Una testimonianza di Giovanni Falcone

Una testimonianza di Giovanni Falcone

Ricordare Giovanni Falcone evitando la retorica è esercizio difficile per molti, arduo per lo scrivente. Quindi preferisco che i lettori di Asse Sempione ascoltino direttamente la sua voce parlare di mafia e Stato italiano, di mafia e politica, ossia dei suoi temi tipici di tante interviste e scritti.

I passi selezionati si trovano in un bellissimo testo pubblicato dal magistrato un anno prima del suo assassinio, “Cose di Cosa Nostra” (Rizzoli 1991).

Impressiona molto la frase finale del libro: “In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Frase premonitrice di quanto sarebbe accaduto l’anno successivo a Capaci, frase che inchioda lo Stato italiano dell’epoca alle sue responsabilità.

“All’estero si chiedono sbalorditi come mai lo Stato italiano non è ancora riuscito a debellare la mafia. Se lo chiedono e ce lo chiedono.

I motivi sono numerosi. Innanzitutto, oltre alla potenza dell’organizzazione mafiosa, la sua particolare stuttura che la rende impermeabile alle indagini: Cosa Nostra ha la forza di una Chiesa e le sue azioni sono frutto di una ideologia e di una subcultura. Non per niente uno dei suoi capi, Michele Greco, è stato soprannominato “il Papa”. Non bisogna inoltre dimenticare la relativa giovinezza dello Stato italiano (poco più di cento anni), a differenza, per esempio, di uno Stato francese plurisecolare e ipercentralizzato. Uno Stato debole, di recente formazione, decentrato, diviso ancora oggi in tanti centri di potere, non è in grado di organizzare la lotta come la farebbero ad esempio Francia, Inghilterra e Stati Uniti.

Ma c’è dell’altro. Per vent’anni l’Italia è stata governata da un regime fascista in cui ogni dialettica democratica era stata abolita. E successivamente un unico partito, la Democrazia cristiana, ha monopolizzato, soprattutto in Sicilia, il potere, sia pur affiancato da alleati occasionali, fin dal giorno della Liberazione.

Dal canto suo l’opposizione, anche nella lotta alla mafia, non si è sempre mostrata all’altezza del suo compito, confondendo la lotta politica contro la Democrazia cristiana con le vicende giudiziarie nei confronti degli affiliati a Cosa Nostra, o nutrendosi di pregiudizi: “Contro la mafia non si può far niente fino a quando al potere ci sarà questo governo con questi uomini”.

La paralisi c’è stata quindi su tutti i fronti. La classe dirigente, consapevole dei problemi e delle difficoltà di ogni genere connesse a un attacco frontale alla mafia, senza peraltro alcuna garanzia di successo immediato, ha compreso che a breve aveva tutto da perdere e poco da guadagnare nell’impegnarsi sul terreno dello scontro. E ha preteso quindi di fronteggiare un fenomeno di tale gravità con i soliti pannicelli caldi, senza una mobilitazione generale, consapevole, duratura e costante di tutto l’apparato repressivo e senza il sostegno della società civile… (pp. 149-151).

La mafia non si impegna volentieri nell’attività politica. I problemi politici non la interessano più di tanto finchè non si sente direttamente minacciata nel suo potere o nelle sue fonti di guadagno. Le basta fare eleggere amministratori e politici “amici” e a volte addirittura dei membri dell’organizzazione. E ciò sia per orientare il flusso della spesa pubblica, sia perché vengano votate leggi idonee a favorire le sue opportunità di guadagno e ne vengano invece bocciate altre che potrebbero esercitare ripercussioni nefaste sul suo giro d’affari. La presenza di amministrazioni comunali docili, poi, vale ad evitare un possibile freno alla sua espansione dovuta o al rifiuto di concessioni edilizie o a controlli troppo approfonditi degli appalti o dei subappalti… Non bisogna tuttavia credere che Cosa Nostra non sappia, in caso di bisogno, fare politica. L’ha fatta alla sua maniera, violenta e spiccia, assassinando gli uomini che le davano fastidio, come Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, e democristiano, nel 1980; Pio La Torre, deputato comunista, principale autore della legge che porta il suo nome, nel 1982; e Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana nel 1979… (pp. 166-168).

Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione. Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non si siano alleati a Cosa Nostra – per un’evidente convergenza degli interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi…

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere” (pp. 170-171).

Giancarlo Restelli

restellistoria.altervista.org/author/admin/

Dedicato a Falcone e Borsellino

http://www.youtube.com/watch?v=dQCBEYck3KY&feature=related