con la dissoluzione dell’impero austro-ungarico.

Conflitto arabo-israeliano e tensioni nei Balcani sono due esempi di quanto sia vicina a noi la prima guerra mondiale.

Ma anche tornando indietro e analizzando la storia europea della prima metà del Novecento, ci accorgiamo quanto la storia di quei decenni sia debitrice della Grande guerra.

Se vogliamo capire quando inizi l’egemonia americana nel mondo dobbiamo tornare alla Grande Guerra; se vogliamo datare la crescita mondiale del Giappone e l’inizio dell’imperialismo del Sol Levante dobbiamo sempre tornare alla Prima guerra mondiale.

Quando inizia la decadenza dell’Europa dopo secoli di centralità mondiale? Sempre nel 1918 e a vantaggio degli Stati Uniti. Quando si pongono le basi della fine del colonialismo con l’indipendenza dei popoli africani e asiatici? Sempre durante la Grande Guerra.

Non dimentichiamo che durante la prima guerra mond. la Russia diventa comunista aprendo un periodo storico che si sarebbe concluso solo con l’inizio degli anni Novanta. E questo avvenne esattamente 91 anni fa quando i bolscevichi presero il potere il 6-7 novembre del ’17.

 

In Italia non si capirebbe la Marcia su Roma dell’ottobre del ’22 senza la guerra che era appena terminata. Senza la guerra non potremmo capire neppure la paradossale debolezza degli ultimi governi liberali che consegnano di fatto il potere al fascismo.

Il fascismo stesso è figlio della Grande Guerra perché il primo fascismo vede il protagonismo di uomini che hanno materialmente combattuto nella guerra e ora aspirano a guidare l’Italia.

Lo stesso Mussolini, seppure per poco, dopo aver esaltato la guerra rompendo con il partito socialista, combatte alcune battaglie lungo l’Isonzo fino al momento in cui un incidente lo riporta alla guida del “Popolo d’Italia”.

E neppure le foibe potremmo capire senza questa guerra. Finita la guerra diventano italiane alcune terre dove gli italiani sono in minoranza, come l’Istria e alcune zone della Dalmazia. E quando arriverà l’8 settembre del ’43 verranno a galla i tanti torti, le tante violenze che gli slavi hanno subito nelle loro terre.

Anche la decadenza di Trieste dopo il ’18 è una conseguenza del Primo conflitto: il passaggio allo Stato italiano fa di Trieste un porto periferico rispetto alla centralità che la città e il suo porto avevano durante l’impero asburgico.

 

E poi le radici della seconda guerra mondiale sono sempre nella prima. L’ascesa al potere del nazionalsocialismo è figlio della durezza del trattamento della Germania a Versailles. Complice anche la crisi del ’29 che si abbatte pesantemente sulla Germania Hitler arriva al potere nel gennaio del ’33 agitando temi cari ai tedeschi quali, per esempio, le durissime condizioni di pace che francesi, inglesi e americani impongono a una Germania dissanguata.

Secondo alcuni storici addirittura sarebbe stata combattuta una lunga guerra civile europea durata dal 1914 al 1945 con vent’anni di pace relativa.

Si potrebbe continuare ancora in questa carrellata di avvenimenti che trovano la loro radice nella guerra scoppiata nel 1914.

Sarebbe interessante ricordare per esempio che il primo genocidio nella storia del ‘900 non è quello ebraico ma colpisce gli armeni con un milione di vittime. Sono i turchi ad attuare questo vero e proprio genocidio tra il 1915 e il ’16 uccidendo i due terzi della popolazione armena dell’epoca.

Il gas di Auschwitz ha il precedente nei gas utilizzati durante il primo conflitto sui campi di battaglia.

Ma il continuo richiamo alla Grande Guerra quale “madre” di tutti i conflitti e i genocidi successivi non è il tema di questa sera.

Se mi è concesso solo qualche secondo per alleggerire un poco il discorso, potrei ricordare che la prima guerra mondiale è entrata anche nel linguaggio quotidiano e nelle nostre abitudini.

Quando sentiamo qualcuno parlare di “spallate”, oppure usa espressioni come ”stare in trincea”, “stare sotto i bombardamenti”, “terra di nessuno”, “fuoco di sbarramento”, “fuoco di fila” (sono tutte espressioni sulle quali si basa il linguaggio dei politici), cita, magari senza accorgersi, la 1 guerra mondiale.

Due ultime curiosità: 1) l’ora legale venne introdotta nel 1916, forse per avere un’ora in più ammazzarsi, per condurre le operazioni belliche tutte concentrate nei mesi primaverili ed estivi. 2) Tutti gli inglesi che oggi amano bere e che ogni pomeriggio trovano per alcune ore i pub chiusi, dovrebbero sapere che anche questo è un lascito della Grande Guerra: bisognava costringere gli operai inglesi a lavorare di più nelle fabbriche di armamenti impedendo il primo pomeriggio al bar.

 

Ma allora, perché la Grande Guerra è stata dimenticata? Oppure è passata in sottordine rispetto ad altri avvenimenti?

Per rispondere a questa domanda possiamo fare riferimento a una bella metafora che compare in un testo dell’ex ambasciatore Sergio Romano: “Lettera a un amico ebreo”.

In sostanza Romano sostiene che il “palcoscenico della storia” è piccolo, soprattutto per i tanti protagonisti che sgomitano, si agitano. Gesticolano di più gli avvenimenti recenti, che vogliono il loro spazio (Irak, Afganistan, Torri gemelle, terrorismo islamico…), e poi i grandi avvenimenti del ‘900 come la Jugoslavia, il Vietnam, la seconda guerra mondiale.

Nel caso del secondo conflitto sono ancora vivi alcuni dei protagonisti dell’epoca, dai soldati combattenti, ai partigiani, ai prigionieri dei lager. E quando non ci sono più loro, ci sono figli, i nipoti a tenere viva la memoria.

All’interno di un palcoscenico angusto, quale è quello della storia, la memoria della grande guerra soffre per la morte di tutti i combattenti, per la scomparsa anche della generazione dei figli.

Pesa sulla dimenticanza della Prima guerra mondiale anche lo sfruttamento che ne fece il fascismo durante il Ventennio, quando in tutta Italia nacquero sacrari, monumenti, lapidi a memoria della vittoria italiana.

Finito il fascismo, anche la memoria della grande guerra ha sofferto una crisi di identità fino all’abolizione della festa del 4 novembre in anni non tanto lontani.

Altrove invece non è così: in Gran Bretagna ogni 11 novembre alle ore 11 tutto il paese si ferma per commemorare i suoi 900.000 morti e un milione e mezzo di feriti e mutilati. In Australia c’è il giorno dell’Anzac, in Francia ogni 11 novembre c’è il profondo cordoglio della nazione all’Arco di Trionfo.

A Ypres, tra Francia e Belgio, sede di quattro tragiche battaglie, ogni sera due trombettieri dei vigili del fuoco suonano il Silenzio. Nella cittadina il traffico si arresta. Sui muri della Porta di Menin sono incisi i nomi di 54.896 soldati britannici caduti in quel saliente.

In Italia invece le cose non vanno così. Il 4 novembre è diventata La Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze armate.

Ma così si dimentica una guerra che ha ancora molto da dirci, non solo alla luce della storia successiva ma anche in sé, per quello che è accaduto.

Veniamo al tema di questa sera: la guerra di trincea.

Non era mai capitato che milioni di uomini combattessero, vivessero e morissero per anni interi in quei budelli di terra che erano le trincee.

Era capitato durante la guerra civile americana tra nordisti e sudisti, durante la guerra di Crimea alla metà dell’Ottocento, nelle guerre balcaniche pochi anni prima del 1914 che in alcune fasi delle operazioni belliche i soldati scavassero delle trincee per difendersi dalla potenza delle artiglierie.  Non era però mai capitato che interrarsi nelle trincee fosse la condizione quotidiana di milioni di combattenti e che la trincea che oggi per noi vuol dire sporco, pidocchi, freddo, fango, pioggia, apparisse ai soldati quasi un luogo “piacevole” rispetto ai terribili pericoli della “terra di nessuno” tra le due trincee.

Infatti bisogna sfatare un mito: la permanenza nelle trincee era sicuramente orribile e faremo esempi adeguati. Ma le tante testimonianze di cui siamo in possesso ci dicono che dopo un’azione militare la trincea dava “sicurezza”, ricordando sempre che il nemico era a poche centinaia di metri e in alcuni casi le trincee quasi si toccavano arrivando a una distanza di 30-40 metri. Nelle trincee si sviluppavano malattie che decimavano i combattenti: i pidocchi provocavano il tifo e la cosiddetta “febbre da trincea”; i piedi immersi nel fango provocavano il “piede da trincea”; spesso di sviluppava il colera e i servizi sanitari in quelle condizioni erano molto precari, però le trincee salvavano la vita mentre all’aperto i pericoli erano tanti ed imprevedibili.

Jean Bernier, un soldato francese racconta che quando i suoi commilitoni rientravano nelle trincee (parole sue) ”alzavano la testa e andavano avanti, stranamente placati e rafforzati per aver ripreso contatto con la terra, loro dimora e loro elemento”. I pericoli nascevano quando si avanzava verso le postazioni nemiche o si era all’aperto.

Certo, si moriva anche in trincea e tante volte senza neppure aver visto in faccia il nemico dopo settimane o mesi di guerra. Questo è uno degli aspetti più curiosi rispetto alle guerre del passato quando il nemico era di fronte, lo si vedeva bene e il rischio del “corpo a corpo” era molto concreto.

Scrisse Alexandre Arnous, uno dei tanti combattenti di questa guerra: “Certo ho visto tutte le solite cose: assalti notturni, ricognizioni, squadre di incursione e il resto. Ho beccato un proiettile di mitragliatrice nella coscia e una scheggia di granata in testa, mi hanno gassato con l’iprite, ma non mi sono mai trovato in una vera battaglia come l’intendo io. Una di prim’ordine, con tutta la linea che avanza e le riserve che affluiscono di continuo. Non mi sono mai trovato in faccia al nemico”.

Se il nemico appare lontano, anche se spesso sta a poche decine o centinaia di metri, il pericolo di morte nelle trincee era quotidiano.

Le bombarde, con il loro tiro incurvato, erano state reintrodotte dopo alcuni secoli, per distruggere le trincee avversarie; si moriva nelle trincee quando erano invase dai gas, per il tiro preciso dei cecchini, per i proiettili che scoppiavano sulle teste scagliando verso il basso decine e decine di pallini di ferro e scaglie roventi di metallo.

Le trincee provocavano polmoniti, reumatismi, dissenteria; si mangiava un cibo orrendo e si beveva acqua infetta e spesso durante le lunghe battaglie non si mangiava nulla e si bevevo la propria urina o l’acqua di raffreddamento dei mitragliatori. La guerra di trincea era assolutamente orribile tra topi, scarafaggi, escrementi con accanto i morti insepolti o disseppelliti dalle artiglierie. Ma fuori dalle trincee la speranza di vita si accorciava terribilmente.

Per esempio, durante la battaglia della Marna (agosto-settembre 1914) tedeschi e francesi ebbero in assoluto il maggior numero di vittime rispetto alle grandi battaglie con le trincee come punto di partenza e ricovero, per esempio Verdun e la Somme nel ‘16.

Ma perché si è combattuto così e si è arrivati a considerare la pala importante quanto il fucile?

I progressi dell’artiglieria nel corso dell’Ottocento e in particolare a partire dai primi anni del Novecento rendono prioritario lo scavo di budelli di terra dove interrarsi e difendersi da una pioggia continua di proiettili di fucili, mitragliatrici e artiglieria leggera e pesante.

Faccio degli esempi. L’ultima grande battaglia sul suolo europeo era stata quella di Waterloo del 1815, esattamente un secolo prima dello scoppio della Grande g.

A Waterloo quel giorno, era il 18 giugno, francesi, inglesi e prussiani avevano in dotazione fucili con una capacità di tiro di due/tre colpi al minuto e una gittata di 150 metri senza la canna rigata.

I cannoni avevano una gittata di poche centinaia di metri e anche qui la potenza di fuoco era ridotta perché dovevano essere caricati come i fucili, un colpo alla volta.

Nonostante queste armi assolutamente obsolete un secolo dopo, a Waterloo quel giorno morirono o furono gravemente feriti circa 50/60.000 combattenti.

Esattamente un secolo dopo, il 4 agosto del ’14, quando i tedeschi invadono il Belgio, le armi sono molto cambiate: sono comparse le mitragliatrici, una delle grandi novità di questa guerra.

Le mitragliatrici possono arrivare a 400/500 colpi al minuto; i fucili utilizzano caricatori di dieci colpi e possono sparare fino a un chilometro e mezzo di distanza; i cannoni sono a tiro rapido e sono in grado di spazzare letteralmente il campo di battaglia: il cannone da 75 francese, il vero vincitore della Marna, era in grado di sparare venti colpi al minuto senza ricaricare. L’adozione della polvere senza fumo impediva l’identificazione di chi sparava.

Rispetto a Waterloo erano cambiati anche i proiettili: il fucile francese del 1815 sparava proiettili tondeggianti che potevano non essere letali se colpivano un uomo; il proiettile di mitragliatrice invece abbatteva subito un uomo, semplicemente esplodeva nel corpo: poteva ucciderlo sul colpo oppure provocava emorragie che poche volte potevano essere tamponate, anche perché non era possibile il recupero dei feriti sul campo di battaglia.

In queste condizioni non era possibile rimanere all’aperto, anzi i soldati ogni volta che avanzavano erano costretti a scavare subito nuove trincee e parapetti e poi a proseguire il lavoro di notte per evitare di esporsi  soprattutto al tiro dei cecchini.

 

Che cosa voleva dire uscire all’aperto, affrontare il nemico attraversando la terra di nessuno fino alle postazioni avversarie? E come si potevano superare le matasse di filo spinato profonde diversi metri e lontane dalle trincee per evitare il tiro delle bombe a mano? E poi, di fronte alle mitragliatrici, quali erano le possibilità di conquistare la posizione avversaria?

Vediamo ora una sequenza da un film famoso: “Orizzonti di gloria”, forse il film più bello sulla Grande guerra, vietato in Francia dalla censura per molti anni perché, oltre a essere un film antimilitarista, era anche un atto d’accusa contro i vertici militari francesi, soprattutto per quanto riguardava la pratica indiscriminata delle decimazioni quando un reparto non usciva dalle trincee oppure quando l’ardore combattivo era apparso modesto agli ufficiali.

Il film “Orizzonti di gloria” del grande e compianto Stanley Kubrick racconta come si moriva sul fronte occidentale attaccando postazioni nemiche munitissime nonostante i grossi calibri in azione. I tedeschi dove il terreno lo permetteva, costruivano ricoveri fino a 9-12 metri in profondità, rinforzati in cemento armato, dove anche i grossi obici potevano poco.

Qui i soldati aspettavano la fine dei bombardamenti che duravano giorni e giorni. Quando cessavano i bombardamenti era il segno che ci sarebbe stata l’avanzata della fanteria.

A questo punto i tedeschi emergevano dai sotterranei con le loro mitragliatrici pronti a fare strage degli attaccanti.

Il primo luglio del ’16, primo giorno della battaglia della Somme, dopo 7 giorni di bombardamenti ininterrotti, uscirono dalle trincee decine di migliaia di soldati inglesi per catturare i pochi tedeschi sopravvissuti. Fu quello il giorno forse peggiore di tutta la storia militare inglese: morirono 20.000 soldati e altri 35.000  furono feriti su 120.000 attaccanti. Le perdite tedesche quel giorno furono 6.000.

Come mai questa strage? I comandanti inglesi avevano sopravvalutato gli effetti delle artiglierie senza tener conto che l’aumento della potenza distruttiva delle artiglierie migliorava ancora di più l’efficienza delle strutture difensive.

L’attacco frontale mostrava così i suoi limiti e causava moltissime vittime la cui vita si sarebbe potuta risparmiare con un utilizzo più ragionevole delle risorse umane. E con l’adozione di tattiche che facessero i conti con le nuove realtà della guerra.

Anche lungo il fronte italo-austriaco la situazione non era migliore.

All’alba del 24 maggio del ’15 l’Italia iniziava la sua guerra personale con l’Austria-Ungheria dopo la firma del Patto di Londra.

Sono in gioco le “terre irredente” (Trento e Trieste) ma ancora di più la guerra è l’occasione per fare dell’Italia una potenza mediterranea e balcanica.

L’eco dei terribili massacri in Francia e nell’Europa centro-orientale non era arrivato ai soldati italiani che dal 24 maggio si preparavano ad attaccare gli austro-ungarici.

I soldati italiani, soprattutto i più giovani, risposero fiduciosi alla chiamata alle armi credendo a una guerra di breve durata che si sarebbe conclusa prima del Natale dello stesso anno. Nessuno faceva caso al fatto che i soldati degli altri eserciti erano entrati in guerra nell’agosto dell’anno precedente credendo anche loro alla “guerra breve” e al “tutti a casa” per Natale.

Comandante in capo dell’esercito italiano era il conte Luigi Cadorna. Cadorna era diventato Capo di Stato Maggiore solo nel luglio del 1914 alla morte del suo predecessore.

In poco meno di un anno i risultati ottenuti da Cadorna furono sicuramente significativi: intuendo che l’Italia sarebbe entrata in guerra con l’una o con l’altra coalizione migliorò l’organizzazione complessiva facendo fronte ai problemi più gravi. Ma le carenze erano ancora tante complice il basso sviluppo industriale del Paese e la convinzione, anche dello stesso Cadorna, che con un paio di “spallate” l’Austria avrebbe ceduto alla “superiorità morale degli italiani”.

Le artiglierie erano insufficienti, soprattutto c’era la carenza di obici pesanti e penuria di munizioni. Fanteria e bersaglieri entrarono in azione con poche mitragliatrici: nei primi tempi ogni reggimento ne aveva due mentre gli austriaci ne avevano otto per battaglione. Le bombe a mano erano sconosciute e non tutti i soldati avevano un fucile.

Addirittura molti ufficiali di complemento comprarono loro stessi la pistola non avendola ricevuta in dotazione. Le autovetture erano inesistenti così come gli automezzi per il trasporto dei viveri e delle munizioni. Ma molti ufficiali erano più preoccupati di affilare le sciabole che disporre di armi moderne e la cavalleria teneva in buona salute i cavalli immaginando, appena iniziata la guerra, la carica dirompente che avrebbe coronato la vittoria.

L’esercito di Cadorna era lo stesso impressionante: nel maggio del ’15 erano operativi 900.000 soldati. Con le riserve di seconda linea l’esercito italiano comprendeva  85 divisioni di fanteria, una decina di divisioni di milizia territoriale e quattro a cavallo. C’erano anche 52 battaglioni di alpini e 14 di genieri. Il rapporto con gli austriaci era di 2 a 1 e tale rimase nel corso della guerra.

In sostanza l’esercito italiano era pronto a un conflitto di poche settimane perché la quantità di proiettili e munizioni era insufficiente per una guerra più lunga.

Qual era la strategia di Cadorna che avrebbe dovuto portarci in poche settimane a Lubiana, a Trieste e poi a Vienna?

Le battaglie del 1914 decretarono la morte della “guerra eroica” fatta di coraggio e ardimento imponendo il fango e la paralisi delle trincee.

E’ incredibile però come l’esercito italiano sia entrato in guerra, dopo dieci mesi, con lo stesso spirito delle guerre risorgimentali, con fanfare e bandiere in testa, non avendo assolutamente fatto tesoro dei massacri del fronte occidentale e orientale.

Cadorna non valutò le conseguenze pratiche dei mutamenti che la guerra aveva assunto e non le adattò alla “summa” del suo pensiero, ossia all’ ”Attacco frontale ed ammaestramento tattico”, pubblicato nel ’15, un libretto diffuso tra tutti gli ufficiali.

La tattica espressa da Cadorna nel suo “libercolo” – come lo definisce lo storico militare Pieri – è molto semplice: l’artiglieria prepara il terreno alla fanteria “coll’impeto e la massa del suo fuoco spezzando ogni resistenza avversaria nella zona di irruzione”, poi la fanteria a ondate e a file serrate avrebbe avuto il compito di conquistare la posizione sconvolta dai bombardamenti.

In realtà invece le cose andavano diversamente. Nonostante il bombardamento terrificante, che sicuramente provocava numerose vittime tra i nemici e squassava alcuni tratti di trincee, rimanevano attivi nel momento dell’attacco numerosi focolai di resistenza, che anche un bombardamento più prolungato non avrebbe spazzato via. Quindi i fanti italiani, avanzando allo scoperto e spesso nelle ore diurne, avrebbero dovuto fare i conti con le terribili mitragliatrici austriache e con le alte matasse di filo spinato rimasto parzialmente integro nonostante la pioggia di proiettili.

Bisogna anche sottolineare che gli austro-ungarici occupavano le postazioni più alte e quindi gli italiani si muovevano in salita e talvolta si aggrappavano alle pareti oppure assaltavano cime di 2000-3000 metri e oltre per avere la meglio.

Il risultato era un massacro generalizzato con nessuna possibilità di prevalere sui difensori, tranne successi effimeri quali la presa di posizioni secondarie.

Con un sarcasmo che ci appare condivisibile così Lorenzo Del Boca sintetizza la strategia di Cadorna: “Avanti a testa bassa, sempre e comunque. La corsa contro il nemico doveva essere tumultuosa e irruente per demoralizzarlo, con l’irresistibile movimento in avanti. Secondo lui, l’andare in avanti costringeva il difensore ad appiattirsi e a tirare alto. Certo, non si poteva escludere che l’avversario colpisse per il verso giusto: in questo caso? “Bisognava sottrarsi all’offesa”. Come? ”Andando avanti con maggiore celerità…!”. Fermarsi e gettarsi a terra sarebbe stato un gravissimo errore: “Equivaleva a rimanere sotto la percossa del fuoco”, aumentando la propria vulnerabilità. Perciò di corsa, in faccia al nemico” .

L’ ”attacco frontale” colpevolmente non diceva nulla su come difendere una posizione appena conquistata contro il tiro dell’artiglieria nemica e il contrattacco della fanteria; aboliva l’ “azione avvolgente” privilegiando le azioni sempre frontali e ignorava il “principio dell’infiltrazione” che costituirà uno di progressi tattici più importanti della Grande Guerra. Sarebbe vano anche cercare nel libretto il cosiddetto “ordine sparso” per non offrire alle mitragliatrici il facile bersaglio della truppa ammassata e il “fattore sorpresa” con rapidi e fulminei attacchi cogliendo il nemico impreparato.

Quella di Cadorna era una tattica mutuata dalle strategie napoleoniche quando la mitragliatrice non esisteva e quando i cannoni erano meno devastanti rispetto alle artiglierie del ’14-15.

Questo tagliente giudizio di Indro Montanelli ci consente di cogliere la tetragona personalità del capo di Stato Maggiore: “Cadorna aveva personalità, autorità, carattere. Ma non possedeva nemmeno un briciolo di fantasia strategica, pur avendo già potuto osservare ciò che accadeva sugli altri fronti. Fu uno dei “macellai” della Prima Guerra Mondiale. L’essere stato in larga compagnia non lo assolve del tutto. Quando la guerra cominciò, egli espose i suoi proponimenti in una circolare (Attacco frontale e ammaestramento tattico) di cui anni dopo un autorevole critico militare, Valori, scrisse: “E’ terrorizzante pensare che esso abbia servito sul serio da base alle operazioni offensive, di un esercito in una guerra moderna”. Cadorna concepiva la guerra come una gigantesca operazione di assedio da portare avanti, uomo contro uomo, trincea contro trincea, e chi più la dura, la vince.

Della sua strategia non volle dividere la responsabilità con nessuno. Il Comando supremo a Udine fu un suo intoccabile feudo. L’unico punto su cui si trovava d’accordo con i “chiacchieroni” di Roma, ossia con i politici, era che la guerra sarebbe stata breve e relativamente facile: errore colossale, anche se non – come sarebbe accaduto nel 1940 – fatale”.

Il risultato di tre anni di guerra italiana saranno 650.000 morti e due milioni tra feriti e mutilati, dispersi e prigionieri. Un numero di morti superiore addirittura alla seconda guerra mondiale. Durante il secondo conflitto l’Italia ebbe 350.000 morti.

Vediamo ora una sequenza da “Uomini contro” di Francesco Rosi, un film che fece molto discutere quando uscì nel ‘71. Un film nato per mostrare con quale incredibile fanatismo venissero mandati a morire gli uomini.

Ci sarebbe molto da dire soprattutto sulle immagini che abbiamo appena visto. Il film nasce come trasposizione cinematografica del più bel romanzo italiano sulla Grande Guerra, “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu, che racconta dell’offensiva austriaca del 1916, nota come spedizione punitiva, che portò le truppe di Francesco Giuseppe a 30 chilometri dalle città venete. Siamo nella primavera estate del 1916 e la grande battaglia combattuta nel sud Trentino e ad Asiago si concluse con l’esaurirsi dell’offensiva nemica.

Nel film il tenente Ottolenghi di fronte alla carneficina dei suoi uomini, grida che il vero nemico è alle loro spalle, che è su di lui che bisogna sparare, non sugli austriaci che sono “morti di fame” al pari dei soldati italiani.

Ebbene nel romanzo di Lussu non ci sono queste parole, frutto del clima ideologico del ’68 quando nacque il film, però moltissimi soldati italiani erano convinti che i veri nemici stessero a Udine, sede del comando generale, e fossero gli ufficiali che a decine di chilometri di distanza ordinavano continui attacchi senza aver mai visto le trincee italiane e senza aver mai visto di persona i poderosi trinceramenti nemici.

Cadorna ordinò 11 battaglie lungo l’Isonzo, dal giugno del ’15 fino al settembre del ’17, poche settimane prima di Caporetto.

Il bilancio fu tragico: centinaia di migliaia di morti, feriti, mutilati. Solo nel ’15 le perdite furono 250.000 soldati su un milione di combattenti: 1 su 4 fu ucciso o ferito o mutilato o morì di malattie in trincea in soli 7 mesi.

I risultati furono modestissimi: la conquista di Gorizia e del San Michele durante la sesta battaglia e dell’altopiano della Bansizza durante l’11°. Trento e Trieste erano sempre lontane.

Poi venne la rotta di Caporetto e Cadorna fu licenziato dal re e dagli alleati franco-inglesi che non si fidavano più di lui. E l’esercito italiano ebbe un nuovo comandante: Armando Diaz.

Veniamo ora a un nuovo argomento, anche questo legato alla guerra di trincea: l’autolesionismo.

Per i soldati non c’era alcun scampo alla morte incombente in trincea e alla morte molto probabile andando all’attacco. Per gli insubordinati, i recalcitranti nel momento di uscire dalla trincea, i pavidi e coloro che tornavano indietro subito c’era l’esecuzione immediata senza bisogno di tribunale o procedure burocratiche.

A partire dalla Seconda Battaglia (meta del ’15) si diffonde un fenomeno che si amplierà fino ad apparire contagioso nei due anni successivi: l’autolesionismo.

Il primo caso registrato ufficialmente si riferisce a una sentenza pronunciata il 26 luglio ’15: dei 46 imputati di autolesionismo, 27 vennero condannati a venti anni di carcere ciascuno. Quasi tutti erano finiti all’ospedale, con una mano ferita da una fucilata che era stata sparata dall’interno del palmo verso l’esterno. Un alone nerastro sulla pelle denunciò ai medici il carattere sospetto delle ferite.

Si chiede Angelo Del Boca:“Quanto era faticoso il servizio militare se una mutilazione – tanto orrenda con il giudizio del senno del poi – risultava un’alternativa persino appetibile? Quanto fosse infame la vita in trincea è, forse, minimamente comprensibile, considerando che una moltitudine preferì barattarla con le proprie mani o le gambe o gli occhi, condannandosi a una esistenza infelice. A volte sceglievano direttamente il suicidio: meglio la morte cercata e voluta in un’unica soluzione che un’agonia lenta e spietata, con il cuore in gola e l’affanno nelle vene”.

Ma spararsi a un piede e a una mano non era l’unico modo per evitare la morte e le sofferenze in battaglia. La fantasia si sbizzarrì: chi si procurava ascessi iniettandosi veleni e sostanze fecali, chi otiti o gravi irritazioni agli occhi, chi ernie o amputazioni, chi molto più semplicemente si sparava alle mani, ai piedi, alle gambe.

Ma c’era anche un altro fenomeno preoccupante le gerarchie militari italiane e francesi soprattutto nel 1917: gli ammutinamenti delle truppe stanche di essere mandate a morire inutilmente e per risultati modesti e privi di prospettiva.

In Francia dopo la fallita offensiva voluta da Nivelle sullo Chemin de Dames ci fu quello che venne definito “sciopero militare” e che coinvolse almeno 40.000 poilus che avevano visto morire migliaia di commilitoni, mentre in Italia il fenomeno era in continua crescita e raggiunse dimensioni allarmanti.

 

Vediamo un’ultima sequenza da “Uomini contro”. Questa volta sono alcuni reparti che manifestano la propria disapprovazione per il fatto che le licenze erano date con il contagocce. Da notare che la protesta dura poco e i soldati tornano nelle camerate.

Ma questo basta a far scattare la rappresaglia che più piaceva a Cadorna: la decimazione, ossia scegliere a caso un uomo ogni dieci nei reparti dove c’erano stati fenomeni di disubbidienza, di scarsa combattività o di resa di fronte al nemico.

Cadorna era convinto che con un popolo di scarse tradizioni militari e formato soprattutto di fanti-contadini, dove i sentimenti di patria erano assenti, il “pugno di ferro” fosse l’unica possibilità di mantenere la disciplina e costringere gli uomini a combattere.

I risultati furono tragici: su 5 milioni e 200.000 italiani chiamati alle armi le denunce per reati che andavano dal disfattismo alla mutilazione volontaria, dalla codardia alla diserzione, dal tradimento alla renitenza furono 870.000. Quasi un soldato su cinque ebbe a che fare con la giustizia militare.

Le condanne a morte furono 4000 di cui 750 eseguite. Nessun altro esercito ebbe questo numero di fucilati.

Ma gli storici fanno ascendere a 4000 i soldati uccisi in circostanze diverse dai propri ufficiali al di fuori di qualunque processo: esecuzioni sommarie e decimazioni.

Scrive lo storico Giorgio Rochat: “L’entità dei fenomeni di protesta è misurata dalle sue imponenti conseguenze giuridiche: 100.000 processi per renitenza alla leva, più altri 370.000 processi analoghi a carico degli emigranti; 340.000 processi a militari per reati commessi sotto le armi; 60.000 processi a civili per reati militari. La percentuale dei processati rispetto al totale è del 15 %”.

In conclusione, basta confrontare due cifre: I morti per ferite nel ‘15-19 ammontano a 402.000 unità, i militari alle armi processati nel medesimo periodo a 340.000. Vale a dire che i Tribunali militari colpiscono quasi altrettanti soldati italiani che il piombo austriaco.

Se dessimo ascolto solo a queste cifre potremmo pensare che il soldato italiano non ne volle sapere di combattere e pensò solo a “imboscarsi”, come si diceva allora.

Non è vero: il soldato italiano combatté una guerra terribile in condizioni che farebbero tremare oggi chiunque. Passò lunghi inverni a temperature glaciali, lunghe estati divorato dal sole, dalle zanzare e dalla sete; primavere e autunni fradici di pioggia.

Mangiò un cibo immangiabile e le malattie lo divorarono.

La sua casa per tre anni fu la trincea, a contatto con i morti che non si potevano seppellire, con le urla dei feriti che non si potevano curare, con un odore intorno a sé che non si può descrivere.

Eppure combatté sempre anche quando sapeva che sarebbe morto inutilmente. Quanti attacchi indomiti e disperati, che sorprendevano anche il nemico austriaco, il quale aveva una alta considerazione del soldato italiano!

Combatté per la patria? Combatté per paura delle decimazioni? Combatté per paura delle mitragliatrici dei carabinieri? Combatté per una questione di onore di fronte al nemico? E’ molto difficile dire.

Noi solo sappiamo che i soldati Italiani“furono magnifici combattenti, di cui tutto il mondo dovrebbe sapere” : parola di Ernest Hemingway.

Vorrei concludere questa mia relazione con alcune pagine di un diario di un tenente, pubblicato recentemente.

Il suo nome era Salvatore Montalbano, palermitano di nascita, brillante giornalista partì per la guerra nel ’15 ricco di tante idealità.

All’inizio per lui la guerra è la cosa più bella del mondo, poi si accorge della sua brutalità e inumanità e il suo diario registra tutto questo.

In una delle pagine più drammatiche scrive: “No, non la sognavamo la lotta delle talpe, la lotta nei cunicoli e nel fango, non sognavamo di respirare nell’aria l’acro sapore della terra rossa…. Né sognavamo di fucilare e d’essere mitragliati nel groviglio delle tele mostruose del fil di ferro!”.

Il tenente Montalbano morì poi nel 1928 per i postumi di un avvelenamento di gas che gli aveva bruciato i polmoni.

Giancarlo Restelli