Quando a emigrare eravamo noi del Legnanese (1882)

 

Quando a emigrare eravamo noi del Legnanese

“Andem in Merica” (1882)

18 dicembre 2013

Giornata internazionale dell’ONU per la solidarietà ai migranti

Prendo spunto da questa ricorrenza nata nell’anno Duemila (l’Italia ha aderito nel 2002) per narrare un episodio di storia locale probabilmente poco conosciuto non per la solita idiosincrasia verso la storia quanto per il totale oblio che circonda la storia della nostra emigrazione nel mondo.

Tra il 1875 (anno primo dell’emigrazione italiana nel mondo) e il 1975 (anno in cui l’Italia da esportatrice di manodopera a buon marcato diventa importatrice di braccia) 27 milioni di italiani a titolo definitivo o temporaneo lasciarono il nostro Paese per cercar fortuna in Merica, ma anche in Francia, Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Argentina, Brasile, Messico, Russia, Australia, India, Algeria, Egitto… faremmo prima a elencare i pochi Paesi che i nostri emigranti non raggiunsero rispetto a tutti gli altri.

Eppure su questo epocale fonomeno è sceso il manto della dimenticanza che ci impedisce oggi di scorgere i tanti legami tra la nostra e l’immigrazione attuale in Italia.

Dal Legnanese al Messico

Anche dal Legnanese si emigrò in cerca della fortuna in un momento difficile quale gli ultimi decenni dell’Ottocento. La crisi economica colpiva allora l’agricoltura e in particolare il granturco con fenomeni di fame e disperazione.

Nel 1880 il sindaco di Legnano comunicava alla sottoprefettura:“Data la siccità tutti i contadini ebbero uno scarsissimo ed insufficiente raccolto di granturco che è quasi l’unica loro risorsa, talchè i più fortunati si calcola che possono avere il vitto per circa tre mesi” (Giorgio D’Ilario, Egidio Gianazza, Augusto Marinoni, Marco Turri, “Profilo storico della città di Legnano”, Edizioni Landoni 1984, p. 102).

Per sfuggire la fame i nostri contadini decisero di emigrare come centinaia di migliaia di contadini del Nord in quegli stessi anni.

Il 12 gennaio 1882 il parroco di San Vittore Olona, don Vincenzo Bernago, annotò sul “Cronicus”:

“Si premette che nello scaduto anno 1881 in seguito a siccità nell’estate il raccolto principalmente del “Malgone” fu quasi zero. Parimenti in ottobre furono esposti degli avvisi e distribuito anche qualche libro, che si riferiva a Jalisco, provincia del Messico, oltre delle persone incaricate, che invitavano queste popolazioni a recarsi colà per impiantare delle Colonie, promettendo, ben inteso, grandi vantaggi. Si potrebbe aggiungere altri motivi, ma giova tacerli. Il fatto è che molti di questi poveri, si decisero a partire, diedero il loro nome e fecero un deposito in denaro per semplice sincerità. Fatte quindi le apposite intelligenze, cogli agenti, pensarono a provvedersi i mezzi indispensabili per simile spedizione. Epperò ognuno vendette di fatto bestie, mobilie di casa, attrezzi e perfino i letti e quanto avevano. Finalmente si determinò il giorno della partenza che fu il suddetto giorno 13 gennaio 1882. Alla stazione della Ferrovia di Legnano vi era un apposito convoglio a vapore di ben 17 vagoni che doveva partire direttamente per Genova alle 4 pomeridiane, come infatti avvenne”.

Lascio la parola a Giacomo Agrati che ha studiato questo episodio:“Quel giorno alla stazione di Legnano dopo la benedizione impartita dal prevosto di San Magno, i diciassette vagoni si mossero lentamente trainati da una mastodontica locomotiva a vapore delle Ferrovie dello Stato. Un urlo, simile ad un gemito, si levò da coloro che stavano affacciati ai finestrini del treno imitati da quelli che gremivano la banchina consapevoli che, per quasi tutti, quello sarebbe stato l’ultimo saluto.

Il lungo convoglio scomparve in direzione di Milano lasciando la stazione avvolta da un soffocante fumo. Arrivati al porto di Genova, gli emigranti furono imbarcati su un transatlantico carico sino all’inverosimile ed affrontarono un viaggio lungo ed in condizioni pietose.

Arrivarono a destinazione stremati ed in alcuni di loro comparvero i sintomi della malattie più diffuse provocate dalla promiscuità e dalle condizioni malsane in cui avevano viaggiato. La febbre gialla fece delle vittime e dopo qualche mese iniziarono ad arrivare nei municipi di appartenenza i primi certificati di morte  provenienti dal Messico.

Dei contadini sanvittoresi partiti quel giorno pochi riuscirono ad inserirsi nella nuova vita messicana. I loro cognomi erano quelli da secoli trascritti nel Cronicus Parrocchiale: Almasio, Bombelli, Caccia, Dell’Acqua, Lavazza, Morelli, Sciocco ed anche i Gallostampino, abitanti al “Casin al baas” e imparentati con le famiglie Galli”. (Giacomo Agrati, “Dall’Unità alla Comunità, 1861-2011”, Assessorato alla Cultura del Comune di San Vittore Olona, 2012, p. 35).

Dall’Olona all’Oceano Pacifico

Dove arrivarono i nostri emigranti? A Jalisco, Messico centro-occidentale, regione affacciata sul Pacifico. Da San Vittore Olona e da Legnano al Pacifico! (http://it.wikipedia.org/wiki/File:Jalisco_in_Mexico_%28location_map_scheme%29.svg).

Oggi Jalisco è una delle regioni più abitate del Messico con il capoluogo Guadalajara che conta poco più di quattro milioni di abitanti, ma allora è probabile che fosse una regione povera e desolata situata a circa 1500 metri di altitudine.

L’etimologia di Jalisco è “la superficie dell’arena” (http://it.wikipedia.org/wiki/Jalisco). Probabilmente l’espressione è riferita alla natura arida del territorio.

Il governo messicano dell’epoca cercava gente disperata per popolare le fredde e inospitali regioni occidentali e gli italiani erano pronti per questa avventura destinata a concludersi in modo tragico a causa delle malattie e delle difficoltà di adattamento a un clima del tutto particolare.

Perché si emigrava?

Potrebbe sorprendere oggi questa disponibilità a lasciare il proprio Paese per un altro straniero e così lontano. Prima di tutto c’erano gli imbonitori che giravano le piazze dei paesi e delle cittadine descrivendo con toni a dir poco enfatici le mirabilie del Paese che avrebbero raggiunto e poi a pesare nella volontà di andarsene c’erano condizioni di vita oggi inimmaginabili.

Da una relazione della sottoprefettura di Gallarate del 1874: “Quello di cui si nutrono gli operai… è assai poco nutriente e non sempre in buone condizioni di salubrità. Il frumentone o granone cotto in polenta, ridotto in pane con o senza segale, i pomi di terra, alcuni legumi e specialmente i fagiuoli, i cavoli, le rape e un po’ di riso condito con olio, e con lardo, aglio e cipolla, oppure la paste grossolane cucinate nello stesso modo forniscono l’intero loro alimento, pochissimi dei quali e rare volte nell’anno gustano un poco di carne vaccina o porcina… Il vino poi è affatto escluso stante l’elevatissimo suo prezzo e la mancanza di mezzi per farne l’acquisto” (Giorgio Vecchio e Gianni Borsa, “Barbara Melzi. Una canossiana nella Legnano dell’Ottocento”, Ancora 2000, p. 111). Le conseguenze erano pellagra, vaiolo, colera, tubercolosi, anemie, rachitismo… e l’elenco sarebbe lungo.

C’era solo povertà endemica?

Eppure il denaro non mancava, solo che stava per essere dirottato sempre di più verso la nascente industria a Legnano mentre l’agricoltura povera e di sussistenza non attirava investimenti.

Per esempio nel 1874 nasce l’industria meccanica a Legnano con la “Cantoni-Krumm e C.”; nel 1876 nasce la prima filiale legnanese della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde; nel 1887 nasce la Banca di Legnano; il cotonificio Dell’Acqua nasce nel 1871, il cotonificio Antonio Bernocchi nel 1872, la fonderia Andrea Pensotti nel 1891. Proprio nel 1882, l’anno della grande emigrazione dalla nostra area, è fondata la Franco Tosi.

Insomma i capitali c’erano. Le condizioni di impiego dei capitali apparivano sicure in un momento di prima trasformazione industriale dell’Italia. Gli emigranti invece erano espressione di un’Italia nei secoli povera e la loro partenza avrebbe diminuito la sovrappopolazione nelle campagne con indubbi benefici per la nuova classe di industriali e banchieri che si apprestava a cambiare il volto a Legnano.

Capitali pronti all’investimento da un lato, miseria e disperazione dall’altra. Progresso tecnico e accelerazione dello sviluppo e nello stesso tempo fame atavica e… necessità di fare fagotto e partire. Sono situazioni che abbiamo visto tante volte nella storia e anche oggi sono la realtà di tanti Paesi da cui si emigra.

È difficile interpretare la nostra emigrazione come fenomeno solo storico, magari in sé concluso. I paralleli con l’immigrazione oggi in Italia sono inquietanti.

Sta a noi raccoglierli e metterli alla base di una politica dell’integrazione che non sia sempre e solo una barzelletta.

Giancarlo Restelli

http://restellistoria.altervista.org/pagine-di-storia/storia-dellemigrazione-italiana/

– Un bel video con le immagini di noi emigranti e di “loro”

http://www.youtube.com/watch?v=Ky3GNR_FFpY

– e per finire una gran bella canzone: “E semm partii” di Davide Van De Sfroos

http://www.youtube.com/watch?v=sPozJsncOrQ