“Dalla Resistenza alla Costituzione”

“Dalla Resistenza alla Costituzione”

dalla Liberazione alla promulgazione della Costituzione

Il periodo storico che prenderò in considerazione va dalla fine della guerra alla promulgazione della Costituzione repubblicana, ossia dall’aprile-maggio ’45 fino alle prime settimane del 1948 (la Costituzione entrò in vigore il 1 gennaio 1948).

È inutile dire che fu un periodo storico molto denso e contraddittorio: da una parte il paese esce dalla guerra seppure con molta difficoltà, dall’altra inizia una collaborazione tra Pci, Psi e Dc che si spezzerà nel maggio del ’47 e da quel momento in avanti, fino alla dissoluzione della prima repubblica (1992), il potere sarà saldamente nelle mani della Dc con le forze di sinistra all’opposizione. Nel gennaio del ’48 entra in vigore la Costituzione ma l’Italia è già profondamente divisa dalla Guerra fredda con l’emerginazione delle forze della sinistra.

È finita la guerra

Con il 25 aprile del ’45 finisce la guerra in Italia.

Se volessimo fare un bilancio della guerra persa dovremmo enumerare:

– 350.000 soldati italiani morti in tanti fronti, dall’Africa alla Russia, dalla Francia ai Balcani

– 150.000 civili morti a causa della guerra, di cui 60.000 morti a causa dei bombardamenti anglo-americani (particolarmente violenti nel ’43). Molti morirono per malattie indotte dalla denutrizione

– 10-12.000 civili morti a causa delle rappresaglie naziste (Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema)

– 650.000 soldati italiani deportati nei lager tedeschi (sono gli IMI, internati militari italiani), dopo l’8 settembre del ‘43

– 600.000 militari finiti nei campi di concentramento degli alleati, dall’Algeria francese all’India inglese fino ai campi di concentramento negli Stati Uniti e in Sud Africa

– 80.000 prigionieri in Russia di cui 70.000 moriranno di fame e freddo

– 40.000 partigiani morti in combattimento. Circa 24.000 deportati nei campi di concentramento

– immani distruzioni materiali (abitazioni, rete viaria e ferroviaria)

– la perdita delle colonie in Africa (Etiopia, Somalia, Libia)

– la perdita dei territori orientali (Istria e Dalmazia) con il corollario delle foibe jugoslave (altre migliaia di morti)

– la perdita di autonomia internazionale del paese dopo il ‘45

L’elenco potrebbe continuare ma credo che possa bastare per dare l’idea di quale terribile tragedia si consumò con la decisione di entrare in guerra del 10 giugno del ’40.

Se la guerra si rivelò una terribile tragedia il Paese fu però riscattato dalla Resistenza, dalla Costituzione del ’48 e dalla nascita dell’Italia repubblicana, le ferite però rimasero a lungo.

Il governo Parri

Il primo governo nell’Italia appena liberata fu quello di Ferruccio Parri (giugno ’45). Uomo di punta della Resistenza e del partito d’Azione, Parri potrebbe essere l’uomo del “grande cambiamento”, ossia l’uomo capace di far vivere gli ideali della Resistenza.

I compiti sono enormi: c’è un Paese da ricostruire, la fame è una dura realtà (gli aiuti americani sono per ora minimi), c’è il problema dell’epurazione dei fascisti (avversato dalle destre), ci sono molti episodi di giustizialismo sommario dei partigiani ai danni dei fascisti (circa 10mila, il “sangue dei vinti), il trattato di pace si preannuncia duro e punitivo nei confronti dell’Italia…

Il suo governo durerà fino al dicembre ’45 quando nascerà il primo governo De Gasperi. Il bilancio del governo Parri è molto carente: attaccato a destra per presunte simpatie a sinistra e attaccato da sinistra per il suo immobilismo. Alla fine Parri dà le dimissioni gettando nello sconforto tutti i coloro (i partigiani soprattutto) che si aspettavano da lui grandi cambiamenti.

Nacque in quei mesi la leggenda della “Resistenza tradita”, dell’”occasione mancata”, dell’“occasione perduta”. In realtà, al di là dei limiti della sua azione politica, Parri aveva le mani legate: la presenza militare anglo-americana in Italia sfavoriva qualunque cambiamento radicale mentre la borghesia industriale-finanziaria stava tornando ai posti di potere.

L’ “occasione perduta” della classe operaia

Più che del governo Parri la vera occasione perduta riguardò la classe operaia italiana perché nell’aprile del ’45 ci fu nelle fabbriche una situazione nettamente favorevole che non si ripetè più.

Gli operai armati dirigevano la produzione con i Cln di fabbrica mentre capi e capetti compromessi con il fascismo erano stati uccisi oppure ridotti al silenzio. La partecipazione alla lotta di Liberazione di molti operai aveva fatto da scuola politica.

Appena finita la guerra gli industriali erano fuggiti in Svizzera oppure si nascondevano. Temevano a ragione la giustizia degli operai dopo aver favorito per tanti anni il fascismo e aver voluto la guerra per i loro profitti.

Con questo non voglio dire che la rivoluzione era lì a portata di mano. Gli americani che continuavano a occupare l’Italia erano pronti a qualunque intervento. L’Italia doveva appartenere al blocco occidentale destinato a essere guidato dagli americani. Anche Stalin era consapevole di questa situazione. Yalta aveva congelato l’Europa.

Quello che si poteva fare, e non è stato fatto, era una politica salariale e contrattuale a vantaggio degli operai approfittando di questa situazione di forza, nella consapevolezza che nel giro di un anno al massimo ci sarebbe stata la restaurazione del capitalismo in Italia con il ritorno dei “padroni del vapore” ai loro posti di comando.

Il ritorno di Valletta alla direzione della Fiat (febbraio ‘46) può segnare lo spartiacque tra la fase del protagonsimo operaio nelle fabbriche e il ritorno dei padroni da vincitori. Valletta aveva rischiato la fucilazione nelle giornate concitate della Liberazione e poi era stato assolto a un processo contro di lui.

Visto che il ritorno di Valletta e degli altri dirigenti indistriali era inevitabile, perché non strappare nuovi contratti a una debole Confindustria (si riorganizza solo nell’autunno ’45)? Perché non creare forti organismi di gestione nelle fabbriche che avrebbero reso meno brutale e dilazionata nel tempo la restaurazione del padronato? Perché non difendere l’occupazione e far pagare alla borghesia industriale una parte dei costi di una guerra voluta anche dalle forze economiche per i loro interessi?

Fu fatto poco da parte della Cgil per rafforzare i lavoratori: la scala mobile fu pagata dal blocco dei salari mentre l’inflazione faceva crescere notevolmente i prezzi. Lo sblocco dei licenziamenti nel gennaio del ‘46 fu il segno della vittoria del padronato. I nuovi Consigli di gestione aziendali non divennero mai operativi e furono subito svuotati di poteri.

In poche parole i costi della ricostruzione furono interamente addossati sulla classe operaia.

La causa della moderazione della Cgil è la forte dipendenza dal Pci, il quale è al governo e non vuole una politica di contrapposizione frontale con il grande capitale. Togliatti più volte chiese agli operai moderazione salariale, spirito di sacrificio, considerazione per gli interessi del Paese… tutto ciò disarmava gli operai del Nord e non li preparava alla successiva e imminente offensiva padronale.

Eppure la classe operai fu combattiva per tutti gli anni Quaranta. Basti pensare a quel che accadde con l’attentato a Togliatti del 14 luglio ’48 quando alcuni milioni di operai scesero in sciopero e in molte città italiane ci fu una forte resistenza armata contro polizia e carabinieri che durò alcuni giorni.

Il primo governo De Gasperi

De Gasperi non è un uomo nuovo nella politca italiana. È tra i fondatori del Partito popolare italiano con don Sturzo nel 1919 fino alla liquidazione del partito voluta da Mussolini. È condannato dal fascismo a due anni di carcere nel ’26 ma un’amnistia lo riporta alla libertà. Viene assunto nella biblioteca vaticana e lì aspetterà l’8 settembre del ’43 per ricostruire il partito di don Sturzo con il nome di Democrazia Cristiana.

Il suo è un governo sicuramente più forte e autorevole di quello di Parri. Può contrare sull’appoggio esplicito degli americani, del Vaticano attraverso la figura di monsignor Montini (futuro Paolo VI), degli industriali, della piccola e media borghesia fino al mondo contadino e ad alcuni settori del proletariato industriale.

È un partito interclassista perché al suo interno si va dai braccianti fino ai big del mondo economico tenuti insieme dalla paura nei confronti del comunismo e da una certa diffidenza nei confronti del Pci di Togliatti e del Psi di Nenni.

Soprattutto è un partito che raccoglie gran parte di coloro che in precedenza avevano appoggiato il fascismo (borghesia e Vaticano). La borghesia prima fascista ora diventa “democratica” (democristiana) per mantenere intatto il suo potere.

Il ruolo della chiesa è molto importante per i destini della Dc. Pio XII teme l’Urss e la forza elettorale del Pci. C’è bisogno di un partito cattolico forte e autorevole capace di difendere gli interessi del Vaticano in Italia. La Dc seppe operare in questa direzione ricevendo in cambio un massiccio apporto, come si vide poi in occasione delle elezioni dell’aprile ’48.

Pci e Psi

A sinistra abbiamo due partiti di massa: il Pci e il Psi. Non sono certamente partiti nuovi in Italia. Il Psi era nato nel 1892 mentre il Pci nel 1921. Entrambi i partiti furono messi fuori legge dal fascismo, perseguitati e ridotti a poche cellule negli anni del Ventennio. Ma dopo l’8 settembre ’43 tornano protagonisti, soprattutto con la Resistenza dove l’apporto dei comunisti è di almeno il 50% delle forze in campo.

Non è più un partito rivoluzionario il Pci, anzi la parola d’ordine è il “partito nuovo” togliattiano, la “democrazia progressiva”, il “partito nazionale”. In realtà il Pci è molto legato alla politica dell’Urss e di Stalin il cui obiettivo, nell’Italia che deve appartenere al blocco occidentale, non è la rivoluzione ma la nascita di un partito elettoralistico e parlamentare in grado però di rappresentare gli interessi dell’Urss in Italia.

I legami forti con l’Urss rappresentano uno dei motivi dell’allontanamento delle sinistre dal governo e il passaggio all’opposizione che durerà fino alla scomparsa del Pci dopo l’implosione dell’Urss nel ’91 (?).

Il Psi guidato da Nenni in questi anni è succube del Pci e condividerà quasi tutte le scelte operate dal gruppo dirigente comunista (Nenni riceverà da Stalin un premio per la pace).

Il referendum costituzionale

Per decidere se l’Italia sarebbe stata una repubblica o ancora una monarchia gli italiani andarono alle urne il 2 giugno del ’46 per un referendum.

Il risultato fu la vittoria della repubblica con uno scarto minimo di voti: 12.700.000 per la repubblica e 10.700.000 per la monarchia a cui dobbiamo aggiungere un milione e mezzo di schede bianche e nulle.

A esprimersi nel referendum è un’Italia spaccata tra Nord e Sud. Il Nord vota a maggioranza repubblicana con punte dell’87% in Trentino e con percentuali del 60% in Piemonte e Lombardia mentre il Sud è compattamente monarchico con alti consensi a Napoli e in Campania.

I partiti di sinistra si espressero decisamente per la repubblica mentre la Dc non diede indicazioni di voto perché nel partito c’era una forte spaccatura sulla questione istituzionale. La chiesa dà indicazioni di voto a favore della monarchia. Gli americani cautamente si esprimono per la repubblica. Churchill per la monarchia, ma Churchill non è più al potere.

Perché questa spaccatura? A parte le storiche differenze tra Nord e Sud contarono molto le diverse esperienze delle due parti del paese durante la guerra: il Nord conobbe la Resistenza (il “vento del Nord”) e una presa di coscienza politica che invece il Sud non ebbe.

Ma dietro il voto si celava in molti il timore che le forze di sinistra mutassero l’Italia a vantaggio dei lavoratori. La monarchia era vista come baluardo conservatore. Dopo aver appoggiato il fascismo per i propri interessi, ora masse di borghesia piccola e media votavano a favore della conservazione politica.

Il “re di maggio”, Umberto II, fu costretto a lasciare l’Italia (13 giugno) dopo aver visto che le forze per un colpo di Stato monarchico non c’erano e gli americani non sarebbero stati favorevoli.

La monarchia è sconfitta perché ha appoggiato il fascismo dalla Marcia su Roma in avanti, il re si è mostrato soddisfatto dell’Impero, ha firmato senza battere ciglio le Leggi razziali, ha voluto la guerra al pari di Mussolini e si è dissociato da Mussolini solo quando la guerra era compromessa (25 luglio e 8 settembre ’43) per conservare la monarchia. Con l’8 settembre, fuggendo da Roma, condanna il Paese al caos dell’armistizio.

Contemporaneamente il 2 giugno si vota  a favore della Costituente, ossia di quella assemblea che avrà il compito di redigere la nuova carta costituzionale.

I risulati sono a favore della Dc che ottiene il 35% mentre il Pci è fermo al 19% e il Psi al 20%. Scompare il Pd’A di Parri, Valiani, Bauer, Calamandrei, ossia di un partito che nella Resistenza espresse quadri politici e militari e fu a capo di numerose bande partigiane. Ormai il sistema politico ruota attorno ai tre partiti di massa mentre monarchici, repubblicani, liberali sono ridotti a percentuali irrisorie.

L’”amnistia Togliatti”

Appena finite le polemiche sul referendum istituzionale, ecco scoppiare la bomba dell’”amnistia Togliatti” (giugno del ’46). In questo momento Togliatti è ministro della Giustizia e dopo il fallimento dell’epurazione vara la famigerata amnistia che permette a quasi tutti i fascisti di uscire dal carcere con la fedina pulita (sono diverse migliaia).

Come fu possibile? Un articolo di legge prevedeva la punibilità di “sevizie particolarmente efferate”. L’articolo era lacunoso e si offriva a facili strumentalizzazioni. Una sevizia è sempre una sevizia!

Fu così che una magistratura allora interamente o quasi fascista, traghettata nel nuovo Stato democratico dalla “normalizzazione”, agì a favore di molti fascisti facendo uscire dal carcere anche veri criminali. Si decise che chi aveva comandato un plotone di esecuzione non aveva in fin dei conti sparato (!), oppure che anche chi strappava le unghie o “interrogava” con la corrente elettrica non era colpevole di “sevizie particolarmente efferate”.

È vero che il provvedimento permise a molti partigiani di evitare il giudizio delle corti ma l’impressione fu enorme: si vedevano uscire dal carcere i fascisti mentre gli operai in sciopero erano messi in carcere, soprattutto dopo l’attentato a Togliatti del luglio del ’48. La delusione tra i partigiani fu molto forte e rinforzò l’idea che si era combattuto per niente. Così Togliatti divenne ministro della “grazia”, non della Giustizia.

Si svuotarono le carceri, letteralmente. Assolti tutti, i Bottai, i Grandi, gli Acerbo, gli Alfieri, perfino il generale Roatta e l’ex presidente del Tribunale speciale Cristini. Fuori il banchiere Azzolini, fuori Vito Mussolini (nipote di Benito), fuori i delinquenti delle Brigate nere. Il giudice del Tribunale di Milano, stabili’ che “la depilazione dei genitali di una partigiana e la violenza carnale compiuta sulla stessa “non si devono considerare sevizie particolarmente efferate”.

Uscirono tutti: dai «ras» delle squadracce, ai segretari del Pnf, dai gerarchi del regime ai dirigenti dell’Ovra, dai giudici del Tribunale speciale, ai capi politici e militari della Repubblica sociale come ai pezzi piccoli: delatori di quartiere, professori universitari svenduti al razzismo, donne del collaborazionismo.

Perché Togliatti firmò quella legge, chiesta a gran voce dai moderati e dalle destre? Forse giocò un po’ di inesperienza del “migliore”, ma probabilmente la legge fu l’ennesima dimostrazione di buona volontà dei comunisti, ossia una sorta di “polizza” per rimanere il più a lungo al governo. In questa ottica si spiega anche la votazione a favore dell’articolo 7 della Costituzione (marzo ’47) nonostante fosse molto vicina l’estromissione dal governo (maggio ’47).

Il prestigio di Togliatti era enorme nel Pci e non fu difficile mettere a tacere le critiche all’interno. I militanti erano convinti che dietro la facciata legalitaria ci fosse l’anima rivoluzionaria del partito (la “doppiezza”), che prima o poi sarebbe emersa.

L’estromissione delle sinistre dal governo

Circa un anno dopo l’aministia Togliatti le sinistre verranno estromesse dal governo e il Pci rimarrà all’opposizione fino alla caduta della Prima repubblica quando Pci e Psi, travolti dagli scandali e dalla implosione dell’Urss, cesseranno di esistere (’92).

La cacciata dei comunisti e socialisti dal governo avviene nel maggio del ’47 quando De Gasperi fa nascere un governo con democristiani, liberali e repubblicani.

Per capire il motivo dell’esclusione dobbiamo fare riferimento a quanto sta accadendo a livello internazionale. La Dottrina Truman è della primavera del ’47 e sancisce la politica del “contenimento” del comunismo nel mondo. L’Italia è in prima linea a causa della presenza di un partito, il Pci, tendenzialemente allineato a Stalin.

De Gasperi fa un viaggio negli Usa all’inizio del ’47 e ricava la netta impressione di una positiva accoglienza dell’amministrazione americana nel caso di una esclusione di Pci e Psi: gli americani promettono cospicui aiuti. Il Pci è temuto non tanto perché rivoluzionario quanto perché espressione degli interessi dell’Urss. Al governo il Pci avrebbe avversato i provvedimenti che sarebbero andati a vantaggio degli americani.

De Gasperi però esclude la sinistra anche per un altro motivo: la linea economica che vuole inaugurare non potrà essere sostenuta dalla sinistra, nonostante la buona volontà fin qui mostrata. Il duo Einaudi (vicepresidente del governo e ministro del Bilancio) Merzagora (ministro del commercio Estero) attua nel nuovo governo De Gasperi (giugno, 47) una linea liberista in economia che rafforza i grandi gruppi economici: l’inflazione è frenata e l’Italia è agganciata alla ripresa mondiale, in particolare si apre al commercio con gli Usa.

Einaudi abolisce il prezzo politico del pane e liberalizza altre tariffe che gravano sui lavoratori. Contemporaneamente i licenziamenti sono liberi. La restaurazione del capitalismo è pienamente attuata.

L’opposizione del Pci alla “defenestrazione” continua a essere morbida, sembra quasi che Togliatti non capisca che l’era che è appena iniziata presuppone una cesura profonda con l’epoca precedente basata sull’alleanza tra Usa e Urss e quindi tra Dc e Pci. Togliatti è convinto probabilmente di ritornare al più presto al governo, questo spiegherebbe sia la reazione morbida al nuovo governo De Gasperi, sia la volontà del gruppo dirigente del Pci di votare gli articoli della Costituzione, in particolare l’articolo n.7. L’idea di Stalin è di una prossima crisi del sistema capitalistico con una nuova guerra inevitabile. Non sarà così.

1° maggio 1947

Intanto a Portella delle Ginestre il bandito Giuliano spara sulla folla che sta festeggiando il primo maggio uccidendo 11 lavoratori.

È chiaro che la classe dirigente siciliana, in collaborazione con la mafia, dopo aver abbandonato l’ipotesi del separatismo, ora attua una politica anti popolare che costa la vita a decine di attivisti sindacali come Placido Rizzotto, ammazzato nel 1948. Il movimento contadino in Sicilia aveva raggiunto molti successi occupando terre incolte e strappando nuovi contratti ai proprietari terrieri. Nello stesso tempo la crescita elettorale del Pci-Psi in Sicilia preoccupa molto. La concessione dello Statuto e dell’autonomia regionale smorzerà molte tensioni.

La promulgazione della Costituzione

E’ il primo gennaio del ’48 quando la Costituzione entra in vigore. I lavori della Costituente sono durati dal giugno del ’46 alla fine di dicembre ’47: un anno e mezzo talvolta con contrasti aspri come nel caso dell’articolo 7, in altri momenti con una sostenziale concordia di vedute.

Il Paese arriva alla Costituzione profondamente diviso, molto più diviso di quanto appaia a prima vista. Nel ’48 la Guerra fredda è ormai una realtà: la Dottrina Truman, il Piano Marshall da una parte; la morte di Masarik a Praga, l’occupazione politico-militare dell’Est europeo da parte dell’Urss (la “cortina di ferro” di Churchill), il blocco di Berlino voluto da Stalin dall’altra mettono fine alle alleanze nate dalla guerra. Il risultato di questo nuovo contesto saranno la NATO nel ’49 e il Patto di Varsavia nel ’55.

Anche in Italia il mondo politico è diviso secondo la faglia della Guerra fredda: le sinistre non sono più al governo dal maggio del ’47, la CGIL si sta dividendo (Cisl e Uil) , la DC sta diventando sempre più il partito espressione della collocazione occidentale dell’Italia.

18 aprile 1948

La campagna elettorale del 18 aprile del ’48 fu durissima, combattuta aspramente da Dc e Pci con netti schieramenti di parte: il Vaticano (Azione cattolica), l’amministrazione americana, il mondo industriale gettarono tutto il loro peso a favore della vittoria democristiana. Il Fronte Garibaldi (Pci-Psi) non poteva prevalere. I risultati infatti furono una grande vittoria della Dc che arrivò al 48,5% dei votanti, le sinistre si fermarono al 30%.

Iniziò in quel momento a funzionare un sistema bloccato (“bipartitismo imperfetto”, Giorgio Galli) che favorì sicuramente l’inefficienza dello Stato, la corruzione politica, il malaffare generalizzato.

Eppure in questo contesto lacerato nacque la Costituzione e nonostante le aspre polemiche di quel periodo la sinistra ora all’opposizione collaborò alla stesura della Carta costituzionale.

La biù bella del mondo?

Spesso sento dire che la Costituzione italiana è la “più bella del mondo”. Non sono in grado di fare paragoni. Sicuramente è un documento di grande livello giuridico e morale (Il discorso di Calamandrei del ’55 va in questa direzione). In questi anni, soprattutto a sinistra, ci si è rivolti alla Costituzione come all’emblema di tutto quello che non è stato fatto avrebbe dovuto essere realizzato. De Felice parlava di “patriottismo della Costituzione”.

Come ho detto il documento merita di essere letto e conosciuto soprattutto a scuola, però chi fa storia non può accontentarsi di discorsi talvolta enfatici.

Primo: nella Costituzione compare l’articolo 7 che è il Concordato fascista del ’29 firmato da Mussolini e dal cardinal Gasparri. Perché compare un trattato internazionale in un documento che riguarda l’ossatura dello Stato italiano?

Fu De Gasperi a volere fortemente l’introduzione dei Patti Lateranensi e Togliatti volle firmarlo nonostante l’opposizione del Psi, del Pd’A e del Pri. La presenza del Concordato nella Costituzione avrebbe reso il Vaticano più forte e non legato a possibili future svolte anticlericali da parte di possibili governi di sinistra.

Secondo: nella Costituzione si dice che la repubblica italiana è fondata sul lavoro, eppure nel ’48 la disoccupazione raggiunse il massimo in quegli anni superando ampiamente i due milioni e oggi la situazione è quella che conosciamo. Anzi uno dei fattori che permisero lo sviluppo dell’industria in Italia fu il basso costo della manodopera reso possibile dalla presenza di un forte “esercito di riserva”.

Il lavoro non è solo un problema di governi o di leggi. Il problema è che il capitalismo non può garantire il lavoro a tutti oppure alla stragrande maggioranza della popolazione. Nei momenti di crisi economica soprattutto misuriamo l’incapacità/impossibilità del capitalismo di dare lavoro, soprattutto ai giovani.

Terzo la Costituzione è un po’ elusiva per quanto riguarda l’ordinamento dello Stato (forze armate, polizia, enti pubblici, sia economici, sia assistenziali che previdenziali) e questo fu grave perché permise il trapasso dei poteri dello Stato dal fascismo alla democrazia con il mantenimento delle stesse leggi (Codice Rocco), degli stessi uomini e degli stessi uffici.

Quarto: crea due camere (deputati e Senato) non differenziate, se non nelle modalità elettive, rendendo più farraginosi i meccanismi politici.

In sostanza la Costituzione fu in larga parte disattesa. Ad una Costituzione molto democratica fu sovrapposta per anni un sistema amministrativo derivato da quello fascista.

Conclusione

Difficile concludere in forma sintetica anni densi di contraddizioni e tensioni. Da una parte negli strati popolari c’è la speranza di un mondo nuovo finita la guerra. Chi ha fatto il partigiano, chi è stato deportato in un lager, chi ha sofferto nelle città violentemente bombardate, chi ha combattuto vanamente nell’esercito italiano non può pensare che l’unico cambiamento stia nella sconfitta nazifascista.

C’è un’attesa, una speranza collettiva che spiegano i milioni di iscritti ai partiti, ai sindacati, il partecipare di massa alla vita politica. Dall’altra parte invece è restaurato il vecchio potere, riverniciato di democrazia, dove chi comandava prima continua a comandare ora senza che qualcosa di sostanziale sia accaduto. La delusione fu forte e potremmo dire con il passare dei decenni è diventata fuga dalla politica, disprezzo nei confronti dei partiti e dello Stato, ritorno nel “privato”.

Da qui l’idea della “Resistenza tradita”, del “tradimento” del dettato costituzionale, dell’”occasione mancata” per fare dell’Italia una vera nazione democratica, che sono questioni ancora oggi dibattute.

Non c’è dubbio che i mali di oggi abbiano quale origine il quadriennio che abbiamo preso in considerazione questa sera, per esempio le ampie parti della Costituzione che sono ancora lettera morta oggi.