Il “sangue dei vinti” a Legnano nel post-Liberazione

26 aprile 1945

Fu probabilmente per la poca fiducia nella futura giustizia che a Legnano, ma non solo a Legnano, qualcuno giustizia se la fece da sè.

Già a partire dal 25 aprile sono stati arrestati i più rinomati fascisti. Alcuni sono stati rilasciati subito.

Altri fascisti sono stati inviati al carcere di San Vittore a Milano e da lì al campo di concentramento di Coltano, vicino a Pisa. Però non ci sono restati a lungo.

Il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Legnano si era costituito a novembre del 1943 là dove è stata posta lo scorso 23 aprile una targa commemorativa, tra la via Alberto da Giussano e la via Lega. Il CLN aveva svolto il suo compito durante il periodo clandestino della resistenza ma anche in seguito, per circa un anno, per aiutare a gestire le innumerevoli necessità della popolazione.
Il CLN ha aiutato economicamente le famiglie dei fascisti e ha inviato a Coltano una rappresentanza. Viste le condizioni di vita nel campo per tutti i fascisti legnanesi è stata chiesta ed ottenuta dal CLN la scarcerazione. Era il 19 settembre 1945.
Ad altri fascisti però è andata meno bene. Ma questo è comprensibile se si pensa che il giorno della Liberazione non aveva significato automaticamente la ritirata delle forze fasciste. Fino ai primi di giugno si registrano ripetuti spari e lanci di bombe. La notte tra il 2 e il 3 di giugno due bombe vennero lanciate contro la caserma partigiana garibaldina Carducci, tra il 5 e il 6 a Rescaldina con un ferito della 101^. Il 31 luglio il Prefetto di Milano decide la chiusura anticipata di alcuni locali “in considerazione del continuo ripetersi di atti terroristici, rapine a mano armata e ribellioni alla Forza Pubblica nella zona di Legnano”.

L’elenco di torturatori e criminali della RSI era lungo e nonostante gli appelli del clero e le direttive del 20 aprile del CLN Alta Italia per le commissioni di giustizia, anche a Legnano vi furono episodi di giustizia sommaria.
Nella notte tra il 30 aprile ed il 1° maggio vennero rinvenuti sotto il ponte di San Bernardino i corpi di 4 sicari fascisti: Rabolini, Toja, Bovini, Corradini.  Il capitano Arturo Sesler venne prelevato da non si è mai saputo chi direttamente dall’ospedale e in pigiama fucilato e lasciato ai piedi della fontana di piazza San Magno. Su di lui si accanì la folla, tra il disgusto della maggior parte dei partigiani che vedevano in lui un avversario sì, ma integerrimo e coraggioso.  Il 5 maggio venne fucilato pubblicamente a Castano il legnanese Antonio Montagnoli, crudele squadrista delle Brigate Nere. La notte tra il 6 e il 7 forse ad opera dei partigiani bustocchi vennero prelevati dalle carceri di San Martino 11 fascisti, portati a piedi alla cascina Olmina e qui fucilati e lasciati esposti. Carlo Bergonzi – Luigi (Fain) Clerici – Rinaldo Corno – Giovanni Fiumi – Vittorio Maerna – Attilio Martignoni – Emilio Pagani – Argenide Peressini – Giulio Salmoiraghi – Giovanni Battista Scrugli – Bruno Tiraboschi.
Tra i fucilati il noto medico Carlo Bergonzi, che aveva lo studio in via Marconi. Molti si stupirono di questa fucilazione e pensarono ad uno sbaglio o ad una vendetta privata.  Probabilmente non sapevano che il medico era inquadrato nelle GNR col grado di Maggiore Medico e non sapevano un altro particolare.

Piera parla di Filippo Zaffaroni, schedato come “pericoloso bandito”, torturato al “Circul dei sciuri”. Lui stesso ha poi raccontato che a tenergli il polso per monitorarlo mentre gli davano scosse elettriche con delle piastre applicate alle tempie c’era proprio il dottor Bergonzi. E non solo in quell’occasione era stato coinvolto nelle torture dei partigiani.
Il 14 successivo, nei pressi di Villa Cortese, venne fucilato anche l’ex podestà Fulvio Dimi.
In tutti questi casi pare da un’indagine interna che non siano stati responsabili partigiani legnanesi. Altro destino invece per 3 fascisti che vennero incarcerati a Busto e processati al tribunale straordinario alla caserma Carducci. Su di essi pendevano vari capi d’accusa:
“1) Capitano Nucci: capo dell’UPI di Legnano – tristemente famoso come seviziatore dei detenuti politici. Responsabile della fucilazione di molti partigiani;
2) Tenente Montagnoli Mario: Comandante della Brigata Nera di Legnano – di una famiglia di spie fasciste responsabili di numerosi delitti. Torturatore e seviziatore di partigiani – particolarmente responsabile dell’uccisione di cinque patrioti;
3) Dr. Santini: per molto tempo Vice-Commissario dell’Ufficio Politico della Questura di Milano. Tristemente noto per la sua crudeltà. Commissario di P.S. di Legnano durante la Repubblica, particolarmente accanito nella lotta e nella caccia ai partigiani.”
Essi inoltre erano accusati di aver fatto fuoco sulla folla e sui partigiani il 25 aprile.
9 maggio. Monsignor Cappelletti annota:  “Ore 15. Mons. Prevosto è invitato a portarsi alle Scuole Carducci per ascoltare la Confessione di tre condannati. … I tre vengono condotti a piedi al luogo del supplizio –  P. Mercato – Mons. è al loro fianco. Si cammina tra due ali di popolo imbestialito. Appoggiati al muro di cinta dello stabilimento De Angeli Frua mentre Mons. Prevosto dà l’ultima benedizione un plotone di 12 comunisti spara e tutti e tre cadono fulminati.”
In quell’occasione ci furono diversi feriti, anche tre i partigiani, perché la folla iniziò a sparare addirittura prima che i garibaldini del plotone facessero fuoco e per poco non colpirono anche Monsignore. La folla si accanì poi sui cadaveri, come per Sesler, come per Mussolini a piazzale Loreto a Milano.

A proposito di Milano, lì ha avuto seri guai un legnanese illustre.
Carlo Borsani, individuato nell’ospedale oftalmico dove si era rifugiato il 26 aprile, viene fucilato il 29 in piazzale Susa insieme a don Tullio Calcagno, fondatore della rivista “Crociata italica”.
Sembra strano fucilare un sacerdote. Che male ha potuto fare? A volte non è necessario impugnare un’arma per uccidere. Le parole che incitano alla tortura, all’uccisione armano centinaia di mani. Non sono l’assassino ma sono il mandante.
Samuele Turconi, che voi tutti conoscete, quando è stato incarcerato a Varese è stato torturato prima dai fascisti e poi dai tedeschi. Tra i fascisti il più sfegatato, quello che ogni tre per due chiedeva di Xx impiccarlo, era vestito da prete. Samuele s’è ricordato bene il nome e negli anni successivi si è interessato. Era proprio un prete!
Ci vuole tanto coraggio per non parlare. E ci vuole tanto coraggio anche per perdonare, come ha fatto Samuele. Perdonare anche chi l’ha fatto catturare con una delazione.
Tanti in quei giorni il coraggio non l’hanno avuto, hanno avuto paura, paura che tipi come i torturatori della Xx Banda Carità potessero uscirne indenni e magari con tutti gli onori, cosa, che come abbiamo visto, è accaduta realmente. Giustificare è difficile, ma capire credo che si possa.

Renata Pasquetto