Redipuglia, Gorizia, Trieste, Aquileia, Risiera di San Sabba

Dalle trincee carsiche della Grande guerra agli orrori dei lager nazisti

Redipuglia, Gorizia, Trieste, Aquileia, Risiera di San Sabba

appunti per conferenza

Grazie all’Arci di Brugherio per l’invito e soprattutto complimenti per il viaggio che farete: visiterete Redipuglia, Gorizia, Trieste, Aquileia, la Risiera di San Sabba. Un’occasione importante per capire la Grande guerra senza dimenticare che il 2015 è anche il 70esimo della Resistenza, da qui la vostra visita alla Risiera di San Sabba a Trieste.

Nella mia relazione prenderò in considerazione le singole località che visiterete.

La guerra iniziò il 24 maggio del ’15 con grandi entusiasmi in Italia. Si credeva in una guerra facile, di breve durata, che avrebbe permesso alle truppe italiane di irrompere al di là delle linee verso il Carso o Gorizia e concludere la guerra dopo poche settimane giungendo a Vienna.

Il generalissimo Luigi Cadorna era convintissimo che le cose sarebbero andate così. Si contava molto sull’esposizione dell’esercito austro-ungarico su altri due fronti: quello contro i russi nei Carpazi e quello con i serbi. L’apertura del terzo fronte sarebbe stata pagata con la sconfitta inevitabile.

Cadorna però non teneva conto dei fattori che avevano impantanato la guerra in Francia con una estenuante guerra di trincea: le nuove armi, mitragliatrici, fucili e cannoni a tiro rapido, permettevano anche a piccoli nuclei di soldati, ben protetti in trincee profonde o in caverne o in strutture blindate, di arrestare la massa dei fanti che usciva dalle trincee correndo verso quelle avversarie. Il filo spinato avrebbe poi assecondato la difesa a scapito dell’offensiva.

Si trattava quindi di una guerra del tutto diversa rispetto a quelle del passato: una guerra che premiava molto chi si difendeva rispetto a chi attaccava.

Per vincere l’esercito italiano avrebbe dovuto avere più mitragliatrici, cannoni di alto calibro, artiglieria invece era ricco solo di “carne da cannone”, ossia di soldati da mandare al macello con attacchi uno dopo l’altro basati sull’”attacco frontale” di cui Cadorna fu l’interprete migliore.

Il fatto di essere entrati in guerra un anno dopo gli altri Paesi non permise al Regio esercito di non incappare negli stessi errori a partire dalle prime settimane di guerra.

Il bilancio del 1915 è assolutamente demoralizzante: in quattro offensive sull’Isonzo (“spallate” diceva Cadorna) erano fuori combattimento 250.000 soldati su una forza di un milione di coscritti. Uno su quattro!

I morti furono 62.000, gli altri feriti, ammalati, prigionieri. Per avere un’idea del massacro pensiamo che da giugno a novembre del ’15 morirono ogni giorno 326 soldati con 893 feriti.

È il momento peggiore della guerra per il nostro esercito il ’15. Negli anni successivi il numero di morti e feriti salirà ulteriormente (2155 al giorno nel ’17) ma avremo anche un deciso aumento della massa dei soldati.

Redipuglia

Uno dei luoghi dove più si combattè nel ’15 fu l’area dove ora si trova il monumentale cimitero di Redipuglia, ossia le alture appena sopra Monfalcone a pochi chilometri dall’Isonzo. È il Monte Sei Busi. I “busi” sono doline, ossia avallamenti creati dalle acque sotterranee nel paesaggio carsico.

Più che una montagna vera e propria di tratta di un altopiano a quei tempi arido a circa 80 metri di altezza rispetto alla pianura. In quel paesaggio infernale, dominato dalla bora d’inverno e dall’aridità d’estate, gli austriaci aspettavano gli italiani fin dai primi giorni dopo la dichiarazione di guerra.

Con la conquista del Monte Sei Busi ci si poteva muovere verso Gorizia oppure verso Trieste, da qui l’importanza del settore dove era operativa la III Armata nelle mani del Duca d’Aosta, cugino del re.

Per tutto il 1915 nella zona del Sei Busi, ma anche nel vicino San Michele (Ungaretti) ci furono tanti assalti disperati alla baionetta respinti dagli austro-ungarici con perdite molto alte. Solo nel ’16 quella zona verrà conquistata portando di qualche chilometro più avanti la linea del confine e l’area dei Sei Busi diventerà immediata retrovia del fronte.

Sul Monte Sei Busi ci sono ampi tratti di trincee ben conservate che prima erano di difesa austriaca e poi vennero “girate” e diventarono parte della nuova difesa italiana. Gli italiani le fortificarono con il cemento armato e questo ha permesso di preservarle nel tempo.

L’area dei Sei Busi con l’area del San Michele fu teatro di furiosi combattimenti e questo spiega l’edificazione sul primo ciglione carsico del grandioso cimitero di Redipuglia che custodisce le spoglie di poco più di 100mila soldati italiani di cui 60mila militi ignoti, ossia ossa a cui fu impossibile dare un nome. Questo perché talvolta dei soldati non rimaneva niente se erano colpiti da un grosso proiettile ma soprattutto perché le loro ossa furono più volte traslate da un cimitero ad un altro e i corpi da trasferire si contavano a decine di migliaia.

Il cimitero di Redipuglia fu voluto da Mussolini e il fascismo (1938) per dare un senso di grandiosità alla vittoria italiana e soprattutto per evitare che i cimiteri di guerra potessero diventare veicolo di pacifismo e antimilitarismo.

Infatti Redipuglia è una struttura fascista dove l’ossessivo PRESENTE richiama un esercito di vivi e non un esercito di morti.

Una curiosità. Il nome Redipuglia deriva dalla italianizzazione della parola slovena Sredipolje (che non ha nulla di patriottico), che vuol dire “campo dissodato” (slavo antico), in veneto la località era chiamata Redipuia. Quando la zona fu annessa al Regno d’Italia ebbe il nome altisonante di Redipuglia.

Gorizia

Gorizia fu a tutti gli effetti l’unica conquista italiana durante la guerra fino a Vittorio Veneto. La città fu conquistata ai primi di agosto del ’16 ai tempi della VI offensiva di Cadorna.

Vi fu grande enfasi in Italia: sembrava che la vittoria fosse ormai questione di poche settimane invece la conquista della città non cambiò assolutamente il quadro strategico perché pochi chilometri oltre la città l’esercito fu fermato nell’altopiano della Bainsizza e la guerra si impantanò ancora nella guerra di trincea.

In termini militari piu che di vittoria dobbiamo parlare di abbandono da parte austriaca di posizione difficili da mantenere (la città era costantemente sotto il fuoco italiano) per ricostruire su posizioni migliori la linea di difesa.

Quando l’esercito italiano entrò a Gorizia (10-11 agosto del ’16) la città era totalmente distrutta. La bella Gorizia, città molto apprezzata nell’impero per i suoi vini, per le ciliegie e il clima dolce, diventò un luogo di morte e di abbandono.

Strano destino quello di Gorizia e di altre città irredente: una guerra nata per liberarle dal “giogo austriaco” si risolveva in una guerra che condannava Gorizia alla distruzione. Prima furono gli italiani a bombardarla costantemente. Dopo la conquista furono gli austriaci a continuare i bombardamenti perché la città era diventata immediata retrovia dell’esercito.

Anche Monfalcone fu interamente distrutta mentre Trieste e Trento dovettero fare i conti con la fame e con la deportazione di uomini e donne italiani verso i campi di concentramento nell’interno.

Un’ultima cosa prima di passare ad altro. Visiterete il castello di Gorizia dove dal 1924 c’è un museo della Grande guerra considerato uno dei più importanti non solo in Italia. Ma c’è un neo importante.

Dei molti goriziani che combatterono dalla “parte sbagliata” (prevalentemente in Galizia, non contro gli italiani lungo l’Isonzo), ossia per l’imperatore Francesco Giuseppe, non c’è nulla all’interno del museo, e neppure una lapide o un monumento in città.

Sono tante le strade e le piazze a Gorizia in cui è ricordata la guerra oppure i maggiori protagonisti. Non per chi combattè dalla parte sbagliata.

Nel museo di Gorizia non è presente neppure il passato asburgico della città.

Trieste

Se il ’16 è dominato dall’effimera conquista di Gorizia, il ’17 fu l’anno nero degli italiani con la rotta di Caporetto del 24 ottobre e la ritirata dell’esercito italiano verso il Piave.

Se leggiamo le cronache di quei giorni abbiamo la sensazione dello sfascio non solo dell’esercito ma anche del morale dell’intera nazione. Molti già vedevano gli austriaci a Milano e Torino e pronti a marciare su Roma!

La sensazione del “tutto è perduto” era molto forte in quelle settimane.

Per un anno intero l’esercito resistette lungo il Grappa e il Piave fino alla controffensiva del 24 ottobre del ’18 che permise poi di riconquistare tutto il territorio perduto. Vittorio Veneto fu una vera e propria “Caporetto austriaca” che portò alla sconfitta e alla dissoluzione l’impero asburgico.

Trieste fu raggiunta via mare il 3 novembre per evitare che elementi sloveni approfittassero della partenza delle autorità austriache per tentare un colpo di mano.

Il 3 novembre arrivò alla banchina di Trieste l’”Audace” con a bordo il nuovo governatore della città, il generale Petitti di Roreto.

L’entusiasmo dei triestini fu incontenibile: era finita la guerra e l’Italia era finalmente arrivata.

Al di là delle sofferenze durante la guerra la città pagò con il tempo l’inserimento nel territorio italiano perché cessò di essere l’unico sbocco sul mare dell’impero austro-ungarico. Con l’Italia Trieste diventava città di confine e il suo porto dovette subire la concorrenza di altri porti italiani.

Aquileia

La basilica di Aquileia è molto legata alla Grande Guerra perché nell’imminenza del terzo anniversario della vittoria (4 novembre ’21) una madre che aveva perso il figlio e il corpo era stato disperso sui campi di battaglia, Maria Bèrgamas di Trieste, fu invitata a scegliere tra 11 bare (che venivano dai principali fronti italo-austriaci) una che simboleggiasse il milite ignoto, ossia il “soldato senza nome” a cui tributare grandi onori inumandolo nell’Altare della Patria a Roma.

Il viaggio della bara da Aquileia a Roma fu un evento di straordinaria importanza: forse fu la prima volta che l’intero Paese faceva sentire il proprio cordoglio al di là delle ideologie, delle divisioni partitiche, delle divisioni di classe. Dovunque il treno fu accolto da folle in preghiera o inginocchiate perché nell’unica bara l’intero Paese ricordava i 650mila morti  e il milione di feriti, ammalati e mutilati che erano tornati dalla guerra.

Risiera

La Risiera di San Sabba ci porta in un contesto diverso: non più la Grande guerra ma il secondo conflitto mondiale. Ma il baricento è sempre lo stesso. La città di Trieste, ora nelle mani della Germania nazista dopo il tracollo dell’8 settembre del ’43.

L’intera area della Venezia Giulia, il Friuli orientale (Udine), Trieste e l’Istria sono sottratte a Mussolini e alla Rsi per divenire Litorale Adriatico dove gli unici a comandare sono i nazisti. Finita la guerra questa area sarebbe stata annessa al Terzo Reich con Trento, Bolzano e Belluno.

A partire dall’autunno del ’43 arrivano in città veri e propri esperti di tecniche di uccisione di massa degli ebrei. Gente che aveva comandato i lager di sterminio di Sobibor, Treblinka, Chelmno dove tra il ’42 e il ’43 sono stati uccisi alcuni milioni di ebrei nelle camere a gas.

I campi dell’est sono stati chiusi di fronte all’avanzata sovietica e il personale viene portato a Trieste considerata città fondamentale dopo la vittoria nazista.

In una vecchia fabbrica per la pilatura del riso, nel quartiere periferico di San Sabba, viene aperto nel novembre ’43 un vero e proprio lager che funzionò fino alla partenza dei nazisti alla fine dell’aprile del ’45 di fronte all’imminente arrivo degli inglesi e soprattutto dell’esercito del maresciallo Tito.

Le funzioni della Risiera furono molteplici:

–        arrestare, detenere, uccidere in parte e poi deportare partigiani slavi e italiani che via via erano catturati nel Litorale Adriatico. I luoghi di destinazione erano i KZ, es. Dachau, Mauthausen, Flossenbuerg…

–        arrestare, uccidere e deportare gli ebrei di Trieste ad Auschwitz e mettere le mani sulle loro ricchezze

–        sfruttare il lavoro degli internati che non dovevano essere deportati oltr’Alpe

Quindi la Risiera fu un lager di transito verso i Kz o Auschwitz ma fu anche un lager di sterminio perché molti partigiani ed ebrei vennero uccisi (fucilati, impiccati o utilizzando mazze ferrate) e poi bruciati in un forno crematorio nel cortile del lager.

Infatti la Risiera si differenzia da altri lager nazisti in Italia come Fossoli o Bolzano per la presenza di un forno crematorio e di una camera a gas ricavata dal pianale di un camion all’interno del quale fluiva il gas di scappamento del motore, ossia ossido di carbonio.

Anzi la Risiera fu l’unico lager nell’Europa occidentale munita di camera a gas.

Quindi un vero microcosmo dell’orrore in cui in pochi metri quadrati erano detenute persone in attesa di partire “per destinazione sconosciuta”, altre invece erano uccise e bruciate, altre ancora lavoravano per i nazisti in vari laboratori.