Le origini dell’8 marzo e l’incendio della Triangle (25 marzo 1911)

Le origini dell’8 marzo e l’incendio della Triangle

Dare una dimensione storica all’8 Marzo crediamo che sia importante per non cancellare le radici di questa ricorrenza nata nel 1909 quando le lotte sociali delle donne erano battaglie per i diritti umani delle lavoratrici nelle fabbriche, nelle famiglie e nella politica con la conquista del diritto di voto.

Oggi la società in cui viviamo è molto cambiata rispetto a 100 anni fa ma sbaglieremmo nel pensare che la Festa della donna debba essere del tutto rivisitata. Le donne che lavorano nel mondo aumentano sempre di più e sono centinaia e centinaia di milioni in tutti i continenti. In Europa il lavoro femminile si radica sempre più in diverse realtà urbane moltiplicando le forme di occupazione femminili.

Si pone quindi come ai tempi della Triangle il problema della sicurezza del lavoro, dei diritti fondamentali delle lavoratrici, di un forte sindacato, di un giusto stipendio, di un lavoro che non sia sempre e solo sfruttamento ma al contrario fonte di crescita sociale e individuale.

Cominciamo con il primo tema: quando è nata la festa della donna? Soprattutto perchè l’8 Marzo?

Dare una risposta alle due domande è un’impresa oggi per certi versi difficile.

Non ci aiuta nemmeno la storiografia perché l’unico testo scritto sulle origini dell’8 marzo è piuttosto datato: 1987.

Si tratta di “Otto marzo. Storie miti riti della giornata internazionale della donna”. E’ un libro scritto da due giornaliste, Tilde Capomazza e Marisa Ombra.

Il punto di partenza della festa dell’ 8 marzo in Italia è il 1945 quando nell’Italia liberata si festeggia immaginando la fine della guerra vicina. A Roma, Firenze e in altre città le donne scendono in piazza organizzate dall’UDI (Unione donne italiane) dove hanno spazio le donne legate ai partiti maggiormente rappresentativi. A nord della Linea Gotica non si può far altro che aspettare.

Il primo 8 marzo nazionale è quello del ’46. Si stava avvicinando il 2 giugno quando le donne per la prima volta avrebbero votato.

L’8 marzo del ’46 vede l’atto di nascita delle mimose, fiore scelto perché fiorisce proprio in quei giorni con evidenti vantaggi di costo e di trasporto.

Ma perché l’8 marzo? Che cosa è accaduto quel giorno? E di quale anno?

Il primo documento in Italia in cui si cerca di fare chiarezza sulla data è un bollettino del Pci del 1949 (pubblicato appunto l’8 marzo) in cui si passano in rassegna le date più importanti che hanno accompagnato la storia delle donne nel Novecento.

In questo opuscolo è indicata una data che poi verrà ripetuta un’infinità di volte: la “Giornata internazionale della donna” fu istituita a Copenaghen nel 1910 in un’assemblea di donne socialiste: la promotrice fu Clara Zetkin, figura di primo piano della II Internazionale socialista.

Ma perché proprio l’8 marzo? Secondo l’opuscoletto perché a New York l’8 marzo del 1848 le donne manifestarono per il lavoro e i diritti politici (suffragio elettorale, orari di lavoro e salari).

Primo problema, perché scegliere una data così lontana? E poi cosa accadde veramente quel 8 marzo del ’48: le stesse fonti storiche di New York non indicano nessun evento particolare.

Stranamente nell’opuscoletto non si parla di un’altra data che circola ormai da tempo nelle riviste femminili di politica: l’8 marzo del 1908 sempre a New York ci sarebbe stato un grande incendio un una fabbrica tessile e sarebbero morte 129 operaie.

Sarebbe la fabbrica “Cotton” dove il padrone, di nome Jonhson, avrebbe chiuso le serrature delle porte al di là delle quali lavoravano molte operaie e nel momento dell’incendio avrebbe condannato le operaie alla morte.

Il problema è che negli annali di Y.Y. non ci fu mai un incendio nel 1908 e non esisteva nessuna fabbrica di nome Cotton.

Il mistero si infittisce. L’unico fatto certo è il 1910 nella conferenza di Copenaghen quando Clara Zetkin propone l’istituzione di una Giornata della donne.

Capomazza e Ombra nel loro testo si divertono a mettere in evidenza l’incredibile quantità di errori dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta nella stampa italiana.

Di volta in volta la fabbrica sotto accusa è un calzaturificio a N. Y., anno 1909. In un’altra occasione è sempre il 1908 ma la fabbrica sta a Chicago (è una filanda). Altrove è Boston (sempre 1908). Da una fonte di stampa ad un’altra variano anche incredibilmente le vittime, da 146 a 19. Si arriva al Maurizio Costanzo show in cui si “certifica” che l’anno è il 1908, il luogo è Boston e le operaie morte 129 (!).

Le due autrici si chiedono: “Come è possibile tanta imprecisione? E’ mai possibile che le donne, considerate sempre assenti dalla storia, una volta che raggiungono l’onore della citazione – e a quale prezzo! – debbano averla così sciatta e casuale?”

I tanti riferimenti agli Stati Uniti hanno almeno un valido motivo: è negli Stati Uniti che è nata la Giornata della donna prima dell’assemblea di Copenaghen: a Chicago nel 1908 durante un’assemblea delle donne del Partito socialista americano si propone di riservare l’ultima domenica di febbraio di ogni anno per organizzare manifestazioni e altro a favore del suffragio femminile.

Sempre a Chicago era stato istituito il 1° maggio in ricordo di alcuni socialisti e anarchici condannati a morte (i “martiri di Chicago”).

Quindi finora due punti fermi:

–        il primo “Woman’s Day” fu a Chicago il 31 gennaio 1909

–        in Europa nel 1910 a Copenaghen Clara Zetkin propone di istituire anche in Europa un Giorno della donna.

Infatti a Copenaghen non fu presa alcuna decisione vincolante e quindi negli anni successivi non vi fu nulla di organizzato a livello unitario. Ci furono diverse manifestazioni organizzate dalle donne in quel 1911 ma in paesi diversi e in date le più diverse, per esempio in Germania la data fu il 19 marzo, in Russia il 3 marzo, in Francia il 9 marzo.

In quello stesso 1911 avvenne il tragico incendio alla Triangle di N.Y. ma senza che quella data, 25 marzo, mutasse qualcosa nella istituzione della Giornata della Donna.

La guerra mondiale scoppiata nel 1914 e la rottura traumatica tra i vari partiti socialisti mise in crisi anche quella rete di internazionalità delle varie organizzazioni femminili che si proponevano di lottare per il suffragio femminile e a favore  dei diritti delle operaie.

Ma l’8 marzo 1917 avviene nella Russia zarista un fatto che molto probabilmente sarà alla base della festa della donna.

Quel giorno a Pietrogrado le operaie e le donne scesero in piazza per reclamare la fine della guerra, il ritorno dei loro mariti e figli dalle trincea e la fine della fame.

Le truppe zariste quel giorno non intervennero e così nei giorni successivi nacque la Rivoluzione di febbraio che provocò la caduta dello zar. Rivoluzione di febbraio perché quell’8 marzo in realtà nel calendario giuliano russo era il 23 febbraio.

Quando poi la Russia diventò comunista e nacque l’Internazionale comunista, nel ’21 a Mosca si fissò la data dell’8 marzo, “Giornata internazionale delle donne operaie”. Parteciparono delegate di 20 paesi, tutte appartenenti ai diversi Pc nazionali. Nessuna donna italiana potè essere a Mosca in quei giorni perché si era appena consumata la rottura tra il Psi e il Pc d’Italia, sezione della III Internazionale.

Poi l’Europa precipitò nel Ventennio delle dittature e non ci fu più l’occasione di celebrare la festa della donna, a parte il caso delle donne americane, inglesi e francesi.

In Italia si ritorna a parlare di festa della donna mentre ancora la guerra era in corso. Promotrice è l’UDI (Unione donne italiane), un’organizzazione vicina al Pci che ebbe un ruolo importante nella Resistenza con i “Gruppi di difesa della donna”.

Però nasceva un grosso problema. Era possibile in Italia indicare a modello un evento in cui le donne danno inizio a una rivoluzione? Una rivoluzione che poi diventerà comunista? Non c’era il rischio di creare fratture in un movimento femminile che sembrava fin dalle origini debole? Donne comuniste di qua, donne di altri orientamenti con propri emblemi.

Teniamo conto che il Pci fino alle elezioni del ’48, e poi anche in seguito, porta avanti una politica di dialogo con i maggiori partiti parlamentari, anche con organizzazioni sociali e culturali non comuniste. Il dialogo con le donne cattoliche è molto fitto così come le relazioni con le donne socialiste (poco inclini a festeggiare un evento che ha dato origine ad una rivoluzione comunista).

pensiamo come la donna era pensata alla fine degli anni ’40, senza molte distinzioni tra i vari partiti: fedele compagna del proprio marito, madre amorevole dei propri figli; se lavorava, il lavoro avrebbe avuto solo una dimensione domestica.

E fu così lo stesso Pci a proporre l’8 marzo in Italia ma svincolato da quel particolare 8 marzo pietrogradese, in ossequio alla sua politica di ampie alleanze. Da quel 8 marzo del ’46 ogni Festa della donna ebbe la stessa data. Ma nessuno, a mano a mano che passavano gli anni, era in grado di spiegare perché proprio quella data.

La codificazione ufficiale dell’8 marzo avvenne nel 1975 quando l’ONU indicò in questa data la Giornata internazionale della donna.

Oggi sta prendendo sempre più piede il legame fra la festa della donna e un altro incendio, quello del 25 marzo 1911 a New York di cui tra poco racconteremo.

A nostro parere sarebbe stato più opportuno che la Giornata della donna coincidesse con un evento simbolico di alto significato: le donne protagoniste del primo giorno di una rivoluzione non sconfitta la quale innescò una seconda rivoluzione (quella d’ottobre ‘17) che ha cambiato il mondo.

Il problema è che questa seconda rivoluzione è quella comunista di Lenin, Trotsky, Zinoviev… quindi – come già detto – un evento che avrebbe creato fratture fra le varie organizzazioni femminili dove le donne comuniste contavano di essere al centro delle manifestazioni.

L’incendio della Triangle, seppure evento dolorosissimo, rientra in quel numero infinito di episodi storici in cui le donne appaiono vittime di poteri a loro più forti, in questo caso vittime del capitalismo.

Poesia canzone di Sanguineti

https://www.youtube.com/watch?v=5aRyCR_rC60

L’emigrazione negli USA

Nel 1911, anno della Triangle, gli Stati Uniti ormai sono il primo paese al mondo. E lo dimostreranno entrando in guerra contro la Germania nella prima guerra mondiale e provocando il crollo dell’impero tedesco.

Ufficialmente il primo paese al mondo è la Gran Bretagna ma gli Usa con le loro infinite risorse minerarie e grazie a un’imponente emigrazione a partire dai primi anni del Novecento stanno per superare o hanno già superato l’impero inglese avviato a una inevitabile decadenza.

Negli Usa saranno cinque milioni gli emigranti italiani arrivati dalla fine dell’Ottocento al 1915. Molti vengono dal Sud ma non mancano i settentrionali che lasciano zone di agricoltura marginale: alcune zone del Veneto, Piemonte, Friuli e Lombardia senza dimenticare l’Appennino povero.

New York sulla costa atlantica è diventata un enorme polo industriale con fabbriche che trovano posto nei grandi palazzoni di più piani spesso costruiti non distanti dalle zone centrali.

Lo sciopero del 1910

Sul finire del 1909 c’è il primo grande sciopero nella storia del tessile americano. Sono le donne in prima fila. Lo sciopero inizia il 22 novembre del ’09 e dura fino al 15 febbraio del ’10 quando poi le donne rientreranno in fabbrica senza aver ottenuto niente a livello salariale e normativo.

A guidare lo sciopero sono le camiciaie, sono in gran parte giovani e giovanissime. Lo sciopero sarà conosciuto come la “Rivolta delle 20mila” perchè vennero raccolti 20mila dollari per sostenere lo sciopero. Questo sciopero partì proprio dalla Triangle e si allargò rapidamente a molte altre fabbriche di N. Y.

Così è stato descritto il picchettaggio davanti alle fabbriche: “Le donne si sono incaricate del picchettaggio ritenendo che gli uomini sarebbero stati più maltrattati di loro… affamate, malvestite, nel freddo e nella neve, i piedi nella melma… facevano picchetto da due a tre ora di fila, anche malate, poi tornavano ai locali dello sciopero, abitualmente scuri e gelidi per ricevere gli ordini dei loro capi. In strada dovevano ricevere gli insulti, le minacce, le aggressioni… in 13 settimane di sciopero più di 600 donne furono arrestate, 13 furono condannate a 5 giorni nei campi di lavoro e molte altre finirono per una settimana nelle Tombs (prigioni della città)”.

Da notare che i due proprietari della Triangle, Harris e Blanck, diedero un aumento salariale alle proprie operaie ma si opposero fermamente alla presenza del sindacato in fabbrica e non vollero alcun intervento a favore della sicurezza del lavoro. E’ in questo contesto che si stanno creando le condizioni della tragedia dell’anno successivo.

E’ in questo contesto di lotte radicali condotte dalle operaie che nasce la Giornata Internazionale della Donna dove accanto alle storiche tematiche legate al diritto di voto compaiono sempre più forti le rivendicazioni sindacali.

L‘incendio della Triangle

Quella che sto per raccontarvi è la storia di alcune donne. Ma prima desidero leggervi un documento. Provate ad immaginare.

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici, sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro.

I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali.”

Questo documento è dell’ottobre 1919 ed è la relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani.

Ora torniamo alla nostra storia: siamo in Sicilia, a Marsala, in provincia di Trapani. Il 1° maggio 1906 Serafino Maltese, calzolaio, parte da Palermo con un piroscafo diretto a New York. Un anno più tardi la moglie Caterina, 35 anni, lo raggiunge con i 5 figli: Lucia 16 anni, Vito 14, Rosaria 11, Maria 4 e Paolo 2 anni.

Il 17 luglio 1907 partono da Palermo col piroscafo “Francesca”, 18 giorni di navigazione stipati in terza classe nella parte immersa della nave. Una situazione piuttosto simile ai viaggi della speranza che compiono oggi i migranti che approdano con i barconi sulle coste italiane o greche.

Una volta giunti a New York vengono condotti al centro di smistamento di  Ellis Island e devono passare una selezione, una visita medica che certifichi la buona costituzione, la salute fisica e mentale. Chi non ha i requisiti viene respinto: non può rimanere in America.

I Maltese superano la selezione ma Maria, di 4 anni muore 2 giorni dopo l’arrivo all’ospedale di Ellis Island. In America gli emigranti italiani, nonostante siano considerati come avete sentito prima, sono una buona risorsa per le aziende perché accettano di lavorare con paghe bassissime. In Italia le condizioni economiche delle zone rurali povere sono ancora peggiori, l’America è vista come l’occasione di opportunità per arricchirsi o almeno sopravvivere e comunque per tornare in Italia bisognava avere i soldi per comprare il biglietto della nave e di solito chi arrivava aveva in tasca solo pochi dollari.

Quindi un posto di lavoro anche se mal pagato poteva essere considerato una fortuna.

Caterina e le figlie Lucia e Rosaria trovano lavoro in Washington Place presso la Triangle Waist Company, una camiceria molto rinomata dove si producono belle camicette all’ultima moda con le maniche a sbuffo.  Lavorano all’8° piano di quello che è chiamato “Asch Building”, i ritmi di lavoro sono massacranti, tutto il giorno chine sulle macchine da cucire, nel frastuono, senza parlare, senza fermarsi un attimo e con retribuzione bassa e a cottimo.

E’ dura, ma si vive. Finchè un giorno tutto è cambiato per la famiglia Maltese. Ce lo racconta il nipote di Caterina, Vincent Maltese.

Tante famiglie spezzate, madri morte in seguito per il dolore, un giovane ebreo che era ricoverato in ospedale e alla notizia della morte della fidanzata ha avuto un infarto ed è morto pure lui.

La tragedia si è consumata in 18 minuti e dopo mezz’ora l’incendio era stato domato. Sono tante le vittime, 146 quasi tutte donne. Solo 17 uomini.

E c’è anche chi lavorava alla Triangle da solo  2 giorni: Fannie Rosen, ucraina, 21 anni.

73 vittime sono nate in Russia e sono tutte di religione ebraica (può essere questo il motivo della loro emigrazione), diverse provengono da stati europei, una dalla Jamaica, 9 donne  sono nate negli USA e tra esse vi sono di religione protestante mentre le italiane, tutte donne e di religione cattolica, sono 38. Nel libro “Camicette bianche” l’autrice Ester Rizzo ricostruisce la storia di alcune di loro.

Nell’incendio sono morte 8 coppie di sorelle.

Tra le italiane dalla Sicilia le sorelle Rosa e Caterina Bona (nate Bisacquino e Sambuca) e le sorelle Elisabetta e Francesca Maiale (Mazara del Vallo).

Dalla Puglia le sorelle Antonia e Anna Vita Pasqualicchio (Casamassima, Bari) e Serafina e Teresa Saracino (Bitonto).

Dalla Basilicata Isabella e Maria Giuseppa Tortorelli (Armento, Potenza)

Altri volti italiani, e Vincenza Benanti, che aveva 23 anni.

Erano tutte giovani, le vittime, la maggior parte sotto i 22 anni.  Le più giovani, di 14 anni: Rosaria Maltese e Kate Leone. Kate è nata in America ma da genitori italiani. Kate, morta per le ustioni, era la maggiore di 12 figli: il suo contributo economico di bambina-lavoratrice era quindi indispensabile per mantenere un famiglia così numerosa.

Anche Emilia Prato, 21, era nata in America. I suoi genitori erano entrambi provenienti dalla Val Graveglia, alle spalle di Chiavari (Genova) e si erano conosciuti e sposati a New York. Il papà era emigrato a 18 anni per evitare il servizio di leva militare.

Emilia pare sia morta gettandosi nella tromba dell’ascensore.

Il sogno americano si è interrotto per alcune dopo anni dal loro arrivo, per una dopo appena 6 settimane.

Alcune operaie avrebbero potuto salvarsi ma hanno scelto di aiutare le compagne pensando a mettere in salvo le altre e sacrificando la propria vita: questi sono i loro volti.

A questo punto sorge spontanea una domanda: con tutte queste morti qualcuno avrà pagato? Ci sarà stato un processo?

Sì, è iniziato 8 mesi dopo l’incendio e durò solo 23 giorni. Lo stato contro Max Blanck e Isaac Harris, i due immigrati russi proprietari della Triangle.  Se siete interessati c’è il sito della Cornell University http://trianglefire.ilr.cornell.edu/index.html dove è pubblicata la trascrizione integrale di tutto il processo. E’ in inglese ed è piuttosto interessante. Se vi piacciono i film tipo Perry Mason potrete rimanere affascinati (o disgustati, dipende dai punti di vista) dalla bravura dell’avvocato difensore dei proprietari nel rivoltare a suo vantaggio le deposizioni.  (trascrizione su: http://digitalcommons.ilr.cornell.edu/triangletrans/)

Giuria di soli uomini, verdetto raggiunto in 2 ore. Il processo si è concluso sostanzialmente a favore di Blanck ed Harris che sono stati riconosciuti solo minimamente responsabili del disastro, accusati di omicidio colposo e condannati a pagare alle famiglie dei morti 75 dollari ciascuno a titolo di risarcimento. L’azienda per ogni morto ha percepito 445 dollari dall’assicurazione. Quindi alla fine ci ha guadagnato.

Per le elezioni del 1912 anche il Partito Socialista Americano  metteva in evidenza che

La tanto decantata prosperità di questa nazione è riservata alla sola classe padronale. … All’interno di questo sistema la classe operaia è esposta ad odiose condizioni di vita, ad odiosi quanto inutili pericoli di vita e di mutilazioni, essa è imprigionata da mura costruite con la decisione dei tribunali, le ingiunzioni e le leggi ingiuste; ed è continuamente depredata a beneficio dell’egemonica oligarchia del denaro”

Ma almeno dopo quella tragedia si sarà preso qualche provvedimento in materia di sicurezza? Sì, qualcosa è stato fatto.

Il 2 aprile 1911, una settimana dopo l’incendio, durante un incontro commemorativo un’attivista sindacale socialista, Rose Schneiderman, una delle organizzatrici dello “sciopero delle ventimila” del 1909, prese la parola:

Questa non è la prima volta che nelle fabbriche della nostra città scoppiano incendi e le operaie muoiono bruciate. … ogni settimana devo assistere alla morte prematura di una sorella lavoratrice … ogni anno migliaia di noi restano mutilati a causa di incidenti sul lavoro. … So per esperienza che dipende dai lavoratori salvare se stessi. L’unico modo in cui possiamo salvarci è creare un forte Movimento dei lavoratori”

Grazie a Rose le donne poterono entrare a far parte dei sindacati.

Il 14 ottobre 1911 venne istituita la “Società Americana degli Ingegneri per la Sicurezza e nei successivi 4 anni si approvarono complessivamente 36 leggi che obbligarono i datori di lavoro a predisporre uscite di sicurezza, allarmi, estintori e spruzzatori automatici. Venne inoltre fatta un’accurata ispezione, da cui risultò che il 99% delle fabbriche di New York non era affatto sicura, prive di scale antincendio o  con una unica uscita o vie di fuga ostruite.

E la Triangle? Avrà fatto in modo che non si ripetesse più una simile tragedia? due anni dopo il processo  ancora porte chiuse alla Triangle. Ancora! Non è cambiato nulla. Sono stati multati: 25 dollari…

L’emigrazione da Legnano

Abbiamo visto che le ragazze della Triangle provenivano quasi tutte dal Sud, dalla Sicilia principalmente. Ma da Legnano? Ci sono stati migranti verso l’America?

L’agricoltura a Legnano e in tutta la Valle Olona era molto povera, a causa della struttura dei suoli con terreni sassosi e permeabili che non permettevano buoni raccolti nonostante gli enormi sforzi dei contadini. Nel 1880, per esempio, il sindaco di Legnano comunicava alla sottoprefettura

“Data la siccità tutti i contadini ebbero uno scarsissimo ed insufficiente raccolto di granturco che è quasi l’unica loro risorsa, perché i più fortunati si calcola che possono avere il vitto per circa tre mesi”

Pertanto vi fu chi decise di emigrare in America, in Messico, nella regione di Jalisco: scrive il Parroco di San Vittore, don Vincenzo Bernago

“Il raccolto principalmente del malgone fu quasi zero … Il fatto è che molti di questi poveri si decisero a partire … Epperò ognuno vendette di fatto bestie, mobilie di casa, attrezzi e perfino i lette e quanto avevano. Finalmente si determinò il giorno della partenza che fu il suddetto giorno 13 gennaio 1882. Alla stazione della Ferrovia di Legnano vi era apposito convoglio a vapore di ben 17 vagoni che doveva partire direttamente per Genova alle 4 pomeridiane, come infatti avvenne” (Giacomo Agrati, Dall’Unità alla Comunità, pag.35)

Le condizioni di lavoro nel tessile legnanese

Negli stessi anni stavano nascendo a Legnano le grandi industrie cotoniere e meccaniche che trovavano nella disperazione dei contadini degli ottimi operai disposti a lavorare per paghe bassissime.

Nella nostra zona era però diffuso quello che è stato chiamato “paternalismo industriale”: per esempio, in una relazione del 1930 (solo una ventina di anni dopo l’incendio alla Triangle) leggiamo

Il complesso delle istituzioni del Cotonificio Cantoni, che vanno dalla scuola all’assistenza medica ed odontoiatrica, alla casa comoda ed economica, agli spacci di generi alimentari e di filati e di tessuti a prezzi ridotti, alla biblioteca, al teatro, al cinematografo, alle squadre ginnastiche, alla cassa di previdenza per la vecchiaia, alla banda musicale, al corpo dei pompieri, numeroso ed attrezzato di tutti i mezzi moderni di estinzione e di salvataggio, e infine, alla mirabile istituzione del Sanatorio modello “Regina Elena” per l’assistenza ai tubercolosi” (Bigatti, L’Altra fatica. Lavoro femminile nelle fabbriche dell’Alto Milanese 1922-1943, pag 150)

Tutto ciò costituiva un introito in natura per gli operai e un vantaggio in termini di salari bassi e di fidelizzazione da parte degli industriali. Questo in America non c’era. A Legnano la prevenzione degli incendi era curata con squadre di pompieri e con vasconi di raccolta di acqua piovana sui tetti delle fabbriche, il livello della cui acqua era costantemente monitorato con galleggianti, e la costruzione di canali secondari dell’Olona che passavano all’interno dell’azienda se questa non era costruita sulle rive del fiume.

Era comunque dura la vita in fabbrica anche a Legnano. Al Cotonificio Cantoni si entrava anche prima dei 14 anni. E le testimonianze delle operaie negli anni ’20 e ’30 raccolte da Nicoletta Bigatti ci danno l’idea di come si vivesse nel reparto che più ricorda la Triangle, il reparto camiceria.

Maria ricorda:

“In Camiceria avevo il compito di controllare sedici macchine, su cui lavoravano le ragazze. Lì c’era il caporeparto che voleva che producessimo sempre di più: se facevamo 100 camicie ne voleva 150, se ne facevamo 150 ne voleva 200. Non c’era il tempo di tirare il fiato” (Nicoletta Bigatti, Quando suonava la sirena.  Vita, lavoro e sindacato nelle fabbriche del Legnanese 1950-1985, pag. 38)

E qualche decennio più tardi

“Trecento donne in camiceria con il lavoro a catena: chi faceva i colli, chi le maniche, chi i polsi. Bisognava fare tanti capi all’ora, tant’è vero che qualcuno cominciava prima per poter fare la produzione. Non potevi alzare gli occhi, e le pause non si usavano… Io facevo i colli: ogni tanto non venivano fuori bene, e allora erano grane… Il caporeparto era terribile!” (Nicoletta Bigatti, Quando suonava la sirena.  Vita, lavoro e sindacato nelle fabbriche del Legnanese 1950-1985, pag. 38)

Eppure nonostante tutto tante ragazze soprattutto giovanissime, di 14-16 anni, arrivavano dalla bergamasca, dal cremasco, dal Veneto per lavorare nelle industrie tessili legnanesi  e del circondario.

Aurora nel libro di Nicoletta Bigatti parlando del Cotonificio Carminati di Gallarate sostiene:

“Il padrone, il Carminati, era uno molto umano … era molto amico di Mussolini ma è stato uno dei primi della zona a dare un po’ di benessere.  Lavorare alla Carminati era un po’ come l’America, ci invidiavano tutti per i vantaggi che avevamo“ (Bigatti, L’Altra fatica. Lavoro femminile nelle fabbriche dell’Alto Milanese 1922-1943, pag 150).

Beh, a questo punto mi chiedo: possono ancora oggi esistere situazioni di lavoro così disumane? Così pericolose? Può ancora oggi, nel mondo o anche in Italia, accadere qualcosa di simile alla tragedia della Triangle?

Le Triangle oggi nel mondo

Sbaglieremmo a considerare la tragedia della Triangle come un qualcosa che oggi appartiene solo alla storia. Le cause che hanno provocato l’incendio del 1911 continuano a provocare vittime nel mondo, soprattutto in quelle aree dove si è trasferita la produzione tessile mondiale, ossia in Cina, India, Bangladesh e in tutto il sud-est asiatico.

Ora vedremo alcuni parallelismi inquietanti tra l’incendio di 100 anni fa e tragedie di pochi anni fa non dovute sicuramente al caso. Il problema è che il mondo si è evoluto in questo ultimo secolo ma la condizione operaia in alcune parti del mondo è rimasta sostanzialmente la stessa fatta di sfruttamento, mancanza elementare di sistemi di sicurezza e di tutele sindacali.

Facciamo qualche esempio.

Il centenario della Triangle, il 2011, ha visto una tragedia per molti versi simile. Il 3 ottobre 2011 a Barletta crolla una palazzina dove lavoravano alcune operaie. Cinque operaie italiane morte, una sola sopravvissuta.

A Barletta le lavoratrici erano in nero, non c’era nessuna tutela da parte di nessuno, nella fabbrichetta vigevano condizioni esasperate di sfruttamento all’interno di condizioni di lavoro primitive.

Racconta la zia di una vittima: «Mia nipote, 33 anni, prendeva 3,95 euro all'ora, mia nuora quattro euro: lavoravano dalle otto alle 14 ore, a seconda del lavoro che c'era da fare. Avevano ferie e tredicesima pagate, ma senza contratto.
Quelle donne lavoravano per pagare affitti, mutui, benzina, per poter vivere, anzi sopravvivere».
"PAGATE IN NERO" Lavoravano in 'nero', senza contratto, le operaie morte nel crollo della palazzina di via Roma, a Barletta. Lo raccontano i parenti delle vittime, assiepati davanti all'obitorio del Policlinico di Bari dove si trovano i corpi delle operaie in attesa dell'autopsia. «Era gente - dicono - che lavorava per sopravvivere».

Sempre in Italia il 1 dicembre del 2013 a Prato nell’incendio in una fabbrica clandestina gestita da imprenditori cinesi muoiono 7 persone. Si trattava di una fabbrica tessile dove gli operai cinesi mangiavano, dormivano e lavoravano senza mai uscire dalla costruzione. Per celare l’attività clandestina alla finestra c’erano sbarre che hanno impedito l’evacuazione nel momento dell’incendio.

Ma l’incidente più grave di tutti i tempi in una fabbrica tessile è avvenuto a Dacca, capitale del poverissimo ma lanciatissimo (a livello economico) Bangladesh. Nel crollo di un palazzo di 9 piani sono morti ben 1138 persone, in gran parte donne e bambini. Era il Rana Place dove all’interno lavoravano non meno di 5000 operai in 9 grandi fabbriche.

Come nella New York d’inizio secolo l’attività produttiva avviene ancora oggi all’interno di grandi palazzoni con evidenti vantaggi a livello di costi.

L’edificio era stato progettato per uffici e non per contenere migliaia di operai con telai e pesanti caldaie, almeno questa è la versione ufficiale del costruttore. In realtà le autorità sapevano che cosa avveniva in quella costruzione così come in tante altre.

Le aziende coinvolte nel crollo lavoravano per i maggiori marchi internazionali: Primark (inglese), Mango (spagnola), Cato (americana), Joe Fresh (canadese) e tante altre. Per l’Italia c’era Benetton, infatti è stata trovata una maglietta tra i calcinacci.

I vantaggi per i grandi marchi sono più che evidenti: in occidente i prodotti vengono venduti a costi esorbitanti mentre in Bangladesh i costi sono irrisori perché i salari sono bassissimi (410 dollari l’anno), non ci sono costi per la prevenzione di incidenti e basse tasse da parte dello Stato.

Non c’è stata solo la tragedia del Rana Place:

– Dal 2005 al 2012 sempre in Bangladesh sono morte oltre 1000 persone in incidenti vari nelle sole fabbriche tessili. Per esempio nell’aprile del 2005 crolla la fabbrica Spettrum con 64 morti

– Nel febbraio del 2006 incendio nella KTS Texile con 61 morti. Le uscite erano bloccate per evitare i furti o momenti di assenza. In ogni caso le uscite erano ingombre di materiali vari. Molte vittime tra ragazze di 12-13-14 anni.

Al momento dell’incendio, causato da un corto circuito,  c’erano dalle 400 alle 500 persone in fabbrica. Il cancello principale era stato bloccato per “impedire furti” . Non c’era nessuna attrezzatura antincendio, né erano mai state fatte esercitazioni. Nella KTS si ricordano anche gli  straordinari forzati, sette giorni a settimana di lavoro, il pagamento al di sotto del salario minimo, la negazione dei diritti di maternità previsti dalla legge, la violenza fisica contro i lavoratori, la negazione della  libertà di associazione e del diritto di contrattazione collettiva

14 dicembre 2010 – Incendio al That’s It Sportswear: 29 morti, 11 feriti gravi, numerose ferite lievi.

L’incendio, scoppiato in un edificio moderno, è stato causato da un corto circuito. E’ iniziato al nono piano, rendendo i vigili del fuoco impotenti perché le loro scale non potevano andare oltre il quinto, e gli elicotteri non riuscivano ad atterrare perché il tetto era stato illegalmente trasformato in una mensa.

Molti operai sono morti lanciandosi dalle finestre. Non erano mai state fatte esercitazioni antincendio, le uscite erano bloccate e il luogo di lavoro non era adeguatamente sorvegliato. Inoltre, ai lavoratori era stata negata la libertà di associazione, che avrebbe permesso loro di svolgere un ruolo per affrontare alcune di queste violazioni in anticipo sulla tragedia.

– Nel dicembre del 2011 in un’altra fabbrica esplode una caldaia. Le porte chiuse contribuiscono al sovraffollamento delle scale di sicurezza che poi hanno ceduto.

– Novembre 2012, 110 morti a Dacca in un palazzo di otto piani devastato da un incendio provocato da un vecchio impianto elettrico. Alla sirena i sorveglianti hanno obbligato le operaie a continuare il lavoro, intanto l’incendio dal primo piano aveva raggiunto l’ottavo. Le porte erano bloccate dall’interno. Non c’erano scale interne.

Concludiamo il nostro articolo con alcune belle immagini del film “Il pane e le rose” di Ken Loach (2000) in cui si parla di uno sciopero tra le addette alle pulizie di un grattacielo di N. Y. Lo sciopero, grazie alla tenacia di un sindacalista e alla forza delle operaie, ebbe successo e da quel giorno i loro diritti elementari furono riconosciuti.

Sono immagini e parole che vorremmo vedere e ascoltare, soprattutto in quelle parti del mondo dove i diritti fondamentali delle donne lavoratrici (e dei lavoratori) sono negati dalla logica del profitto.

https://www.youtube.com/watch?v=Y93Wld6fUm0

Bibliografia

Tilde Capomazza e Marisa Ombra, Otto marzo. Storie miti riti della giornata internazionale della donna, Utopia, 1987 [NO-VA] *

Ester Rizzo, Camicette bianche: oltre l’8 marzo, Navarra, 2014 [NO-VA] *

Nicoletta Bigatti, Quando suonava la sirena: vita, lavoro e sindacato nelle fabbriche del Legnanese 1950-1985, Mimosa, 2011 [NO-VA] *

Nicoletta Bigatti, L’ altra fatica : lavoro femminile nelle fabbriche dell’Alto Milanese 1922-1943, Sesto San Giovanni Milano: Fondazione ISEC, Guerini e Associati, 2008 [NO-VA] *

Youtube

https://youtu.be/Ot32Vr8gYj8         Rose Freeman per spettacolo “Pane e rose” La testimonianza di Rose Freeman, una sopravvissuta all’incendio della Triangle Factory a New York sottotitolata in italiano e inserita nello spettacolo “Pane e Rose” della Compagnia 25 marzo. Traduzione e montaggio Lucia Malorzo. Produzione dell’Ass. Stella Alpina di Pombia.

Sitografia

8 Marzo, l’incendio alla Triangle Waist Company (25 marzo 1911)

8 Marzo, l’incendio alla Triangle Waist Company (25 marzo 1911)

http://restellistoria.altervista.org/pagine-di-storia/storia-dellemigrazione-italiana/lincendio-della-triangle-waist-company-25-marzo-1925/         L’incendio della Triangle Waist Company (25 marzo 1911)

http://trianglefire.ilr.cornell.edu/index.html       Remembering The 1911 Triangle Factory Fire. Sito in inglese della Cornell University. Questo sito contiene fonti originali sull’incendio archiviate presso il ILR School’s Kheel Center (fotografie, elementi biografici e documenti riguardanti vittime e sopravvissuti, video interviste a sopravvissuti e testimoni, la trascrizione integrale del processo contro i proprietari Max Blanck e Isaac Harris) ed un archivio di materiale storico sul lavoro e le relazioni industriali. La medesima trascrizione integrale del processo, comprese le affermazioni che l’avvocato difensore ha dichiarato irrilevanti e chiesto di cancellare, è consultabile anche al link http://digitalcommons.ilr.cornell.edu/triangletrans/

http://restellistoria.altervista.org/pagine-di-storia/storia-dellemigrazione-italiana/quando-a-emigrare-eravamo-noi-del-legnanese-1882/      Quando a emigrare eravamo noi del Legnanese (1882)

*  LIBRI RICHIEDIBILI NEL CIRCUITO BIBLIOTECARIO DINO Nord Ovest (es Legnano)            VA Prov Varese (es Castellanza)

Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli