“Addio Pier Paolo!! Dedicato a Pier Paolo Pasolini

Addio Pier Paolo!

dedicato a Pier Paolo Pasolini

Entrò in classe sbattendo la porta, ma sembrava più concitato e teso del solito. Non avevamo mai visto il prof. Maraini allegro e sorridente, ma quella mattina sembrò a tutti che il mondo gli fosse caduto addosso.

Si sedette pesantemente e la sedia scricchiolò un po’ impaurita. Con fare nervoso aprì “l’Unità” e lesse avidamente.

Intanto intorno a me Macchisoni e Ballazzani facevano a gara a chi urlava più forte, Materazzi ronfava pesantemente e Schilirò raccontava a un gruppo di compagni un non so che.

Improvvisamente, con il suo vocione tonante, che qualche volta faceva paura anche ai peggiori di noi, Maraini urlò come se fosse a un comizio sindacale: “Hanno ucciso un grande poeta!”.

Ci fu un momento di innaturale silenzio nella classe. “Chi è morto?”, chiese con voce soffocata la Bellizzi. “Pasolini! Un grande poeta!”, ribadì con solennità il nostro prof.

Nessuno di noi sapeva chi fosse, solo due che la sera precedente avevano visto il telegiornale chiesero con titubanza: “Chi? Quello che andava con i ragazzetti dell’Idroscalo?”

“Disgraziati che non siete altro! Ignoranti! Deficienti!”. Urlava sempre con noi, ma così non l’avevamo sentito mai. Sbatté con forza il registro sulla cattedra e la copertina azzurra volò via.

“State a sentire tutte le stupidate che vi propina la televisione invece di studiare i poeti. Vergognatevi!”.

Ci fu un lungo silenzio pieno di imbarazzo, intanto il prof. si era messo a leggere attentamente un articolo e ogni tanto scuoteva la testa.

La migliore della classe, dopo un po’, facendo uscire un filo di voce, disse: “Noi non conosciamo Pasolini, ci piacerebbe sapere chi fosse e che cosa ha scritto”.

“Prendete il Salinari-Ricci a pagina 630”. L’unico suo modo di fare lezione era leggere in religioso silenzio il Salinari-Ricci, anche se nessuno mai ascoltava.

“Leggi tu Belfiore”, disse con tono un poco più calmo.

La scelta non era stata ben ponderata dal prof. perché Belfiore leggeva davvero male incespicando spesso nelle parole.

Belfiore, stupito che dovesse leggere proprio lui, iniziò più incerto che mai: “Pier Paolo Papalini… “. Pasolini!! Bestia!”. “… Pasolini (1922)… in…scusso protagonista della cultura italiana del ventesimo… secolo…”

Nessuno ascoltava mai quando leggevano i migliori, figurarsi con Belfiore.

Dietro di me Mattozzi e Schiavi compilavano la schedina del Totocalcio mentre Avvignati e Cerolini litigavano, come sempre, discutendo di Roma e Lazio.

“… nel 1956 scrisse “Ragazzi di vita”. Improvvisamente Materazzi si svegliò dal suo torpore e chiese con curiosità: “Ragazzi di vita? Che vuol dire?”. “Sono quelli come te che quando escono di qui vanno a fare le marchette!”, rispose Sansovito facendo una smorfia sguaiata.

La reazione del prof. fu rabbiosa: per poco non si avventò su Sansovito con tutta la sua forza. “Bestioni! Ignoranti! Rimarrete sempre così e finirete tutti a spazzare le strade!”. Erano frasi che ripeteva spesso , ma questa volta il tono era esagitato.

Continuò così per un po’ gridando e agitandosi senza riuscire a calmarsi. Poi prese “l’Unità” e registro e se ne andò sbattendo la porta.

Dopo un attimo di incertezza ognuno di noi approfittò di questa insolita libertà e l’aula si trasformò in uno stadio.

 

Finita la scuola, come sempre raggiungemmo il bar Primavera dove trascorrevo l’intero pomeriggio con i miei amici, quasi tutti disoccupati che non avevano finito la scuola.

I genitori li vedevo, se li vedevo, solo quando era buio, per mangiare qualcosa che prendevo dal frigo; loro avevano già mangiato da un pezzo.

Quel giorno mancavano Sergio e Mario, i più simpatici e soprattutto i più informati sul campionato di calcio.

Era venerdì e dovevamo compilare la schedina del totocalcio, come sempre.

Sul tavolo, davanti a un boccale di birra, c’erano “La Gazzetta dello Sport” e “Mondo Calcio”. Poco più in là c’era un tavolo occupato da studenti come noi che parlavano di ragazze e prostitute raccontando con parole grossolane avventure improbabili. Per un po’ stemmo ad ascoltare anche noi ma poi se ne andarono improvvisamente e il locale ci apparve improvvisamente più misero.

Il proprietario, Mario, non faceva nulla per rendere il suo locale meno squallido: era calvo, adiposo e perennemente sudato anche se non faceva praticamente nulla per ore e ore. Parlava poco e quando parlava bestemmiava volentieri.

Arrivò finalmente Sergio ma neanche i suoi scherzi rallegrarono l’atmosfera grigiastra intorno a noi.

La televisione continuava a mostrare immagini del ritrovamento del cadavere di Pasolini. “Ma guarda, per uno come lui tutto questo can can”, Mario annuiva soddisfatto, Sergio sorrideva mostrando i denti gialli.

Improvvisamente Luca, che fino a quel momento aveva guardato un invisibile puntino sul soffitto, disse: “Ma perché non andiamo anche noi lì? Chissà che casino di poliziotti e borgatari ci sarà!”

Lo guardammo incerti, ma Mario disse: “Andate, andate! Così vedete la fine che fanno quelli come lui”

Uscimmo volentieri all’aria aperta e con motorini e vespe ci dirigemmo verso il Lido di Ostia.

Era metà pomeriggio e il sole era ancora abbastanza alto nel cielo pallido. Intorno a noi campi incolti, baracche, costruzioni in muratura mai terminate.

In lontananza si vedeva il mare, ma il giallo sporco del mare sembrava spingere lontano la linea opaca del mare.

Non fu difficile trovare il posto dove Pasolini era stato ammazzato. Già alcuni chilometri prima c’era un continuo via vai di macchine della polizia.

Arrivati sul posto un cordone di poliziotti ci tenne lontani e non vedemmo nulla. C’era un gran numero di persone intorno a noi: curiosi, abitanti delle villette vicine, gitanti…

“Qui non si vede nulla”, bofonchiò Sergio spuntando per terra. “Che siamo venuti a fa’, eh?”. Nessuno di noi rispose.

Rimanemmo un po’ lì non sapendo cosa fare e dire. Dieci minuti dopo Romolo disse con atteggiamento cattivo: “Dai, andiamocene, mi son rotto! Torniamo al bar, magari Mauro è arrivato”.

Scontenti per quel pomeriggio sgangherato riprendemmo le motorette.

Presi la mia e incominciai a fare del cross su quel terreno accidentato, intanto i miei amici con urla e parolacce mi incitavano a finirla.

 

A poca distanza da me vidi quattro giovani seduti su dei grossi sassi che parlavano a voce bassa tra di loro mentre uno leggeva un libro. Mi colpì molto il loro atteggiamento compunto e la serietà del loro abbigliamento.

Non so perché spensi la vespa e mi avvicinai a loro spingendola. Avevano grosso modo la mia età, ma sembravano più grandi… diversi.

Uno di loro, con tono accorato, leggeva dei versi, gli altri ascoltavano tristi. “Quando ieri a valle Giulia, avete fatto a botte / coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti!”.

Valle Giulia era capitato sette anni prima. Mio padre poliziotto quel giorno tornò a casa con due grossi cerotti sulla fronte e per precauzione il giorno dopo andò all’ospedale. In seguito mi raccontò molte volte ciò che era accaduto: studenti universitari violenti che picchiavano ed erano a loro volta picchiati dalla polizia. Dopo quel giorno mio padre ebbe ancora a che fare con gli studenti nelle piazze.

Non sapevo che gli scontri di Valle Giulia fossero diventati poesia. Sarebbe sicuramente piaciuto a mio padre leggere quel testo, lui che portava ancora una vistosa cicatrice rimediata quel giorno.

“… i poliziotti sono figli di poveri / Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. / quanto a me conosco assai bene il loro modo di essere bambini e ragazzi.  / … i tanti fratelli… / … i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi caseggiati popolari… “.

Com’era possibile, sembrava proprio la mia vita!

Anch’io ero del Sud nonostante da molti anni vivessi a Roma-Tiburtina. Mio padre era di Reggio Calabria ed era nato in uno di quei palazzoni di cui parlava la poesia.

“E poi guadateli come li vestono: come pagliacci / con quella stoffa che puzza di rancio / … peggio di tutto, naturalmente / è lo stato psicologico cui sono ridotti / … senza più sorriso / senza più amicizia col mondo”.

 

Per la prima volta in vita mia mi sentii piccolo, limitato, insignificante. Quei giovani stavano leggendo un poeta che un po’ apparteneva anche a me, a mio padre, alla mia famiglia.

Sembravano non accorgersi di me, continuavano a parlare sottovoce, uno di loro piangeva silenziosamente.

Mi vennero in mente il mio prof. di italiano, i miei compagni di classe, il bar Primavera e tutto quel mondo volgare nel quale avevo razzolato fino ad ora.

I miei compagni se ne erano andati dopo avermi mandato al diavolo più volte.

Anch’io mi allontanai da quei quattro ragazzi, con il motorino in mano, guardando fisso davanti a me.

Mi girai un attimo per vedere l’assembramento nel luogo dell’omicidio e assillato da mille nuovi pensieri me ne andai mentre i miei occhi erano gonfi di pianto.

“Addio Pier Paolo!”, e le lacrime mi rigarono il viso.

Giancarlo Restelli