Dopo l’8 settembre 1943: gli IMI di Legnano

Dopo l’8 settembre 1943: gli IMI di Legnano

Il passaggio di poteri a Legnano tra le autorità italiane e germaniche avvenne tra il 9 e il 10 settembre senza colpo ferire. I soldati di stanza a Legnano si arresero immediatamente come avvenne in molte altre località italiane. Già l’11 settembre i legnanesi trovarono affisso un manifesto: “CITTADINI! Da oggi il Comando della città e Circondario di Legnano, è assunto dal Tenente Colonnello LINDAU con tutti i poteri…” (da “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, pag 162. Lo trovate in biblioteca a Legnano o Castellanza)
Seguono ordinanze e minacce di fucilazione. L’Ortskommandatur, cioè il comando locale del colonnello Lindau, venne alloggiato nella palazzina della GIL di via Milano 15.
La dissoluzione dell’esercito coinvolse anche alcuni soldati legnanesi in quel momento operanti in diversi contesti militari. Per alcuni fu possibile il ritorno a casa spesso fortunoso, per altri ci fu la prigionia in Germania o altrove.
Achille Carnevali si trovava con il suo reparto ad Ancona e seguendo la decisione unanime di tornare tutti a casa con i propri mezzi, disarmato, riesce fortunosamente a giungere vicino a Verona, a Ca’ di David: “A Ca’ di David – era un treno normale – salto sul treno: pieno di Tedeschi! Erano Tedeschi che andavano in licenza in Germania. E allora il treno intanto è arrivato a Verona. Questa per me è stata la più tragica visione della mia vita. Su tutti i binari morti c’erano decine di treni – Verona è grande – pieni di tutti i militari rastrellati e buttati sui carri bestiame. Ma quello che poi ancora mi ha colpito era che sulle banchine c’erano decine e decine di bambini che raccoglievano i biglietti con gli indirizzi per dire a casa che li stavano portando in Germania. Dalla stazione di Verona vengono fuori le SS, quelle che avevano ancora quella bomba a mano col manico, e salgono su tutte le carrozze a buttar giù tutti i sospetti, non soltanto i militari: tutti i sospetti. Li pigliavano e li buttavano. Sull’ultima carrozza non son venuti, perché era riservata ai loro militari.”
Samuele Turconi si trovava a Folgaria in Trentino. La sua compagnia di Bersaglieri insieme ad una di Artiglieria decide di resistere. “Ma, combattiamo oggi, combattiamo domani, siamo arrivati al 20 di sera di settembre che non c’era quasi più di munizioni e ormai eravamo chiusi, accerchiati. Ci hanno presi tutti, prigionieri. E poi cosa hanno fatto, quei delinquenti? C’erano anche feriti leggeri, da niente… c’era un tipo di fossato lì contro una roccia, li hanno messi là, trrruuuc li hanno tagliati tutti! Hanno ammazzato i feriti. Alla sera portano via tutti gli ufficiali. Li hanno portati a duecento metri: raffiche di mitra e grida… Al giorno avanti, tutti in fila, sbrindolati, si doveva andare in Germania. Ho tentato, in due siamo andati, siamo fuggiti.”
Achille Carnevali e Samuele Turconi, raggiunta Legnano, entrarono fin da subito nella Resistenza, Achille, che era già Presidente dell’Azione Cattolica, nelle formazioni cattoliche della Brigata Carroccio dell’Alfredo Di Dio, Samuele divenne invece il comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP di Legnano Mazzafame e Gorla Maggiore.

Altri legnanesi non riuscirono a tornare a casa. Tra questi ITALO CAMPANONI, membro della famiglia che aveva la rinomata latteria. L’8 settembre 1943 Italo si trovava ad Atene: “Non ci siamo accorti di nulla, furono i greci a spiegarci che da un momento all’altro i tedeschi avrebbero potuto caricarci su un treno e portarci in Germania. … Alla fine i tedeschi si presero i nostri cannoni, che poi erano quelli che noi avevamo preso agli austriaci al termine della Grande Guerra 1915-18 … Alla fine di settembre ci misero tutti e duemila su una tradotta e ci portarono in Germania. Per la precisione in un campo di lavoro a Moosburg, vicino a Monaco di Baviera. Io e altri nove commilitoni del mio reggimento fummo destinati a una fabbrica di mattoni.”

I militari vennero dichiarati IMI, Internati Militari Italiani, “una via di mezzo tra il prigioniero di guerra e il perseguitato politico” (Alessandro Natta), privi di ogni tutela: per loro non esisteva la Convenzione di Ginevra né l’intervento della Croce Rossa e vennero rinchiusi in Stalag (Stammlager, campi per la truppa) e Oflag (Offizier Lager, per gli ufficiali), affamati, umiliati, maltrattati e inviati al lavoro coatto, i soldati da subito, gli ufficiali da fine 1944.

Il sottotenente degli alpini GIUSEPPE BISCARDINI si trovava ad Antibes, in Francia. Tutti gli ufficiali si rifiutarono di combattere a fianco dei tedeschi e l’8 ottobre vennero caricati su carri merci senza acqua né servizi igienici e qualcosa da mangiare un giorno sì ed uno no. Il 3 ottobre giunsero nel lager di Tarnopol in Polonia. Fu poi trasferito a Siedlce, poi a Sandbostel e poi a Wietzendorf, uno dei più duri campi per ufficiali. In biblioteca (tramite Castellanza) potete trovare il libro fotografico “Storia fotografica della prigionia dei militari italiani in Germania” che contiene molte fotografie scattate clandestinamente da un IMI, Vittorio Vialli, proprio in questi due ultimi Oflag e (a Legnano e Castellanza) “Il grande diario: Giovannino cronista del Lager. 1943-1945”, scritto in questi due lager da Giovannino Guareschi, il papà di Peppone e Don Camillo. Giuseppe Biscardini fu per un periodo compagno di Guareschi. A Wietzendorf la fame era terribile, i tedeschi stavano facendo un esperimento medico-scientifico: con quante calorie di rapa può sopravvivere un uomo? Inoltre il campo con le sue baracche era stato dichiarato inagibile da diverse commissioni mediche tedesche. Ulteriori dettagli sono esposti nel rapporto del Tenente Colonnello Pietro Testa (lo trovate su internet) e nel libro di Alessandro Natta “L’altra Resistenza” (internet o biblioteca di Legnano e Castellanza). Resistenza perché? Ce lo spiega Giuseppe Biscardini: “7 luglio 1944. Dopo tante commissioni repubblichine, venute a parlarci del tradimento del re e di Badoglio e a convincerci di ritornare in Italia al loro fianco, oggi è arrivata una delegazione tedesca, in borghese, per offrirci pane e cibo in cambio del nostro lavoro nelle officine e nei campi. Altrettanto tempo sprecato. La nostra decisione è sempre la stessa: meglio la fame nei lager, piuttosto che la collaborazione con il governo nazista.” Nonostante il loro “no” a fine 1944 inizio ’45 anche gli ufficiali vennero inviati al lavoro coatto. Giuseppe finì in una fattoria a Cloppenburg, vicino al confine olandese. Biscardini ha messo per iscritto la sua esperienza: “Gefangenennummer: 42872. Diario di prigionia” (biblioteca di Legnano).

Un altro legnanese si è trovato a dover scegliere. GIACOMO LANDONI si trovava a Cefalonia ed è stato partecipe della tragedia della Divisione Acqui. Deportato a Königsberg è stato impiegato nella rimozione delle macerie dei bombardamenti: “Da mangiare, al mattino, non ci davano niente, a mezzogiorno un po’ di fieno nell’acqua. Alla sera un cucchiaino di burro e marmellata con un pezzo di pane. … Tutto il mio problema era di trovare qualcosa da mangiare. La fame è una di quelle degradazioni che fanno fare gli atti più inconsulti. E allora era venuto il cieco Borsani (NDR il legnanese Carlo Borsani) che veniva a fare propaganda per la Repubblica di Salò e chi aderiva lo mettevano dall’altra parte del reticolato e noi non mangiavamo niente e di là pastasciutta, tutto il ben di Dio. E tanti l’han fatto per risolvere il problema di venire in Italia. La stragrande maggioranza però non ha accettato.”

Anche RENZO DA RONCH, croce al Merito di Guerra, faceva parte della Divisione Acqui. Era nato a Merano ma in seguito risiedette per più di 50 anni a Legnano. Trovate la sua storia sul libro di Agrati “Quelli della neve” (biblioteca di Legnano): “Dopo averci catturato, ci hanno fatto viaggiare per circa 20 giorni su un treno sino ad arrivare in Prussia. Giunti a destinazione ci hanno smistato ed io venni inviato al lavoro in una fattoria. … Dopo un mese a causa del mio turbolento comportamento, venni inviato alla compagnia disciplina. Mi inserirono in un gruppo di circa 20 uomini, tutti di origine italiana, destinato a spaccare le pietre per la massicciata dei treni. Dormivamo in una specie di pollaio.” In seguito venne inviato al lavoro in una segheria dove costruivano baracchette: “Nessuno di noi immaginava l’uso di quelle baracchette. Soltanto a guerra finita, lo seppi. … Verso la fine del 1944, anche in quella località si iniziavano a sentire i cannoni dei russi che avanzavano. … Ci trovammo improvvisamente liberi.” Pochi giorni dopo vennero catturati dai russi ed inviati a Bialystok, “in un ospedale trasformato in lager. … Alloggiavamo in baracche di legno; dormivamo in strettissimi letti a castello e ci nutrivamo esclusivamente con minestre di miglio. … Alla fine di agosto arrivò l’ordine di partenza per l’Italia. … Davanti alla mia abitazione , cominciai a tremare spaventato. Infatti mia madre non riceveva notizie da molto tempo e non immaginavo la sua reazione vedendomi.”

LORENZO RANELLI era un medico, ufficiale di complemento che ad Atene aveva raggiunto il grado di Capitano ed aveva avuto occasione di incontrare Angelo Giuseppe Roncalli, allora Delegato Apostolico per Turchia e Grecia e futuro Papa Giovanni XXIII. Anche lui scelse di non collaborare e venne deportato. Prima destinazione il Lager XVII A, cioè quello di Kaisersteinbruch, in Austria, a sud-est di Vienna.

VITTORIO JELO e COSTANTINO COLOMBO erano entrambi appartenenti al 2° Reggimento Pontieri di stanza a Piacenza. Quando i tedeschi si presentarono in motocicletta accerchiando la caserma e tenendo sotto tiro i soldati italiani con delle mitragliette, gli italiani tentarono di resistere. Costantino era quasi riuscito a fuggire, ma il suo comandante Colonnello Biandrate gli ordinò di restare con lui. Vennero tutti catturati.
Vittorio Jelo ricorda: “Dopo qualche giorno ci caricarono sui vagoni merci stipati come animali, spesso addirittura in vagoni scoperti. Rimanemmo per giorni senza cibo in una situazione igienica indescrivibile perché mai ci fecero scendere dai carri merci chiusi dall’esterno. Solo quando arrivammo a Berlino ci fecero scendere e ci diedero una gavetta di brodaglia. Quello che veramente non dimenticherò mai, perché ci commosse fino alle lacrime, fu il momento in cui il treno attraversò il confine lasciando la nostra terra. Come se fosse stato impartito un ordine si levò simultaneamente un canto: era il coro dei Lombardi alla prima Crociata, l’opera di Giuseppe Verdi. Fu un momento di una intensità emotiva straziante”. Vittorio finì in Pomerania, nel campo di Hammerstein: “Lì ci scaricarono in mezzo ad un campo recintato dove rimanemmo alcuni giorni all’addiaccio senza alcun aiuto. Alla fine … fummo assegnati alle baracche circondate da cani lupo. Procedettero in seguito ad un’ulteriore selezione ed io finii con un altro gruppetto di prigionieri a Barth Holz dove esisteva una fabbrica di bombe. Le baracche erano discrete ma il lavoro massacrante. … Si lavorava ininterrottamente per 12 ore senza soste e senza la distribuzione del rancio. … Solo una volta fatto ritorno alle baracche si aveva diritto ad una gavetta di acqua sporca che chiamavano minestra. Al lunedi sera i tedeschi distribuivano la razione settimanale che consisteva in un pezzo di pane nero, una fetta di salame e un cucchiaio di marmellata.”
Anche Costantino Colombo finì a Barth Holz e ci racconta che “Faceva molto freddo e anche la razione giornaliera di cibo, una zuppa con una fetta di pane scuro, ci permetteva appena di restare in piedi. Un giorno senza alcun motivo mi colpirono con 13 manganellate. Alla fine svenni.”
Vittorio Jelo e Costantino Colombo lavoravano insieme nella fabbrica di bombe. Con loro Gaetano Ciompi di Marina di Massa. Una notte avvenne un incidente. “Ciompi fece esplodere involontariamente una macchina da lavoro della quale eravamo responsabili tutti e tre. – racconta Costantino – Questo significava dover comparire di fronte alla corte marziale. Fummo così trasferiti nel carcere di Stralsund, dove la maggior parte dei prigionieri moriva per le estenuanti marce sotto temperature polari, le epidemie, la denutrizione. Con i nostri familiari era impossibile comunicare. Jelo fu assolto, mentre a me e Ciompi diedero 5 anni da scontare in un lager polacco, a Graudenz, vicino Varsavia. … Arrivati a Graudenz ci fu tatuato un numero. Il mio era 47.823. Dovevamo raccogliere i morti dalle macerie: questo era il nostro lavoro che ci impegnava tutta la giornata. Da mangiare solo una gavetta di acqua di rape al giorno. Dopo poche settimane arrivai a pesare 37 chili. Pensavo che prima o poi sarei morto lì. Ogni giorno, infatti, diversi prigionieri spiravano per la fame e la tubercolosi. … Insieme a Ciompi formammo una sorta di gruppo di studio. Parlavamo di filosofia, arte e meccanica. I tedeschi ci stavano uccidendo minuto dopo minuto, ma non volevamo che ci privassero anche della nostra dignità. Imparavamo qualcosa tutti i giorni, visto che ogni giorno per tutti noi sarebbe potuto essere l’ultimo. … Una notte (era il marzo del ’45) udimmo l’avvicinarsi dei carri armati. Era un convoglio russo”. Costantino ha deciso con altri di fuggire e raggiungere con mezzi di fortuna la frontiera. Il viaggio durò mesi. “Arrivati in Italia ci dividemmo. Proseguii il mio viaggio in treno e giunsi a Legnano. Da oltre due anni i miei genitori non avevano mie notizie. Mia madre vedendomi arrivare svenne”. Vittorio Jelo invece fu preso dai russi e consegnato agli americani il 10 maggio 1945. Anche per lui iniziò l’odissea del ritorno, che si sarebbe conclusa solo a settembre.

Il comm. LUIGI CAIRONI, storico Presidente della Famiglia Legnanese, alla vigilia dell’8 settembre del ’43 si trovava a Guastalla nel 2° Reggimento Pontieri con l’obiettivo di difendere i ponti sul Po da un’eventuale avanzata anglo-americana. Il suo reparto invece di sbandarsi come molti altri cercò di resistere alla reazione tedesca dopo l’annuncio dell’armistizio ma i rapporti di forze furono tali per cui la resa divenne inevitabile. Fatto prigioniero fu trasferito prima a Mantova e poi in carro bestiame in Pomerania, nello Stammlager II B di Hammerstein. “Fummo abbandonati in un cortile coperto di neve, poi ci spogliarono per un’ispezione. Avevo ancora il portafoglio, la catenina d’oro, una penna col pennino d’oro e la mia pistola con otto colpi nel tamburo. Ero deciso a non farmi portare via la mia roba, così la nascosi nella neve. Se non ci avessero fatto muovere avrei recuperato tutto più tardi. Tenevo soprattutto alla pistola. L’ultimo colpo l’avrei tenuto per me, ma con gli altri sette avrei venduto cara la pelle. Mi andò bene e riuscii a recuperare tutta la mia roba. Nel nostro settore c’erano quattro capannoni con mille prigionieri ciascuno. Nel centro c’era una torretta con fari e mitragliatrici, su tre lati altrettante latrine. Da mangiare ci davano una minestra fatta di rape e di brodo di pecora”. Caironi si fece passare per contadino e venne inviato al lavoro in una fattoria nei dintorni di Danzica dove potè avere un’alimentazione sicuramente migliore rispetto ai suoi compagni di prigionia. Racconta che la proprietaria era una baronessa amante dell’Italia e questo fu un ulteriore vantaggio pur nella sventura della prigionia e del lavoro coatto. Anche per Caironi arrivò il momento della liberazione con la fine della guerra ma con un’amara sorpresa. Dopo essere evaso dal campo fu intercettato da una pattuglia americana nei pressi di Kiel, una città portuale situata nell’estremo nord della Germania. Incredibilmente gli americani consegnarono lui e gli altri ai russi: “Dopo due giorni fummo consegnati ai russi. Avrebbero dovuto riportarci in Italia, invece dal momento che avevano bisogno di manodopera ci deportarono in un campo di concentramento vicino a Varsavia. In questo nuovo campo restammo da aprile ad ottobre: all’inizio c’erano 7000 prigionieri, un po’ di tutte le nazionalità. Poi scoppiò un’epidemia di tifo e colera che durò 40 giorni, morirono quasi 4000 persone. Il campo era gestito dai “figli di Stalin”, ragazzotti di 16 o 17 anni rozzi e ignoranti. Ci consideravano traditori della nostra patria, ogni pretesto era buono per spararci addosso”. Ma Caironi riuscì a venirne fuori: “Il 5 ottobre partimmo alla volta dell’Austria. Il 15 ero alla stazione di Legnano, dove rividi mio fratello. Pesavo 42 chili, in tasca avevo ancora il mio portafoglio e la mia pistola. Tutti i 22 ragazzi del Genio che erano sotto la mia responsabilità erano tornati in patria: 21 sulle loro gambe, uno su una barella della Croce Rossa. … Uno per tutti, tutti per uno: questo ci ha salvato. Mai più guerra! Impariamo a mettere davanti a noi il prossimo!”

Sono sicuramente molti di più gli IMI di Legnano, visto che su 34 mila abitanti circa 3 mila erano sotto le armi, ma noi abbiamo potuto per ora conoscere solo queste storie.
Un’ultima considerazione di Alessandro Natta sugli IMI in “L’altra Resistenza”: “Dopo la liberazione abbiamo avuto modo di misurare la nostra condizione sul metro di Mauthausen e di Belsen. Sappiamo dunque quale fu il nostro posto nel sistema del lager. … E’ vero. Noi abbiamo avuto una sorte diversa da quella dei prigionieri dei campi di sterminio, dei lager politici, anche se occorre dire che non vi fu una differenza nella sostanza ma solo nel grado di intensità della persecuzione. … Quando i nazisti decisero di usare contro di noi la rappresaglia feroce era ormai troppo tardi. L’ordine fu scritto e firmato da Goebbels. La scadenza: 30 marzo 1945. Ma non venne eseguito. … Tra i reticolati tedeschi eravamo diventati uomini liberi: il 25 aprile ci diceva che avremmo potuto essere liberi cittadini nella libertà della Patria”.