Settant’anni fa l’8 settembre 1943. Legnano in guerra

Settant’anni fa l’8 settembre 1943

Legnano in guerra

“Mi capitò, mentre ero in auto, di essere bloccato dai tedeschi, che pretendevano di requisirmi il mezzo. Mi trovai le armi puntate contro proprio da chi ritenevo un alleato. Nacque in me una cattiveria, perfino un odio contro i tedeschi e decisi che li avrei combattuti appena possibile”

Roberto Martarelli, soldato legnanese

Non è facile dare l’idea di cosa è stato l’8 settembre del 1943 in Italia. Una efficace metafora potrebbe essere un terremoto terrificante che distrugge dalle fondamenta ciò che prima appariva apparentemente saldo e stabile. Mi riferisco allo Stato italiano fascista impegnato in quel momento in un guerra dove l’impreparazione dell’esercito era emersa in tutta la sua gravità. Basta pensare che nell’estate del ’43 l’Africa orientale era stata persa già da due anni mentre l’Africa settentrionale era stata evacuata nel maggio dello stesso anno dalle truppe italo-tedesche. L’impero mussoliniano ormai non esisteva più e il territorio nazionale era stato invaso dagli Alleati (sbarco in Sicilia, 10 luglio ’43).

Il giorno del proclama di Badoglio ( 8 settembre) Mussolini non era più alla guida dell’Italia dopo il voto contrario del Gran Consiglio del fascismo il 25 luglio e il successivo arresto da parte del re. Mentre il maresciallo Badoglio si accingeva a registrare presso l’EIAR il messaggio attraverso cui l’Italia cercava maldestramente di uscire dal conflitto, Mussolini era prigioniero in un rifugio alpino ai piedi del Gran Sasso ignaro di quanto stava per succedere.

Quell’ 8 settembre di settant’anni anni fa era una giornata come tante altre. Alle ore 19.45 alla radio si sentì la voce forzatamente retorica del maresciallo Badoglio:“Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Einsenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

All’annuncio dell’armistizio dovunque, al fronte e nelle città, ci furono grandi manifestazioni di giubilo. Per i soldati è chiaro: la guerra è finita e ora dobbiamo pensare subito a tornare a casa. Chi ha visto il film “Tutti a casa” (di Luigi Comencini, 1960) con Alberto Sordi ricorderà sicuramente il clima di esultanza in una caserma di Roma rotto quasi subito dal repentino intervento tedesco volto a disarmare i soldati.

I tedeschi avevano intuito che la svolta del 25 luglio sarebbe servita per traghettare l’Italia fuori dalla guerra ma non sapevano nulla o quasi della firma dell’armistizio a Cassibile (Siracusa) del 3 settembre e del prossimo annuncio di Badoglio. In ogni caso avevano preparato un piano dettagliato (piano Achse, in codice) che prevedeva l’immediato disarmo dei reparti dell’esercito italiano dovunque si trovassero e la deportazione dei soldati e degli ufficiali in campi appositi nel Reich. Così mentre ancora i civili e i soldati festeggiavano la fine della guerra i reparti tedeschi irrompevano nelle caserme, circondavano reparti italiani che erano in attesa di ordini dall’alto oppure disarmavano intere divisioni che si stavano sciogliendo.

La tragedia dell’8 settembre non sta nel passaggio dell’Italia dalla parte degli anglo-americani (la parola “tradimento” è del tutto fuorviante) ma nella dissoluzione dell’esercito lasciato senza alcuna direttiva. Come considerare i tedeschi? Come comportarsi con loro? Cedere le armi o meno? Domande che non ottennero alcuna risposta prima di tutto perché le trattative con gli anglo-americani furono condotte da Badoglio e dal re in gran segreto per la paura che i tedeschi fossero informati ma poi nella notte tra l’8 e il 9 settembre il re, la famiglia reale, Badoglio, una parte del governo e dei vertici militari fuggirono precipitosamente da Roma verso Brindisi (in quelle ore stavano arrivando gli inglesi) aggravando lo stato di confusione generale. Lo Stato italiano cessò di funzionare in quelle ore (vertici politici e militari) e il caos divenne la norma nei giorni a seguire.

È inutile dire che un fatto simile non era mai accaduto nella storia italiana (neppure con Caporetto) e nello stesso tempo durante la seconda guerra mondiale in nessuno Stato combattente si verificò una così generale condizione di dissoluzione degli organismi politici e militari.

Soldati e ufficiali di Legnano vittime dell’8 settembre

La dissoluzione dell’esercito coinvolse anche alcuni soldati legnanesi in quel momento operanti in diversi contesti militari. Per alcuni fu possibile il ritorno a casa spesso fortunoso, per altri ci fu la prigionia in Germania o altrove.

Achille Carnevali (classe 1923) dalla Dalmazia riuscì con mezzi di fortuna ad arrivare in Italia e poi a Legnano rischiando più volte di essere arrestato da reparti tedeschi che davano la caccia ai soldati italiani che cercavano di camuffarsi con abiti civili.

Roberto Martarelli (classe 1921) riuscì invece a riparare nell’Italia del Sud dove era operante l’autorità del nuovo governo Badoglio protetto dagli anglo-americani. Martarelli entrò a far parte del ricostituito esercito regio che fu dapprima chiamato Corpo Italiano di Liberazione il quale nel 1944 potè contare sul Gruppo di Combattimento Legnano. Destino analogo per il legnanese Antonio Branca il quale combattè l’8 dicembre 1943 a Montelungo (a sud di Cassino). Fu la prima battaglia in cui venne schierato il CIL. Il caporal maggiore Branca morì in quella battaglia meritando la medaglia d’argento al valor militare.

Luigi Caironi, presidente della Famiglia Legnanese, persona ancora oggi molto nota nella nostra città, l’8 settembre cercò con il suo reparto nei pressi del Po di contrastare i tedeschi ma fu rapidamente disarmato. La sua destinazione fu lo Stammlager di Hammerstein in Pomerania. Potè tornare in Italia solo a guerra finita. Stesso destino per Vittorio Jelo, disarmato vicino a Piacenza, caricato su un carro bestiame nello stesso campo di Caironi. Costantino Colombo, appartenente anche lui allo stesso reparto di Jelo, finì in un lager vicino condividendo con gli altri legnanesi il freddo, la fame, le malattie, il duro lavoro e il costante disprezzo dei tedeschi che vedevano nei militari internati i “traditori” dei camerati tedeschi.

Colombo organizzò con altri deportati gruppi di studio all’interno del lager:“Parlavamo di filosofia, arte e meccanica. I tedeschi ci stavano uccidendo minuto dopo minuto, ma non volevamo che ci privassero anche della nostra dignità. Imparavamo qualcosa tutti i giorni, visto che ogni giorno per tutti noi sarebe potuto essere l’ultimo”.

Italo Campanoni si trovava ad Atene e seguì il destino di molti altri italiani: 615.000 per l’esattezza che dopo l’8 settembre finirono in Germania e Polonia per lavorare nell’industria bellica tedesca. Campanoni fu deportato in un campo di lavoro vicino a Monaco di Baviera.

Stesso destino per gli ufficiali. Il sottotenente Giuseppe Biscardini fu catturato presso Antibes, rifiutò ogni forma di collaborazione con i tedeschi e finì a Tarnopol in Polonia. Un altro legnanese il capitano Lorenzo Ranelli (classe 1909) , medico, fu catturato dai tedeschi in Grecia finì in un lager vicino a Vienna. Giacomo Landoni, sopravvissuto al massacro della divisione Acqui a Cefalonia, fu deportato a Konigsberg (la città di Kant) a rimuovere le macerie dei bombardamenti.

Scelta controcorrente fu quella di Renato Fedeli, classe 1923, il quale si arruolò con l’esercito di Salò combattendo fino alla fine della guerra con il X battaglione alpino. Non fu l’unico legnanese che scelse di mantenere l’alleanza con i tedeschi, ma per altre persone le fonti sono lacunose.

Nelle mani degli Alleati

Diverso fu il destino di altri legnanesi i quali furono catturati prima dell’8 settembre dagli anglo-americani e quindi furono deportati in Africa, in India, in Sudafrica o negli Stati Uniti. Questo è il caso di Augusto Marinoni, catturato in Tunisia nel maggio del ’43 e trasferito a Hereford in Texas. Come sappiamo dopo la guerra Marinoni divenne uno degli studiosi di Leonardo da Vinci più apprezzati a livello internazionale.

Dobbiamo a Marinoni una delle testimonianze più significative, anche per la forza del linguaggio, della deportazione degli italiani nei vari campi di concentramento. Negli Stati Uniti scrisse su un taccuino (“Snapshots”, Istantanee) le sue impressioni:“Appena partito divenni una cosa minima nel soffio di una forza immensa. Un continuo rotolare in treno, aeroplano, autocarro: gettato nella sabbia per mesi: la fame, la sete, il caldo, il freddo, la sporcizia e gli insetti, il vento e la polvere, il sole e la febbre; gli sputi, i fischi, gli spari del vincitore su noi inermi. Poi l’Atlantico, attraversato nel fondo di una stiva come carico inerte… Anche qui a Hereford, in apparente tranquillità, col cibo sufficiente, l’acqua per le pulizie, il letto per dormire, siamo sempre cose: non si vive, o si vive solo passivamente, soffrendo. Le ferite non si imprimono più sul corpo: si lacera lo spirito” (R. Marinoni Mingazzini, “Augusto Marinoni: l’uomo e lo studioso”, in “Hostinato rigore”. “Leonardiana in memoria di Augusto Marinoni”, a cura di P. C. Marani, Città di Legnano, 2000, p. 15).

Daniele Trezzi, fatto prigioniero in Africa come Marinoni, finì invece in un campo in Scozia. È inutile dire che tra i campi di prigionia tedeschi e anglo-americani c’era una bella differenza!

Il passaggio di poteri a Legnano tra le autorità italiane e germaniche avvenne tra il 9 e il 10 settembre senza colpo ferire. I soldati di stanza a Legnano si arresero immediatamente come avvenne in molte altre località italiane. Già l’11 il colonnello Lindau assunse il comando in città alloggiando nella palazzina della GIL di via Milano 15.

Da sottolineare che alcune delegazioni di lavoratori della Franco Tosi chiesero alle autorità militari di Legnano di essere armate contro i tedeschi. Questo avvenne il 9 settembre, poco prima dell’intervento germanico. A loro fu opposto un netto rifiuto, così come avvenne in molte altre città italiane in cui agli operai fu impedito di difendere fabbriche e città. Evidentemente facevano più paura gli operai armati rispetto alle truppe tedesche.

Iniziava a Legnano e in tutta Italia un periodo buio che sarebbe terminato solo con il 25 aprile del 1945.

“Dopo qualche giorno ci caricarono sui vagoni merci stipati come animali,

spesso addirittura in vagoni scoperti. Rimanemmo per giorni senza cibo in una situazione

igienica indescrivibile perché mai ci fecero scendere dai carri mere chiusi dall’esterno”

Vittorio Jelo

. Gran parte delle informazioni per questo articolo sono state tratte da “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945” di Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, 2009, pp. 146-163

. Si veda anche il fondamentale “Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze” di Elena Aga-Rossi, Il Mulino 2006

Giancarlo Restelli

. Il proclama di Badoglio

http://www.youtube.com/watch?v=QIb7OONY8Dc

. “I tedeschi si sono alleati con gli americani!”, dal film “Tutti a casa” di Luigi Comencini

http://www.youtube.com/watch?v=qqbHkPSRbhM

. “Sei minuti all’alba”, la tragedia dei soldati italiani “disertori” finiti davanti a un plotone di esecuzione. Nell’interpretazione di Enzo Jannacci

http://www.youtube.com/watch?v=atWgzqd6kag