Enrico De Nicola, un repubblicano monarchico

Leggo su Legnanonews che l’Amministrazione comunale di Legnano ha deciso di intitolare a Enrico De Nicola i giardinetti di fronte alla scuola De Amicis. Iniziativa sicuramente meritoria perché De Nicola fu il primo presidente della neonata Repubblica dopo il referendum del 2 giugno ‘46.

Tuttavia mi sento di fare qualche precisazione affinchè sia più chiara la storia e la personalità di colui che maggiormente rappresentò lo Stato nei primi anni della repubblica.

Un primo dato salta all’attenzione: De Nicola non fu scelto perché repubblicano convinto e interprete dei valori della repubblica. Fu scelto da De Gasperi, con Togliatti e Nenni concordi, al contrario perché era monarchico (!).

Durante la campagna referendaria De Nicola non fece mistero della sua fedeltà a Casa Savoia, nata decenni prima. Del resto la sua città natale, Napoli, si era espressa a favore della monarchia con una percentuale intorno all’80%.

Al contrario di altri monarchici che accusarono i fautori della repubblica di brogli elettorali e malversazioni nella gestione della cosa pubblica, De Nicola era un monarchico moderato e quindi la persona ideale per dare soddisfazione a quella larga parte dell’elettorato italiano che si era espressa per la monarchia oppure aveva votato scheda bianca o nulla.

Se contiamo accanto ai voti monarchici le schede bianche e nulle vediamo che la repubblica vinse con un margine di solo mezzo milione di voti.

Dare rappresentanza alla metà dell’opinione pubblica, soprattutto presente nelle regioni meridionali, era viva preoccupazione in De Gasperi. Poi De Nicola equilibrava entro certi limiti la preponderanza di uomini politici settentrionali nei primi governi del dopoguerra.

Fu quindi un’operazione politica quella voluta in primis da De Gasperi il quale era ben consapevole della fragilità della neonata repubblica soprattutto dopo le astiose polemiche sui brogli, sugli inspiegabili ritardi nella proclamazione della repubblica e le furenti parole di Umberto II in procinto di lascare l’Italia per l’esilio (13 giugno).

Certo un monarchico alla guida della repubblica deve essere apparsa all’estero come una delle tante anomalie italiane.

Altri momenti della vita di De Nicola possono essere utili per comprendere una figura politica di lungo corso.

Nel 1913 e ‘14 è sottosegretario al Ministero delle colonie nel IV governo Giolitti, subito dopo, quindi, la conquista del territorio libico strappato all’impero ottomano. Sappiamo con quali violenze ai danni della popolazione l’esercito di Caneva riuscì ad imporsi sulla popolazione araba che mai accettò la presenza italiana.

Nel momento della guerra italiana contro L’Austria-Ungheria De Nicola come tanti intellettuali e politici è a favore dell’intervento. Anche qui è necesario ricordare il terribile prezzo in vite umane della “Vittoria” nel novembre ’18.

E’ sottosegretario nel Ministero del Tesoro nei primi mesi del 1919 durante uno dei momenti più convulsi della storia d’Italia (inizio del “Biennio rosso”).

Dal giugno del 1920 fino al gennaio del ’24 è presidente della Camera dei deputati, negli anni in cui il fascismo cresce fino a pretendere con la Marcia su Roma un ruolo di primo piano nelle istituzioni.

Quando nacque il governo Mussolini, dopo la Marcia su Roma, De Nicola è presidente della Camera e continua a rivestire questo ruolo nonostante le violenze fasciste negli anni decisivi del ’23 e ’24.

Era ancora De Nicola il presidente della Camera il giorno del famoso discorso del “bivacco”: “Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il parlamento e costruire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Non risulta dai verbali che il presidente della Camera richiamasse Mussolini a un linguaggio più rispettoso.

In quanto presidente della Camera De Nicola tiene a battesimo il governo Mussolini che come detto nasce dopo la Marcia su Roma. Tra parentesi a vatare a favore del governo Mussolini ci furono Gronchi (futuro presidente della repubblica), Giolitti e De Gasperi. Matteotti no.

Prima della fine della legislatura (si stanno preparando le elezioni del maggio del ’24) De Nicola appoggia la legge voluta dal deputato fascista Giacomo Acerbo volta a dare un premio di maggioraza alla lista vincente.

In queste elezioni, segnate dall’omicidio Matteotti, De Nicola è eletto nel Listone fascista ma non presta giuramento e si ritira dalla vita politica con uno di quei scatti di umore caratteristici del suo comportamento anche in altre circostanze (…”con una di quelle improvvise decisioni caratteristiche dei nervosi di alta classe, dichiarò di ritirarsi dalla lotta elettorale e dalla vita parlamentare”, in L. Salvatoreli e G. Mira, “Storia d’Italia nel periodo fascista”, Einaudi 1964, p. 308).

La decisione di abbandonare la vita politica non gli impedisce di accettare dal re la nomina a senatore del regno nel 1929, che è lo stesso anno del Concordato tra Stato fascista e Vaticano.

E’ vero dicono i suoi biografi che non partecipò alla vita politica durante gli anni Trenta nonostante la nomina a senatore. Eppure in alcune occasioni avrebbe potuto fare una deroga a tale decisione, per esempio al tempo delle Leggi Razziali.

Scriveva tempo fa Giulio Andreotti: “Mentre continua la polemica contro Papa Pacelli si tace sul comportamento di senatori come Croce, De Nicola, Albertini, Frassati e Bergamini che disertarono la seduta del 20 dicembre 1938 facendo passare senza opposizione la legislazione antisemita” (Pierluigi Battista, “Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani durante il fascismo”, Rizzoli 2007, p. 106). Certo, un uomo prudente il nostro De Nicola. Prudente anche al tempo della proclamazione dell’Impero sui “colli fatali di Roma” in cui non c’è traccia di un suo intervento in senato. Prudente e silenzioso anche quando l’Italia entrò in guerra (10 giugno ’40).

Quando fu il momento della Resistenza non abbiamo traccia dell’avvocato De Nicola, neppure durante i tumultuosi quattro giorni della liberazione di Napoli (fine settembre ’43).

Ebbe il merito di inventare l’istituto della “luogotenenza” convincendo un recalcitrante Vittorio Emanuele III a cadere il potere al figlio dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944). In questi mesi De Nicola è molto impegnato a trovare una via d’uscita alla monarchia che permettesse all’Italia di continuare a mantenere questo istituto.

Del resto anche i due successivi presidenti della Repubblica avevano votato monarchia il 2 giugno del ’46: Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi.

Che dire di De Nicola? Possiamo ripensare a lui come a un vecchio esponente di quella classe dirigente liberale che con troppa facilità si inchinò al fascismo montante e mantenne un atteggiamento distaccato durante gli anni cruciali che portarono alla seconda guerra mondiale. La sua generazione (Nitti, Orlando e appunto De Nicola) venne chiamata “Opera nazionale Balilla” per la non più giovane età oppure i “revenants” (i redivivi). De Nicola nel ’46 ha 69 anni ed era da 39 in politica.

Spesso quando ci occupiamo di storia ci rendiamo conto che i colori accesi sono spesso inopportuni, anzi il colore migliore appare spesso il grigio con le sue diverse sfumature. Il grigio chiaro del compromesso, del silenzio, dell’acquiescenza; il grigio scuro del trasformismo di chi passa indenne tra epoche travagliate e senza mai fare i conti con il proprio passato politico.