I protagonisti della Rivoluzione industriale a Legnano tra Ottocento e Novecento

 

I protagonisti della Rivoluzione industriale a Legnano tra Ottocento e Novecento

L’Alto Milanese fu l’avamposto della prima industrializzazione italiana nel senso che percorse le tappe dello sviluppo industriale prima e più massicciamente di quanto fecero poi altre aree industriali, per esempio Sesto San Giovanni o alcune aree del bresciano e del bergamasco.

Non finiremo mai di analizzare con una certa meraviglia una serie di indici che dimostrano che l’A. M. all’inizio del Novecento era 50 anni in anticipo sul resto del paese e anche dopo il secondo dopoguerra il tessile nella nostra zona appariva concorrenziale non solo in Italia ma anche in Europa e nel mondo.

Si può parlare quindi di uno precoce  sviluppo industriale maturato in un territorio che ai contemporanei appariva sterile e marginale, soprattutto se paragonato con altre aree della Lombardia come la cosiddetta Bassa con il suo terreno fertile e le grandi opere di irrigazione.

Eppure l’A. M. aveva una collocazione geografica di indubbia importanza tra Milano, Lago Maggiore e Svizzera. Anzi Legnano era al centro di questo ideale triangolo dove Venezia e Genova assicuravano già dal ‘600 il cotone grezzo che poi raggiungeva l’A. M. grazie al Po e al Ticino. La vicinanza a un grande mercato come Milano faceva il resto.

L’apertura della strada del Sempione già ai tempi di Napoleone e poi l’apertura del tunnel ferroviario (1906) dovevano contribuire notevolmente allo sviluppo. Non dimentichiamo poi il ruolo che dal 1865 doveva avere la ferrovia Milano-Gallarate con le due successive diramazioni verso Sesto Calende e Varese.

Perché proprio l’Alto Milanese?

Sul piano geologico o pedologico i terreni dell’A. M. (e in generale a nord di Milano e della Lombardia) appaiono di pessima qualità. Nonostante l’abbondanza di piogge il terreno era costantemente arido. L’acqua che finiva nel sottosuolo contribuiva alla fioritura della Bassa.

Quindi bassa fertilità, arretratezza agronomica e dei rapporti di produzione, sovrappopolazione relativa, miseria cronica dei ceti rurali. Un contemporaneo definì l’agricoltura “povera e faticosissima”, resa ancora più gravosa da contratti agrari gravosi perché basati su uno sfruttamento bestiale dei contadini.

I contadini si nutrivano esclusivamente di granoturco (il frumento andava ai padroni come affitto): i contadini erano quindi a rischio di pellagra, erano indebitati e spesso protagonisti di rivolte velleitarie dovute alla fame. Secondo un documento dell’epoca i contadini erano una “turba miserabile e ignorante”.

In questa plaga, dove la stragrande maggioranza della popolazione era composta da una “turba miserabile e ignorante”, si innescò il processo di industrializzazione.

L’acuta miseria dei ceti rurali li aveva resi disponibili ad attività manifatturiere ed industriali retribuite a basso prezzo. Infatti è facile pensare che per strappare una parte dei contadini dal tradizionale legame con la terra doveva accadere qualcosa di particolarmente importante ed ineludibile: il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita con la conseguenza della fame.

Quindi fu la miseria endemica a favorire un primo sviluppo manifatturiero e poi industriale e non solo … l’abbondanza di acque, un buon grado di umidità necessario per il cotone, l’inventiva dei pionieri dell’industrializzazione… o addirittura una sorta di “genio” locale (“via legnanese”, “bustese” all’industrializzazione).

Dobbiamo evitare di mitizzare lo sviluppo industriale amplificando a dismisura fattori poco importanti minimizzando invece i fattori decisivi.

La povertà agraria è un fattore favorevole in qualunque industrializzazione. Ma questo non vuol dire che ogni forma di povertà agraria faccia nascere l’industrializzazione. Nel Sud Italia la povertà dei “cafoni” è endemica e sterile.

In ogni caso la povertà è fondamentale altrimenti i contadini mai avrebbero lasciato seppure parzialmente il lavoro nei campi.

Altro fattore decisivo: il costo del lavoro (salari) era al di sotto del possibile, cioè al di sotto della sopravvivenza degli operai perchè erano disponibili molti contadini-operai. Grazie a questa condizione era possibile sopportare i prezzi della materia prima e dei macchinari.

Da notare che anche negli anni migliori dell’industrializzazione quando i capitali e i profitti non mancavano l’agricoltura nell’Alto Milanese rimase sempre ai margini di ogni investimento. Gli industriali compravano talvolta terre ma non per incentivare la coltivazione, al massimo per dare “solidità” al loro patrimonio e per atteggiarsi a “signori di campagna”.

Da dove vengono i pionieri dell’industria?

Il discorso sulla povertà dei terreni dell’Alto Milanese se valeva per i futuri operai valeva allo stesso modo per i futuri capitani d’industria. L’esigenza di guadagnare di più, visto che le terre costavano molto e rendevano poco, spinse alcuni medi proprietari terrieri a diventare prima mercanti e poi industriali. Non ci sono nobili tra di loro. Si trattava nella maggior parte dei casi di piccoli e medi proprietari terrieri alle prese con una terra avara nonostante il supersfruttamento dei loro contadini.

Quindi la cosa migliore era intraprendere il commercio del cotone con il controllo della lavorazione a domicilio. Nascevano così gli agrari-mercanti-imprenditori.

Era necessario però un ulteriore passo in avanti: se il commercio rendeva più dell’agricoltura la fabbrica concentrata e meccanizzata doveva rendere ancora di più. Così i profitti di agricoltura, commercio, lavoro a domicilio si sommavano ai proventi della filatura meccanica lungo l’Olona. Diverse scarsità danno origine all’abbondanza di capitali.

Operai-contadini

Di fronte agli industriali-agrari stavano gli operai-contadini. Il duplice ruolo era ritenuto positivo in caso di improvvisa crisi del sistema industriale.

Un 70% nel 1845 era rappresentato da donne e bambini nella filatura. Nella tessitura a domicilio è probabile che prevalessero i maschi. Donne e bambini sono gli elementi deboli delle famiglie, questo vuol dire che la priorità andava sempre ai lavori agricoli.

I salari erano bassi e la condizione per non morire di fame era l’integrazione con i proventi di campi. R. Romano definisce le famiglie contadine “povere e disperate”.

Per l’alimentazione e le condizioni di vita si facevano spesso paragoni con l’Inghilterra: gli operai nell’A. M. lavoravano solo 12 ore al giorno, erano trattati bene in fabbrica e non mangiavano solo patate ma anche riso e granoturco (!).

Invece secondo un contemporaneo nelle filande entravano bambini vispi e allegri a sette-otto anni e uscivano “larve d’uomini” anni dopo.

Ma pensiamo solo ai cambiamenti d’abitudini: spesso si lavorava la domenica, nelle fabbriche c’era una ferrea disciplina ignota nei campi, le macchine erano assordanti ed erano stipate in locali chiusi e poco illuminati; nell’aria un soffocante polverio. Tutto questo rappresentava qualcosa di assolutamente nuovo e difficile da accettare.

Chi lavorava a domicilio conosceva lo stesso ritmi frenetici e spesso lavorava anche di notte. In genere la mattina nei campi, dal pomeriggio al telaio.

Condizioni di vita degli operai

Gli operai sul finire del secolo sono ancora operai-contadini; meglio dire operaie-contadine: le donne in fabbrica, gli uomini nei campi.

La donna operaia di famiglia rurale era dunque il simbolo del proletariato dell’A. M. Gli uomini nel cotoniero erano pochi. Solo uomini nel settore meccanico. Anche nella meccanica gli operai appartengono a famiglie contadine.

Si può immaginare una famiglia tipica in cui il padre lavora nei campi (con un figlio maschio) mentre le femmine lavorano nei cotonifici o setifici e un figlio giovane lavora alla Tosi o alla Pensotti.

I bambini erano largamente utilizzati: nel 1900 solo il 32% degli iscritti alla prima elementare si iscriveva poi alla quarta.

I salari erano molto bassi. I salari salivano solo prolungando l’orario quotidiano fino anche 15 ore. Anche chi guadagnava di più (2-3 lire al giorno) non poteva mantenere una famiglia di 5-6 persone. Senza il lavoro nei campi e il lavoro in più aziende sarebbe stata impossibile la sopravvivenza delle famiglie operaie.

Questo voleva dire mancanza di braccia quando il lavoro dei campi premeva. Gli industriali mugugnavano ma non volevano aumentare i salari.

Ma neppure la pluralità degli introiti permetteva alla famiglia operaia di superare la soglia della povertà. Tra i bambini abbandonati dalle madri alla fine del secolo (indagini sanitarie) erano evidenti edemi alle gambe, oftalmie, facilità agli aborti…

Il solo utilizzo di abiti di cotone esponeva “nel verno alla malattia di petto”. Quando l’operaio si ammalava di broncopolmonite diveniva l’umana personificazione dello sviluppo industriale e delle sue contraddizioni: l’operaio si vestiva di cotonate perché il suo salario era basso e le cotonate costavano poco (modesta qualità) perché il suo salario era basso.

In questo momento la rivoluzione industriale nell’A. M. produce solo più povertà e malattie che benessere. Poi sarà in parte diverso. Stessa miseria nelle campagne non investite da alcuna novità.

Il paternalismo

Il paternalismo andava incontro ai disagi degli operai per smussare le tensioni che potevano nascere. Lo spirito di classe stava nascendo. Non abbiamo notizie di scioperi o altro sul finire dell’Ottocento (relativa tranquillità sociale nell’Alto Milanese) ma le tensioni c’erano in fabbrica.

C’era un paternalismo organico alle aziende, per es. la Cantoni nel 1884 decise di aprire un orfanotrofio a Legnano con lo scopo dichiarato di “allevare brave e stabili tessitrici”, stampando persino una circolare in cui si richiedevano “orfane bisognose di pane” mentre la Tosi si dotò di spacci, mense, mutua interna e case per i dipendenti e una società di ginnastica.

Gli spacci di consumo e le case per gli operai comprimevano i salari al minimo. Anche gli aumenti erano corrisposti sempre di meno rispetto ad altre realtà industriali. Le case potevano essere poi vendute ai lavoratori.

C’era poi un paternalismo alla buona nelle piccole e medie fabbriche. Es. alla Giovanni Milani di Busto nella quale la mamma del proprietario era solita portare in fabbrica nell’ora della colazione una pignatta di brodo bollente per i “poar balèn” da versare nelle scodelle piene di pane giallo. Ma c’era anche chi come la Imhoff di Legnano metteva a disposizione dormitori dove dormivano tre operaie per letto in locali angusti.

L’autoritarismo

In ogni caso il “paternalismo sorridente” si accompagnava a una gestione autoritaria del personale: gli industriali erano “padri”, gli operai “figli” tenuti all’obbedienza, oppure l’industriale era il “cervello” e gli operai la “mano o il braccio” (da circolari e documenti dell’epoca). Il proprietario era “benefattore” ed “educatore” dei propri dipendenti ai quali spettava solo di tacere e ubbidire.

Gli orari andavano dalle 5 e mezza del mattino fino alle 7 e mezza di sera sempre che non ci fosse il turno di notte. Il “tempo libero” era passato nei campi.

In queste condizioni non c’era che la fatica e al massimo un goccio di vino la domenica. Il vino costava molto ed era venduto e bevuto in una gran quantità di spazi (solo a Busto 68 tra bettole, liquorerie e osterie). L’abuso di vino generava poi altri problemi nelle condizioni di salute.

Il paternalismo si esprime anche nella nascita delle prime società di mutuo soccorso fra operai promosse dagli industriali i quali si appellano al “buon cuore delle persone facoltose”.

Il paternalismo fallì nella misura in cui non riuscì ad impedire la formazione di un’autonoma coscienza di classe tra i lavoratori.

Nasce la lotta di classe

La tranquillità sociale venne turbata dalla nascita del Partito Operaio Italiano a Milano e dalle sezioni nate a Busto, Gallarate e Legnano con Leghe di resistenza chiamate “Figli del lavoro” (in prima linea gli operai Tosi).

Cessa di esistere l’atteggiamento di supina subordinazione della precedente generazioni di operai.

Da una parte ci sono gli operai “incolti, rudi ma intelligenti che non si vergognano d’essere straccioni e col puzzo della cipolla e della grappa”.

Dall’altra parte c’è l’industriale intento alla sua “turpe opera di barbarie”, “gonfio di pasti succulenti”, “divorato da un’insaziabile sete di guadagno”, pronto a sottoporre gli operai “alla più dura schiavitù”. Abita in “palazzi superbi” eppure urla agli operai “bestemmie e imprecazioni orribili augurando loro perfino il colera”. E se qualche operaio commettesse contro di lui un gesto disperato, “non potrà chiamarsi delitto ma atto di giustizia”.

La reazione fu draconiana: gli operai dei “Figli del lavoro” furono licenziati, picchiati da uomini al servizio dei padroni e i bottegai negarono il credito ai “figli del capestro”.

Ma il seme della lotta di classe era stato gettato e nell’84 ci fu un grande sciopero a Legnano e dintorni. Nell’88, 5000 bustesi assistettero al comizio di Andrea Costa. Un’epoca era finita.

Gli industriali dell’A. M. vedono in tutto questo l’anticamera dell’apocalisse (socialismo e anarchismo), in realtà la conflittualità operaia era figlia dello sviluppo industriale ed essa era tutto che tranne una società pacifica e armoniosa.

I bassi salari erano la condizione specifica dello sviluppo ma nello stesso tempo anche un limite oggettivo perché la Cantoni si rivolgeva quasi esclusivamente agli strati popolari per le vendite e la debolezza del mercato interno condizionava lo sviluppo. Con la crisi del 1907 tutto ciò emerse chiaramente. Solo l’ingresso in guerra dell’Italia fece uscire il settore dalla crisi.

In ogni caso la combinazione industria-agricoltura non stemperò le lotte operaie e fino alla prima guerra mondiale l’A. M. fu una delle aree dove più forte infuriò la lotta di classe.

Non furono pochi gli scioperi e le agitazioni nelle fabbriche di Legnano tra fine Ottocento e inizio Novecento.

Nel 1880 ci fu una massiccia astensione del lavoro nelle filande legnanesi: erano donne che chiedevano la riduzione dell’orario a 12 ore e un aumento delle tariffe sindacali. La protesta ebbe successo.

Nel 1884 uno sciopero interessò la Cantoni e poi dilagò la protesta alla tintoria Bernocchi e alla filatura Krumm: riduzione orario e miglioramento condizioni di lavoro gli obiettivi.

Dura e intransigente fu la posizione del Cantoni che chiuse i propri stabilimenti. Le autorità pubbliche chiesero l’intervento dell’esercito. La giunta comunale che all’inizio fungeva da intermediario si schierò presto dalla parte del Cantoni ingiungendo agli operai di riprendere subito il lavoro alle condizioni esistenti. Lo sciopero fallì a causa della mancanza di coordinamento tra gli operai.

Nel 1883 nacque una protesta tra gli operai della Franco Tosi perché il proprietario volle operare una trattenuta sindacale per una nuova società mutualistica tra gli operai. Si trattava di tentativo di distrarre gli operai dalla “Società dei Figli del Lavoro” per indirizzarli verso un’organizzazione “meno pericolosa”. Il Tosi dovette però fare marcia indietro.

Sempre nell’84 ebbe successo uno sciopero delle operaie delle filande seriche Kramer, Ronchetti e Imhoff le quali riuscirono ad alzare i livelli di paga.

Nel 1891 incrociarono la braccia le tessitrici dello stabilimento F.lli Thomas chiedendo aumenti di paga e ottendo licenziamenti.

Nel 1892 scioperarono le operaie della filanda serica Ronchetti a causa dell’estremo rigore vigente nell’opificio.

Nel 1893 le agitazioni coinvolsero tutti i lavoratori del cotonificio Butti. Il proprietario decise in prima istanza di licenziare tutti gli operai e di assumere di nuovo chi voleva lui. Per le pressioni del sindaco alla fine i licenziamenti rientrarono.

Nel 1895 fu la pratica delle multe a dare origine allo sciopero nel cotonificio Banfi-Frua. In un primo tempo i proprietari furono irremovibili e minacciarono altre multe contestando il diritto di sciopero. Poi i Banfi scesero a ragionevoli patti.

I fatti di Milano del 1898 provocarono lo stato d’assedio a tutta la provincia milanese. A Legnano non ci furono però episodi di sangue. Però nel mese di …. Franco Tosi fu ucciso da un suo dipendente per fatti non legati direttamente a quanto era successo a Milano.

Nel 1904 ci fu una dura protesta nello stabilimento Banfi-Frua con molte richieste:

–         arieggiare maggiormente i locali

–         diminuire l’umidità derivante dal vapore

–         rispetto degli orari di lavoro

–         meno rigore nelle multe

Alla fine vinsero gli operai.

Nel 1905 gli scioperi interessarono il cotonificio Cantoni e il Dell’Acqua per evitare i previsti licenziamenti. Ma alla fine i licenziamenti divennero operativi (crisi del settore).

Nel 1910 scioperarono le operaie della tessitura De Angeli-Frua mentre per 15 giorni scioperarono le maestranze della fonderia Tosi. La sitazione economica stava peggiorando sempre più.

Nel 1914 le agitazioni interessarono la tessitura De Giorgi e il cotonificio Dell’Acqua.

Giancarlo Restelli

 

Perché a Legnano? L’origine dell’imprenditoria legnanese:

I Cantoni- Krumm-Tosi

Fattore decisivo della nascita dell’industria tessile è il fiume Olona e quindi la possibilità di sfruttare una forza motrice naturale durante l’arco dell’anno.

Il fiume di per sé non aveva una grande portata, inoltre uscendo dalla valle incontrava un terreno pianeggiante e paludoso, ciò comportava la frammentazione del corso in vari canali naturali. Per sfruttare intensamente la forza idrica furono fatte notevoli opere di modifica dell’alveo e canalizzazioni forzate, così “questo insignificante fiumicello”, come lo definì lo storico Armando Sapori in un suo studio sull’attività manifatturiera lombarda, diventò fondamentale per il successo dell’industria tessile dell’Alto milanese e italiana.

Vale la pena ricordare la presenza nel nostro territorio di numerosi mulini già nel 1600-700. L’acquisto di questi mulini da parte degli imprenditori tessili nei primi decenni dell’800  fu basilare, perché le pale e gli ingranaggi diventano i motori che azionano i macchinari.  Intorno all’anno 1840, solo a Legnano erano  presenti ben 55 mulini dalla Gabinella, a ridosso di Castellanza, fino al territorio di San Vittore Olona.

Busto e Gallarate non hanno un fiume che le attraversano, Castellanza e Legnano sì, e questa situazione spiega come mai Gallarate e Busto avevano una gran quantità di telai a mano diffusi nelle case dei contadini e degli abitanti di Busto . All’interno della stessa famiglia esistevano così operai a tempo pieno (gli uomini nella tessitura e nella meccanica, le donne nella filatura), contadini-operai e contadini. Questo fenomeno è minore a Legnano e Castellanza ma comunque diffuso nelle periferie e nelle campagne.

Per cui il territorio di Legnano e Castellanza dove è possibile sfruttare l’energia idrica del fiume Olona, diventa  area privilegiata per impiantare nuovi opifici e ingrandire gli stabilimenti cotonieri esistenti a discapito dei telai a mano casalinghi e quindi affossando di fatto l’attività dei tessitori manuali.

Possiamo dire che gli esordi di una certa attività industriale sono da collocare negli anni Venti dell’Ottocento quando a Legnano arrivano abili e capaci artigiani dall’estero per impiantarvi piccole fabbriche legate alla filatura del cotone e altro come Enrico Schoch di Zurigo, il fabbro ferraio Eraldo Krumm di Esslingen, il tornitore Enrico Egli di Zurigo, e altri filatori come Giuseppe Agosti di Cannobio.

Sono però realtà ancora modeste  senza grossi investimenti di capitali, quindi  lungi dall’essere considerate un fenomeno consolidato di attività industriale. Questi insediamenti sono spesso attività integrative  a quelle ancora convenienti  del commercio e della rivendita.

Gli investimenti economici consistenti li faranno Costanzo e Eugenio Cantoni, i Ponti e i Borghi provenienti da Busto A. e da Gallarate, con i capitali accumulati dalle attività precedenti o coesistenti di bottegai e commercianti.

Queste nuove scelte determineranno successivamente e gradualmente il passaggio dalla borghesia mercantile alla borghesia imprenditoriale e finanziaria.

La prima filatura a Legnano fu fondata nel 1821 da Carlo Martin (negoziante di cotone zurighese),  vennero poi quelle di Eraldo Krumm nel ’24 e quella di Camillo Borgomaneri-Sperati-Bazzoni nel ’28. In quest’ultima, nel 1835, entrò come socio Costanzo Cantoni.

Costanzo, figlio di Benedetto Cantoni, un commerciante gallaratese di generi alimentari e tessuti, pur rimanendo ancora per un po’ di anni nel campo commerciale che gli procurava facili guadagni, ebbe il coraggio e l’intelligenza di sfruttare al meglio la situazione ambientale del territorio Gallarate-Legnano che gli garantiva energia idrica e forza lavoro a basso costo dovuta all’esistenza di “un ampio proletariato relativamente disponibile ad entrare in fabbrica”  a causa delle scarse risorse fornite dall’agricoltura, inoltre all’epoca era considerato normale lo sfruttamento della manodopera infantile.

(R. Romano “Il Cotonificio Cantoni dalle origini al ‘900)

Cantoni aveva già fondato uno stabilimento a Gallarate nel 1820 con un numero apprezzabile di telai a mano, poco meno di 400, ma la svolta fu quella di acquisire i mulini Pomponio-Prata di Legnano e, nel 1839 l’acquisizione della filatura Borgomaneri, che costituirà il primo nucleo del Cotonificio Cantoni. (pag.128 la fabbrica ritrovata)

Ciò nonostante il Cantoni forse essendo ancora legato al suo passato da commerciante stentava ad entrare nell’ottica di moderno imprenditore. Questa consapevolezza lo indusse a far studiare e viaggiare all’estero il figlio Eugenio, il quale dimostrò subito ambizione e dinamismo.(pag. 129macchione)

Il confronto con altre realtà europee più avanzate come quello della Germania, della Svizzera e dell’Inghilterra fu sicuramente determinante. (pag.64-65 r. romano…..)

Eugenio intorno agli anni ’40 dà nuova spinta allo sviluppo dell’attività paterna, incentivando l’acquisizione di macchinari moderni e in particolare indirizzandosi verso le macchine a vapore come fonte di nuova energia. Questa mentalità e decisionalità fu sempre alla base di tutte le scelte di ammodernamento delle sue fabbriche per i decenni successivi.

I Cantoni a Legnano e Castellanza hanno due fabbriche moderne prima dell’unità con 166 operai a Legnano e 257 operai a Castellanza. Oltre a tintoria, filatura e candeggio c’erano anche la tessitura meccanica a integrazione verticale- filatura/tessitura. Inoltre sono riscontrabili vari  collegamenti in affari con altre realtà imprenditoriali lombarde.

Comunque a Legnano, nella seconda metà dell’800, i telai a mano, però in ambito industriale, rappresentano ancora un terzo del macchinario produttivo.

(Pag.125 R.R. La modernizz. Perif.)

Riferendosi ai telai manuali, Eugenio Cantoni dichiarò senza mezzi termini che “fa male vedere quelle macchine primitive. Bisognava abolire completamente il telaio a mano.”

(Macchione “L’oro e il ferro” pag.148)

l’affermazione però contraddiceva il fatto che anche Cantoni faceva lavorare per sé 1000 telai a mano a domicilio. Il passaggio verso il telaio meccanicizzato fu lento e contrastato.

Eraldo Krumm che considerava ancora il telaio a mano una scelta conveniente  per via del basso costo della  mano d’opera contadina, ebbe un aspra polemica con  E. Cantoni. (La modernizzazione periferica pag.117-r.romano)

La grande diffusione di opifici tessili nell’area legnanese, non determinava ancora una vera capacità produttiva concorrenziale con il resto di Europa, occorreva nuova energia che un fiume come l’Olona, che non aveva una portata costante, non era più in grado di erogare. Ormai solo l’introduzione della forza motrice a vapore avrebbe consentito nuovo slancio produttivo in quantità e qualità.

Consapevole di quanto fosse importante consolidare la propria immagine, il giovane Cantoni aprì una rappresentanza commerciale a Milano e nel 1855 si presentò (unico industriale tessile lombardo) all’Expo di Parigi. In quel periodo il settore cotoniero lombardo, era in sofferenza.

I tessuti non avevano ancora conseguito la resistenza e la qualità necessarie per essere concorrenziali con altre fibre tessili come il lino; inoltre il giovane Cantoni, anche per questioni d’immagine, aveva dovuto dotare i propri opifici con macchinari ausiliari a vapore, alimentati a carbone, seguendo l’esempio dei maggiori concorrenti, sostenendo però costi elevati.

Alla vigilia dell’unità d’Italia, Legnano si presentava come la punta più avanzata dell’industrializzazione tessile dell’Alto Milanese.  Non dobbiamo pensare però a improbabili comparazioni con le aziende inglesi. A parte l’innovazione, le merci erano ancora grossolane. L’industria era ancora “bambina” a livello di qualità dei prodotti, non così invece nei numeri complessivi di opifici e addetti.

In quegli anni ripresero le trattative con la Curia di Milano per l’acquisizione degli ultimi due importanti mulini di Legnano da secoli in suo possesso, quelli posti nell’attuale via Pontida.

La pratica giunse a buon fine solo nel 1862,  poté così finalmente espandersi nel nucleo storico di Legnano. Cantoni eseguì a proprie spese nuovi scavi nell’Olona per eliminarne le anse e aumentare la portata della corrente, allestendo nuovi gruppi di pale idrauliche anche di tipo orizzontale come le Jonval e nuovi ed efficienti ingranaggi di trasmissione.

L’attività manifatturiera iniziale dei Cantoni si era trovata in buona compagnia di altri imprenditori come Carlo Martin, Saverio Amman, Camillo Borgomaneri e soprattutto Eraldo Krumm nativo di Wittemberg in Svizzera che già negli anni ’20 aveva costituito, contemporaneamente a quella di Saverio Amman, la prima filatura di cotone a Legnano.

La figura di Eraldo Krumm risulterà fondamentale per lo sviluppo dell’attività dei Cantoni e successivamente con il figlio Luigi, come vedremo più avanti, anche per quella di Franco Tosi. Nel 1863 l’opificio di E. Krumm produceva 280.000 Kg annui di filato greggio. Il figlio, Luigi Krumm, dopo la morte del padre nel 1828 prende in mano le redini dell’azienda paterna e sposa le idee moderne di Eugenio Cantoni nella acquisizione di nuovi telai meccanici

e nell’organizzazione aziendale. Occorre ricordare di Luigi Krumm anche un aspetto non secondario, cioè quello di patriota, nonostante le origini straniere. Combatté gli Austriaci a Goito nel 1848 e Pastrengo nel 1866 guadagnandosi una medaglia al valore e il grado di Ufficiale della Corona d’Italia.

Insieme a Eugenio Cantoni e un nutrito gruppo di industriali Bustesi, fondò nel 1873 la Banca di Busto Arsizio. A Legnano fu anche Assessore facente funzioni di Sindaco.

L. Krumm instaurò un rapporto collaborativo e in affari con E. Cantoni che come vedremo contribuirà a fare del legnanese la punta più avanzata dell’industrializzazione della zona a nord di Milano. (pag.133 R.R. La modernizz. Perif.)

Infatti Legnano aveva acquisito gradualmente un volto industriale moderno: la tessitura a domicilio era ormai stata definitivamente abbandonata. Molta forza idraulica ma anche caldaie a vapore; e poi aveva 2710 operai su 6.600 abitanti nel ’71, ossia il 40% (!!) della popolazione, escludendo però la presenza di operai “pendolari” di altri paesi, quindi una percentuale incredibile per l’Italia del tempo, con una media per impresa di 112 addetti.

(vedi tabella pag. 133- La modernizzazione periferica R.Romano)

Legnano appare il fulcro della grande impresa capitalistica in via di rapido sviluppo.

L’unica “debolezza”, la mancanza di imprenditoria locale, che verrà meno con Bernocchi, Dell’Acqua, De Angeli-Frua e poi Franco Tosi.

La svolta verso un processo di industrializzazione che si indirizzava anche alla meccanica e alla costruzione di macchine per la tessitura e per l’energia a Legnano avvenne  l’11 agosto del 1875 quando  E.Cantoni, Luigi Krumm e Andrea Ponti fondano l’Officina meccanica “Cantoni Krumm & C.”. l’idea era già stata pensata e maturata nei precedenti anni ’73-74 con l’acquisizione dei terreni adiacenti alla stazione ferroviaria di Legnano. Quei terreni erano denominati “La Caldera” e “Sceretto”, prevalentemente coltivati con viti e gelsi, furono comprati dal Cantoni tra il maggio del 1873 e il dicembre del 1874. Fu una scelta strategica per il futuro sviluppo, proprio per la presenza della ferrovia costruita nel 1861.

Occorre ricordare che un’altra via di collegamento strategica da sempre era il Sempione che collegava la Svizzera, quindi il nord Europa a Milano.

La ditta inizialmente, non era però nata da un progetto lungimirante, bensì da esigenze manutentive dei macchinari esistenti, e per l’importazione e vendita di prodotti commerciali provenienti  dall’estero, del resto i Cantoni e i Krumm non avevano conoscenze specifiche in campo meccanico.

Nonostante le scarne informazioni sui motivi controversi che determinarono la costituzione di quella piccola officina possiamo dire comunque che l’idea e da interpretarsi come un segno di maturazione dell’industria cotoniera lombarda.

Infatti secondo uno studio presentato da Paolo Pigni nella sua tesi di Laurea del 1984, la creazione di questa Officina era dettata dall’esigenza di fornire l’industria italiana di nuovi macchinari destinati alla produzione di energia e dotare le aziende tessili lombarde di  una propria autonomia in campo meccanico indirizzato alla produzione di macchinari destinate al miglioramento qualitativo e quantitativo della produzione.

Come vedremo più avanti fu proprio il giovane Ingegnere F. Tosi a crederci fermamente. (P. Pigni- tesi laurea pag. 144 – L’oro e il ferro P.Macchine)

L’Italia era molto carente nel settore meccanico per la produzione di telai e macchine a vapore, tutto si basava sull’importazione di telai e macchine a vapore di fabbricazione inglese o tedesca.

Fondamentale fu la collaborazione e l’intesa sulla moderna visione del futuro industriale tra E. Cantoni e il giovane ingegnere Franco Tosi. La scelta di F. Tosi da parte di  E. Cantoni fu motivata dal fatto che il Tosi aveva maturato esperienze significative all’estero, soprattutto in Germania nel campo della meccanica e delle macchine a vapore che ormai prendevano sempre più importanza.

Questa esperienza unita ad una solida cultura tecnica acquisita al Politecnico di Zurigo lo mettevano in risalto agli occhi di Cantoni e Soci. La “Cantoni Krumm & C.” era agli inizi una fabbrica modesta e i fondatori non avevano impegnato grandi capitali in questa nuova attività. La produzione era ancora generica e non aveva un prodotto definito e redditizio. L’entrata di F. Tosi come Direttore Tecnico, diede slancio e vigore alla piccola azienda.

Tosi era capace e ambizioso, voleva mettere a frutto le proprie conoscenze tecniche senza indugi.

La sua idea era quella di trasformare una semplice officina di riparazioni e rappresentanza in una fabbrica come quelle che aveva visto nei suoi viaggi in Germania e Inghilterra.( A. Ferrari – Profili…cit. pag 128 – l’oro e il ferro – P. Macchione pag.110-111)

L’entusiasmo fu tale che volle entrare come socio sottoscrivendo una partecipazione con fondi propri già il 1° Gennaio 1877  , anche se l’atto ufficiale fu ratificato nel novembre del 1878. La disponibilità finanziaria fu possibile  grazie alle cospicue “doti materne”.

Tra le famiglie di imprenditori che fondarono aziende in quel periodo non si incontra mai una provenienza diversa rispetto a quella del commerciate o negoziante, F. Tosi rappresenta un anomalia in quanto la sua era una famiglia di proprietari terrieri con vari interessi e investimenti differenziati. Il padre Eugenio inoltre era laureato in Giurisprudenza, anche la madre Antonietta Corbetta aveva ereditato notevoli disponibilità economiche e terreni. Questa situazione ereditaria favorì certamente la possibilità di affermazione nell’azienda e la rapida ascesa e trasformazione della stessa.

Sulla figura di Franco Tosi come persona è difficile trovare una descrizione migliore di come è descritto nel libro di Piero Macchione “L’oro e il ferro”.

Molto sinteticamente possiamo dire che il nostro F. Tosi era non solo tecnicamente preparato, ma aveva doti di capacità relazionali e umane di grande livello. La famiglia di origine era sì ricca ma lo aveva educato ai valori degli affetti famigliari e al rispetto per il lavoro.

Questo aspetto risulterà tutt’altro che secondario nello stile e nell’impostazione organizzativa che darà alla futura F.Tosi e che rimarrà a lungo anche dopo la sua prematura e tragica morte.

Tornando alla “Cantoni Krumm & C.” il Direttore F.Tosi si trovò a gestire sempre più in prima persona l’azienda anche perché gli altri soci con Cantoni e Krumm, per varie ragioni organizzative ed economiche gli lasciarono carta bianca conferendogli “la più ampia facoltà di rappresentare la Società in tutti i suoi atti e affari.” (“Macchione- L’oro e il ferro” –pag.192)

Fu così che  il 24 dicembre 1881 i due soci più forti, E. Cantoni e F. Tosi costituirono una nuova società la “Franco Tosi & C.”

Non fu una manovra semplice e lineare, bensì complessa nei suoi aspetti legali ed economici. La precedente società non dava garanzie sufficienti che potesse proseguire con conveniente profitto e soprattutto occorreva dare un nuovo orizzonte al tipo di produzione che F. Tosi aveva in mente.

Comunque a trarne vantaggio furono Cantoni, come liquidatore e gestore amministrativo e Tosi come dirigente tecnico commerciale ma anche come maggiore azionista.

Il 1881 è anche l’anno in cui a Milano fu inaugurata l’”Esposizione industriale italiana” che fu la più grande manifestazione del genere in Italia. L’occasione fu una buona vetrina per la produzione della nuova “F. Tosi &C”, fu presentata infatti una prima macchina a vapore da 40-50 CV che fece buona impressione al punto da essere definita “una motrice grandemente pregevole”. Da notare che la filosofia di Tosi non fu quella di progettare dal nuovo, ma di copiare modelli esistenti in Germania o Inghilterra di qualità simile ma con prezzi competitivi.

La società che contava 126 operai addetti, proseguì il proprio disegno espansivo con l’acquisto di nuovi macchinari da produzione e l’acquisizione di nuovi terreni sui quali si allestì un apposito reparto per la produzione di caldaie. Ciò comportò un aumento di addetti considerevole e un aumento di capitali da investire.

L’anno 1881 fu anche quello che coincide con in matrimonio di F.Tosi con Luigia Schoch figlia di imprenditori Zurighesi trapiantati in  Lombardia e titolari di alcuni opifici sull’Olona come la filatura di Castiglione Olona. Matrimonio fortunato sotto l’aspetto sentimentale ed economico. Con la morte del suocero il Nostro, trova nuovi capitali da investire in una situazione ormai fortemente espansiva e frenetica.

Tra il 1882 2 il 1890 la società ampliò notevolmente la disponibilità di macchine utensili e macchine a vapor per la propria forza motrice, inoltre si dotò di una nuova fonderia.

La produzione crebbe in qualità e quantità soprattutto nel campo delle macchine a vapore in ben 6 tipi diversi, caldaie Cornovaglia, pompe a vapore, getti in ghisa e trasmissioni.

La morte di  E. Cantoni nel 1888 avvenuta a Roma per cause naturali all’età di 64 anni, determinò, insieme al defilarsi degli eredi Cantoni dall’azienda, la possibilità di gestire totalmente la società.

Rivelando la sua caratteristica più moderna , ovvero la costante applicazione progettuale e produttiva al servizio dell’evoluzione industriale, compì un tempestivo ingresso nel campo dell’energia elettrica, ideando nel 1888 , un motrice verticale a vapore destinate alle centrali termoelettriche di vari Comuni italiani.

Agli inizi degli anni’90 la “F. Tosi & C.” contava circa 700 operai e una dozzina di capi e ingegneri di provenienza tedesca.

Gianni Cattaneo

 

Gli industriali protagonisti

Protagonista dell’industrializzazione legnanese è la gente di Legnano. Com’erano i legnanesi nel 1900? Bettinelli in un volumetto di quell’anno scrive:“La popolazione è di mediocre statura. Folte capigliature bionde e nere, inanellate e ondulate, coronano i bei visi delle fanciulle legnanesi: rare sono le capigliature rossicce. Le malattie endemiche come il gozzo, la pellagra, le febbri malariche che tanto abbondano in altre parti della Lombardia, qui non si conoscono affatto. Rari i casi di cretinismo e di pazzia. … Ma il lungo lavoro in ambienti chiusi rende la gioventù meno forte e di aspetto meno roseo. … Sono abbastanza frequenti le polmoniti, le bronchiti, le tisi e tutte quelle malattie che sono in diretta conseguenza di una debolezza della costituzione fisica.” (Legnano e la sua banca. Pag.30)

Nicoletta Bigatti in “L’altra fatica” (p.30) riporta una pubblicazione di settore “Le arti tessili”. Data 1 marzo 1903. Questa la descrizione delle lavoratrici tessili all’uscita dalla fabbrica:

“pallide e sfatte, coperte di polvere, i capelli spettinati, con grandi cerchi lividi agli occhi, arsi dal pulviscolo, dalla stanchezza, dallo sforzo. Vanno come trasognate, tossendo per il passaggio brusco dall’afa soffocante dei camerini alla brezza pungente del mattino”.

Era dura la vita in fabbrica, ma l’alternativa com’era? Sempre dal libro di Nicoletta Bigatti (p25) un parroco (don Rinaldo Anelli) di Bernate Ticino nella seconda metà dell’800 scrive:

“Poiché la terra, principalmente nella zona asciutta, flagellata dalla siccità, dalla crittogama, dall’atrofia dei bachi, poco in questi anni corrisponde alle pratiche del colono, questi per vivere è obbligato a occuparsi anche a qualche industria: quella dei telai per gli uomini e la trattura della seta per le donne in tutta la zona.”

Telai a mano. Ed è proprio con i telai a mano che Costanzo Cantoni ha iniziato. Era un commerciante, approdato a Gallarate da Vercelli, di dove era originaria la sua famiglia. Gallarate era un buon centro di commercio e il Cantoni acquistava all’estero i filati di cotone, li distribuiva ai tessitori a mano di Gallarate, recuperava i tessuti e li vendeva. Allora non si acquistava il cotone greggio ma già filato e il Cantoni si è chiesto: perché non filarlo qui, magari a macchina? Nel 1834 acquista da Borgomaneri (con cui rimarrà socio qualche anno) un mulino a Legnano per convertirlo in filatura. Ma se fosse andata male la faccenda? Nel ’43 chiama a Legnano un tecnico svizzero, nel ’46 apre una tintoria, nel ’48 una fabbrica per apprettare le bombasine (tessuti misto lino), negli anni ’50 acquista con un prestito dei telai semiautomatici per Legnano e Castellanza (è il primo a sostituire i telai a mano).

Costanzo Cantoni si è comportato come tutti gli industriali dell’epoca, quelli che hanno resistito alle varie crisi di settore, differenziando gli investimenti.

Sì perché era dura la vita in fabbrica per gli operai (abbiamo visto quanti scioperi) ma non era facile nemmeno per i loro padroni, le cui industrie dipendevano per la riuscita o il fallimento da tutta una serie di fattori. Per esempio il cotone proveniva dall’estero. La Lombardia è stata sotto l’impero austriaco, poi i francesi di Napoleone, poi ancora austriaci, poi il Regno d’Italia, con politiche di autarchia e di liberismo che facevano variare le condizioni di esportazione tanto da indurre spesso gli industriali a costruire una fabbrica di copertura vicino ai confini in modo da far passare la merce di contrabbando. Poi c’erano le annate cattive per l’agricoltura del cotone o le crisi locali che abbassavano il potere di acquisto del popolo. La guerra civile americana (1861-1865). L’imprenditore Ercole Lualdi, disperato, tentò persino di coltivare il cotone nel suo orto di Busto Arsizio (Romano p.113). E diversi imprenditori, tra cui il Cantoni, pagavano non in denaro ma in buoni al portatore (= cambiali).

Era un po’ come oggi giocare in borsa. Oggi chi ha dei risparmi li può investire in azioni, rischiando di perdere tutto, o in obbligazioni, cioè prodotti che danno una rendita minima ma abbastanza sicura. La stessa cosa facevano gli industriali. Per esempio Costanzo Cantoni continuò ad acquistare terreni man mano che guadagnava con il tessile e si dedicò all’agricoltura lasciando le fabbriche al figlio Eugenio Ma non erano gli unici.

Per essere ammessi al Senato del Regno bisognava portare tutta una documentazione, tra cui le tasse pagate. Il senatore Antonio Bernocchi aveva redditi da fabbricati ma anche da terreni. Idem il senatore Ernesto De Angeli. Trovate tutti i documenti sul sito del Senato (http://www.senato.it/home) nella sezione storica.

Un’altra strategia era diversificare la produzione, come nella filanda Kramer & C in piazza Maggiore o Granda (attuale p.za S. Magno). Lì si filava il cotone, si tesseva, si tingeva ed usciva il prodotto finito. Questo dipinto è del 1880 ora al suo posto c’è il Municipio. Una curiosità, vi chiederete: per un’industria simile serve acqua ma siamo lontani dall’Olona. Ora non c’è più ma c’era un ramo chiamato Olonella che passava proprio nell’attuale largo Tosi, dove le massaie andavano a fare il bucato e bisognava tenerlo con forza perché la corrente era forte, mi raccontava mia nonna. Questa strategia non funzionò molto: la Kramer non riuscì ad ingrandirsi.

Invece una strategia simile venne attuata da altri imprenditori ma suddividendo le lavorazioni in diverse fabbriche di cui a partire dal 1900 non erano proprietari esclusivi ma azionisti, con un rischio decisamente inferiore. In quest’ottica una mattina del 1868 Eugenio Cantoni stava passeggiando a cavallo alla periferia di Milano prima di recarsi al lavoro e stava facendo un pensierino riguardo ad una stamperia a mano di fazzoletti sita in quella località detta La Maddalena presso Porta Vercellina. Chiacchierando ha conosciuto per caso un giovane di bell’aspetto che ne amministrava la contabilità. Era orfano di un impiegato comunale di Laveno e aveva dovuto abbandonare gli studi liceali. Si trattava di Ernesto De Angeli. Con un’intuizione tipica degli industriali di allora, Eugenio Cantoni propone a De Angeli di lavorare per lui, nel suo cotonificio. Ernesto accetta, in seguito convince il Cantoni ad acquistare la stamperia La Maddalena. Il Cantoni la dota di macchinari ultramoderni acquistati in Inghilterra e ne affida la gestione a De Angeli (1869): è un successo, per la qualità è il migliore in Italia (Il Cotonificio Cantoni p.78).

Nel 1872 Ernesto fondò la Società Ernesto De Angeli e C, per la stampa dei tessuti in cotone con l’appoggio, come soci, di industriali come Cantoni, Krumm, Ammann di Legnano altri industriali e alcune banche. In pochi anni la ditta divenne una delle maggiori aziende del settore.

Ma Ernesto aveva anche altri interessi, come si evince dalla commemorazione fatta dal Presidente del Senato (Tancredi Canonico) alla sua morte:

“ egli incoraggiava nuove utili imprese, egli dirigeva riviste tecniche ed economiche (Corriere del mattino e Corriere della Sera). … Fu egli che fondò l’Associazione degli utenti di macchine a vapore e quella fra gl’industriali per prevenire gl’infortunii sul lavoro, delle quali venne fatto presidente. … Fatto senatore il 25 ottobre 1896, si occupava con particolare amore delle questioni sociali; fece parte della Commissione speciale pel disegno di legge sugl’infortunii e sul lavoro delle donne e dei fanciulli, recandovi il tesoro de’ suoi saggi consigli fondati sul lungo studio e sulla grande sua esperienza. … La vita di Ernesto De Angeli fu un servizio continuo ed efficace per il proprio paese: vita, non di parole, ma di fatti. … Fin dal 1881 istituiva una Cassa di sussidi per malattia, ad esclusivo carico della sua azienda; così, egli chiamò la mano d’opera a partecipare ai profitti dell’esercizio; così costruì per i bambini dei suoi operai un asilo infantile modello, così egli fu tra i primissimi ad assicurare a proprie spese gli operai contro le conseguenze degli infortuni nel lavoro, un decennio prima che l’obbligo ne venisse imposto dalle leggi, ad un tempo fin d’ allora mirabilmente curando la più estesa applicazione degli apparecchi di prevenzione. E così fu pure tra i primissimi ad inscrivere gli operai alla Cassa nazionale di previdenza, assumendosi il pagamento dei contributi annui non solo, ma anche l’ingentissima spesa di tutti i contributi arretrati.

Né alla propria industria soltanto limitò il De Angeli l’applicazione di questi larghi e sani concetti umanitari, ma con l’opera sua, con la parola e con la penna, prendendo attiva parte ad innumerevoli congressi, in Italia ed all’estero, egli contribuì a tutte le pubbliche affermazioni che di quei concetti in quest’ultimo decennio si sono avute.”

Queste parole sono ovviamente in termini celebrativi però Ernesto era originario di Laveno: per sue disposizioni testamentarie furono istituite 2 Opere pie Ernesto De Angeli per i vecchi poveri di Laveno e per sussidi di studio in Laveno.

Ernesto aveva 3 sorelle. Anna nel 1883 sposò Giuseppe Frua, figlio di un medico, lavoratore in Germania in tessitura, assunto nei cotonifici dal Cantoni ed andato a lavorare alla Maddalena, dove aveva conosciuto Ernesto.

Nel 1890 Giuseppe Frua si associò alla tessitura F.lli Banfi di Legnano costituendo l’Anonima Frua & Banfi. Nel 1896 divenne il capo degli stabilimenti De Angeli-Frua, società nata dall’unione delle sue fabbriche con quelle del cognato Ernesto De Angeli: il “castellaccio”, dove ora c’è il Bennet. Rimangono solo gli uffici, sede attuale dell’Associarma. Nel 1901 Giuseppe Frua fondò, insieme a Mariano delle Piane, Enea e Febo Banfi la Manifattura di Legnano, chiusa nel 2008.

Industriali nati dal nulla, con l’aiuto magari di altri industriali che ne hanno valorizzato le capacità, ne sono rimasti soci o hanno usufruito di una rete di collaborazioni che faceva di Legnano un’unica grande azienda pluridiversificata. Così poteva accadere che un ingegnere, Franco Tosi, ricevesse in prestito a titolo personale dal suo ex-datore di lavoro, Eugenio Cantoni, i soldi per trasformare la Cantoni-Krumm che aggiustava e costruiva telai nella Franco Tosi specializzata in turbine e caldaie che conosciamo anche oggi.

E dalla Tosi nel 1881 un capo-operaio si mette in proprio con una fonderia di ghisa e bronzo. E’ Andrea Pensotti. La sua produzione sarà molto varia: getti speciali per industrie chimiche, stufe, radiatori, ventilatori, macchine per salumifici, impastatrici e forni per panificazione. E’ ancora attiva e assume pure.

Dalla Tosi un altro operaio, Ercole Comerio, si mette in proprio nel 1885 prima riparando macchine tessili a Busto e poi costruendone per la tintoria ed il candeggio e la stampa, e le calandre usate anche nell’industria della gomma e della carta avendo tanto successo da aprire nel 1937 un’industria anche a Legnano, nei pressi della stazione (tristemente famosa per gli operai deportati a Mauthausen dai nazi-fascisti nel 1944). Ma se a Legnano si trovava tutto per passare dal fiocco di cotone grezzo al prodotto finito e colorato allo scoppio della grande guerra si sono chiuse le frontiere e non c’erano più le materie prime per i coloranti. Alla fine del 1914 un abile tecnico della Cantoni, l’ing. Adolfo Koller, ricrea i colori più richiesti sfruttando vecchi metodi artigianali resi moderni. Alambicchi ed agitatori vengono acquistati alla Fratelli Gianazza.

Eugenio Gianazza, figlio di contadini, entra giovanissimo alla Tosi, impara il mestiere e si mette in proprio nel 1892 affittando due locali in via Porta di Sotto (corso Magenta) trasformandoli in bottega artigianale di bacinelle in rame. Costruirà poi negli anni due sedi in corso Sempione, è uno dei primi a dotarsi di una motrice a vapore costruita dalla Franco Tosi ed è fin dall’inizio tra i fornitori della Cantoni (bacinelle per la tintura). In seguito la Gianazza realizzerà anche apparecchiature per l’industria alimentare (sottovuoto, sterilizzazione, inscatolamento, conserve di pomodori, produzione di caramelle, macchine per l’enologia). (100 anni di esperienza della Fratelli Gianazza, pp.12-23)

Questo diversificare ed evolvere la produzione è stata una strategia di tante aziende. Per esempio Guglielmo Ghioldi (1875-1974), era un meccanico e progettista autodidatta comasco formatosi come lavoratore metallurgico nella Franco Tosi, dove aveva iniziato a lavorare come garzone nel 1888. Dieci anni dopo decise di aprire una propria officina meccanica a Canegrate e nel 1902 l’azienda si trasferì a Legnano, dove oltre a costruire motori a scoppio iniziò anche a distribuire l’energia elettrica per uso industriale. Guglielmo Ghioldi, ricordando il suo passato di operaio, vietò l’assunzione di lavoranti analfabeti o con età inferiore a 15 anni. Inoltre, stabilì la volontarietà del lavoro straordinario con una maggiorazione del 50% sul normale salario, attirandosi le simpatie degli operai e le dure critiche da parte degli imprenditori.

Nel 1906, con un gruppo di finanziatori, fondò la FIAL per la produzione di automobili e nel 1910 venne tentata la costruzione, su licenza Blériot, di aerei con motore Ghioldi, senza successo. Nel 1913 l’azienda venne definitivamente chiusa e la Ghioldi si dedicò esclusivamente alla costruzione di gruppi elettrogeni e compressori per uso militare. Dopo la guerra progettò una motovetturetta a tre ruote, ma non avendo capitali da investire, vendette progetto e fabbrica al milanese Attilio Vaghi, che costruì poi a Legnano il triciclo a motore ideato da Ghioldi con marchio SAM.

Da Milano arrivò anche Emilio Bozzi, costruttore di biciclette. Nel 1907 si associò alla Franco Tosi per la costruzione in Italia di biciclette della società britannica Wolseley (da cui il nome Wolsit dato all’azienda). Nei capannoni della Franco Tosi di via xx settembre si costruirono anche autovetture, pure da competizione, motociclette e… un prodotto che per fortuna non ebbe un seguito.

6 marzo 1912: viene pubblicato il “1° concorso italiano per aeroplani da guerra” da affidarsi all’industria privata. La Wolsit, che è associata anche all’azienda aeronautica Macchi di Varese concorre con 3 apparecchi.

Tra le condizioni, veramente minime, è che ci siano 2 sedili, per “il pilota ed un passeggero, del peso minimo complessivo di 140 kg (e qui si capisce perché l’aeronautica è una branca della cavalleria: dovevano pesare poco come i fantini), un altimetro, una bussola, … una spia di combustibile ed olio, … una cassetta per contenere esplosivi del peso complessivo di kg 40.” Ed essere, cosa curiosa, “facilmente e rapidamente smontabili e trasportabili sia su strade ordinarie che ferroviarie. Lo smontamento ed il montamento dell’apparecchio per il trasporto e pel volo non dovranno richiedere più di due ore.”

Uno dei tre wolsit è squalificato perché giudicato “non completo”, l’altro parte ma investe subito un filare di alberi rimanendo danneggiato (il pilota, il luganese Attilio Maffei, rimane illeso), il terzo supera le eliminatorie ma non viene ammesso alla prova successiva. Devo dire a discolpa della Wolsit che anche agli altri non andò molto meglio e il concorso non ebbe vincitori. (L’Aeronautica Macchi: dalla leggenda alla storia pp.28,31-32,39-42 della versione google e-book)

Conclusione: la Macchi si associò l’anno successivo alla francese Nieuport e, con altri nomi, costruisce tuttora aeroplani sia civili che militari (dal 1° gennaio 2016 confluita in Confindustria).

E la Wolsit? Basta aerei. Nel 1927 la Franco Tosi uscì dalla società, Bozzi le cambiò nome in “Legnano” e costruì solo biciclette che diventarono famose. La squadra ciclistica Legnano diventò una delle squadre più vincenti della storia del ciclismo con Eberardo Pavesi, Alfredo Binda (1925), Gino Bartali (1936), Fausto Coppi (1939) e Ercole Baldini (1956).

Una simile evoluzione ha avuto anche l’azienda milanese di Edoardo Bianchi, un martinitt, cioè un orfanello, che da garzone di bottega mise su un’officina dove accanto alle biciclette si mise a costruire tricicli a motore e automobili, moto e motori per aerei, auto blindate e autopompe per pompieri. Dopo la seconda guerra mondiale rimasero solo le biciclette, le famose biciclette Bianchi.

Anche un orfano quindi poteva diventare industriale. Non era proprio necessario avere una famiglia ricca alle spalle: Carlo Dell’Acqua per esempio era nato a Legnano il 30 marzo 1848. A 14 anni trovò lavoro a Milano in una fabbrica di bottoni. Successivamente iniziò a lavorare per una ditta di tessuti, che gli diede l’opportunità di compiere diversi viaggi. Intorno al 1870 entrò nell’azienda tessile dei cugini, la F.lli Dell’Acqua & C. Nel 1894 aprì a Legnano uno proprio stabilimento tessile, la Carlo Dell’Acqua e C.. Dal 1900 al 1918 fu deputato alla Camera per il collegio di Busto Arsizio – Legnano. Durante i suoi mandati parlamentari, depositò cinque progetti di legge. La sua azione era rivolta principalmente a tutelare gli interessi industriali locali. E’ del 1917 la scuola professionale dal lui istituita e che porta il suo nome.

L’altra famosa scuola professionale di Legnano è stata fondata da Antonio Bernocchi, che per i suoi meriti divenne Senatore. Alla sua morte il Presidente del Senato (Luigi Federzoni) lo ha commemorato con queste parole:

“un nome che non si illustrò nell’attività scientifica e neppure nell’arringo politico, bensì assurse a grande onore nel campo della produzione industriale e della filantropia: il nome di Antonio Bernocchi, che ebbe umili natali in Castellanza, presso Varese, e avendo cominciato a sedici anni la sua carriera come semplice operaio, seppe creare un’azienda di straordinaria importanza, la quale impiega oggi parecchie migliaia di lavoratori. Antonio Bernocchi sorresse la crescente prosperità della sua industria mediante lo sviluppo di un organico sistema di assistenza sociale”

Anche Antonio, nato nel 1859, non ebbe modo di studiare, entrando giovanissimo a lavorare nell’azienda di candeggio fondata dal padre Rodolfo in un ex-mulino a Legnano in località Gabinella. Nel 1898 nacque il moderno stabilimento di tintoria e stamperia in corso Garibaldi. In una decina d’anni Antonio Bernocchi ha costruito un impero industriale. Il suo nome è però legato oltre che alla scuola professionale, alle materne ed elementari, anche all’ospedale, di cui è stato uno dei più generosi sottoscrittori, agli acquedotti di Legnano (i progetti li ha pagati lui di tasca sua insieme a Carlo Dell’Acqua – in Legnano e la sua Banca p.17), alla squadra di calcio lilla che grazie alla sua sponsorizzazione economica ha militato per alcuni anni nella più alta categoria, alla gara ciclistica “coppa Bernocchi”. Allo scoppio della grande guerra corrispose lo stipendio alle famiglie dei militari come se fossero presenti al lavoro e alla disfatta di Caporetto andò personalmente a portare aiuti materiali. Come lascito testamentario il Comune di Milano ha potuto costruire il Palazzo della Triennale.

Un altro personaggio che ha lasciato il segno a Legnano non è un industriale, è l’ing. Carlo Jucker, bravissimo presidente di origini svizzere assunto alla Cantoni nel 1900. Daniele Berti nel suo blog ripropone un articolo del 1957.

“Ma la parte meno nota di lui è la sua gigantesca figura morale e umanistica. Egli ebbe sempre quale sua principale preoccupazione, il benessere della Classe Operaia, per la quale provvide al rifacimento degli impianti industriali, alla costruzione di oltre 20 mila vani per le case operaie, alle scuole interne per i figli dei dipendenti, all’Enal, al Centro Materno, alla scuola di educazione fisica, e di altre provvidenze di carattere sociale. … Nessuno potrà mai dire di essersi rivolto a Lui invano! Amava dare secondo i precetti evangelici schivo da ogni pubblicità reclamistica. Pur avendo raggiunto una preminente posizione sociale seppe mantenersi “uomo alla buona” rifuggendo da qualsiasi manifestazione di ricchezza. Nessuna onoreficenza, per quanto alta, riuscì ad inorgoglirlo. … La fondazione di biblioteche, l’istituzione della mutua interna per i dipendenti, la fondazione delle scuole e degli asili infantili, la creazione del centro per i Mutilati ed Invalidi di guerra (via Verri ang via Bissolati), l’apertura di cooperative e spacci aziendali, la fondazione di un corpo dei Vigili del fuoco e di un apprezzato complesso bandistico, la fondazione della casa di ricovero per inabili a Castellanza, l’inaugurazione del sanatorio di Camerlata, la partecipazione con cospicue somme alla realizzazione dell’istituto per la cura del cancro, ed altro ancora. Ma la gemma più brillante è la realizzazione del Sanatorio Regina Elena di Savoia (1924) per gli operai colpiti da tubercolosi polmonare.” E tanto altro

Insomma la gente di Legnano ha fatto grande Legnano. Gli industriali facevano il loro mestiere ma – questa è un’opinione mia personale con cui potete non essere d’accordo – secondo me non sono stati nemici di Legnano, non si sono chiusi come Paperon de Paperoni nei loro forzieri e hanno ridato a Legnano i loro guadagni sotto forma di posti di lavoro, reinvestendo e tenendo sempre all’avanguardia i macchinari, di pressioni per ottenere strade, illuminazione, ferrovia, tram, ospedale, sistemazione anti-allagamenti dell’Olona eccetera di cui usufruiamo tutti e anche altri benefit (modernamente li chiamiamo welfare aziendale). Io che sono quella dei libri personalmente devo anche ringraziare gli eredi del sen. Antonio Bernocchi per aver donato a Legnano la loro villa: ora è la nostra biblioteca.

Legnano non era il Paradiso ma vi si producevano Caramelle Paradiso.

La gente di Legnano ha fatto grande Legnano dalla metà dell’800 ma fa grande Legnano ancora oggi, ci suggerisce Renato Franchi, anche se le fabbriche oggi sono chiuse.

Renata Pasquetto