Dopo l’8 settembre 1943. Gli IMI di Legnano nei lager tedeschi e polacchi

Dopo l’8 settembre 1943
Gli IMI di Legnano nei lager tedeschi e polacchi

Parlare della deportazione dall’Italia nei lager nazisti vuol dire affrontare un tema molto difficile soprattutto per il gran numero di deportati-internati: almeno 800.000 italiani conobbero la prigionia al di là delle Alpi e spesso la morte.
– 650.000 prigionieri di guerra dopo l’8 settembre del ’43 (divennero IMI) / 30-40.000 morti
– 24.000 Triangoli Rossi (operai in sciopero, partigiani, antifascisti…) / 10.000 morti circa / tra di loro gli operai della Tosi di Legnano deportati dopo il 5 gennaio del ‘44
– 120.000 lavoratori rastrellati in Italia per lavorare come schiavi nei lager / difficile calcolare il numero di morti
– 8.000 ebrei cittadini italiani che finirono nelle camere a gas di Auschwitz / tornarono poche centinaia di persone
In questo articolo prendiamo in considerazione solo i militari di Legnano rastrellati dopo l’8 settembre dai tedeschi e internati nei campi di lavoro tedeschi.
Legnano, 8 settembre 1943
Il passaggio di poteri a Legnano tra le autorità italiane e germaniche avvenne tra il 9 e il 10 settembre senza colpo ferire. I soldati di stanza a Legnano si arresero immediatamente come avvenne in molte altre località italiane. Già l’11 settembre i legnanesi trovarono affisso un manifesto: “CITTADINI! Da oggi il Comando della città e Circondario di Legnano, è assunto dal Tenente Colonnello LINDAU con tutti i poteri…” (da “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, pag 162. Lo trovate in biblioteca a Legnano o Castellanza)
Seguono ordinanze e minacce di fucilazione. L’Ortskommandatur, cioè il comando locale del colonnello Lindau, venne alloggiato nella palazzina della GIL di via Milano 15.
La dissoluzione dell’esercito coinvolse anche alcuni soldati legnanesi in quel momento operanti in diversi contesti militari. Per alcuni fu possibile il ritorno a casa, spesso fortunoso, per altri ci fu la prigionia in Germania o altrove.
Achille Carnevali si trovava con il suo reparto ad Ancona e seguendo la decisione unanime di tornare tutti a casa con i propri mezzi, disarmato, riesce fortunosamente a giungere vicino a Verona: “Questa per me è stata la più tragica visione della mia vita. Su tutti i binari morti c’erano decine di treni – Verona è grande – pieni di tutti i militari rastrellati e buttati sui carri bestiame. Ma quello che poi ancora mi ha colpito era che sulle banchine c’erano decine e decine di bambini che raccoglievano i biglietti con gli indirizzi per dire a casa che li stavano portando in Germania”.
Samuele Turconi si trovava a Folgaria in Trentino. La sua compagnia di Bersaglieri insieme ad una di Artiglieria decide di resistere. “Ma, combattiamo oggi, combattiamo domani, siamo arrivati al 20 di sera di settembre che non c’era quasi più di munizioni e ormai eravamo chiusi, accerchiati. Ci hanno presi tutti, prigionieri… Al giorno avanti, tutti in fila, sbrindolati, si doveva andare in Germania. Ho tentato, in due siamo andati, siamo fuggiti.”
Achille Carnevali e Samuele Turconi, raggiunta Legnano, entrarono fin da subito nella Resistenza, Achille, che era già Presidente dell’Azione Cattolica, nelle formazioni cattoliche della Brigata Carroccio, Samuele divenne invece il comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP di Legnano Mazzafame e Gorla Maggiore.
Legnanesi alla volta della Germania e della Polonia
Altri legnanesi non riuscirono a tornare a casa. Tra questi ITALO CAMPANONI, membro della famiglia che aveva la rinomata latteria. L’8 settembre 1943 Italo si trovava ad Atene: “Alla fine di settembre ci misero tutti e duemila su una tradotta e ci portarono in Germania. Per la precisione in un campo di lavoro a Moosburg, vicino a Monaco di Baviera. Io e altri nove commilitoni del mio reggimento fummo destinati a una fabbrica di mattoni.”
I militari vennero dichiarati IMI, Internati Militari Italiani, “una via di mezzo tra il prigioniero di guerra e il perseguitato politico” (Alessandro Natta), privi di ogni tutela: per loro non esisteva la Convenzione di Ginevra né l’intervento della Croce Rossa e vennero rinchiusi negli Stalag (Stammlager, campi per la truppa) e Oflag (Offizier Lager, per gli ufficiali), affamati, umiliati, maltrattati e inviati al lavoro coatto, i soldati da subito, gli ufficiali da fine 1944.
Il sottotenente degli alpini GIUSEPPE BISCARDINI si trovava ad Antibes, in Francia. Tutti gli ufficiali si rifiutarono di combattere a fianco dei tedeschi e l’8 ottobre vennero caricati su carri merci senza acqua né servizi igienici e qualcosa da mangiare un giorno sì ed uno no. Il 3 ottobre giunsero nel lager di Tarnopol in Polonia. Fu poi trasferito a Siedlce, poi a Sandbostel e poi a Wietzendorf, uno dei più duri campi per ufficiali.
La Resistenza nei lager
Resistenza perché? Ce lo spiega Giuseppe Biscardini: “7 luglio 1944. Dopo tante commissioni repubblichine, venute a parlarci del tradimento del re e di Badoglio e a convincerci di ritornare in Italia al loro fianco, oggi è arrivata una delegazione tedesca, in borghese, per offrirci pane e cibo in cambio del nostro lavoro nelle officine e nei campi. Altrettanto tempo sprecato. La nostra decisione è sempre la stessa: meglio la fame nei lager, piuttosto che la collaborazione con il governo nazista.” Nonostante il loro “no” a fine 1944 inizio ’45 anche gli ufficiali vennero inviati al lavoro coatto. Giuseppe finì in una fattoria a Cloppenburg, vicino al confine olandese. Biscardini ha messo per iscritto la sua esperienza: “Gefangenennummer: 42872. Diario di prigionia” (biblioteca di Legnano).
Un altro legnanese si è trovato a dover scegliere. GIACOMO LANDONI si trovava a Cefalonia ed è stato partecipe della tragedia della Divisione Acqui. Deportato a Königsberg è stato impiegato nella rimozione delle macerie dei bombardamenti: “Da mangiare, al mattino, non ci davano niente, a mezzogiorno un po’ di fieno nell’acqua. Alla sera un cucchiaino di burro e marmellata con un pezzo di pane. … Tutto il mio problema era di trovare qualcosa da mangiare. La fame è una di quelle degradazioni che fanno fare gli atti più inconsulti. E allora era venuto il cieco Borsani (NDR il legnanese Carlo Borsani) che veniva a fare propaganda per la Repubblica di Salò e chi aderiva lo mettevano dall’altra parte del reticolato e noi non mangiavamo niente e di là pastasciutta, tutto il ben di Dio. E tanti l’han fatto per risolvere il problema di venire in Italia. La stragrande maggioranza però non ha accettato.”
Condizioni inumane di vita
Anche RENZO DA RONCH, croce al Merito di Guerra, faceva parte della Divisione Acqui. Era nato a Merano ma in seguito risiedette per più di 50 anni a Legnano. Trovate la sua storia sul libro di Agrati “Quelli della neve” (biblioteca di Legnano): “Dopo averci catturato, ci hanno fatto viaggiare per circa 20 giorni su un treno sino ad arrivare in Prussia. Giunti a destinazione ci hanno smistato ed io venni inviato al lavoro in una fattoria. … Dopo un mese a causa del mio turbolento comportamento, venni inviato alla compagnia disciplina. Mi inserirono in un gruppo di circa 20 uomini, tutti di origine italiana, destinato a spaccare le pietre per la massicciata dei treni. Dormivamo in una specie di pollaio.”
LORENZO RANELLI era un medico, ufficiale di complemento che ad Atene aveva raggiunto il grado di Capitano ed aveva avuto occasione di incontrare Angelo Giuseppe Roncalli, allora Delegato Apostolico per Turchia e Grecia e futuro Papa Giovanni XXIII. Anche lui scelse di non collaborare e venne deportato. Prima destinazione il Lager di Kaisersteinbruch, in Austria, a sud-est di Vienna.
VITTORIO JELO e COSTANTINO COLOMBO erano entrambi appartenenti al 2° Reggimento Pontieri di stanza a Piacenza. Quando i tedeschi si presentarono in motocicletta accerchiando la caserma e tenendo sotto tiro i soldati italiani con delle mitragliette, gli italiani tentarono di resistere ma vennero tutti catturati.
Vittorio Jelo ricorda: “Dopo qualche giorno ci caricarono sui vagoni merci stipati come animali, spesso addirittura in vagoni scoperti. Rimanemmo per giorni senza cibo in una situazione igienica indescrivibile perché mai ci fecero scendere dai carri merci chiusi dall’esterno. Solo quando arrivammo a Berlino ci fecero scendere e ci diedero una gavetta di brodaglia”.
Vittorio finì in Pomerania, nel campo di Hammerstein: “Lì ci scaricarono in mezzo ad un campo recintato dove rimanemmo alcuni giorni all’addiaccio senza alcun aiuto. Alla fine … fummo assegnati alle baracche circondate da cani lupo. Procedettero in seguito ad un’ulteriore selezione ed io finii con un altro gruppetto di prigionieri a Barth Holz dove esisteva una fabbrica di bombe. Le baracche erano discrete ma il lavoro massacrante”.
Anche Costantino Colombo finì a Barth Holz e ci racconta che “Faceva molto freddo e anche la razione giornaliera di cibo, una zuppa con una fetta di pane scuro, ci permetteva appena di restare in piedi. Un giorno senza alcun motivo mi colpirono con 13 manganellate. Alla fine svenni… Arrivati a Graudenz ci fu tatuato un numero. Il mio era 47.823. Dovevamo raccogliere i morti dalle macerie: questo era il nostro lavoro che ci impegnava tutta la giornata. Da mangiare solo una gavetta di acqua di rape al giorno. Dopo poche settimane arrivai a pesare 37 chili. Pensavo che prima o poi sarei morto lì. Ogni giorno, infatti, diversi prigionieri spiravano per la fame e la tubercolosi. …”.
Il comm. LUIGI CAIRONI, storico Presidente della Famiglia Legnanese, alla vigilia dell’8 settembre del ’43 si trovava a Guastalla nel 2° Reggimento Pontieri con l’obiettivo di difendere i ponti sul Po da un’eventuale avanzata anglo-americana. Fatto prigioniero fu trasferito prima a Mantova e poi in carro bestiame in Pomerania, nello Stammlager II B di Hammerstein. “Fummo abbandonati in un cortile coperto di neve, poi ci spogliarono per un’ispezione. Avevo ancora il portafoglio, la catenina d’oro, una penna col pennino d’oro e la mia pistola con otto colpi nel tamburo. Ero deciso a non farmi portare via la mia roba, così la nascosi nella neve. Se non ci avessero fatto muovere avrei recuperato tutto più tardi. Tenevo soprattutto alla pistola. L’ultimo colpo l’avrei tenuto per me, ma con gli altri sette avrei venduto cara la pelle. Mi andò bene e riuscii a recuperare tutta la mia roba”.
Tante storie ancora da raccontare
Sono sicuramente molti di più gli IMI di Legnano, visto che su 34.000 abitanti circa 3.000 erano sotto le armi, ma noi abbiamo potuto per ora conoscere solo queste storie.
Auschwitz, Mauthausen, Dachau, Hammerstein e altri ignoti campi dove l’uomo è diventato un numero, stritolato nel meccanismo dei lager. Ai tanti “sommersi” e ai non molti “salvati” il nostro cordoglio e l’impegno a mantenere viva la Memoria di tanta abiezione.

– La memoria degli IMI secondo Aldo Cazzullo