Testimonianze di deportati nei lager nazisti di Legnano

Testimonianze di deportati di Legnano e dei comuni vicini

Quelle che seguono sono tra le poche testimonianze che ci parlano dei deportati di Legnano e di alcune delle città vicine. Di molti possediamo i dati di base (nascita, giorno arresto, arrivo nel primo lager, passaggi in vari lager, data della morte o giorno della liberazione…), solo di pochi, purtroppo, possediamo qualcosa in più.

Le pagine che seguono non sono le uniche, sono solo tra le più significative.

.Don Mauro Bonzi

Nato il 15 gennaio 1904 a Legnano. Arrestato a Legnano. Giunge a Dachau il 9 ottobre 1944. Primo numero di matricola 113150; classificato con la categoria Schutz Geisticher. Liberato a Dachau dagli americani il 29 aprile del 1945

da “Don Mauro Bonzi. Un prete nell’inferno di Dachau” di Saverio Clementi, Edizioni Monti 2011, pp. 109-110

“Finalmente sappiamo la nostra destinazione. Da Monaco ripartiamo per Dachau. Dachau?! Nome famigerato e sinistro, come Buchenwald e Mauthausen, tomba di migliaia e migliaia di vittime, diabolica organizzazione dell’orgoglio tedesco per sopprimere i nemici di un’ideologia e di un supernazionalismo che ha martoriato il mondo intero.

Entriamo nel campo inquadrati, con noi ci sono già degli ammalati che camminano a stento, qualche insulto al prete, perché precisamente “non è arrivato alla Città del Vaticano”; appello sul grande piazzale interno, ci spogliano nudi all’appello togliendoci anche il nostro misero bagaglio, messo insieme con ingegnosi accorgimenti per affrontare l’inverno, depilazione e bagno generale, quattro stracci per ciascuno e via nei blocchi (baracche) di quarantena.

Tale è l’accoglienza riservata a tutti i convogli umani provenienti direttamente dalle carceri, da altri concentramenti minori o da campi di lavoro”

.Angelo Santambrogio

Nato il 15 luglio 1913 a Legnano. Membro di primo piano della Commissione interna della Franco Tosi. Arrestato a Legnano. Avviato verso il campo di transito di Fossoli (Carpi) giunge a Mauthausen l’11 marzo 1944 (trasporto n.32). Primo numero di matricola 57934; classificato con la categoria Schutzhaftlinge (prigioniero politico, mandato di arresto per motivi di sicurezza). Mestiere dichiarato fresatore. È trasferito nel Sanitaetslager di Mauthausen. Deceduto il 19 settembre 1944 nel Castello di Hartheim (Mauthausen)

“Sto varcando il confine dell’Austria,

la guerra sta per finire,

ci rivediamo a Pasqua. Vostro Angelo”

Scritto da Angelo Santambrogio e lanciato fuori dal vagone ferroviario

che lo stava portando a Mauthausen

– Testimonianza di Teodoro Santambrogio, fratello di Angelo in “Legnano e la Resistenza”, edito dal Comune di Legnano, 2006, pp. 193-194

“… prima delle 14.30 furono prese in ostaggio una sessantina di persone, tra cui tutti i membri della Commissione interna, alcuni dipendenti segnalati dai fascisti come l’ingegner Cima, che era direttore dei calderai, e il prof. Giuliani, che alle 8.30 del mattino aveva ancora insegnato ai ragazzi della Tosi. Caricate sui camion, furono poi portate al carcere di San Vittore e tra queste persone c’era anche mio fratello, Angelo Santambrogio.

La mia famiglia, che conosceva delle persone a Milano, mandò presso di loro mia sorella per chiedere cosa si potesse fare per liberare gli ostaggi. Le fu risposto che erano dei sovversivi e perciò non si poteva lasciarli liberi. Ciononostante la sera del 6 gennaio vennero rilasciate alcune di queste persone e il giorno successivo addirittura una cinquantina.

Insomma nel carcere di San Vittore rimasero solo nove persone, quelle segnalate dai fascisti come i promotori delle manifestazioni organizzate alla Tosi e di queste ne sopravvissero solo due, mentre tutte le altre morirono a Mauthausen”

– Dal discorso di Teodoro Santambrogio alla Franco Tosi, il 10 gennaio 2012, durante la commemorazione annuale dei deportati dell’azienda

“Angelo era un uomo combattivo, non si tirava indietro quando c’era da lottare insieme ai suoi compagni, e quando per lui e altri arrivò il momento di prendersi delle responsabilità, non mancò la coerenza di dimostrare in cosa credeva, pagando anche con la vita per le proprie idee”

.Candido Poli

Nato nel 1923 a Legnano. Operaio alla Franco Tosi, membro attivo della Resistenza all’interno dell’azienda, si dà alla latitanza nel dicembre del 1943 per evitare un possibile arresto. Raggiunge le formazioni partigiane del comandante Giovanni Marcora (Albertino). È arrestato a Busto Arsizio il 4 gennaio 1944 mentre stava per prelevare un carico di armi. Grazie a una mediazione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster evita la fucilazione perché nel momento dell’arresto era armato. È deportato a Mauthausen. Dopo una iniziale quarantena è deportato a Dachau e poi nel sottocampo di Bernau. È liberato dagli americani il 29 aprile del 1945.

“Sono uno degli italiani che ha passato il periodo più lungo in un campo di sterminio… La vita media di un internato, tenendo conto delle esecuzioni sommarie che gli aguzzini facevano, a volte solo per divertirsi, come si ammazza il tempo giocando a carte, non superava i novanta giorni. Mediamente si crepava prima dei novanta giorni.

Io sono stato dentro tredici mesi… Molte volte mi sono tormentato nel chiedermi chi devo ringraziare e come, per questa mia sopravvivenza.

Dopo quattro mesi che ero lì, cominciarono a chiamarmi “Matusalemme”, perché avevo superato il massimo di resistenza nel campo. Avevo 21 anni e mi chiamavano tutti Matusalemme! Ero il più vecchio internato di Dachau.

Dopo cinque mesi, quando arrivava l’ora del rancio, e correvano tutti a mettersi in fila, i miei compagni di baracca mi respingevano, cacciandomi con spintoni e gomitate all’ultimo posto…

Dentro di me avevo una gran rabbia, ma non potevo fare niente.

Ma perché ce l’hanno con me? Mi chiedevo. Non li conoscevo nemmeno… Erano condannati come me, di tutte le nazionalità: russi, jugoslavi, australiani, americani… perfino tedeschi e austriaci.

Non capivo perché ce l’ avessero con me. L’ho compreso più tardi.

Nel fondo del pentolone rimaneva sempre la parte più solida della zuppa, la più sostanziosa, e la riservavano a me, che per loro ero diventato un simbolo… l’emblema della vita…

Loro non ce l’avrebbero fatta, ma io dovevo farcela… Ero il simbolo della vita in quel luogo di morte.

Nella fame che ci rodeva i visceri come il becco di un avvoltoio, quegli uomini sconosciuti si sacrificavano per me, mi proteggevano come tante madri, perché io riuscissi a portare fuori da quell’inferno un briciolo della loro speranza per l’umanità!

Così ho potuto riportare a Legnano un brandello di quella storia atroce e umanissima… La speranza nella vita, la speranza che qualcuno potesse continuare a vivere dopo la loro morte. Io ero quella speranza… e per questo facevano finta di maltrattarmi…

Sapete cos’ è la fame? Si fa presto a dire fame! Noi la conoscevamo. Faceva parte di noi stessi, la fame!

Quegli uomini che non conoscevo, che non mi conoscevano, si toglievano di bocca un mezzo boccone ciascuno per darlo a me… C’ era questa solidarietà nel campo di sterminio.

Quante vite è costata la mia vita? E perché lo fecero?

Solo perché ero diventato il simbolo della loro speranza! Non chiedetemi altro. Per me i tredici mesi passati nel campo di sterminio sono racchiusi in questo ricordo. Il resto ormai non conta: fame, freddo, umiliazione, morte… la stupida ferocia delle SS… tutto scompare alla luce di questo ricordo.

Lì ho trovato la porzione più calda e viva del cuore umano… quel qualcosa che portiamo in noi, spesso senza rendercene conto, e che è infinitamente più tenace della morte stessa”.

In “Quelli della Tosi. Storia di un’azienda” di Gonzalo Alvarez Garcia, Libri Scheiwiller, pp. 173175

.Gianfelice Moro

Nato il 9 ottobre 1922 a Legnano. Partigiano è arrestato a Legnano. Giunge a Mauthausen il 13 marzo 1944. Primo numero di matricola 57603; classificato con la categoria Schutzhaftlinge (prigioniero politico, mandato di arresto per motivi di sicurezza). Mestiere dichiarato studente di chimica. È trasferito a Ebensee (Mauthausen). Deceduto il 2 febbraio 1945 a Ebensee.

Dopo l’arresto si ebbero pochissime notizie su di lui. Le ultime furono quelle scritte da lui su due foglietti alla famiglia poco prima della deportazione.

“Carissimi,

ricevo ora la conferma della mia partenza per Innsbruck. Vi mando il mio ultimo saluto e pensiero per iscritto, che nulla è in confronto del ricordo perenne che mi lega a voi e che mi sarà di sostegno durante l’esilio. Ci penseremo entrambi intensamente, però, come vi ho già detto, vi voglio sereni come lo sono io, in una fiduciosa attesa. Parto sorridendo poiché tutti siamo entusiasti di dare qualcosa per la patria i cui destini, che ci stanno a cuore più di ogni altra cosa, sono decisamente segnati e sono quelli per i quali i nostri antenati diedero la vita. Non si tratta che di attendere qualche mese. Raccomando a Mimì di curarsi la salute e a papà di non commettere imprudenze politiche. Salutatemi tanto gli zii e tutti quelli che mi hanno voluto bene. Non vi devono scendere lacrime nel leggere queste righe, non lo desidero e mi farebbe male, ma vi sia motivo di fiero orgoglio.

Un bacio affettuosissimo a tutti!”

3 marzo 1944

Vostro Gianni

“Carissimi zii,

ho un secondo di tempo. Ho già scritto a casa. Parto per Innsbruck. Sono contento di dare il mio contributo alla patria, ma soprattutto alla libertà, della quale sento una vitale necessità. Vi do in custodia la salute di Mimì, papà e Laura. Incoraggiateli e obbligateli ad essere forti, in attesa del mio sicuro e non lontano ritorno. Ho ricevuto il pacco, grazie infinite di tutto ciò che avete sempre fatto per me. Io vi ho sempre volto un gran bene.

Viva l’Italia!”

Gianni

La famiglia seppe della morte di Gianni tramite una lettera scritta da Dino Grazzini, sopravvissuto ad Ebensee il quale scrisse poi una lettera al padre:

“Gianni non si era perso coraggio nemmeno un istante in tutto il periodo della prigionia. Era paziente e affrontava la situazione come un’avventura”.

Gianni sentiva però che difficilmente sarebbe arrivato alla Liberazione: “Tutto finirà, la guerra e questi orrori (aveva confidato all’amico di sventura), ma io non avrò la gioia di vedere la prossima primavera”.

Grazzini ricordò al padre di avere visto una sera Gianni di ritorno da uno scavo presso il crematorio e di averlo sentito mormorare: “Dino, cosa ho fatto per meritarmi questo castigo?”. Morì nel febbraio del ’45 stroncato nel fisico ma non nella fede politica.

“Giorni di guerra. Legnano 1939 – 1945”, di Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, pp. 202-203

“Legnano e la Resistenza”, edito dal Comune di Legnano in occasione del Sessantesimo della Liberazione, 2006, pp.37-38

.Pericle Cima

Nato il 7 agosto o il 7 marzo a Spinadesco (CR). Ingegnere meccanico alla Franco Tosi di Legnano. Arrestato a Legnano il 5 gennaio 1944. Avviato verso il campo di transito di Fossoli (Carpi) giunge a Mauthausen l’11 marzo 1944 (trasporto n.32). Primo numero di matricola 57057; classificato con la categoria Schutzhaftlinge (prigioniero politico, mandato di arresto per motivi di sicurezza). Mestiere dichiarato ingegnere meccanico. E’ trasferito a Schwechat-Florisdorf (Mauthausen) il 26 marzo 1944. Trasferito a Wien Florisdorf fine giugno-primi di luglio ’44. Deceduto l’11 aprile 1945 a Steyr durante la “marcia della morte” da Wien a Mauthausen

Lettera di Giuseppe Valota, presidente dell’Aned di Sesto San Giovanni, a Luigi Botta, presidente dell’Anpi di Legnano, 3 giugno 2008

“Eccomi con le foto che ti avevo promesso. La lapide è stata posta il 20 maggio 2008 nel cimitero della città di Steyr, in Austria. In questa città è passata una marcia forzata di deportati, provenienti da Wien Floridsdorf per giungere a Mauthausen. Marce fatte tutte a piedi, circa 30 chilometri al giorno, per una distanza totale di circa 200 chilometri, da Wien a Mauthausen. La marcia è partita il 1 aprile 1945 ed è giunta a Mauthausen l’8 aprile. Ma l’ing. Cima e mio padre non ce l’hanno fatta.

Proprio nella città di Steyr dove si uniscono due fiumi, l’Enns e lo Steyr, vi sono due ponti e alla fine dei due ponti si sono lasciati andare perché non ce la facevano più a marciare. A quelli che non riuscivano più a proseguire, il nazista toglieva tutte le matricole cucite sulla divisa, toglieva di forza il braccialetto perchè anche lì era incisa la matricola, e poi gli sparava un colpo alla nuca. Il cadavere era diventato quindi non più identificabile.

Le persone uccise in aperta campagna venivano parzialmente sotterrate dagli stessi prigionieri, quelli che venivano uccisi in città o in prossmità di esse, venivano o bruciate nel crematorio del lager della città oppure nel crematorio civile della città. È quello che è accaduto a Cima e a Valota.

Nel cimitero di Steyr c’è un piccolo monumento in cui si ricordano ben 3500 urne, ceneri di persone sconosciute, morte o uccise durante la guerra. Lì sotto vi sono anche le ceneri di Cima e Valota. Non lontano da quel monumento è stata deposta la lapide che tu vedi.

Questa è la storia e dopo 63 anni dai tragici fatti io ho chiuso il cerchio della storia di mio padre, adesso so dove sono le sue ceneri.

Per voi dell’Anpi la storia tragica e gloriosa di Cima è un ulteriore tassello nella ricostruzione di tutte le storie dei deportati della Tosi di Legnano”

.Ernesto Venegoni

Nato il 19 agosto 1899 a Legnano. Membro della Commissione interna della Franco Tosi. Arrestato a Legnano. Giunge a Mauthausen l’11 marzo 1944. Primo numero di matricola 57464; classificato con la categoria Schutz. Mestiere dichiarato meccanico di precisione. È trasferito a Gusen (Mauthausen). È trasferito a Mauthausen. È trasferito a Linz III (Mauthausen). Deceduto il 26 marzo 1944 a Mauthausen

Intervista ai figli di ERNESTO VENEGONI

Giancarlo Restelli intervista Anna e Giancarlo Venegoni

Quando venne arrestato vostro padre?

Come sa il 5 gennaio del 1944  ci fu un importante sciopero all’interno della Franco Tosi e di altre aziende del legnanese. Era stato indetto dai comitati sindacali clandestini. Anche nostro padre prese parte allo sciopero, pur non essendo tesserato. I tedeschi volevano “decapitare” il movimento sindacale alleato con la Resistenza nel nord Italia.

Fu arrestato il 5 gennaio?

Sì, la sera non tornò a casa e noi subito pensammo al peggio. E pensare che avrebbe potuto mettersi in salvo. Nei giorni precedenti lo sciopero Monsignor Cappelletti di Legnano invitò tutti gli operai più esposti, quelli della Commissione interna, a nascondersi. Probabilmente lo stato di agitazione era arrivato alle orecchie dei fascisti.

Ernesto non volle saperne di nascondersi?

Non volle assolutamente “mettersi al sicuro”. Ricordo (Giancarlo) che  rispose a mia madre: “Non ho fatto nulla di male. Perché dovrei nascondermi?”

Quel 5 gennaio le SS fecero irruzione nella fabbrica, riportarono subito l’ordine e arrestarono diverse decine di operai e tecnici portandoli a San Vittore. Molti furono rilasciati nelle ore successive oppure il giorno dopo. Nostro padre no! Finì nel Settimo Raggio di San Vittore, quello dei prigionieri politici.

Intanto fascisti e tedeschi buttarono per aria la nostra casa alla ricerca di chissà che cosa. E non trovarono nulla

L’avete rivisto prima della deportazione in Germania?

Mia madre andò un paio di volte a San Vittore e ricordo (Anna) che una sera, al ritorno a casa, ci parlò di papà tacendo gli aspetti più drammatici, forse per non procurarci ulteriori sofferenze. Poi nostra madre andò un’altra volta ma non lo trovò più: era stato deportato in Germania. Da quel momento non abbiamo più potuto avere notizie direttamente da lui.

Quando avete saputo della morte?

Solo il 2 agosto 1945 ci arrivò una lettera (che riportiamo nelle pagine successive) di un compagno di prigionia, il signor Ernesto Boccaccio di Torino, il quale ci comunicava la morte di papà togliendoci anche l’ultima illusione di poterlo riabbracciare. In quelle settimane molti reduci dai lager tedeschi tornavano a casa e nostra madre aveva ripreso a sperare.

La lettera accentuò il nostro dolore anche perché il signor Boccaccio faceva riferimento a quaranta giorni di malattia (!) derivati da ”privazioni, fame, lavori pesanti e botte”. Aveva anche perso la vista perché saldava senza mascherina di protezione. Morì di TBC nell’ ”infermeria” del campo di Linz.

Nostro padre era un uomo che in quell’epoca aveva quarantacinque anni e godeva ottima salute. Chissà quali terribili condizioni trovò nel lager a cui fu destinato.

Poi con gli anni ci siamo recati a Mauthausen e abbiamo letto diversi libri sui lager nazisti e il nostro dolore non si è attenuato immaginando nelle tante testimonianze che leggevamo l’immagine di nostro padre.

Eravate molto giovani quando vostro padre vi fu strappato. Che cosa ricordate di lui?

E’ vero, io (Anna) avevo nove anni mentre mio fratello aveva solo un anno in più. Che cosa ricordiamo di lui?

Sicuramente la pazienza con cui si metteva la sera e le domeniche a costruire giocattoli di legno per noi: una carriola, un cavallo a dondolo per mio fratello e per me una cucina per la bambola. Ma soprattutto ricordiamo la sua straordinaria tranquillità quando tornava a casa la sera e, seppure stanco, giocava con noi e voleva saper sempre che cosa avevamo fatto a scuola.

Gli anni del dopoguerra furono difficili per voi?

Molto, nostra madre non aveva mai lavorato e alle privazioni di quegli anni dovevamo aggiungere la mancanza di qualunque sostegno economico.

Nostra madre con molta caparbietà si mise subito a lavorare, ma i soldi non bastavano mai. Meno male che fummo aiutati dalle nostre due zie, che in quegli anni ci furono molto vicine.

La nostra situazione migliorò quando nostra madre fu assunta nella Franco Tosi e quando Giancarlo poté prendere il posto di papà nel 1950. Io invece fui assunta dalla De Angeli Frua all’età di quindici anni

Che cosa vi resta oggi di vostro padre?

Il suo sacrificio e il suo esempio che ci hanno guidati negli anni successivi.

Lettera del signor Ernesto Boccaccio alla signora Venegoni nella quale le annuncia la morte del marito.

“Torino 2/8/1945

Signora, ho ricevuto la sua lettera raccomandata perciò subito le rispondo, comprendendo la sua attesa di notizie che sono molto dolorose per lei e per i suoi due bambini. Come già comunicai all’Ufficio Informazioni di Bolzano, ora per lettera affermo che il povero mio compagno di prigionia (scrittura inintelligibile) …. medesima branda, non volle…  all’infermeria del Campo di Concentramento di Linz nelle prime ore del 27/3/45 dopo 40 giorni di malattia. Era stato ricoverato il 16/2/45 affetto da T.B.C. causata dalle punizioni, fame, lavori pesanti e botte somministrate dai nostri carnefici; le SS tedesche a riguardo della sua targhetta con numero di matricola l’ho consegnata ad un prigioniero di guerra che conobbi a Linz, che si dichiarò di Legnano e mi assicurò che appena arrivato nella vostra città subito avrebbe adempiuto al suo dovere. Gli avevo scritto su di un biglietto il suo indirizzo, lasciatomi dal povero Ernesto due giorni prima di morire, il giorno che venne ricoverato in infermeria e la data della sua morte e la targhetta. Non riesco a comprendere come un uomo abbia potuto dimenticarsi di un così importante incarico. Il mio torto è che in quel momento non pensai di domandargli il suo nome e cognome, ma come di sicuro lei comprenderà io agii con fiducia. Provi interessarsi lei signora, è un internato militare  partito con noi internati politici il 17 giugno da Linz per l’Italia, arrivato a Bolzano il 19 giugno di sicuro nella vostra città il 20/7/45.

Ed ora ritornando al caro scomparso, vi posso assicurare che sempre si ricordò con grande affetto di lei signora, dei suoi due bambini, di suo fratello di tutti, insomma di tutta la famiglia.

Poi parlava spesso dei bambini e si spiegava che la bambina era buona, bruno il maschietto, tutti e due molto bravi e affezionati.

Soffrì molto a causa della brutta malattia senza avere alcun rimedio né cura da parte di quelle belve e morì con lucidità di mente pensando a lei, signora, alla sua mamma che invocava nei momenti tristi, ai bambini.

Ed ora, signora, smetto perché questa lettera è molto dolorosa anche per me a scriverla.

L’attendo qui a casa mia appena potrà, così a voce potrò spiegarle meglio e più a lungo di tutti i mesi passati insieme in Concentramento con il povero scomparso, Venegoni Ernesto.

Riceva lei e i suoi cari bambini le più sentite condoglianze da parte mia e di mia moglie.

Boccaccio Ernesto,

Corso Novara 1

Torino”

“Si trova in questo campo anche il legnanese Venegoni il quale era addetto a turni di lavoro contrari a quelli del dichiarante (12 ore al giorno in due turni). Con Venegoni non potevo parlare dato che si trovava in un altro blocco di baracche e si aveva solo occasione di vedersi ogni due o tre settimane: egli è stato ricoverato il 16 febbraio in infermeria dove è deceduto il 27 marzo per sfinimento”

Ernesto Boccaccio, in un’ultima testimonianza messa a disposizione della famiglia Venegoni

.Giuseppe o Giovanni Ciampini

Nato il 9 settembre 1892 a Busto Arsizio. Arrestato a Legnano. Giunge a Mauthausen l’8 aprile 1944. Primo numero di matricola 61608; classificato con la categoria Schutz. Mestiere dichiarato tornitore. È trasferito a Gusen (Mauthausen). È trasferito a Mauthausen. Deceduto il 25 marzo 1945 a Mauthausen

Il 18 marzo 1944 i fascisti effettuarono una incursione alla Ercole Comerio, la società di Busto Arsizio proprietaria a Legnano dello stabilimento di via Gaeta 1, a pochi metri dalla ferrovia. Lì alcune centinaia di operai erano impiegati per la costruzione di macchinari industriali di vario genere. Vittime di questa retata furono diverse decine di lavoratori.

Due di essi, Giuseppe Ciampini e Giannino De Tomasi, furono deportati. Come avveniva frequentemente in questi casi i famigliari rimasero per mesi senza notizie, tanto che un anno dopo i famigliari di Ciampini scrissero disperati al Capo della provincia di Milano, chiedendone l’intervento:

“Il giorno 18 marzo 1944 la GNR di Legnano prelevava dallo stabilimento della S.A. Ercole Comerio di Legnano, presso il quale era occupato in qualità di tornitore, l’operaio Ciampini Giuseppe fu Cesare nato a Busto Arsizio il 9 settembre 1892, abitante a Legnano in Via Garibaldi n.4, ammogliato con dieci figli, rimpatriato dalla Francia nel 1941, avendo rifiutato di prendere la cittadinanza francese. Trasferito alle carceri di San Vittore a Milano dopo 3-4 giorni dal fermo veniva inviato a Bergamo in campo di concentramento, da dove verso il 10 aprile 1944 era fatto partire per ignota destinazione. Appunto dopo tale partenza più nessuna notizia mi è stata possibile avere sulla sua sorte, anche presso i vari Comandi ed uffici presso i quali per otto mesi mi sono inutilmente rivolta”

Le speranze della moglie furono subito frustrate, visto che da Milano ci si limitò a rispondere di rivolgersi agli uffici della Sicherheitspolizei tedesca di Verona. Ciampini e De Tomasi non fecero più ritorno da Mauthausen

Villa Cortese

.Angelo Bertani

Nato l’8 agosto 1928 a Villa Cortese. Arrestato a Introbio. Giunge a Flossenbuerg  il 7 settembre 1944. Primo numero di matricola 21656. Liberato

“In viaggio verso Flossenbuerg”

“Fui deportato a Flossenbuerg, uno dei tanti campi di sterminio esistenti in Germania. Era il 5 settembre, quando dal campo di smistamento di Bolzano venni messo su un treno merci, senza capire bene per quale destinazione.

Dopo due giorni di viaggio arrivammo a una piccola stazione ferroviaria, ci fecero scendere tra grida e bastonate e ci misero in colonna. Attraversammo il paese e lungo la strada ricordo un cartello che indicava “Konzentrationslager” scritto a grandi lettere.

Arrivati davanti al cancello d’entrata un’altra scritta grande s’imponeva alla vista di chiunque: ARBEIT MACH FREI.

In quel momento non ne conoscevo il significato, non sapevo che questa scritta sarebbe rimasta impressa nella mia memoria per tutti gli anni seguenti e quanto tristemente famosa sarebbe stata per tutti coloro che come me, in quello e in altri momenti, varcavano un cancello simile.

Appena entrati attraversammo la piazza d’appello, per essere consegnati ai kapò, ma vedemmo subito, distesi fuori dalle baracche (block), cadaveri nudi con dei numeri scritti sul petto in attesa del carro che li avrebbe portati nei forni crematori.

Fummo spogliati nudi, portati ai cosiddetti bagni per essere rasati da tutte le parti. Dopodichè ci spruzzarono con creolina, sostanza disinfettante, che doveva preservarci da epidemie di vario genere, e ci condussero ancora nudi, senza averci asciugato, sulla grande piazza d’appello del campo…”

Claudia Bossi, “Sul filo della memoria. Intervista ad Angelo Bertani, ex deportato villacortesiano”, 2008, pp. 43-46

.Ignazio Rigiroli

Nato il 7 o l’8 ottobre 1922 a Villa Cortese. Arrestato a Ballabio. Giunge a Flossenbuerg il 7 settembre 1944. Primo numero di matricola 21718; classificato con la categoria Schutz Pol. Mestiere dichiarato tornitore. È trasferito a Kottern (Dachau) tra il 7 e il 10 ottobre 1944 dove arriva il 10 ottobre 1944 con il numero di matricola 116375. Qui viene classificato Schutz. Liberato a Kottern dagli americani

“Gli unici ad essersi salvati che erano partiti con me da Bolzano sono stati gli uomini mandati a Kottern, un sottocampo di Dachau. Tra di loro c’era anche il mio amico e compaesano Ignazio Rigiroli. L’attività in quel lager non era molto faticosa, consisteva in un lavoro su tornio per un’industria meccanica. È per questo che sono riusciti a salvarsi, come me, nonostante le scarsissime calorie giornaliere…”

“Ripartimmo dunque alla volta dei vari paesi di provenienza. L’emozione era grande, tante erano le cose che mi passavano per la testa, ma ancora più grande fu la gioia di ritrovarmi nel piazzale della stazione di Legnano. A quel punto però mi misi a cercare un passagio che portasse a Villa Cortese e, meraviglia delle meraviglie, chi vidi passare in bicicletta? Il mio amico Ignazio Rigiroli. Io lo chiamai e lui mi riconobbe subito… ci abbracciammo, piangevamo, non pensavamo più di rivederci dopo la separazione di Flossenbuerg… lui infatti era stato mandato a Kottern e da quel momento non avevo più avuto sue notizie. Il ritrovarlo così, in piazza a Legnano, sano e salvo, mi riempì di commozione… Mi portò a casa sulla canna della bici e fu un’emozione grandissima tornare a Villa dopo tutto quello che avevao passato”

Claudia Bossi, “Sul filo della memoria. Intervista ad Angelo Bertani, ex deportato villacortesino”, 2008, pp. 50-51 e 79-80

Rescaldina

.Rosa (Rosetta) Rossetti

Nata il 9 o il 19 ottobre 1919 a Rescaldina. Giunge a Flossenbuerg il 9 ottobre 1944 proveniente da Auschwitz. Numero di matricola 55578; classificata con la categoria Pol. È trasferita a Mittweida (Flossenbuerg) il 9 ottobre 1944. Liberata

Dalla Bassetti ad Auschwitz

“Lo sapete che questo è

un inferno vivente?”

Rosetta Rossetti

Rosetta Rossetti è un’operaia della “Bassetti” di Rescaldina. E’ accusata di aver organizzato uno sciopero nel marzo del 1944 nell’azienda nella quale lavora. In realtà era stata la sorella a promuovere lo sciopero.

Saranno arrestate in cinque dai carabinieri e subito portate nel carcere di San Vittore.

Dopo alcune settimane fu deportata ad Auschwitz fino al momento della liberazione. Tutte e cinque riusciranno a tornare a casa.

Finire ad Auschwitz per aver partecipato a uno sciopero!

Questa è la testimonianza di Rosina, simile a quella di tante altre donne arrivate nei lager nazisti.

“… Eravamo state spogliate di tutto. Ci avevano tatuato il numero sul braccio sinistro. Ecco il mio: 81291. Ci avevano disinfettato con la creolina, dopo averci depilato e rapato completamente: sembravamo tutte reduci dall’encefalite, non avevamo più identità! Senz’altro ci avevano messo qualcosa nel cibo perché non avessimo più i “nostar robi”. Come avremmo fatto diversamente, a lavorare, non avendo alcun indumento intimo?

L’ unica cosa che avevamo addosso era la divisa a righe, contrassegnata dal triangolo rosso che indicava la nazionalità.

Le scarpe? Scarponi! E non ricordo le calze, ma ricordo i piedi nudi durante i lunghi trasferimenti. Piedi nella pioggia, nel fango, nella neve. Niente prodotti igienici. Sì, ci facevano la doccia e alcune, dopo la doccia, non tornavano. Ci ridavano gli stessi vestiti. A volte ci veniva consegnata una cassettina piena di cenere da spargere sui campi. Ancora non sapevamo che fosse la cenere delle nostre compagne…. Solo al nostro ritorno capimmo che le nostre compagne erano “passate per il camino”.

Sì, i camini fumavano, ma non sapevamo dei forni crematori….

Lavoravamo nei campi: sembravamo un esercito in cammino. Tante lingue. Noi italiane venivamo insultate così: “Italianen, Partigianen, Badoglianen”! E non ne capivamo il senso.

Così al mattino, alla prima luce: la sirena, l’appello, un po’ di brodaglia nera e amara e via al lavoro, fino all’arrivo del buio. La gavetta appesa alla cintola batteva al nostro fianco; a mezzogiorno serviva per il brodo con rape bianche che, galleggiando, sembravano grossi bachi da seta.  A volte col pane in po’ di stracchino verde, gessoso.

Abbiamo raccolto grano, patate, qualsiasi erba che non fosse ripugnante. Zappavo, picconavo, scavavo profonde trincee. Per uscire dovevo arrampicarmi: non avevo quasi più unghie.

Ricordo tanta nebbia, tanti sassi spostati da un cumulo per farne un altro, un poco più in là, nei campi lunghi chilometri e chilometri.

Certo, c’erano anche italiani, aiutati nella guardia da cani lupo. Quando ti fermavi, il cane ti assaliva ma non ti mordeva. Ti diceva solo: lavora!

Si tornava al campo e le donne italiane vedevano i loro bambini che avevano giocato tutto il giorno.

Le ebree no: erano state separate dai loro figli. In mezzo alla camerata una stufa: ma non potevi avvicinarti. Il letto: a castello, a tre piani, di legno. Sullo stesso piano stavamo anche in tre o più di tre: d’inverno andava anche bene, ma d’estate…. E poi i pidocchi, i topi che ti passavano sopra. E le bucce di patata che ho mangiato? C’era poi una mezza giornata di riposo.

Pensieri? Forse con i vestiti ci hanno tolto anche quelli, anche i nostri ricordi. Era viva solo la paura di non farcela, ma sopravvivevo alla fame, alla sete, allo schifo, alla sporcizia….

Il tempo passava ma non avevo la cognizione. Come ho fatto a resistere, a non morire?

Gli esperimenti? No, io non sapevo niente. Un giorno poi mi hanno portato a lavorare in una fabbrica di apparecchiature per la guerra, non so dire meglio, forse oramai era la fine della guerra… “.

Rosetta fu liberata dagli americani in un altro lager e arrivò a casa il 10 settembre 1945. “ La tradotta si è fermata per me a Rescaldina. Ho preso una bicicletta che c’era lì e via, come il vento, verso casa “.

In  “Storia di Rosina, ad Auschwitz per aver scioperato alla Bassetti“, “La Prealpina”, 28 gennaio 2004.