Orfeo ed Euridice

L’amore e la poesia:

Orfeo ed Euridice

Di fronte all’ingresso degli Inferi Orfeo si fermò pieno di spavento e di paure. Sapeva che dopo il lugubre portale ricoperto di edera si apriva il Regno delle ombre dove il sole mai arriva, un luogo a lui negato: il regno dei morti, lo spazio buio dove le anime vagano tristemente.

Ma il pensiero della dolce Euridice forzò il suo stupore e fece cessare il terrore che l’ aveva pervaso.

Alla vigilia del matrimonio con Orfeo la bella ninfa Euridice era stata morsa da una serpe. Tentava di sfuggire al pastore Aristeo che voleva possederla. Era morta subito e Ade aveva portato la sua anime con sé.

“Euridice non può  essere morta, non è possibile che mi sia strappata per sempre“, ripeteva continuamente a se stesso inondando la via di sospiri e di calde lacrime.

L’amava troppo, di quell’amore intenso, totale, esclusivo, che solo i poeti hanno tentato di cantare.

Euridice… quante liriche aveva improvvisato per lei, quante lacrime lei aveva versato quando suonava la cetra e librava nell’ aria i suoi dolci versi.

Doveva salvarla, doveva riportarla nel mondo della luce, sapeva che senza di lei sarebbe morto: questo voleva dire al re e alla regina dell’ Oltretomba.

Sarebbe riuscito a parlare di fronte ai due déi seduti in trono? La sua mente era confusa però sapeva che i suoi sentimenti li doveva esprimere cantando.

La sua fama di poeta era grande in Tracia dove era nato e nel resto della Grecia.

La sua poesia aveva placato gli elementi, le fiere, i mostri. Durante l’ impresa degli Argonauti, di cui era diventato il sacerdote, calmò con la sua voce eterea i flutti del mare e la tempesta del cielo; coprì il canto delle Sirene che volevano sedurre i suoi compagni.

Anche durante il viaggio per raggiungere la sede di Ade, seppure con il cuore a pezzi, cantò ancora e animali di tutte le razze lo seguivano mansueti e le cime degli alberi si piegavano per sentirlo meglio. Come Sileno, il cui canto affascinava la natura divina e silvestre:

“E al ritmo danzare avresti veduto le fiere,

e i boscherecci Fauni; e le vette dei roveri annosi

ondeggiare ammaliate“

Virgilio, “Le Bucoliche“

Anche gli uomini più rozzi e violenti che incontrava non lo toccavano con un dito: appena udivano il suono celestiale del suo strumento mutavano il loro volto, il loro sembiante diveniva umano e gli occhi si aprivano al mondo. Era il miracolo della poesia…  il prodigio della parola  che giunge al cuore.

Di fronte ad Ade assiso in trono, dopo un momento di smarrimento, iniziò a parlare di Euridice. A distanza di tempo non ricordava più le parole precise, rammentava solo che le parole gli uscivano soavemente dalla bocca e intanto le abili dita si muovevano con sapienza lungo le nove corde della cetra; nove come il numero delle Muse, lui che era il figlio di Calliope, la Musa che ispirava i lirici.

Dopo pochi versi tacque il tumulto che sentiva intorno a sé, gli parve anche che la nebbia cinerea si diradasse e quel luogo mutasse aspetto.

I trapassati attorniavano pietosi il cantore, senza poter trattenere le lacrime. Tantalo dimenticò la fame e la sete che lo tormentavano. La ruota di Issione si arrestò; gli avvoltoi cessarono di straziare il fegato di Tizio; le Danaidi deposero le loro inutili brocche; Sisifo interruppe la sua vana fatica e per la prima volta le lacrime inumidirono gli occhi delle inesorabili Erinni.  Anche Ade si sentì intenerire il cuore.

Con voce trasformata così disse il sovrano dell’ estremo Occidente:

“ E bene sia, solo le anime rozze e volgari sono indifferenti all’ amore.

Acconsento che l’ anima tua possa ancora specchiarsi negli occhi dolci di Euridice.

Ma bada!

Se ti volterai prima che lei sia uscita alla luce del sole,

la perderai per sempre! “

In quello stesso momento lei  comparve fendendo le fredde anime dei morti. Il suo volto era assente, nessuna ombra di vita nei suoi occhi color del cielo.

Lentamente Orfeo si incamminò lungo l’erta scoscesa che aveva sceso appena entrato nel regno di Ade.

Camminava lentamente sentendo appena il leggero passo di lei. A metà salita non udì più alcun rumore. Atterrito stava quasi per voltarsi, ma facendo forza alla sua volontà rimase fermo per qualche istante, sospeso, attento ai più piccoli rumori.

Un sasso che rotolava giù fu il segno che dietro di lui stava avanzando Euridice. Improvvisamente rincuorato, con il sangue che fluiva nelle sue vene come un torrente in piena, continuò lentamente a salire per non perder il contatto con l’ unica donna che avesse mai amato.

Assorto nei suoi timori quasi non si accorse di essere arrivato molto vicino al portale che in precedenza aveva oltrepassato con l’ angoscia nel cuore.

Un attimo dopo era fuori alla luce del sole: il chiarore del meriggio quasi lo accecò.

Si girò subito protendendo le braccia anelanti di stringere l’ amata… ma lei non aveva seguito il suo passo per la ferita provocata dalla serpe.

Le braccia deluse si protesero invano più volte mentre un vento divino spingeva Euridice lontano da lui, nel ventre dell’ oltretomba, sempre più giù…  Un rombo di tuono rintronò tre volte: era la voce dell’ immutabile Fato.

A terra Orfeo stringeva nelle sue mani i sassi, le foglie morte, la polvere si mescolava al suo pianto senza fine.

Tutta la natura adesso lacrimava con “quel dolce di Calliope labbro“: gli alberi stillavano la resina, la rugiada colava dalle foglie nonostante la calura del meriggio, i rami dei salici gocciolavano e affondavano nell’ acqua. Gocce di ambrosia cadevano anche dal cielo e per un attimo la dolce esistenza degli déi si velò di nero.

“Sole. E cielo, e là le nuvole.

Soltanto ora esplose dentro di lui il grido: Euridice!

Come farò a vivere senza di te, o mio conforto.

Ma l’ erba profumava, ronzavano basse  le api.

E si addormentò, con la guancia sulla tiepida terra“

“Orfeo ed Euridice“, di Czeslaw Milosz

Il mito racconta che poi Orfeo fu dilaniato dalle Baccanti, seguaci invasate di Dioniso, perché aveva rifiutato il loro amore oppure fu ucciso da Zeus irritato perché il cantore aveva rivelato agli uomini il mistero della morte.

A noi piace pensarlo simile a quel viandante così magicamente immaginato dal poeta irlandese William Yeats, un uomo che per tutta la sua vita cercò la donna dei suoi sogni.

Un giorno la vide ma lei disparve subito. Per tutto il resto della sua vita la cercò dovunque, per colline e valli, fino a quando la vita gli dette forza.

“ Fu così che al bosco andai,

ché un fuoco in capo mi sentivo,

un ramo di nocciolo là tagliai

ed una bacca appesi al filo.

Bianche falene vennero volando,

e poi le stelle luccicando,

la bacca nella corrente lanciai

e pescai una piccola trota d’ argento.

Quando a terra l’ ebbi posata

per ravvivare il fuoco assopito,

qualcosa si mosse all’ improvviso

e col mio nome mi chiamò.

Una fanciulla era divenuta,

fiori di melo nei capelli,

per nome mi chiamò e svanì

nello splendore dell’ aria.

Sono invecchiando vagabondando

per vallate e per colline,

ma saprò alla fine dove è andata,

la bacerò e la prenderò per mano;

cammineremo tra l’ erba variegata,

sino alla fine dei tempi coglieremo

le mele d’ argento della luna,

le mele d’ oro del sole “.

W. B. Yeats,

“La canzone di Aengus il vagabondo“

 

Giancarlo Restelli