I fratelli Cervi

I fratelli Cervi

Si dice spesso che la Resistenza nacque dopo l’8 settembre del ’43. Come tutte le definizioni contiene molti elementi di verità ma nel caso della famiglia Cervi risulta del tutto limitata perché il loro antifascismo nacque molto prima: nel 1933 pensando ad Aldo, prima ancora nacque l’antifascismo di Alcide quando all’inizio degli anni Venti prese la tessera del Partito popolare di Don Sturzo.

Ma la famiglia Cervi ha una esperienza ancora più lontana di lotte per la giustizia e contro lo sfruttamento.

Il padre di Alcide partecipò ai moti contro la tassa sul macinato (1869). “Combattente per la terra e la giustizia” lo definisce Alcide.

Insomma, parlando della famiglia Cervi abbiamo tre generazioni impegnate nella lotta per la giustizia.

Alcide nacque nel 1875, il padre era un mezzadro con tre figli. Nel 1897 è il momento della ferma militare a Torino. Un giorno ci fu un colloquio registrato da Papà Cervi nel suo libro (“I miei sette figli”) che fa ben capire bene la “considerazione” che allora si aveva nei confronti dei soldati, quasi tutti di estrazione contadina.

Dire che erano solo “carne da cannone” non è una forzatura.

– “Un giorno arriva un sergente e dice ai soldati che si va a combattere contro i boeri

“I boeri, e chi sono? – fanno i soldati

–         Sono un popolo dell’Asia – dice il sergente

–         Ah, hanno la faccia gialla

–         Deve essere dalle parti della Cina – dice un altro

–         E dalla Cina vengono qui?

–         No, siamo noi che andiamo lì – spiega il sergente

–         Andiamo lì, e perché?

–         Mah, si sono rivoltati

–         Contro l’Italia?

–         No, contro l’Inghilterra

–         Ah!

Un soldato scrisse a casa e disse che stavano partendo per combattere i boari, e a casa ci fu molta costernazione perché uccidere i contadini non sembrava una bella cosa. Poi seppe che erano i boeri e la famiglia fu contenta.

In realtà la guerra fu contro la Cina, una guerra imperialistica per il possesso della baia di Tiensin (1901).

Insomma, contadini-soldati mandati a combattere altri contadini-soldati per cause che nessuno capiva ma che la classe dirigente dell’epoca ben comprendeva.

Dopo la ferma militare Alcide si sposa e ha il primo figlio nel 1901, Gelindo e poi in successione Antenore, Diòmira, Aldo, Ferdinando, Rina, Agostino, Ovidio, Ettore nel 1921.

Aldo appare il più intelligente e riflessivo dei figli di Alcide (nasce nel 1909).

Aldo parte nel 1929 per il servizio militare e come il padre non si rassegna al suo ruolo di soldato passivo. Già allora esprimeva pubblicamente la sua opposizione al fascismo e più di una volta venne punito.

Per un reato di cui non era responsabile Aldo è condannato a 25 mesi di carcere e quando tornò era diventato un uomo e soprattutto un comunista convinto. Nel carcere aveva frequentato quella che un tempo si chiamava l’”università del carcere” e lì aveva conosciuto alcuni antifascisti e aveva avuto l’occasione di leggere molto.

Aldo esercitava un grande ascendente sui fratelli, quindi nessuno si oppose, neppure il padre Alcide, perché sembrava che i nuovi ideali comunisti si legassero molto bene con gli ideali solidaristici cattolici della famiglia e in particolare del padre.

Da quel momento i fratelli sono subito conquistati dal desiderio di combattere il fascismo. Addirittura la prima cellula comunista fu fondata a Campegine nel ’33.

Per evitare di incappare nelle maglie della polizia fascista ad Aldo venne in mente di creare una biblioteca nella quale accanto a libri fascisti ci fossero anche “Il Capitale”, “La madre” di Gorki ed altri proibiti. C’erano soprattutto libri di tecnica agraria.

Quando un giovane prendeva un libro, Aldo aspettava che tornasse per iniziare con lui una discussione per vagliare la possibilità di includere anche lui nell’organizzazione. Di tanto in tanto Aldo faceva lezioni ai “lettori” in cui parlava di storia d’Italia, della rivoluzione russa e il discorso inevitabilmente cadeva sul fascismo.

Intanto matura nella famiglia il desiderio di mettere fine una volta per tutte alla mezzadria per un nuovo contratto di affitto. È il momento della “Casa Nuova” o dei “Campi Rossi” di Gattatico.

La mezzadria impediva ogni miglioramento delle tecniche agrarie perché per ogni miglioria era necessario l’assenso del proprietario il quale per il semplice possesso della terra si prendeva la metà del raccolto. Come affittuari i benefici delle nuove tecniche sarebbero andati a loro vantaggio.

E così un giorno di San Martino fecero trasloco per la nuova casa.

Qui lavorarono come matti per alcuni anni per livellare la terra e migliorare la resa dei terreni.

Non era solo il desiderio legittimo in ogni contadino di uscire dalla miseria e vivere un po’ meglio. I fratelli Cervi leggono molte opere di agronomia e si rendono conto che ci sono cognizioni, esprienze maturate nella scienza che aspettano solo di essere valorizzate. Per esempio Aldo un giorno comprò un trattore sia per alleviare la fatica dei fratelli ma anche per metterlo a disposizione di altre famiglie contadine e così stringere nuovi legami.

Quando Aldo arrivò a Gattatico con il trattore aveva in mano un mappamondo, “che girava e rigirava. – Porto a spasso il mondo, diceva allegro – e voleva far capire che il progresso tecnico si può fare se si guarda anche fuori dal campo, se si hanno gli occhi sul mondo. Ma voleva dire, anche, che i lavoratori erano destinati al mondo, come il mondo è destinato ai lavoratori”.

“Siamo diventati comunisti, contadini di scienza” disse Alcide sintetizzando i nuovi ideali comunisti che rafforzavano il loro essere contadini d’avanguardia.

Dal momento in cui l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania l’impegno politico dei Cervi aumentò in misura esponenziale. Iniziarono a stampare “l’Unità” clandestina in casa di contadini dopo la chiusura della stamperia di Milano. Sono 10.000 copie al giorno.

A volte convincono i contadini a non portare all’ammasso i loro prodotti. Ma a mano a mano che aumentano l’impegno politico rischiano di essere più visibili ai fascisti.

Con il 25 luglio e l’8 settembre del ’43 l’impegno aumenta perché i Cervi erano convinti che si fosse a un passo dalla caduta del fascismo e così la loro casa divenne una stazione di smistamento per soldati soprattutto stranieri fuggiti dai vari campi di concentramento. Questi ex militari erano ospitati e rifocillati finchè potevano passare le linee oppure partire per combattere in qualche banda partigiana.

“Casa mia sembrava la Società delle nazioni” – dirà papa Cervi. In totale aiutarono una ottantina di prigionieri di molte nazionalità.

Ma non fanno solo opera di assistenza: compiono azioni al limite della temerarietà disarmando carabinieri e militi fascisti travestiti da soldati tedeschi. Fanno fuggire prigionieri da Fossoli.

Intando Aldo con alcuni prigionieri lasciano la pianura per la montagna. È una delle prime bande nel reggiano. Anche qui compiono attentati e sabotaggi trovando in montagna il rifugio.

Ma allora le bande erano poche e mancavano i rifornimenti dalla pianura. D’accordo con il CLN di Reggio, arrivando l’inverno, decisero di tornare alla casa di Gattatico.

Intanto casa Cervi contunua ad essere un rifugio per tutti i militari sbandati e per gli antifascisti della zona.

Il rischio è grande e sembrano sottovalutarlo. Il CLN insiste affinchè gli ex prigionieri si allontanino dalla casa ma Aldo vuole che alcuni rimangano per combattere con i partigiani della zona.

I Cervi sottovalutano la volontà di vendetta e di riscatto del fascismo saloino, più incattivito e violento rispetto al fascismo precedente.

I fascisti volevano saldare i conti con i Cervi e così si arrivò alla notte del 25 novembre. Quella notte una cinquantina di fascisti circondò la casa e si combattè strenuamente finchè il fienile fu incendiato minacciando la casa. I fratelli furono arrestati, il padre volle seguire i figli; rimasero a casa la madre, tre nuore e 11 nipoti.

In un carcere di Parma a turno i fratelli vengono picchiati e torturati.

Vennero fucilati poi il 28 dicembre del ’43. Il padre non seppe nulla. Tornò a casa dopo un bombardamento che colpì il carcere di Parma ma per un mese e mezzo la moglie e le nuore non gli dissero nulla fino al momento in cui fu inevitabile dirgli che cosa era accaduto ai figli.

Quando seppe che cosa era successo pianse molto, poi disse: “Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”.

I Cervi furono fucilati perché il 27 dicembre alcuni partigiani appartenenti ai Gap di Reggio uccisero un segretario comunale fascista di un paese vicino a Gattatico.

La madre morì di spavento quando nell’ottobre del ’44 la casa fu nuovamente saccheggiata e incendiata dai fascisti.

Vorrei concludere citando alcune parole di Alcide presenti nel suo libro-testimonianza: “Eravate tutti e sette insieme, anche davanti alla morte, e so che vi siete abbracciati, vi siete baciati, e Gelindo prima del fuoco ha urlato: – Voi ci uccidete, ma noi non morremo mai!”. È vero, figli miei, vostro padre aveva ragione, il sangue diceva giusto, voi non potete morire. È questa la forza che mi fa andare avanti, che non mi fa piegare dal sentimento, altrimenti sarei venuto con voi presto, come la mamma vostra”.