“Pane e cioccolata” e gli italiani in Svizzera negli anni Settanta

“Pane e cioccolata” e gli italiani in Svizzera negli anni Settanta

Non c’è dubbio che il film di Brusati racconti bene la vita degli stagionali italiani all’inizio degli anni ’70 in Svizzera.
Nino Garofoli è uno stagionale e deve guardarsi dalla concorrenza del turco. Italiani e turchi sono tra le componenti maggiori della presenza straniera nella Confederazione.
Nel 1950 gli italiani sono già il gruppo maggioritario con 140.000 presenze. Il picco è nel ’75 con 573.000 presenze, i due terzi della popolazione straniera. Dietro gli italiani gli spagnoli, gli jugoslavi, i turchi (26mila presenze), i greci e i portoghesi.
Vediamo chi erano gli stagionali.

Al tempo di “Pane e cioccolata” (1974) gli stranieri in Svizzera sono divisi in quattro categorie:
– gli stagionali
– gli annuali
– i domiciliati
– i frontalieri

Gli STAGIONALI (residente di serie C) non possono cambiare lavoro né cantone. Non possono farsi raggiungere dalla famiglia, abitano in baracche. Non possono prendere la parola durante assemblee e nemmeno scioperare. Il loro contratto prevede 36 mesi minimo frazionati in 4 anni (8 mesi l’anno). In caso di malattia tutto doveva ricominciare daccapo. Lavorano, se va bene, 11 mesi ma al 12esimo devono tornare in Italia su ingiunzione dlla polizia.
Dopo cinque anni diventano ANNUALI (residente di serie B): hanno un permesso di soggiorno rinnovabile ogni anno, possono cambiare lavoro e cantone, possono farsi raggiungere dalle famiglie.
I DOMICILIATI (residente di serie A) hanno gli stessi vantaggi degli annuali e possono avviare attività in proprio. Ma per arrivare a tale traguardo devono in quanto annuali non avere problemi con la giustizia per 10 anni. In ogni caso il permesso di residenza garantisce molti diritti tranne quelli politici (tra cui non poter prendere la parola in pubblico).
I FRONTALIERI si recano a lavorare giornalmente in Svizzera. Unico vantaggio: non pagano le tasse due volte.
Le mogli degli stagionali se vogliono raggiungere il marito devono entrare nella Confederazione anche loro come stagionali. Non possono vivere insieme, ciascuno dorme nella propria baracca. Gli alloggi sono cari e soprattutto non si affitta agli italiani.

Altro aspetto curioso del film. I bambini negli armadi
Se una coppia di stagionali riusciva nonostante tutto ad avere un appartamento i figli non potevano raggiungere i genitori. Alcuni non resistevano alla lontananza e così in Svizzera, negli anni Settanta, c’erano 10-15.000 bambini clandestini italiani che passavano le giornate chiusi in casa e senza fare nessun rumore. Se andava bene frequentavano scuole italiane… clandestine anch’esse.
Se il bambino era scoperto, i genitori avevano pochissimo tempo per portare il figlio al di là della frontiera (nel Sud Italia sarebbe stato impossibile) e così nacquero a Domodossola centri di accoglienza e scuole per bambini italiani che in Svizzera erano indesiderati.

Altri elementi realistici:
– le baracche in cui i lavoratori vivevano lontani dalla gente per bene e in condizioni precarie. La nostalgia di casa, di una donna…
– la scena del pollaio è realistica perché Brusati era venuto a conoscenza di una famiglia di calabresi (probabilmente clandestini) che viveva in un porcile
– nella scena del porcile l’enorme differenza tra gli italiani abbruttiti e diventati simili alle galline e gli svizzeri, belli, giovani, biondi, semidei che non degnano di uno sguardo gli italiani il cui lavoro li rende ricchi e inarrivabili.
– Brusati con questa scena coglie perfettamente l’enorme differenza di classe tra gli svizzeri che sfruttano gli immigrati e gli immigrati al gradino più basso
– Manfredi “biondo” che viene malmenato e buttato fuori dal bar dove tifa Italia. Brusati conosceva sicuramente alcuni episodi tra xenofobia, razzismo e delinquenza che provocarono la morte di alcuni italiani.
Nel 1969 un operaio valtellinese fu massacrato a pugli e calci da energumeni che lo picchiavano al grido di “caiba cincali!” (lurido italiano). Pene leggere per due assalitori. Tre anni prima è ucciso, buttato in un altoforno, un operaio italiano, Vincenzo Rossi. Nel ’71 un balordo uccide a pugni e calci un ampezzano, Alfredo Zardini, colpevole di essere entrato per sbaglio in un bar di xenofobi. Nel ’74 (anno di “Pane e cioccolata”) l’aggressore ebbe 14 mesi nonostante avesse un lungo curriculum di aggressioni e altro presso la polizia di Zurigo. Il ’74, scrive Gian Antonio Stella, è l’anno di “E tu” di Baglioni, di Pippo Baudo con “Senza rete”…

Ulteriori elementi realistici:
– desiderio di integrazione degli immigrati in un paese ritenuto superiore al proprio. L’integrazione avviene con i capelli biondi del protagonista, con i gesti, nel parlare, nel vestire… dall’altra parte rimane la propria natura, la propria appartenenza e cultura (gol italiano). Non c’è dubbio che molti immigrati di prima generazione vissero questa duplice e conflittuale identità
– forte desiderio di farcela a tutti i costi, che forse è l’aspetto più bello di Nino. Nino non vuole essere come gli altri emigranti, un po’ fatalisti e rinunciatari (“chi ha dato, ha dato, ha dato…) e per due volte torna indietro, anche se dopo il ristorante e aver perso tutti i soldi conosce una vera e propria “discesa agli inferi” quando arriva al pollaio in cui vive la famiglia di italiani. Ma anche da lì riesca a risalire, seppure nel farsi “biondo”.
– Bello e tragico il finale in cui Manfredi blocca il treno e mezzo nero e mezzo biondo con ancora cerotti vari, scende dal treno pronto a ritentare ancora. Scena chapliniana il finale (“Tempi moderni”) in cui Chaplin di spalle va verso la città, qui invece Manfredi-Garofoli ha la telecamera di fronte. Manfredi esce dal tunnel (elemento simbolico), forse sarebbe stata la volta buona

Note
– L’integrazione avviene con gli italiani di seconda e terza generazione nati in Svizzera e con la cittadinanza elvetica (presenza nella politica), la prima generazione (gli arrivati) è poco o nulla integrata. Ora la situazione è diversa: gli italiani hanno portato in Svizzera il turismo, la cucina, la moda del caffè al bar (l’”espresso”), il design domestico, un certo stile di vita, per esempio nell’abbigliamento.
Anche a livello economico ora gli italiani occupano posizioni di una certa importanza. Es. il cameriere che apre una pizzeria oppure il figlio dell’emigrate che apre un negozio alla moda. Non i conteranno poi i giornalisti, scienziati, uomini di cultura a altro di origini italiane.
Siamo lontani dal tempo in cui gli emigranti italiani per la Germania attraversavano in treno la Svizzera con i portelloni chiusi per evitare che qualcuno scendesse oppure se erano diretti in Svizzera e poi smistati qua e là dormivano obbligatoriamente in luridi stanzoni (era rifiutata anche la “terza classe”) e subivano umilianti visite mediche che dovevano avvalorare la loro presenta inferiorità razziale (“sporchi italiani” – “gli zingari d’Europa” ed espressioni consimili).

– Il leader xenofobo James Schwarzenbach viene sconfitto nel ’69 in un referendum in cui propone di espellere la metà degli stranieri, soprattutto italiani, ma in 8 cantoni su 25 avrà la maggioranza. A lui i frontalieri e gli stagionali vanno bene, molto meno le altre due categorie che presuppongono l’integrazione dello straniero.
Gli stranieri in quel momento sono 970.000 su una popolazione di 4 milioni e mezzo di svizzeri (1 su 4). Gli italiani sono 630.000.
Altri referendum per ridurre la quota di stranieri saranno sconfitti dall’elettorato ma anche referendum per estendere i diritti, esempio il diritto di voto. Ancora nell’anno Duemila altra iniziativa volta a limitare il numero degli stranieri.

– “Bambini proibiti. Storie di famiglie in Svizzera tra clandestinità e separazione” di Marina Frigerio, 2012

– La presenza italiana in Svizzera diventa massiccia dalla seconda metà dell’Ottocento. Nel 1860 sono già 10.000 per diventare 117.000 nell’anno 1900 e 202.000 nel 1910, pari al 37% di tutta la popolazione straniera in Svizzera.
Quasi tutti sono manovali e operai e il loro compito è scavare i trafori alpini, come quelli del Gottardo (anno?) e del Sempione (il cantiera venne aperto nel 1898-1906) e del Lotschberg (dal 1907). Il Sempione diverrà rapidamente una delle meraviglie della Belle Epoque ma nessuno sapeva quali sofferenze erano alla base del traforo.
A lavorare nei cantieri in preferenza sono calabresi, siciliani e romagnoli perché ritenuti più adatti alle alte temperature nelle viscere delle montagne quando si raggiungevano i 40° e talvolta i 50° nella parte più interna della montagna.
Il lavoro era penoso, costantemente bagnati dalle infiltrazioni e dalle montagne d’acqua lanciate dal motore delle perforatrici per diminuire il pulviscolo provocato anche dall’uso della dinamite.
In questo momento ci furono anche gravi episodi di xenofobia contro gli italiani: a Berna, Basilea, Zurigo dove nell’estate del 1896 vennero distrutte case, esercizi commerciali, luoghi di ritrovo… obbligando tutti gli italiani a lasciare la città in fretta e furia.

– Molte sofferenze ma anche molti morti tra gli italiani, come a Mattmark, quando nel 1965 si staccò mezzo milione di metri cubi di ghiaccio travolgendo le baracche di chi in alta quota stava costruendo una diga: 83 morti, 57 erano italiani. Siamo in Svizzera ma la giustizia è all’italiana: dopo sette anni nessun colpevole.

– Varie crisi economiche faranno diminuire la presenza italiana ma nell’anno 2000 gli italiani sono sempre 319.000, il 40% del totale