Dieci buoni motivi per apprezzare la nostra storia unitaria

 

Dieci buoni motivi per apprezzare la nostra storia unitaria

Il 17 marzo 1861 a Torino il Parlamento proclamava Vittorio Emanuele II re d’Italia “per grazia di Dio e volontà della nazione”. L’Italia cessava di essere“un’espressione geografica”, secondo lo sprezzante giudizio di Metternich oppure “una terra di morti”, così definita dal poeta Lamartine.

Quello che emergerà adesso è una sorta di “fotografia” dell’Italia così come si presenta nel 1861. Da questo quadro di insieme dovrebbero emergere chiaramente i grandi passi in avanti nel corso di questi 150 anni.

1) Diritto di voto per pochi

Nel 1861 su una popolazione di 21.777.0000 abitanti solo 418.696 cittadini avevano il diritto di voto, pari all’1,9% e di costoro solo 239.500 esercitarono questo diritto (52%). Nel 1874 l’elettorato era salito al 2%. Per votare era necessario avere 25 anni e pagare tasse per 40 lire. Non si poteva quindi dire che l’Italia postrisorgimentale fosse un Paese di democrazia avanzata visto che milioni di contadini e artigiani, la piccola borghesia impiegatizia e i nuclei di operai presenti nelle città erano tenuti distanti dalla gestione del potere

2) Esiste solo l’agricoltura

L’economia italiana in quel frangente si basava quasi interamente sull’agricoltura mentre l’industria moderna era praticamente assente. Ma se in alcune zone delle campagne piemontesi e lombarde erano nati criteri di gestione della terra di tipo capitalistico (forti investimenti in migliorie all’interno di medie e grandi proprietà, presenza di salariato agricolo, logica del profitto), nel Sud e in alcune plaghe del Centro Italia vigeva da secoli il latifondo baronale o demaniale che nessuna legge era riuscito a scalfire.

3) Fame, malattie e dovunque miseria

In queste aree, dominate spesso dalla malaria e dalla miseria senza speranza, vivevano masse di contadini che iniqui rapporti sociali condannavano all’abbruttimento e alla disperazione. Nel mondo contadino erano molto diffuse malattie come la pellagra, la malaria, il colera, il tifo petecchiale, il tifo addominale, il vaiolo. La tubercolosi invece colpiva poveri e ricchi.

Ma anche la condizione dei pochi operai italiani non era migliore. Il salario giornaliero di un’operaia andava da 50 centesimi a una lira, quello di un operaio era fra una e tre lire. E con 25 centesimi si comprava, più o meno, un chilo di farina di polenta oppure mezzo chilo di pane, oppure due etti di carne bovina. Lavorare un’intera giornata per un chilo di pane!

Nel 1830 un quarto degli abitanti di Lodi viveva di elemosine e di assistenza pubblica. A Bologna su 70.000 abitanti 40.000 erano poveri o mendicanti. Nel 1840 a Milano su 50.000 lavoratori maschi solo 17.000 avevano un’occupazione fissa. Non si contavano i bambini abbandonati, soprattutto nelle città. Nello stesso periodo a Milano la vita media era di 30 anni

4) Un Paese isolato al proprio interno e all’esterno

Altro grave problema era la debolezza delle infrastrutture che sembrava condannare nel tempo l’Italia alla condizione di Paese agricolo poco o nulla integrato con l’Europa che allora contava.

La realtà dell’epoca appare oggi sorprendente: 1621 villaggi su 1848 non avevano, intorno al 1860, alcuna strada di comunicazione. Vi erano poco più di 2000 chilometri di strada ferrata in tutta l’Italia, di cui solo 100 chilometri nello Stato della Chiesa e altri cento nel Sud borbonico. Le comunicazioni verso il Sud si arrestavano a Bologna (Milano-Bologna) e Venezia era isolata dall’Emilia. In Sicilia e Sardegna le ferrovie erano inesistenti. In molte aree del Sud i villaggi durante l’inverno erano totalmente isolati per mesi e la posta arrivava (briganti permettendo) solo una volta la settimana. Per andare da Milano a Firenze era preferibile imbarcarsi a Genova e poi sbarcare a Livorno perché le strade che attraversavano l’Appennino erano mulattiere. Non parliamo poi di andare da Milano a Roma o Napoli. Anche in questo caso era preferibile il viaggio in mare da Genova sia per lo stato pietoso delle strade ma anche per evitare i briganti che infestavano le poche vie di comunicazione. Per andare da Civitavecchia ad Ancona era preferibile il collegamento via mare!

Prima dell’Unità per andare da una città all’altra della Calabria si partiva di notte e si facevano lunghi giri per depistare i briganti, e soprattutto si partiva con scorta armata. Ma prima di mettersi in viaggio, soprattutto nel Sud, alcuni facevano testamento!

In queste condizioni ogni progresso economico sarebbe stato impossibile per l’oggettiva difficoltà a commerciare e a viaggiare.

Se le ferrovie nacquero tardi rispetto all’Europa più moderna lo Stato unitario bruciò le tappe e già nel 1871 c’erano 6700 km (2000 nel ’61), nel 1881 c’erano 9500 km, fino a diventare 16.500 nel 1901. I grandi trafori unirono l’Italia all’Europa: Brennero (1867), Frejus (’72), Gottardo (‘82), Sempione (1905).

5) Analfabetismo di massa

Diciassette milioni di italiani nel 1861 erano analfabeti su una popolazione che allora raggiungeva quasi i ventidue milioni (75%). Si passa dal 54% del Piemonte al 90% della Sardegna. Si fece poco per combattere questo grave ostacolo alla modernizzazione del paese: la Legge Casati del 1859 rendeva obbligatori solo i primi due anni di insegnamento elementare mettendo però a carico dei comuni la gestione delle scuole con il pagamento degli stipendi dei maestri. E poi, in quale lingua avrebbero insegnato i maestri in Italia?

6) Esiste la lingua italiana?

Nel 1866 solo il 2,4% è in grado di padroneggiare la lingua italiana: sono cinque italiani su mille. Sono esattamente 630.000, quasi tutti toscani. Foscolo notava che se un milanese e un bolognese si incontravano si sarebbero intesi solo dopo non pochi giorni di vita insieme. Le masse popolari conoscevano solo i rispettivi dialetti, ma anche tra la classe dirigente l’italiano era spesso una lingua ancora da imparare o usata con qualche affanno (Cavour e Vittorio Emanuele II si esprimevano bene in francese ma con difficoltà evidenti in italiano).

L’italiano era allora il latino del Medioevo, una lingua d’elite!

7) Quanta distanza dall’Europa!

Nell’Italia del 1861 non esisteva un teatro italiano moderno, non esisteva il romanzo moderno (eccezione Manzoni), una letteratura scientifica, non si scriveva di politica. Dominava la poesia attenta alle solo al rispetto pedissequo delle regole del passato.

8) Donne protagoniste?

Le donne laureate in Italia nel 1870 furono 38 (!), nonostante nel Risorgimento alcune divennero leggendarie come la madre di Mazzini, Adelaide Cairoli, la principessa Cristina di Belgioioso, la nostra Ester Cuttica.

9) Babele monetaria

Prima dell’avvento della Lira con la legge del 20 agosto 1862 esisteva una vera e propria “babele monetaria”: baiocco, carantano, carlino, doppia, ducato, fiorino, franceschino, francescone, lira, lirazza, marengo, onza, paolo, papetto, piastra, quattrino, scudo, soldo, svanzica, tallero, testone, fino agli zecchini di Pinocchio. E non bastava perché la “doppia” di Genova valeva quattro volte la “doppia” di Milano,  la vecchia lira di Modena una volta e mezza quella di Parma. In totale nei territori che formano nel 1861 il Regno d’Italia circolavano 236 diverse monete metalliche che diventano 282 se consideriamo le terre ancora “non redente”.

10) Garibaldi, il più amato

Tutto il Risorgimento italiano fu seguito con notevole partecipazione e apprensione in Europa, soprattutto le nazionalità ancora oppresse guardarono all’Italia come a una terra di libertà. Non è per nulla esagerato affermare che Garibaldi, soprattutto dopo l’impresa dei Mille, divenne l’uomo più popolare d’Europa e la sua fama arrivò anche negli angoli più sperduti del pianeta. Quando Garibaldi fece un lungo viaggio in Gran Bretagna, il giorno dell’arrivo, il 17 aprile del 1864 c’erano 500.000 abitanti di Londra ad aspettarlo lungo la strada che dalla stazione ferroviaria  lo portò al palazzo del duca di Sutherland dove alloggiò.

Anche oggi misuriamo in questi termini la popolarità del nostro Paese all’estero?

Conseguenze dell’Unità

È giusto però ricordare il prezzo che fu pagato all’unificazione soprattutto nel Sud Italia dove le deboli condizioni sociali e politiche subirono un vero tracollo.

Le conseguenze dell’Unità nel Sud furono la guerra civile del Brigantaggio, vera rivolta contadina causata dalla miseria e dal peggioramento delle condizioni di vita, e l’emigrazione di massa verso le Americhe. Una società povera divenne nell’immediato ancora più povera.

I vantaggi

– L’Unità d’Italia permise, seppure con molta lentezza anche al Sud, di uscire dalla miseria endemica di 150 anni fa

– l’Unità unì l’Italia all’Europa e la staccò da una sorta di “deriva mediterranea”

– l’Unità favorì la diffusione della lingua italiana, che 150 anni fa non esisteva se non in Toscana

– L’Unità sviluppò, seppure con molto ritardo, la scolarizzazione di massa negli anni Cinquanta del secolo scorso

– L’Unità permise ai lavoratori di tutta Italia di far nascere organizzazioni sindacali e politiche nazionali in rappresentanza dei propri interessi

– In sostanza, l’Unità fece dell’Italia un Paese moderno

Nonostante tutti i problemi oggi che possiamo evidenziare nella nostra società il “salto” dalle condizioni del 1861 è stato enorme. Quindi il bilancio, considerando i 150 anni, è sicuramente positivo.

Dobbiamo uscire quindi da una logica legata solo al presente (disaffezione dei cittadini, crisi sociale, fenomeni di contestazione dell’unità nazionale…) altrimenti perderemmo di vista gli straordinari progressi del nostro Paese dal 1861 e tenderemmo a dare un giudizio negativo del Risorgimento.

Giancarlo Restelli