3 ottobre 2013. Quando gli eritrei e i somali eravamo noi: la tragedia di Lampedusa ricorda il “Sirio”

Le immagini dei cadaveri allineati lungo il porto di Lampedusa mi hanno fatto venire in mente altre immagini molto simili, fotografie sbiadite in bianco e nero di una delle più gravi tragedie della nostra emigrazione, ossia il naufragio del “Sirio” avvenuto il 4 agosto di poco più di un secolo fa, era il 1906.

Come recita una dolente canzone molto popolare per decenni in Italia, il “Sirio” partì da Genova per raggiungere il Nuovo Mondo con un carico di italiani prevalentemente del Nord che andavano in Brasile alla ricerca della loro Merica.

Ormai da anni i grandi proprietari terrieri brasiliani avevano sostituito gli ex schiavi neri appena liberati con i nuovi “schiavi” provenienti dall’Italia all’interno delle loro piantagioni di caffè e di canna da zucchero.

Il disastro avvenne nelle prime ora del pomeriggio del 4 agosto di un giorno bello e soleggiato. Ad un certo punto la nave, che stava viaggiando a velocità sostenuta, andò a sbattere a poca distanza dalla costa spagnola di Cartagena, contro alcuni scogli affioranti provocando un’esplosione a bordo e la rapida inclinazione della nave stracarica di emigranti.

“Vidi la prua alzarsi, inabissando la poppa… Abbiamo sentito un urto violento contro lo scoglio, poi uno scricchiolio prolungato e alla fine un colpo violento come una cannonata. Siamo d’un colpo piombati in acqua. Io venni quasi subito gettato da una forte ondata contro la nave…”. E’ il racconto accorato di Felice Serafini, un vicentino che era partito con otto figli e la moglie incinta del nono da un Veneto povero e senza speranze.

Una tragedia inspiegabile apparentemente. Come era possibile che il comandante italiano del “Sirio” non sapesse che in quel tratto di costa spagnola prima di Gibilterra ci fossero pericolosi scogli a pelo d’acqua? Lo sapevano tutti i naviganti di quel tratto di costa e c‘era anche un grande faro per le segnalazioni notturne.

Il fatto è che il “Sirio” era partito da Genova senza carte dettagliate delle coste spagnole. Aveva una carta generale del percorso fino a Gibilterra ma non le carte nautiche dettagliate. È come partire per Reggio Calabria con la carta stradale dell’Italia quando si vuole evitare di fare l’autostrada!

Probabilmente il comandante voleva anche risparmiare carburante navigando sotto costa e non al largo come avrebbe dovuto fare. Insomma, la solita tragedia annunciata!

Il risultato furono circa cinquecento vittime ma non sapremo mai il numero preciso perché gli armatori facevano salire più persone di quelle dichiarate per evidenti ragioni di profitto.

Altri aneddoti di quel 4 agosto che richiamano altre tragedie recenti. Una parte dell’equipaggio dopo l’impatto contro gli scogli abbandonò la nave utilizzando una scialuppa e a bordo, con la nave che si inclinava rapidamente, ci furono scene di panico con scialuppe che finirono in mare vuote o quasi ed emigranti che disputavano con il coltello in mano la loro salvezza. È inutile dire che il numero delle scialuppe era palesemente inferiore rispetto alle norme. Ma anche la nave era vecchia e antiquata e mancava delle più elementari norme di sicurezza. Gli armatori europei erano molto restii a spendere per adeguare le navi a elementari condizioni di sicurezza perché i profitti sarebbero diminuiti. Gli armatori non contavano le persone da imbarcare ma ragionavano di “tonnellate di carico umano” da stipare all’interno, come oggi con barconi carichi all’inverosimile.

Come finirono le cose?

Nessuna conseguenza penale per il comandante e la compagnia, anzi addirittura la compagnia fece causa ai sopravvissuti che avevano abbandonato la nave perché l’avevano fatto senza l’autorizzazione del comandante visto che la nave così vicina alla riva rimase per giorni semiaffondata.

Tra i tanti morti che il mare restituì c’erano anche la moglie e sei degli otto figli di Serafini. I corpi vennero allineati sulla spiggia di Cartagena così come è stato fatto al porto di Lampedusa.

Non fu l’unica tragedia del mare che coinvolse emigranti italiani. Un popolo che ha dato in un secolo (1876-1976) circa ventisette milioni di emigranti, di cui quindici milioni definitivi nelle terre da loro scelte, ha nella propria storia decine di altri Sirio.

Naufragò l’”Ortigia” nel 1880 con 149 morti, naufragò il “Sudamerica” nel 1888 con 80 morti, affondò il “Principessa Mafalda” nel 1927 con 657 morti al largo dell’Argentina e tante altre navi naufragarono, come l’”Utopia” (!), con 576 annegati nel marzo del 1891 presso Gibilterra. Erano in genere vecchie navi destinate al disarmo ma ancora usate per gli emigranti e se morirono in tanti è perché gli armatori facevano salire il doppio delle persone che dovevano far salire, con la complicità delle autorità portuali italiane.

Trarremo da questa ennesima tragedia utili ammonimenti? Italia ed Europa definiranno una politica comune, come invocato da molti? Lo sdegno di queste ore farebbe pensare di sì ma rischia di essere un fuoco di paglia, come sempre è accaduto in questi casi. Tra poco i giornali non parleranno più di quanto accaduto, i titoloni diventeranno passato prossimo dimenticato e i politici riprenderanno il consueto teatrino fatto di nulla.

Giancarlo Restelli

Gian Antonio Stella e il naufragio del Sirio

http://archiviostorico.corriere.it/2006/agosto/07/Sirio_Titanic_degli_italiani_cerca_co_9_060807018.shtml

Un bel video con le immagini di noi emigranti e di “loro”

http://www.youtube.com/watch?v=Ky3GNR_FFpY