Bruno Giovanni Lonati: io ho ucciso Mussolini!

Bruno Giovanni Lonati, il partigiano legnanese che uccise Mussolini

La fucilazione di Mussolini a Giulino di Mezzegra (Como) il 28 aprile del ’45 è un “giallo” che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. Nel corso degli anni, soprattutto anni Cinquanta e Sessanta, non si contano le persone più o meno credibili che si sono assunte la paternità di aver ucciso il duce. Alla fine l’appassionato di storia che oggi voglia farsi un’idea di quello che è successo rischia la paralisi.

La versione ufficiale dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) attribuiva l’esecuzione a elementi legati alla Resistenza. Si verrà a sapere due anni dopo che a fucilare Mussolini erano stati il “colonnello Valerio” (Walter Audisio) e “Guido” (Aldo Lampredi). Sarebbero stati loro due, dopo l’arresto di Mussolini sul famoso camion tedesco, a imprigionare il duce in una casa di contadini nella notte tra il 27 e il 28 aprile e poi fucilarlo nel pomeriggio del 28 davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra.

Fin dall’inizio molti non credettero a questa versione alimentando dubbi e polemiche.

Nessuna pretesa da parte mia di rivelare finalmente il nome dell’esecutore. Vorrei solo far conoscere un bel libro che si legge in un fiato: “Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità”, edito da Mursia nel 1994.

http://webopac.csbno.net/opac/detail/view/csbno:catalog:424328

L’autore è il legnanese Bruno Giovanni Lonati (classe 1921), figura di spicco nella Resistenza in Valle Olona e a Milano con il nome di battaglia di ”Giacomo”.

In questo libro Lonati si è assunta la responsabilità di aver premuto il grilletto e di aver sparato tre o quattro colpi mirando al cuore di Mussolini.

Di lui si è occupata anni fa una puntata della “Grande Storia” di Rai 3 (2004) intervistando a lungo Lonati e contrapponendo la sua versione a quella ufficiale. La puntata è stata firmata dallo storico Piero Craveri (università di Torino), sicuramente uno dei migliori conoscitori della storia del fascismo e da Peter Tompkins, storico e allora giovane agente dell’OSS americano in Italia durante la guerra.

Come potè trovarsi a tu per tu con Mussolini?

Lonati racconta che durante gli ultimi mesi della lotta resistenziale aveva conosciuto un agente segreto inglese che si faceva chiamare “John”, il quale, figlio di italiani emigrati in Gran Bretagna, parlava un perfetto italiano.

Racconta Lonati che a Milano il 27 aprile John gli disse di prepararsi e di seguirlo verso Como. Partirono in cinque  compresi tre uomini di Lonati. L’obiettivo era mettere le mani su Mussolini prima che arrivassero gli americani i quali avrebbero voluto fermamente Mussolini alla sbarra mentre gli inglesi volevano la morte rapida di Mussolini.

Non essendo in quel momento chiaro che cosa volevano fare i partigiani (fucilarlo o consegnarlo agli americani?), John decise che era arrivato il momento di precedere tutti e farla finita con Mussolini.

Grazie ai suoi uomini operanti nella zona di Como, John sapeva dove si trovava Mussolini dopo l’arresto del 27 aprile a Dongo.

Perché gli inglesi volevano la sua morte?

La risposta probabilmente era nella borsa di cuoio che Mussolini portò con sé dopo essersi allontanato in fretta e furia da Milano il 26 aprile mentre nella città penetravano i primi partigiani.

In essa c’erano numerose lettere che Churchill gli aveva scritto anche quando Italia e Gran Bretagna erano in guerra, lettere che avrebbero messo in grande imbarazzo il leader inglese se fossero diventate pubbliche.

Dopo l’arresto di Mussolini la borsa sparì e con essa le lettere custodite. Sparì anche il cosiddetto “oro di Dongo” (denaro e valori in gran copia che Mussolini portava con sé) alimentando anche qui leggende e “verità” a iosa.

La pista inglese nella morte di Mussolini non è decisamente nuova. Scrive Renzo De Felice:“L’interesse degli Alleati per i diari nascondeva intenzioni politiche non confessabili. Gli americani volevano Mussolini vivo. Già allora pensavano a qualcosa, che poi si concretizzò nel processo di Norimberga, e progettavano di portare anche il Duce alla sbarra, senza preoccuparsi di cosa avrebbe potuto dire… Invece gli inglesi, che formalmente perseguivano gli stessi interessi degli americani, Mussolini a Norimberga non ce lo volevano proprio. Avrebbe potuto creare loro dei grandi imbarazzi. Nella famosa borsa -difensiva- che aveva con sé al momento della cattura, aveva raccolto, non per caso, una scelta ragionata del suo carteggio con Wiston Churchill…. Fu molto facile per gli inglesi evitare – specie essendo nel frattempo morto Roosevelt – che gli americani mettessero le mani sul Duce. Fecero tutto i partigiani. Ma fu un agente dei servizi segreti inglesi, italiano di origine, che li esortò a fare presto, a chiudere in fretta la partita Mussolini. Come dire: -Guardate che se arrivano gli Alleati in tempo utile, ve lo scippano, come vuole l’armistizio-”. (Renzo De Felice, “Rosso e Nero”, a cura di Pasquale Chessa, Baldini e Castoldi, 1995, pp. 144-145).

Nelle prime ora del mattino del 28 aprile Lonati e John giunsero nella casa dei De Maria, immobilizzarono i pochi partigiani di guardia, ed entrarono nella stanza dove scoprirono con una certa sorpresa anche la presenza della Petacci: “Mussolini era in piedi, la Petacci seduta sul bordo del letto. Mussolini l’avevo visto una volta da molto vicino, alcuni anni prima, quando ero un giovane avanguardista a Milano. Ricordavo il suo aspetto marziale, posatore, quasi insolente, burbanzoso, il suo mento che quasi parlava, il suo viso abbronzato, i suoi occhi penetranti. Forse, se l’avessi visto per strada in borghese non l’avrei riconosciuto, anche se in alcune fotografie apparse sui giornali dell’epoca già lo si vedeva precocemente invecchiato, un cascame d’uomo, con la faccia molto scavata e con una sfumatura sgradevole. Era un uomo finito, almeno fisicamente. Aveva il viso stanco e smagrito. Gli occhi cerchiati, lo sguardo spento. Le spalle infossate” (p. 84).

John cercò nella stanza di Mussolini e della Petacci le lettere di Churchill senza esito perché erano state sequestrate dai partigiani della 52esima Brigata che il giorno prima l’avevano arrestato. Anche in seguito John non riuscì a mettere le mani sulle lettere, che erano lo scopo della sua missione.

Dopo mezzora dal loro arrivo Lonati e John conducevano i due fuori dalla casa dei De Maria alla ricerca di un posto sicuro per la fucilazione. Non era il caso di perdere tempo. Altri partigiani potevano arrivare da un momento all’altro. Poche decine di metri dopo individuarono il posto giusto.

Così rievoca Lonati il momento della morte di Mussolini e della Petacci: “… e ora li avevo entrambi di fronte. Fui rapidissimo, il mitra lo tenevo già in posizione di sparo. A circa un metro da lui tirai l’otturatore e feci partire un colpo in direzione del cuore. Rimase in piedi, mi gurdava fisso negli occhi con fare attonito, sorpreso, come per dirmi: -Perché? Non doveva finire così-. Feci partire altri colpi, pochi, tre o quattro, sempre nella medesima direzione. La Petacci si mise di traverso, e mentre Mussolini scivolava lentamente verso terra mi spostai. John con un balzo si mise alla mia destra. La Petacci si stava accasciando, quasi accompagnando verso terra Mussolini. A quel punto John fece partire i colpi verso di lei, una scarica più lunga della mia, indirizzata al petto. Nessun grido, nessun lamento, una smorfia strana sul viso della donna, quasi un sorriso smorzato dal dolore. Cadde e toccò terra contemporaneamente a Mussolini. Tutto era finito” (p. 94). Erano le ore 11 del 28 aprile.

Quando arrivò il “colonnello Valerio” per fucilare Mussolini lo trovò a terra morto da almeno cinque ore. Secondo Lonati fu inscenata una finta fucilazione poco distante per attribuire ad elementi del Pci l’impresa (davanti al cancello di Villa Belmonte).

Lonati per molti anni mantenne la promessa del segreto e così fece lo stesso John, anzi quando l’agente inglese tornò in Gran Bretagna non ebbe più alcun rapporto con Lonati e anche con l’andare dei decenni non rese mai pubblico ciò che era accaduto.

Perché fu scelto Lonati per qusta difficile missione?

Perché, lo racconta lui stesso, aveva una grande esperienza militare alle spalle. Spesso aveva fatto missioni con Giovanni Pesce, era stato commisssario politico della 101esima Brigata Garibaldi. Insomma, aveva esperienza militare da vendere. E poi era l’uomo giusto per l’impresa: non un “eroe”, un “fegataccio”, ma un combattente che avrebbe saputo tenere la bocca chiusa mentre altri avrebbero costruito volentieri una promettente carriera politica, come farà poi Walter Audisio.

Credere a Lonati?

Il suo libro e la puntata della “Grande Storia” rendono credibile il suo racconto. La pista inglese ormai appartiene a un punto fermo nella ricerca storica. Il problema è che Lonati non ha mai potuto mostrare un documento che potesse avvalorare la sua ricostruzione dei fatti e senza documenti la storia si può fare ma con tutte le riserve del caso.

È inutile dire che sarebbe stato invece opportuno un processo a Mussolini: sarebbe state resi pubblici tanti legami tra fascismo-mondo economico-burocrazia-esercito-Vaticano… che forse avrebbero un po’ ripulito l’Italia da tante nefandezze. E chissà, l’Italia successiva sarebbe stata un poco migliore. Così non è avvenuto.

Qualunque sia la verità il libro di Lonati è appassionante e il suo racconto mostra quanto possa essere intrigante e curiosa la storia. Da far conoscere ai giovani, che sono convinti che la Storia sia solo noia mortale!

Piazzale Loreto

Il giorno dopo Lonati vede lo scempio di Piazzale Loreto, “macelleria messicana” dissero Parri e Pertini. Questa la sua testimonianza:

“Uscii dal Comando di Viale Lombardia e mi avviai a piedi verso Piazzale Loreto. Volevo vedere. Impiegai quasi un’ora a fendere la folla per avvicinarmi al luogo. Già da lontano si vedevano dei cadaveri appesi a delle putrelle. La gente urlava, rideva, insultava, levava in alto le mani in segno di minaccia e quelli più vicini sputavano. Attorno vi erano alcuni partigiani che tentavano di tenere lontana un po’ la folla. Non riuscii ad avvicinarmi molto, ma vidi i volti di Mussolini e della Petacci. Erano deturpati e la gonna della Petacci era legata alle gambe con un nodo, perché non ricadesse. Il vestito che indossava era lacerato. Portava una scarpa (non mi parve dello stesso tipo di quelle che portava il giorno prima) mal calzata che cadeva, e qualcuno gliela rimetteva in segno di dileggio. Me ne tornai indietro pensando che non avevo ucciso solo io Mussolini, ma anche la marea di gente che mi attorniava. Avevano ragione, però ora l’uccidevano ancora e male” (p. 103)

–         “Mussolini morì così”, parla Lonati

http://www.youtube.com/watch?v=t5Ss_UFIQhY

– Gli ultimi istanti di Claretta

http://www.youtube.com/watch?v=UyQeeZGMA2Y

–         National Geographic sulle tracce di Lonati (2013)

http://www.youtube.com/watch?v=EAiH3kCjMY8

“Bruno Giovanni Lonati è nato a Legnano nel 1921. Dal 1936 al 1956 ha lavorato alla Franco Tosi; in questo periodo sono compresi il servizio militare e la successiva attività partigiana, seguita sino al febbraio del 1946 da quella politica e sindacale. Trasferitosi a Torino nel 1958, ha poi ricoperto incarichi dirigenziali alla Fiat. Dopo il 1980 ha diretto a Bari un’importante società metalmeccanica; è stato poi consulente industriale e ha scritto diversi libri di carattere tecnico” (dal retro copertina).

Giancarlo Restelli

Dedicato a tutti i partigiani di Legnano

http://www.youtube.com/watch?v=W50oulSj5cA