Un profugo racconta Giordano Scheriani, da Faiti a Legnano

Un profugo racconta

Giordano Scheriani, da Faiti a Legnano

L’intera intervista con le fotografie della “casa rossa” di Faiti

si trovano nel libro “Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata: una storia rimossa”, 2006

coordinatore della pubblicazione, Giancarlo Restelli

Abbiamo intervistato il signor Giordano Scheriani nella sua casa di Legnano. La sua vicenda non è mai stata raccontata in un libro come altre singole storie di bambini-profughi che furono costretti ad abbandonare le proprie case durante l’esodo istriano.

Come abbiamo visto nelle pagine precedenti (“Un’ “operazione di giardinaggio”?) la perdita anche di quel lembo di territorio italiano presenta indubbi elementi di interesse.

Anche la storia della famiglia del signor Scheriani a noi è parsa meritevole di attenzione. Ci ha ricordato la storia dei duemila monfalconesi che lasciarono l’Italia cantando “Bandiera rossa” per portare il loro contributo all’edificazione del socialismo in Istria e poi tornarono a casa delusi e in alcuni casi dopo aver conosciuto i lager  di Tito.

Sono presenti durante l’intervista anche la cognata del signor Scheriani e la signora Nicla Magrini in Scheriani. L’intervista è stata realizzata nel 2006. (G. Restelli)

–          Signor Scheriani, mi può dire quando e dove è nato?

–          Sono nato 64 anni fa a Faiti (zona di confine vicinissima a Trieste, oggi slovena), nella stessa abitazione che poi è stata espropriata dagli jugoslavi. Quindi sono del 1941. Non mi ricordo nulla della guerra, ma del giorno in cui ci hanno cacciato di casa ho ancora un ricordo nitido (1954)

–          Che lavoro faceva suo padre?

–          Ha sempre fatto con impegno l’operaio specializzato amando molto il suo lavoro. Durante la prima guerra mondiale mio padre ha lavorato a Vienna per una fabbrica bellica. Poi si trasferì a Monfalcone negli anni 1932-33 per lavorare nei cantieri navali della città. Noi continuammo a vivere a Faiti con nostra madre: eravamo io, mio fratello maggiore Egidio, che purtroppo non è più qui con noi, e mia sorella Solidea, anch’essa deceduta. Con noi viveva anche la nonna.

–          Fino a quando rimase a Monfalcone?

–          Fino a dopo la guerra, quindi nel 1945-46; poi improvvisamente mio padre decise di trasferirsi a Pola.

–          Per lavorare nei cantieri navali della città?

–          Sicuramente, però c’erano altri motivi. Mio padre, finita la guerra, era diventato un acceso comunista e soprattutto un ammiratore del socialismo jugoslavo. Ricordo che in quegli anni, nonostante fosse un po’ taciturno con noi bambini, talvolta a tavola esaltava Tito.

–          Pola però nel 1945–47, dopo i quaranta giorni di occupazione titina, era amministrata dagli americani

–          E’ vero, probabilmente mio padre voleva fare propaganda a favore di Tito in attesa del passaggio definitivo della città alla Jugoslavia. In città c’erano organi di stampa in lingua italiana che inneggiavano a Tito e al passaggio dell’intera Venezia Giulia sotto il governo di Belgrado. Credo che mio padre volesse dare il suo contributo alla nascita del socialismo in Istria. Oggi è facile accusare le persone come lui di non aver capito in tempo chi fossero gli jugoslavi. Sicuramente saprà che anche Togliatti esaltava la figura di Tito, ma anche Roosvelt e Churchill riconoscevano in lui il capo partigiano che da solo, cioè senza aiuti esterni, aveva sconfitto il nazifascismo.

–          Fino a quando suo padre rimase a Pola?

–          Alla fine del ’47, inizio ’48, lasciò la città nel frattempo diventata definitivamente jugoslava con il Trattato di Parigi. Forse nel ritorno in Italia pesò la morte della mamma, ma soprattutto fu determinante, credo, l’aver visto da vicino i metodi stalinisti degli jugoslavi e l’esodo dell’intera cittadinanza di Pola all’inizio del ’47. Mio padre fu tra gli ultimi, probabilmente, a lasciare la città

–          Così tornò a Faiti

–          Tornò con noi e vivemmo per alcuni anni relativamente tranquilli mentre intanto esplodeva il caso delle foibe e soprattutto l’esodo di tante persone della mia terra

–          Con il 1954, a causa della correzione di confine pretesa dagli jugoslavi, anche voi diventaste dei profughi

–          Non sapevamo nulla di quanto stava accadendo. Fu deciso tutto in pochissimi giorni (a Londra, il 5 ottobre 1954, Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia e Jugoslavia con il “Memorandum” mettono fine alle controversie precedenti; il 7 ottobre, due giorni dopo(!), inizia l’ ”operazione giardinaggio”) e improvvisamente ci trovammo in strada. Io allora avevo 13 anni e ricordo bene mia nonna che piangeva seduta sul camion sul quale avevamo caricato poche cose (il letto, pochi mobili, qualche oggetto) e mio padre chiuso nel suo dolore. Si figuri che mia nonna aveva caricato sul camion un albero di more, che poi non è sopravvissuto, e prima di lasciare la casa distrusse la stalla e il gabinetto. Pochissimi giorni dopo arrivò una famiglia di macedoni.

–          Avete perso solo la casa?

–          Non solo la casa (la “casa rossa” come la chiamavamo noi bambini), ma anche molti ettari di terreno adibiti a vigneto. Ricordo che ogni anno avevamo 6-700 litri di vino contenuto in enormi barili.

–          Dove siete andati?

–          Non molto lontano. A Muggia (Trieste) in casa di amici, sarebbe meglio dire in una cantina perché posti migliori non c’erano. Poco dopo, sempre a Muggia, fummo ospitati da uno zio e la nostra condizione un poco migliorò. Dal 1962 ci trasferimmo a Trieste in una vecchia casa situata in centro. Nel  1978 andammo a vivere a Legnano

–          La “casa rossa” è cambiata in questi anni?

–          Solo il pianterreno è stato ampliato. Il primo piano è rimasto come allora, con i mattoni a vista

–          Che cosa prova ora?

–          Tanta nostalgia perché questa casa è legata alla mia infanzia e adolescenza, e nello stesso tempo tanta amarezza per come le cose sono andate

–          E’ tornato in questi anni a Faiti?

–          No, sarebbe stato troppo duro. Ho preferito conservare il ricordo dentro di me…

Alla fine di questa intervista con il signor Scheriani, la cognata, la signora Nicla Magrini mi racconta del marito Egidio, fratello del signor Giordano.

–          Durante la guerra il mio futuro marito era partigiano all’interno delle formazioni “Garibaldi” che operavano nella zona dell’Isonzo ed era conosciuto per la determinazione nell’affrontare i rischi. Forse perché aveva 17 anni e a quell’età non si percepisce il pericolo, a volte mi sembra un miracolo che se la sia cavata senza conseguenze.

Probabilmente per lui la guerra era un gioco, altrimenti non capiremmo perché a volte si avvicinava alle camionette dei tedeschi e mentre erano in corsa attaccava dei volantini sulla parte posteriore. Altre volte doveva portare dei manifestini e in più di un’occasione mostrò un incredibile sangue freddo.

(intanto la signora Nicla mi fa vedere dei documenti notarili, stilati in italiano, che addirittura risalgono all’amministrazione austriaca. Un documento mi sembra subito molto importante. Si tratta di un rimborso del governo italiano per la perdita della proprietà del signor Scheriani a Faiti. La cifra mi sembra ridicola, 130.000 lire del 1984!)

–          Signora, 130.000 lire, seppure del 1984, mi sembra una cifra esigua.

–          A dir la verità la cifra va divisa per dieci perché erano dieci gli eredi compreso mio suocero. In ogni caso anche la somma complessiva era ridicola.

–          (signor Scheriani) Il governo italiano valutò solo il valore della nostra piccola casa e non il valore ben maggiore dei terreni. Mio padre non volle mai ritirare la somma sia perché gli sembrava un’elemosina arrivata troppo tardi, ma anche perché non riteneva giusto dividere con gli altri eredi.

Alla fine, anche l’indennizzo del governo italiano aggiunse rabbia a rabbia avvelenando i rapporti con i parenti.