Militari di San Vittore Olona travolti sul fronte russo

Militari di San Vittore Olona travolti sul fronte russo (1942-43)

 San Vittore contava una popolazione di 4000 abitanti. Ben più di 400 erano sotto le armi. Questa è la fermata del tram da dove sono partiti i giovani di San Vittore e di Cerro diretti a Monza, il distretto militare da cui dipendevano. Dopo Monza vari fronti. Una quarantina di sanvittoresi sono stati inviati sul fronte russo.

Il parroco, don Giuseppe Magni, si era preso l’incarico di tenere una fitta corrispondenza con i militari, tutti i giorni scriveva loro e riceveva regolarmente lettere e cartoline di risposta che lo tenevano al corrente dell’andamento della guerra. Ma dal fronte russo a un certo punto la corrispondenza si è interrotta. No, la causa non era la ritirata. La censura aveva bloccato tutta la corrispondenza proprio perché non si avessero notizie sull’andamento della guerra.
Le ultime informazioni giunte per lettera al parroco erano che “l’esercito russo fa pressione viva ed avanza”.

Il parroco era preoccupato. Le famiglie di quei 40 erano preoccupate.
La stampa, per ordine del governo, diceva che non bisognava essere preoccupati.
Su La Prealpina del 21 dicembre si legge
“Sul fronte russo – Violenti combattimenti con gravi perdite sovietiche. Un comunicato da Berlino diramato lunedi 17 dicembre segnala che nella regione del Volga e del Don continuano i violenti combattimenti duranti i quali i bolscevici hanno nuovamente subito gravissime perdite di uomini e mezzi. Sul medio Don … i russi, nei loro reiterati attacchi, sono stati respinti con successo”

Il parroco si mise in contatto epistolare con i cappellani militari degli ospedali di guerra. Fu così che si seppe di Giuseppe:
“Il geniere MORATTI GIUSEPPE si trovava con altri compagni a collocare le mine sul fronte. Vi è stato un incidente per cui varie mine sono scoppiate ed il Moratti è stato ferito da una scheggia alla coscia sinistra con frattura del femore: ciò accadde il 23 settembre. Giunto in ospedale parve rimettersi presto ma sopravveniva una cancrena gassosa per la quale decedeva in questo ospedale il 25 alle ore 15.”

In altri casi è stato il datore di lavoro a trovare informazioni.
VITTORIO LATTUADA apparteneva ad una numerosa famiglia di contadini e aveva trovato lavoro presso il Calzaturificio di Legnano (di via Madonnina del Grappa). Il titolare scrisse al Comando a Biella con una scusa. Fu così che dal Comando arrivò la risposta:
“Protocollo n. 1151 – Risposta: oggetto: Fante Lattuada Vittorio di Francesco – classe 1915. Riferimento Vostra Lettera in data 28 gennaio scorso, circa la concessione di licenza straordinaria in favore Vostro operaio – nostro fante – all’oggetto emarginato, si informa che, come da comunicazione pervenuta dal comandante del 54° reggimento fanteria, il militare in questione, risulta dal 25 gennaio 1943, presumibilmente disperso in combattimento.”

Non so se esiste un modo dolce per dire a una famiglia che il loro caro non c’è più. Altre famiglie di San Vittore hanno ricevuto un comunicato presumibilmente simile a questo.
Lo stesso giorno di Vittorio furono dati per dispersi PASQUALE DELL’ACQUA 28 anni, RENATO GALLI 26, FELICE DELL’ACQUA 23, GIOVANNI MASSARO 25, AMBROGIO MONTICELLI 28, VITTORIO MONZA 28 e GIUSEPPE VEGEZZI 32 anni.
Altri giovani sono scomparsi nella sacca del Don ma non si conosce la data precisa: ALDO RE CALEGARI di 25 anni e ANTONIO LURAGO di 27 anni.
Sono persone di cui non conosco la storia ma sono sanvittoresi e probabilmente voi la conoscete o conoscete le loro famiglie.

Il 25 gennaio sono morti Vittorio e gli altri ragazzi, il giorno successivo ha perso la vita RAOUL ACHILLI, medaglia d’oro al valor militare.
Raoul era nato a Pesaro ma la sua famiglia si era trasferita a San Vittore dove la zia Armida era insegnante elementare e successivamente a Legnano. Qui lo vediamo studente nel ’34-35 all’Istituto Dell’Acqua di Legnano.
Sergente maggiore, Battaglione Edolo, 5° reggimento alpini – Divisione Tridentina, 22 anni e mezzo.
All’alba di quel 26 gennaio avevano percorso oltre 200 chilometri e si trovavano a pochi chilometri dall’importante snodo ferroviario e stradale di Nikolajevska. Gli scontri erano stati durissimi ma l’intervento del battaglione Edolo, a cui apparteneva Raoul, è stato importante in quanto aveva consentito all’intera colonna in ripiegamento di salvarsi e proseguire la marcia.
Si legge sulla motivazione della medaglia d’oro
“…malgrado tre successive ferite, indomito, non si abbatteva e trovava ancora la forza per guidare l’ultimo audace assalto. Colpito in pieno (al petto) da una raffica di mitragliatrice ad obiettivo raggiunto con tanto nobile sacrificio e singolare valore, cadeva sul campo dell’onore”
Xx Il parroco di San Vittore annota sul bollettino parrocchiale:
“I suoi alpini, che lo amavano come si amano i figli della montagna, non permisero che rimanesse in mano al nemico, con sacrificio di sangue lo portarono con sé in salvo. Deposto in un lettuccio da campo circondato dai suoi superiori e dal cappellano, aprì gli occhi e chiese cosa era successo, poi sentendosi venir meno le forze disse: Salutate i miei cari e dite a mio padre che ho fatto il mio dovere”.

VITTORINO CACCIA era infermiere ma non solo. Da fervente cattolico non perdeva occasione per confortare i malati, anche nemici, come avrebbe fatto un cappellano, aveva istituito il rosario serale, non permetteva che si parlasse male. Vittorino aveva 22 anni ed era stato inviato sul fronte russo solo a dicembre del 1942. Il 19 di quello stesso mese era scomparso nella mischia mentre correva qua e là a raccogliere feriti.
La sorella non avendo più notizie aveva scritto anche a Milano a casa al capitano medico Barbarino, comandante di Vittorino. Anche da lui nessuna notizia. Alcuni mesi più tardi la moglie del medico rispose. Non aveva avuto fino a quel momento il coraggio di informarli che il loro Vittorino non c’era più.
Pochi giorni dopo, a fine aprile (27 aprile 1943) arrivò un telegramma al Podestà Giovanni Rosa ed al parroco don Giuseppe Magni:
“Disperso il 19-12-42 in combattimento di Kantemirovka (Fronte russo). Si prega di darne comunicazione alla famiglia.”

Altro infermiere portaferiti è GIOVANNI TETTAMANZI, classe 1908. Richiamato alle armi nel 1940 venne inviato da Torino in Francia, Grecia, Albania e infine Russia.
Amava raccontare che fu trasferito dal fronte greco-albanese a quello russo senza nemmeno tornare a casa un giorno e addirittura con la tuta estiva che indossava. Dalla Russia portò a casa una menomazione permanente con progressiva perdita dell’udito. Ma si salvò.

Si salvò anche ADAMO GALLO STAMPINO, artigliere, che era stato inviato in Albania:
“otto mesi di grandi fatiche – ricordava – trasportando a spalla i pezzi di artiglieria sulle montagne albanesi. Infatti i muli erano nelle caserme a Brindisi. Dopo l’Albania ero destinato ad andare in Russia, ma la morte di mio padre mi ha salvato da quella tragica destinazione. Era il tempo della vendemmia ed è morto a causa di una considerevole ingestione di vino in fermentazione. … Ho dovuto separarmi dai miei amici e loro non sono più tornati”

MARINO LOCATELLI, sanvittorese d’adozione dal 1948, è stato fortunato. Era sergente d’artiglieria, inviato sul Don. Questa è la sua testimonianza:
“Combattemmo accanitamente sul Donetz sino al 17 dicembre 1942, quando i russi completarono l’accerchiamento. Ricordo la valle della morte; la neve non c’era più e, dopo circa sei giorni, la terra era tutta ricoperta di cadaveri di soldati italiani, tedeschi e anche russi. Si combatteva, alla fine, con le bombe a mano e la baionetta, i carri non erano più utilizzati per mancanza di carburante. Arrivarono anche dei ricognitori che ci gettarono i rifornimenti con il paracadute, i fusti di benzina prima di toccare terra diventarono il bersaglio dei soldati russi e, se colpiti, scoppiavano in aria. A terra scendeva una pioggia di fuoco ed i morti furono migliaia. … Eravamo circondati dai russi da ogni parte. La sacca era completata. I tedeschi riuscirono ad effettuare una breccia attraverso la quale potemmo uscire. Era il 17 dicembre 1942, iniziava la mia ritirata. … Una notte, verso l’alba, mi sono trovato solo ad affrontare un cavallo che mi veniva incontro. Sono saltato sul cavallo e mi sono lasciato trasportare … Sono entrato in un’isba e mi sono trovato circondato da partigiani. La situazione era decisamente drammatica … Loro sono rimasti indifferenti ed ho potuto fortunatamente uscire, ma il cavallo era sparito, ho ritrovato alcuni dei miei amici e mi sono aggregato. Quel cavallo mi ha aiutato e salvato la vita. … Il mio ritorno dalla Russia, lo devo certamente alla mia sfacciata fortuna. … Dopo due mesi di stenti… siamo arrivati a Kiev. … In quella caserma trascorsi quattro mesi mangiando cibi russi: i girasoli, il miglio, i crauti e le patate. Poi ci hanno caricato sulla tradotta e ci hanno rimpatriato”.

Altri militari non sono stati così fortunati: molti sanvittoresi sono stati catturati dai Russi e sono morti in prigionia: LUCIANO ANZANI 22 anni, ANTONIO BIASINI 23 anni (dato in un primo tempo per disperso il 25 gennaio 1943), PASQUALE DELL’ACQUA 28 anni, EUGENIO MALERBA 22, GIUSEPPE VEGEZZI 32 anni.

Alcuni militari di San Vittore sono deceduti in altri contesti ma sempre sul fronte russo.
Il libro “Quelli della neve” di Giacomo Agrati da cui ho tratto queste storie elenca in totale 21 nomi di caduti, a cui si deve aggiungere la medaglia d’oro Raoul Achilli che essendosi già trasferito ad abitare a Legnano viene conteggiato nell’elenco di questa città. Quindi 22 caduti.

Facciamo i conti. Una quarantina di militari inviati al fronte russo, 22 caduti… beh si fa in fretta a fare la percentuale. Ha proprio ragione Marino Locatelli di dire “Il mio ritorno dalla Russia, lo devo certamente alla mia sfacciata fortuna.”
Renata Pasquetto