Internati Militari Italiani: traditi, disprezzati e dimenticati

Internati militari italiani / Associarma Legnano / 28 aprile ‘17

La deportazione dall’Italia dopo l’8 settembre del 1943 fu davvero imponente e non so quanto conosciuta oggi nel nostro Paese. Furono 770mila circa gli italiani che vennero deportati in Germania, in Austria o in Polonia in strutture chiamate campi di concentramento, campi di sterminio, campi di lavoro e campi di internamento per militari.
615mila furono gli internati militari negli Stalag, 24mila i Triangoli rossi deportati nei KZ, 8500 ebrei italiani finirono ad Auschwitz, ossia in un campo di sterminio, 120mila i lavoratori portati forzatamente nel Reich per lavorare come manodopera a buon mercato nei campi di lavoro.
A loro dobbiamo aggiungere altri 600mila militari italiani che finirono nelle mani degli Alleati (memoria ancora minore) e finirono nei campi di concentramento americani negli Usa, nei campi inglesi in India o in Sudafrica, nei campi francesi in Algeria.

Tornando agli italiani deportati dai tedeschi possiamo parlare di destini diversi, destinazioni diverse, diverso anche il trattamento. Ad accomunare queste categorie di persone vi fu il trasferimento forzato nel Reich, le pessime condizioni abitative e spesso la morte.

Tratteremo solo il caso degli IMI, ossia del destino dei nostri militari dopo l’8 settembre del 1943.
Anticipando le conclusioni potremmo dire che gli IMI furono Traditi, disprezzati, dimenticati, secondo l’efficace definizione di uno dei primi storici tedeschi ad occupari di questo tema.

Traditi da Badoglio e il re (fuga da Roma), disprezzati dalla Germania nazista, dimenticati dalla Repubblica nata dalla Resistenza.

8 settembre 1943
Per capire la tragedia dei militari italiani nei campi di concentramento tedeschi è necessario partire dagli avvenimenti dell’8 settembre 1943. Non è il caso di addentrarsi nel ginepraio dell’8 settembre anche perché l’abbiamo già fatto recentemente.
Diciamo solo che il re aveva due possibilità nel momento dell’annuncio dell’armistizio: o la resistenza armata o l’abbandono di Roma. Scelse la seconda. Il re voleva salvare con la propria persona la monarchia.
Salvare la monarchia gravemente minacciata era nei diritti del re. Il vero punto non sta nella cosiddetta “fuga vigliacca” da Roma come poi scrisse tanta pubblicistica. Il vero vulnus dell’8 settembre è di non aver lasciato nessuna direttiva all’esercito!
Il risultato fu il caos e lo sbandamento dell’esercito. Molti generali e ufficiali rimasti senza ordini furono i primi a scappare seguiti subito dai soldati.
L’assoluta mancana di ordini di alcun genere e il terrore di un intervento tedesco spiegano lo sfascio dell’esercito che avviene in modo incredibile nel giro di un giorno.
Il risultato fu poco più di un milione di soldati italiani catturati dai tedeschi su due milioni di effettivi: circa 200.000 fuggirono approfittando della confusione, altri 94.000 decisero di passare dalla parte dei tedeschi e quindi tornare poi in Italia per combattere nelle nuove formazioni fasciste repubblicane, ma 681.000 soldati (dati ufficiali, esercito italiano) furono internati nei campi militari in Germania e Polonia. I numeri che ho detto vanno presi con le pinze perché molta documentazione è andata persa.

Nel video l’8 settembre, la prigionia, le cond. di lavoro e un accenno al ritorno a casa (8min)
Gli IMI e i nazisti
Potremmo dire che la capitolazione dell’Italia si rivelò un buon affare per la dirigenza nazista perché cadde sotto il controllo tedesco un’area altamente industrializzata: l’Italia del nord. Fu possibile quindi dirigere la produzione a favore delle esigenze belliche tedesche e nello stesso tempo utilizzare un’imponente quantità di manodopera rappresentata dagli ex soldati italiani ora nelle mani tedesche.
La RSI e gli IMI
La presenza di oltre 600mila soldati italiani prigionieri oltre confine metteva a disagio le autorità della Rsi nei rapporti con la popolazione italiana. La “collaborazione obbligata” con il Reich mostrava così il volto più vero: non un’alleanza alla pari ma un’ “alleanza” fortemente squilibrata. In poche parole la qualifica di IMI nascondeva a malapena l’effettiva prigionia.
A Berlino non si prende neppure in considerazione la possibilità di un nuovo esercito italiano per il timore di un “secondo tradimento”. Dall’altra parte Salò aveva bisogno di salvare la faccia.
– Nel momento della cattura i militari italiani non appartengono a un esercito combattente e riconosciuto dai tedeschi. I militari italiani sono qualificati “franchi tiratori”, ossia “partigiani”, “ribelli”, uomini senza divisa e quindi non meritevoli di alcuna tutela. A Cefalonia sono fucilati in massa in quanto “franchi tiratori o ribelli”.
– La qualifica di IMI, invece del più freddo “prigionieri di guerra”, doveva permettere a Salò di non ammettere prigionieri italiani nelle mani degli alleati (non sono nostri soldati!).
– E poi la qualifica di “prigionieri di guerra” poi avrebbe voluto dire riconoscere l’autorità del Regno del Sud mentre l’unica autorità in Italia era rappresentata da Mussolini.
– La qualifica di IMI evita anche l’intervento umanitario nei campi a cura della Croce Rossa internazionale e soprattutto permette di mettere al lavoro gli ex-soldati. La Convenzione di Ginevra (1929, firmata dalla Germania e non misconosciuta dallo stesso Stato nazista) riconosceva ai militari imprigionati una serie di tutele, tra cui il divieto di metterli al lavoro. Non essendo qualificati come militari possono essere sfruttati nelle fabbriche, nelle miniere e nei campi come vuole la dirigenza nazista.
– Avrebbero dovuto essere le nuove autorità di Salò a prendersi cura degli internati con assistenza medica e aiuti alimentari. Si fece molto poco.
Odio anti italiano
Subito dopo l’8 settembre in Germania la propaganda ha buon gioco a eccitare la popolazione tedesca contro gli italiani. Poi gli IMI rientrarono anch’essi tra i “traditori” perché non avevano aderito alla Germania o alla RSI. Sulla stampa compaiono pregiudizi razzisti nei confronti degli italiani. Le autorità tedesche oscillano tra la punizione per il tradimento e la razionale utilizzazione in quanto manodopera schiava. Prevale nettamente la seconda opzione.
Speer e gli “Schiavi di Hitler”
Artefice dell’utilizzo della manodopera Imi nelle aziende belliche fu Albert Speer, onnipotente ministro per gli Armamenti. Speer voleva decentrare una serie di competenze sulla gestione dei lavoratori alle imprese, favorire le grandi imprese e privilegiare le imprese belliche a scapito di altri settori. E così gli IMI diventarono “Schiavi di Hitler”.
Verso la metà del ’43 mancavano all’economia bellica tedesca 1 milione e mezzo di lavoratori. La libera gestione degli IMI capitava a proposito.
La migliore condizione degli ufficiali
Solo i soldati e i sottufficiali furono usati come manodopera gratuita, non gli ufficiali in ottemperanza alla Convenzione di Ginevra del 1929. Il problema principale degli ufficiali era la monotonia e l’isolamento. Si cercava di rimediare con una certa attività culturale.
Le condizioni di lavoro
“Sempre il solito regime di vita: sei giorni al lavoro e la domenica chiusi dentro come delinquenti”.
Appena arrivati nelle zone più industrializzate gli ex soldati dovettero fare i conti con la mancanza di alloggi oppure abitare in alloggi improvvisati. Speer impose alla Werhmacht di sorvegliare i nuovi campi.
Gli incidenti in fabbrica colpiscono soprattutto la manodopera straniera, che si trova al basso nella scala gerarchica politico-razziale. Per gli incidenti sul lavoro conta anche lo sfinimento dovuto a fame e stanchezza con le frequenti punizioni fisiche.
Molto richiesti erano gli specializzati, ma erano pochi perché molti soldati provenivano dall’agricoltura e dall’edilizia. Vennero utilizzati anche per rimuovere le macerie delle abitazioni nelle città dopo i bombardamenti (lavoro molto pericoloso). Per andare al lavoro era necessario fare tragitti tra i due e i sei chilometri (andata e ritorno).
La produttività
La produttività degli IMI nelle piccole-medie aziende era pari all’80-100% dei lavoratori tedeschi. Nelle grandi aziende diminuiva notevolmente. Nei settori peggiori, es. le miniere, era forte la sproporzione tra quanto richiesto e la situazione alimentare. In ogni caso il rendimento dipese molto dalle condizioni di utilizzo del lavoratore.
Per ottenere una migliore resa furono molto utilizzate misure coecitive come: riduzione delle razioni, aumento della giornata lavorativa, punizioni corporali, il cottimo ecc.
Nella seconda metà del ’44 la produzione bellica tocca livelli mai raggiunti con il prolungamento dell’orario di lavoro e una razionalizzazione dei processi produttivi.
Nell’ambito della “guerra totale” la settimana lavorativa è di 72 ore. Il maggior sfruttamento dei lavoratori coatti serviva anche per non peggiorare più di tanto le condizioni dei lavoratori tedeschi. In genere una domenica su quattro è libera. Sono le aziende a gestire e stabilire orari e condizioni di lavoro.
Alimentazione
C’era una notevole differenziazione tra le diverse categorie di prigionieri di guerra o lavoratori civili. Al fondo i “lavoratori dell’Est”, gli IMI e i prigionieri di guerra russi (categoria peggiore).
Sono le aziende stesse a usare l’arma del ricatto alimentare per ottenere di più ma così nasceva un circolo vizioso tra denutrizione, scarsa produttività, riduzione del vitto e così via. Solo chi riceveva pacchi poteva avere un’alimentazione appena accettabile, ma erano pochi, soprattutto ufficiali.
Come detto gli italiani non ebbero aiuti dalla Croce Rossa, decisione presa di comune accordo tra Roma e Berlino.
Le conseguenze erano molte giornate perse per malattia. Contro i “simulatori” si riducevano ulteriormente le razioni e si minacciava violenza. Alla fine della guerra le razioni non superavano le 1350 calorie rispetto alle 2250 che dovevano essere assicurate. Molte volte a mezzogiorno gli internati non avevano nulla. Il cibo solo alla mattina e alla sera.
Le razioni supplementari erano assicurate solo con il cottimo e il raggiungimento degli obiettivi quotidiani. Le ore di lavoro per avere supplementi erano 75. In ogni caso le razioni supplementari non colmavano il deficit calorico. Spesso le aziende non davano quanto previsto, es. la zuppa, perché il rendimento era stato scarso. Quindi al ritorno nello stalag l’internato aveva meno del previsto.
L’esperienza della fame tra gli IMI
“Chi non lavora sono guai e si resta quasi senza mangiare, dunque si deve lavorare per forza”. Gli operai specializzati erano trattati meglio perché potevano beneficiare dei supplementi e il loro lavoro era sicuramente meno pesante rispetto ai non qualificati.
– Vitto in uno stalag vicino a Berlino: mattino 150gr. di pane, 25 margarina, 25 marmellata; la sera mezzo litro di acqua con 4-5 patate. Due-tre volte alla settimana 25 gr. di salame. Con il passaggio a “lavoratori civili” la situazione migliorò, ma durò poco perché con gli ultimi mesi di guerra divenne ancora proibitiva.
Punizioni corporali
Anche le punizioni corporali erano utilizzate come strumento per ottenere una migliore resa. Speer approvava queste misure, soprattutto l’alimentazione commisurata al rendimento. L’alimentazione differenziata serviva anche per disgregare i legami di gruppo. Capisquadra e capireparto diventavano gli arbitri dell’alimentazione e delle punizioni a carico degli internati.
I comportamenti delle aziende sono contraddittori: da una parte le aziende che aderiscono volentieri alle direttive che arrivavano dall’alto, dall’altra altre ci sono aziende preoccupate per la riduzione della produttività e per le alte percentuali di ammalati. In ogni caso anche queste aziende ebbero poche risorse da convogliare nei propri stalag perché vari organismi sopra di loro non consideravano importante l’alimentazione dei prigionieri di guerra (tranne americani, francesi, inglesi, belgi).
Il vestiario
Un paio di citazioni eloquenti:
“Senza cambi di biancheria, senza possibilità di ripulirci stiamo diventando a poco a poco degli stracciati e dei luridi accattoni. Cacciamo lumache, gatti e topi. Nelle immondizie cerchiamo bucce di patate, residui di rape e carote. Nessuno può aiutarci anche perché gli altri civili stranieri sono a corto di viveri”.
“La cosa ossessionante era la fame via via che passavano i giorni e i mesi. L’organismo era debole, perché quel che potevi mettere sotto i denti era troppo poco e noi eravamo in miniera e bisognava lavorare. Arrivarono le malattie e morirono molte persone. Eravamo come lupi, sempre alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Così questa cosa con la fame è diventata una continua ossessione”.
La situazione alimentare degli ufficiali era sicuramente migliore, in più non lavoravano. Ricevevano un numero maggiore di pacchi da casa e dalla SAI.
Le condizioni di vita negli Stalag
Le condizioni di vita e lavoro nei Kz erano “di gran lunga peggiori” (G. Hammermann). Nel Reich esistevano 60 grandi Stalag e una miriade di piccoli e medi. All’inizio le condizioni di vita sono ancora peggiori rispetto ai mesi successivi. In ogni caso le condizioni di vita rimasero sempre animalesche:
“Vivono in ambienti malsani e inadatti, i pagliericci contengono terra e polvere al posto della paglia perché il contenuto è sempre lo stesso da mesi ed è pieno di parassiti di tutti i tipi” (direttore SAI). Pochissimo sapone e detersivo in polvere. Se però avevano parassiti addosso dovevano continuare l’orario di lavoro.
La trasformazione in lavoratori civili / 3 agosto ‘44
Nell’estate del ’44 avviene una svolta nelle condizioni di vita e di lavoro degli IMI. Sono trasformati in “lavoratori liberi”. Il provvedimento è del 3 agosto ’44. Il contratto prevede lo stesso trattamento della manodopera civile italiana. Dalla Wehrmacht passano sotto il controllo della Gestapo (!).
Il motivo principale è per elevarne la produttività. Il provvedimento è adottato contemporaneamente alla “guerra totale”. Mussolini preme su Hitler sostenendo che ci sono 6-7 milioni di famiglie italiane interessate con risvolti propagandisti evidenti.
In molti campi gli internati non firmano l’adesione nonostante la minaccia delle punizioni, esempio essere inviati nei temuti campi di rieducazione al lavoro. Non fu tanto opposizione di tipo politico quanto il timore di apparire a guerra finita “collaborazionisti” dei tedeschi oppure altri temevano un inganno e quindi essere mandati al fronte a combattere o a scavare trincee. Il sospetto che fosse una trappola era molto forte.
“Lavoratori liberi” d’autorità! 4 settembre ‘44
Per superare questa reticenza il 4 settembre la trasformazione in lavoratori civili avvenne d’autorità. Anche gli ufficiali vennero costretti a lavorare.
Una forte opposizione ci fu anche tra gli ufficiali, non tanto per motivazioni politiche quanto per il timore di ripercussioni negative dopo la guerra. Per esempio era forte il timore che lo Stato italiano non aiutasse più le famiglie.
Cambiò qualcosa?
Difficile dare un quadro sintetico: per molti IMI il cambiamento fu positivo, per altri non ci furono cambiamenti sostanziali. Rientravano nel campo (senza più filo spinato e guardie) alle 21 o 22. Potevano andare al cinema o a mangiare in trattoria, potevano incontrare civili e donne… gli abiti però continuavano a essere logori e a volte non potevano entrare nei locali pubblici. Ora è la Gestapo (la polizia) che interviene quando ci sono reati.
In quanto “lavoratori civili” ricevono marchi che possono spendere dove vogliono, anche se sono pochi perché le tasse e le trattenute delle ditte sono molto alte (per “vitto e alloggio”).
Dall’altra i cambiamenti durarono poco perché già con l’inizio del ’45 la sconfitta ormai imminente stava portando il Paese alla paralisi e i primi a pagarne le conseguenze erano i prigionieri di guerra di tutti i paesi tranne gli occidentali.

Giornale Luce del 09/09/1944

Il vero no a Salò
Prima del tentativo di trasformare gli IMI in “lavoratori liberi” ci fu un altro tentativo di riportare in Italia gli IMI in quanto “soldati di Salò”. Dai primi del ’44 numerosi propagandisti di Graziani e del governo di Salò girarono un po’ tutti i campi per ottenere volontari in una delle quattro divisioni di Graziani oppure nella Guardia nazionale repubblicana di Pavolini.
Su 600mila internati solo 114mila risponderanno favorevolmente e non sempre per “amore” nei confronti del fascismo quanto per uscire dall’inferno dei campi e tornare in Italia.
Coloro che dissero di no furono tra i 400mila e i 475mila. Un no coraggioso che solo da poco ha permesso agli IMI di entrare a buon diritto all’interno della Resistenza (“Resistenza senza armi”).
Infatti è stato notato che il “no” dei partigiani al fascismo poteva non compromettere la loro vita (possibilità oggettive di essere ancora in vita alla liberazione) mentre il “no” degli IMI li esponeva quotidianamente a violenze e soprusi.
Parlare di antifascismo maturato dietro il filo spinato per spiegare il “no” forse è eccessivo. Certo i militari che rifiutarono Salò (soprattutto per stanchezza e abulia) maturarono con il loro gesto un vero e proprio rifiuto della guerra.
Rimpatrio e mancata integrazione
A partire dal luglio ’45 ogni giorno passavano dal Brennero 7mila ex IMI. I campi di accoglienza scoppiavano. Molti erano i malati infettivi (tubercolotici). Finalmente la Croce Rossa è molto attiva.
Nasce subito l’astio degli ex Imi nei confronti dei partigiani vincitori. Nell’agosto del ’45 ci furono due grandi manifestazioni di protesta di ex soldati. I pochi benefici nell’Italia povera del ’45 erano a vantaggio solo dei partigiani: lavoro, aiuti, denaro, ricompense.
“Vediamo questi partigiani, questi liberatori, benvestiti, bere, cantare, passarci vicino perché son forti loro, perché il governo molto spesso li premia. E noi? Per chi fu il nostro sacrificio dunque? Per chi abbiamo rifiutato di collaborare con il nemico?”. Tornarono in un’Italia che voleva dimenticare il passato.
Suscitavano sconcerto poi i cambiamenti intervenuti nell’Italia del dopoguerra: nuovi attori politici, nuove ideologie. Per chi nei lager aveva mantenuto il suo credo, es. gli ufficiali monarchici, fu un duro colpo. Gli ideali di patria dopo il ’45 subirono un duro colpo, altro aspetto che suscitò disappunto tra gli ex IMI. Pesa di di loro il sospetto di “collaborazionismo”. Soprattutto non possono entrare a far parte del gruppo dei “vincitori”.
Solo con la storiografia della fine degli anni Ottanta si prende in considerazione la loro storia. La riabilitazione è stata solo morale ma priva di aspetti economici.
Risarcimenti?
Gli Alleati considerano gli IMI “ex alleati del nemico”, infatti vennero rimpatriati tra gli ultimi. Gli organi competenti italiani fecero propria questa qualifica anche per chiudere subito la stagione dei contenziosi che avrebbero rischiato di pesare sulle disastrate casse dello Stato italiano.
– Si dice che con il passaggio a “lavoratori liberi” gli IMI erano stati retribuiti e il lavoro era stato volontario.
– Sono accusati dalle nuove autorità italiane di essersi arresi con troppa facilità l’8 settembre. I soldati dell’8 settembre responsabili quanto i soldati di Caporetto? Quindi “traditori e vigliacchi”?
Pesava inoltre la difficoltà di far rientrare gli IMI nella nuova Italia fondata sulla Costituzione e sulla Resistenza. Gli IMI ricordavano piuttosto la disfatta dell’8 settembre.
Anche i lavoratori italiani in Germania vennero considerati “collaborazionisti” senza distinguere chi era andato volontariamente rispetto a chi era stato precettato.
La Germania ha accettato di beneficiare solo i chi era stato nei Kz, gli ebrei e la manodopera schiava.
Nel 1996 il Parlamento europeo ha sollecitato le aziende tedesche a risarcire i lavoratori coatti. Le cifre stanziate sono state oggetto di molte controversie perché le persone erano in numero molto alto.
Una legge federale tedesca del ’96 permette ai singoli di agire individualmente contro ditte tedesche e la stessa Repubblica federale tedesca. Nel ’99 è creata la Fondazione “Memoria, Responsabilità, Futuro”. Sono messi a disposizione 10 miliardi di marchi. Quando sono iniziati i pagamenti sono rimasti esclusi gli ex prigionieri di guerra.
Finora gli IMI (2004) non hanno ricevuto alcun risarcimento per il lavoro coatto a suo tempo esercitato.
La Germania teme che in tutti i Paesi dove c’è stato prelievo di mandopera a buon mercato possano nascere richieste pericolose per l’ampiezza dei possibili risarcimenti. Attualmente il governo tedesco è più disponibile a far nascere Fondazioni per la ricerca storica (“Atlante delle stragi naziste in Italia”).
Traditi, disprezzati, dimenticati
Quindi possiamo riallacciarci alle considerazioni iniziali. Gli Imi furono effettivamente traditi, disprezzati, dimenticati. Il loro sacrificio non fu accolto e compreso, pesò su di loro l’ombra infamante della resa al nemico, della collaborazione nei lager e per lungo tempo rimasero ai margini della vita civile italiana.
Ora i tempi sono cambiati ed è arrivato il momento di inserirli pienamente nella storia italiana.