Gli italiani nei lager nazisti

Gli italiani nei lager nazisti

Appunti per una conferenza

Il tema sono gli italiani nei lager nazisti. Quindi parleremo del destino di circa 900.000 persone, tanti sono stati gli italiani che sono stati deportati in Germania o nei territori del Reich durante la Seconda guerra mondiale.

Si tratta di una deportazione poco conosciuta perché quando arriva il 27 gennaio i giornali e la televisione parlano quasi esclusivamente della Shoah ebraica e all’interno di questa solo o quasi di Auschwitz.

Invece io credo che sia giusto e importante ricordare anche di tante altre persone, soprattutto quando si tratta di numero così imponente.

Chi erano costoro?

– Di questi 900.000, 650.000 furono prigionieri di guerra disarmati dai tedeschi nei giorni successivi all’8 settembre del ’43. Sono gli IMI, ossia gli internati militari italiani. Finirono in strutture chiamate Stalag controllate dalla Werhmacht

– I lavoratori coatti: 100.000 furono gli operai inviati in Germania prima del ’43. In questo momento sono tutti o quasi volontari attirati dagli stipendi più alti. Con la guerra si trovano in prigionia

– 120.000 furono i lavoratori italiani che andarono in Germania dopo l’8 settembre del ‘43, pochi i volontari, in maggioranza rastrellati dalle stesse autorità della Rsi. Finirono in Campi di lavoro

Quindi in totale furono 220.000 i lavoratori schiavi dall’Italia. Primo Levi legge una lettera della madre grazie a un operaio italiano “libero”

– Furono 23.000 i deportati “politici”, i cosiddetti “Triangoli rossi”, ossia i resistenti, i partigiani, gli scioperanti, i sindacalisti, gli antifascisti. Dopo gli scioperi del marzo ’43 e del marzo ’44 ci furono molte deportazioni. Morirono poco più di 10.000 persone, il 40% circa. Finiro nei Kz (Campi di concentramento controllati dalle SS)

– Le donne italiane finite in un lager nazista furono circa 6.800 (di cui 4.217 ebree)

– 8500 furono gli ebrei italiani deportati dopo l’8 settembre ’43 prevalentemente ad Auschwitz. Di essi 900 erano bambini. Sopravvissero solo 1000 persone. Furono deportati nei Campi di sterminio controllati dalle SS

Gli IMI / Internati Militari italiani

Incominciamo con la categoria più numerosa. L’8 settembre del ’43 segna davvero la tragedia dell’esercito italiano. Sappiamo come andarono le cose. Quando fu annunciato l’armistizio con gli anglo-americani, Badoglio “dimenticò” di avvertire i militari di quanto sarebbe successo.

Il messaggio di Badoglio era il massimo dell’ambiguità: le forze armate italiane cesseranno qualunque ostilità contro gli angloamericani ma “reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

Su 80 divisioni italiane combatterono solo una decina. Una cinquantina furono subito disarmate da tedeschi e angloamericani.

Per descrivere la confusione che regnò tra i soldati italiani in quelle ore basta fare riferimento al film “Tutti a casa” quando il tenente Sordi, di fronte a una irruzione dei tedeschi nella sua caserma, telefona al suo colonnello dicendo: “Signor colonnello, è accaduta una cosa grave: i tedeschi si sono alleati con gli americani”.

Solo a Cefalonia si combattè veramente (5000 fucilati). In moltissimi casi i soldati si arrendono perché sono convinti che la guerra è finita e bisogna tornare a casa al più presto.

Già il 10 settembre il generale Jodl annunciò che “le forze armate italiane non esistono più”. Sotto le armi c’erano 3.700.000 soldati.

Qualche numero. Dopo l’8 settembre 430mila soldati italiani furono catturati dai tedeschi nei Balcani o sulle varie isole, 416mila nell’Italia settentrionale e 102mila a Roma e nel Sud. Quasi 60mila furono catturati in Francia. (totale 1 milione di soldati nelle mani dei tedeschi). Di questi 197mila riuscirono a fuggire.

Ai restanti  800mila  fu posta la scelta tra

–         restare nei campi tedeschi

–  tornare in Italia sotto Salò

–   arruolarsi nelle SS o nella Wehmacht

–  L’80 per cento scelse la prigionia (90per cento soldati, 70 per cento ufficiali disse no).

– Chi disse sì furono 186mila e molti di costoro prestarono servizio nell’esercito tedesco o nel neonato esercito di Salò. Rimasero in Germania 650mila nostri soldati

Almeno 42mila morirono nei campi vittime della fame, del lavoro che poteva arrivare a 100 ore settimanali, le malattie. A questi dobbiamo sommare 13mila morti nei trasporti via mare, 6300 fucilati e 5400 morti nel fronte orientale. In totale i morti furono circa 70mila.

 

Non furono deportati nei Kz veri e propri ma negli stalag, ossia in campi di lavoro per militari prigionieri. I corpi di guardia non erano formati dalle SS ma da soldati della Wermacht.

Non vennero definiti “prigionieri di guerra” ma Internati militari. La differenza non è solo nominale. Con il 20 sett ’43 Hitler vuole che gli italiani prigionieri diventino “internati militari” perché la Germania non riconosce il governo Badoglio, che non ha dichiarato la guerra ai tedeschi. Quindi, essendoci ancora l’alleanza tra l’Italia e la Germania i militari italiani sono “ribelli” ed è possibile per loro il lavoro coatto.

Non essendo “prigionieri di guerra” non possono neppure ricevere i pacchi della Croce Rossa e la Croce Rossa non può entrare nei campi di lavoro (Convenziione di Ginevra 1929).

Mussolini si dichiarò d’accordo perché non riconosce il governo Badoglio. Preme su Hitler per dotare Salò di un grande esercito.

Ottimo affare per i tedeschi l’occupazione dell’Italia: lo sfruttamento delle sue risorse e gli IMI a disposizione.

 

La loro è stata definita “l’altra resistenza o resistenza silenziosa” rispetto alla Resistenza armata contro il nazifascismo, perché solo poche decine di migliaia aderirono alla repubblica di Salò oppure si arruolarono nelle SS italiane. La loro fu una scelta coraggiosa nonostante il duro lavoro, la fame, il freddo, le malattie, il terrore della morte.

Tremende condizioni lavorative, freddo, insufficienza del vitto e precaria assistenza medica.

Dal febbraio ’44 l’alimentazione è proporzionata al lavoro svolto.

E’ una pagina ancora oggi poco conosciuta a livello di opinione pubblica italiana. Non mi risulta che siano stati girati film aventi come protagonisti i soldati italiani in Germania.

Tra gli internati militari più famosi ricorderei Giovannino Guareschi, l’autore dei personaggi di Peppone e don Camillo (Gino Cervi e Fernandel) e Alessandro Natta, poi alto dirigente del PCI.

Ricorderei anche la testimonianza di Giampiero Carocci in “Il campo degli ufficiali”, un libro scritto quasi subito dopo il ritorno dai lager ma pubblicato solo nel 1954. Carocci diventerà nei decenni successivi un importante storico del Novecento italiano.

Potremmo dire in sintesi che gli IMI furono ignorati dalla monarchia, vilipesi dai fascisti, ignorati dalla repubblica, non riconosciuto il loro sacrificio dai partigiani.

G. Screiber: “Traditi (Badoglio), disprezzati (tedeschi) e dimenticati (repubblica).

Erano la prova che l’Italia aveva perso la guerra. Questo spiega il motivo della loro memoria debole nel corso dei decenni.

Eppure furono loro i primi partigiani in montagna dopo l’8 settembre.

Fino a pochi anni fa a livello storiografico la vicenda degli IMI era stata poco o nulla studiata. Viveva soprattutto la memoria dei tanti che avevano scritto la loro esperienza. Ora gli studi di carattere storico ci sono, soprattutto da parte di storici tedeschi: Gerard Schreiber, Lutz Klinkammer,

Oggi gli IMI sono rappresentati dall’Anèi – Claudio Sommaruga.

 

EBREI italiani / “Shoah italiana”

Gli ebrei in Italia nel ’43 erano circa 32.000-33.000. Si trattava di italiani di origine ebraica piuttosto che di ebrei italiani, nel senso che era molto forte il senso di appartenenza all’Italia. Molti ebrei stavano con Mussolini al tempo della Marcia su Roma, altri ricoprirono fino alle Leggi razziali importanti incarichi nel governo fascista (Renzo Ravenna, podestà di Ferrara). Ma tutto questo non salvò gli ebrei italiani dalle leggi razziali del ’38, che li privarono del lavoro, della cittadinanza, della dignità.

Con l’invasione nazista dell’Italia, dopo l’8 settembre del ’43, furono ricercati dalla polizia tedesca e italiana e una parte di essi finì ad Auschwitz.

Il fatto più doloroso è la razzia nel ghetto di Roma del 16 ottobre del ’43 quando vennero prelevate dalle loro case 1.023 ebrei e dopo la guerra ne tornarono 17 (tra di loro Pietro Terracina e Settimia Spizzichino).

Arrivati ad Auschwitz il 23 ottobre l’89% degli ebrei di Roma andò subito in gas: solo 149 uomini e 47 donne entrarono nel lager.

A volte si dice che il fascismo non ha deportato alcun italiano. Non è vero. Molti ebrei furono arrestati dai tedeschi in Italia grazie agli elenchi messi a disposizioni dalle Questure. Poco meno della metà degli arresti furono operati da italiani della Rsi. Nacque una sorta di divisione del lavoro: gli italiani arrestavano, i tedeschi depportavano.

La deportazione ebraica italiana è stata studiata a fondo negli anni scorsi e oggi praticamente sappiamo tutto sulle persone deportate e su quelle uccise nei campi di sterminio.

Liliana Picciotto Fargion ha scritto un testo ancora oggi fondamentale che è “Per ignota destinazione” dove compare il lungo elenco dei deportati e delle vittime.

 

Nonostante molti italiani aiutassero gli ebrei a nascondersi per molti mesi, le cifre della Shoah in Italia sono lo stesso tragiche: i deportati furono 8500. I morti furono circa 7.500 quasi tutti ad Auschwitz. Si salvarono quindi 1000 persone. A questi 7500 dobbiamo aggiungere i morti delle Ardeatine, di Meina, della Risiera. In totale furono 7750.

E’ sconvolgente il dato dei bambini e adolescenti: i morti da zero a 20 anni ammontano a 1288 persone, tra questi i bimbi da zero a tre anni furono 483 e quelli con pochi mesi di vita sono 72 / i nazisti deportavano interi nuclei familiari.

I morti tra i giovani con meno di vent’anni ammontano quindi a una % del 15-19 per cento.

Quindi dei 33mila ebrei italiani in fuga dopo l’8 settembre la percentuale degli uccisi fu del 20%, 1 su 5.

 

Si salvarono circa 22.000 ebrei italiani grazie alla buona volontà di tanti cittadini italiani e grazie all’apertura di tanti conventi e monasteri per le famiglie e i singoli braccati dai fascisti e dalle SS.

Lavoratori coatti / “Schiavi di Hitler”

Un’altra categoria oggetto di pochi studi storici è quella dei lavoratori coatti, cioè i lavoratori-schiavi. Furono circa 220.000. Eè la memoria più debole. La metà fu deportata in Germania dopo l’8 settembre in seguito a rastrellamenti operati dalle autorità tedesche e dalle forze di polizia di Salò nelle retrovie del fronte oppure nel corso delle azioni antipartigiane.

Finirono in campi di lavoro e non nei Kz oppure nei VL (campi di sterminio) con un tasso di mortalità piuttosto basso.

Si finiva a lavorare in Germania per i motivi più futili. A volte capitava che una persona usciva di casa per comprare le sigarette e dimenticava i documenti e finiva in lager. Oppure c’erano retate nei bar, nelle piazze. Chi non era a lavorare in quel momento o aveva documenti di lavoro incompleti rischiava l’invio in Germania.

C’era un grande bisogno di manodopera in Germania e in tutti i territori occupati. La gran parte dei giovani tedeschi era stata arruolata nella Wermacht. La decisione di ricorrere alla deportazione dei lavoratori dei territori occupati è presa nel ’43 di fronte alle carenze di manodopera.

Un esempio: 2 luglio ’44 a Milano, Arena Civica: Milano contro Juventus: 5 a 0. Trecento giovani sono arrestati e portati in Germania.

Sauchel, il plenipotenziario per la manodopera del Reich, aveva programmato un milione e mezzo di lavoratori dall’Italia, dovette ammettere che aveva fallito.

Solo dalla Polonia furono deportati 2 milioni di lavoratori, dalla Russia alcuni milioni. Era l’unica condizione per continuare la guerra.

La manodopera da trasferire in Germania era spesso fornita dalle singole aziende italiane che così allontanavano operai pronti a protestare oppure manodopera inutile. Quando arrivava la cartolina-precetto bisognava rispondere alla chiamata. Per sfuggire il “Servizio di lavoro” molti giovani diventano partigiani.

Per avere la manodopera richiesta furono svuotate le carceri italiane. Si punta molto su disoccupati e sottoccupati con i rastrellamenti.

– La memoria degli “Schiavi di Hitler” è la più debole.

“Triangoli rossi”

-Fino a poco tempo fa non c’erano studi precisi invece sui “Triangoli rossi” (“politici”), ossia sui 23.500 partigiani, staffette partigiane, oppositori politici, sindacalisti, scioperanti deportati nel Kz dopo l’8 settembre del ‘43.

-Ora grazie ad uno studio molto articolato dell’università di Torino siamo in grado di avere cifre definitive.

– I Politici furono tutti deportati dopo l’8 settembre quando nasce la resistenza. Furono 123 i trasporti per ferrovia che ebbero come metà la Germania o Auschwitz, di cui 70 partirono da Trieste a conferma dell’ampia lotta antinazista in Istria e nella Venezia Giulia.

Ogni treno poteva trasportare da poche decine fino a oltre 1000 persone in veri e propri vagoni bestiame.

Dove sono stati deportati i politici italiani?

– Dachau: 9.300 / Mauthusen: 6.500 / Flossenburg: 2.500 / Buchenwald: 2.500 /Ravensbruch: meno di 1.000, quasi tutte donne / sono le politiche / Dora: 1.400 / V2

– Natzwailer: 1.500 (molti trasferiti) / Neuergamme: 600 / Sachsenhauer: 400 / Bergen Belsen: 705 (tutti trasferiti) / Terezin: 69 / Bernau: 100 / Maidanek: oltre 100 /San Sabba: 800

Ma chi erano i Triangoli Rossi?

Tra di loro c’erano antifascisti, partigiani, scioperanti, fiancheggiatori della resistenza, ma anche renitenti alla leva, militari fascisti disertori, detenuti comuni, borsaneristi, sacerdoti che avevano auitato la Resistenza, militari italiani sotto processo, chi aveva aiutato gli ebrei, profughi stranieri, ostaggi prelevati al posto del familiare partigiano, chi era senza biglietto del tram oppure chi contravveniva alle norme annonarie, chi ascoltava Radio Londra.

Come si vede era molto facile nell’Italia dall’8 settembre del ’43 all’aprile del ’45 finire in un campo di concentramento.

– Forte presenza operaia tra i Triangoli Rossi: in molti lager il 55% dichiara questa professione.

– Migliaia di operai sono deportati dopo gli imponenti scioperi del febbraio-marzo ’44. Natura antioperaia non solo del fascismo ma anche del nazismo.

C’è un legame tra la protesta operaia e l’incremento delle deportazioni. La deportazione è utilizzata anche come mezzo terroristico.

– La maggior parte dei Triangoli rossi sono partigiani o fiancheggiatori della resistenza: nel ’44 i tedeschi definiscono l’appartenenza dei rastrellati nelle azioni di contro-guerriglia:

– per i partigiani fucilazione (se con armi) o deportazione

– per i fiancheggiatori della resistenza il lager o il lavoro coatto

– per i renitenti ai Bandi Graziani solo lavoro coatto

I deportati del Quadraro

La deportazione di maggiore entità ai danni di civili avvenne nel quartiere di Roma, il Quadraro, dopo la morte di 3 soldati tedeschi. 800 romani vennero deportati (aprile ’44).

Famoso il rastrellamento in Valle di Susa del 26 giugno ’44 dopo un attentato partigiano a un ponte ferroviario / un migliaio di deportati (sfollati e villeggianti).

– Le donne politiche furono 1200: operaie scioperanti, donne che avevano nascosto partigiani o militari, massaie che facevano la borsa nera oppure che avevano alzato la voce

– 50 sacerdoti nei lager, 14 morirono con due Testimoni di Geova e un evangelico

 

Questi italiani si trovarono subito in grave disagio perché nei Kz tutti i posti di privilegio erano già stati presi da coloro che erano arrivati negli anni precedenti. Inoltre gli italiani agli occhi dei tedeschi erano traditori mentre agli occhi degli altri deportati erano tutti fascisti.

Poi essendo tutto sommato ridotta la deportazione italiana, spesso nelle camerate gli italiani erano in pochissimi o addirittura soli con tutti i problemi di lingua e di adattamento che si possono solo immaginare.

Mauthausen

Uno dei più ben conservati e interessanti è sicuramente Mauthausen dove furono deportati 6.300 Triangoli Rossi italiani. Ma il numero totale è ben maggiore: i deportati di tutte le nazioni a M. sono stati 200.000 con circa 120.000 morti.

Da notare che Maut. era classificato dai nazisti come lager di terza categoria, che era la peggiore. Auschwitz era classificato come lager di seconda categoria mentre Dachau era di prima. Pensare di uscire da M. era pure follia, le Ss e i Kapò ripetevano spesso che da M. si sarebbe usciti “dal camino”.

Le immagini che tra poco vedremo sono frutto di un lavoro di due studenti della mia scuola che due anni fa hanno visitato il lager.

 

La Deportazione nei lager nazisti da Magenta

Da LA FIERA DI S. BIAGIO / A CURA DI Giovanni Biancardi ed Alberto Magnani / ANPI  Magenta 1945 1995 / Pag. 65 – 66 – 67

Carla Morani

Una prima storia da raccontare è quella di Carla Morani. Nel momento della deportazione Carla Morani ha 23 anni e lavora alla Snia di Magenta. Partecipa d’impulso agli scioperi del marzo 1944, i più imponenti nell’Europa occupata dal nazismo (NewYork Times, “niente è avvenuto nell’Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani”). Sono le donne le più aggressive e in alcuni casi costringono gli uomini, armate di martelli, a scioperare.

Carla probabilmente urla la propria rabbia più di altre e il giorno 20 marzo è arrestata dai militi fascisti. Dopo 20 giorni in un carcere a Bergamo vengono deportate a Mauthausen, il lager di tanti Triangoli Rossi italiani. È il 5 aprile ’44. Dopo la quarantena che dura 10 giorni, la tappa successiva sono le carceri di Vienna e dopo Auschwitz. Il suo numero è il 78.946 e di nuovo sulla divisa è cucito il triangolo rosso.

Rimane ad Auschwitz per sei mesi e poi la nuova destinazione è Chemnitz in Sassonia. Qui avviene la separazione da Carlotta Boldrini. Dopo un terrificante bombardamento che colpisce la città è trasferita in due sottocampi di Flossenburg, uno dei due in Cecoslovacchia. Il 7 maggio del ’45 è liberata dai russi.

Ritorna in Italia il 10 giugno dopo l’esperienza in 5 lager tedeschi.

“IO E LE MIE COMPAGNE ABBIAMO AVUTO FORTUNA”

“Lavoravo nello stabilimento Saffa. Mi hanno arrestata sul posto di lavoro a causa dello sciopero del 1944; era il 20 marzo. Io e altre tre compagne.

Avevo 22 anni: in quel momento mi è sembrato che il mondo mi fosse caduto addosso. Mi hanno portata nella prigione a S: Vittore; lì mi hanno messa al muro, coi repubblichini dietro, col mitra. Ci sono stata solo una giornata; alla sera mi hanno caricata su un camion e mi hanno portata a Bergamo in una caserma militare vuota, e a malo modo, a spintoni, mi hanno chiusa dentro e l’ ho pensato: <<Stavolta la mia vita è finita>>.

C’erano altre ragazze, trentasette. Si dormiva per terra su pochissima paglia, senza coperte, faceva freddo, c’erano correnti d’aria, i vetri tutti rotti. Ci siamo stati una ventina di giorni, aspettando la partenza per la Germania. Non si poteva mai partire perché i nostri partigiani facevano saltare i binari dei treni.

Ma quel brutto giorno è arrivato; ci hanno caricati sul vagone merci e ci hanno chiuso dentro. Siamo partiti da Bergamo: 37 donne e 950 uomini.

Dopo un lungo calvario siamo arrivati in Austria; ci hanno fatto scendere : era di notte. Ci hanno messi in fila per cinque e a piedi siamo arrivati a Mauthausen, sempre coi tedeschi e con dei cagnacci che facevano paura. Lì ci hanno fatto fare la doccia e ci hanno pennellato in tutte le parti del corpo col petrolio, ci hanno dato dei pantaloni a righe e una giacca, e ci hanno chiusi dentro in cella. Eravamo in cinque e c’era un tavolozzo solo, senza coperte: solo legno, e si faceva a turno a sdraiarsi.

Non si lavorava; siamo stati lì 15 giorni. Poi un bel mattino ci hanno caricati e ci hanno portati alle prigioni di Vienna: altro cambio di vestiario, dei pantaloni di panno e una giacca tutti sporchi. Anche lì si stava malissimo; dovevamo stare in piedi tutto il giorno e alla sera ci davano un pagliericcio pieno di cimici, che invece di dormire ci si grattava tutta la notte. Si mangiava una volta al giorno un schifo di brodaglia.

Poi mi hanno portata ad Aushwitz. Lì mi hanno fatto il numero sul braccio 78944.

Ci hanno fatto spogliare, rasate, perquisite; avevamo solo un vestito a righe; sporco, malandato. In ogni giaciglio di una persona si dormiva in quattro; si lavorava come bestie, facendo canali con pala e piccone, trasportare binari, trasportare pietre pesanti, trasportare i carri pieni di letame da un posto all’altro. Si lavorava in compagnia … Si lavorava sempre, anche quando pioveva; si arrivava alla sera in baracca bagnati fradici, ci si toglieva il vestito, si dormiva nudi. Al mattino ci si metteva ancora il vestito bagnato, e via all’appello e poi al lavoro.

Di botte ne ho prese tante: pedate nella schiena, sulla testa. Una volta uno della SS mi ha buttato giù da una montagna di paglia e il cane mi stava addosso: per fortuna non mi sono fatta male. Ma ho preso uno spavento!

Avevo sempre fame: al mattino ci davano il tè, ma era acqua sporca. Mezzogiorno, acqua e rape; alla sera una fettina di pane nero. Ero sempre affamata. Le mestruazioni non le avevamo più: eravamo come zingare, sporche. Non c’era acqua.

Una volta mi hanno chiamata e per tre giorni mi hanno levato il sangue; il quarto giorno il sangue era rosa invece che rosso: allora non mi hanno chiamata più. Il camino crematorio bruciava giorno e notte: c’era sempre un odore di carne bruciata.

Il mese di ottobre mi hanno portata a Ravensbruck . Ho dovuto lasciare le mie compagne con molto dolore. A Ravensbruk ci sono stata solo una settimana: ci lasciavano fuori in piedi tutta la notte e di giorno sempre appello; era un calvario. Un giorno hanno fatto la selezione e mi hanno scelto per andare a Salghiter a lavorare in uno stabilimento bellico. Si facevano munizioni e c’erano tre turni: si lavorava anche di notte. Quante botte ho preso, perché mi addormentavo sulla macchina! Al mattino, quando si tornava dal lavoro alle 6, si dormiva due ore  e poi ci portavano su una collina a fare legna: dovevamo cercare la legna sotto la neve. Avevo le mani e i piedi che non li sentivo più, tanto erano gelati. Quando si tornava in baracca, noi eravamo al freddo e i signori della SS si scaldavano.

Un giorno, tutto in fretta, ci hanno caricati su un camion e siamo arrivati di notte, in un campo, che non ho mai saputo che campo era; anche qui abbiamo passato la notte in piedi, all’aperto, e quando si è fatto giorno, ci hanno caricato su un treno merci con i vagoni scoperti. Dopo poco tempo che si viaggiava, hanno bombardato il treno: ci sono stati tanti morti e il nostro viaggio è continuato a piedi per tre giorni. Non ce la facevamo più; quelli che non ce la facevano a camminare li ammazzavano. Io avevo una febbre che non sentivo più la terra sotto i piedi. Avevo la bocca piena di croste. Ero sfinita e sono caduta per terra. Qui è avvenuto il miracolo: una tedesca, nel vedermi mi ha dato un poco d’acqua, e a stento ho proseguito il viaggio.

Non so proprio come ha fatto. Forse si sentiva in colpa di tutto quello che ci facevano.

Dopo tanto camminare siamo arrivati al campo di Belsen. Lì ci hanno portati per morire. Non si lavorava più; ci davano da mangiare solo alla sera: due dita di brodaglia in un barattolo di conserva tutto arrugginito.

Non si moriva solo per fame: o che ci ammazzavano di botte, ma anche di tifo petecchiale. Quando sono arrivati gli inglesi a liberarci, hanno trovato che ci stavano avvelenando poco per volta. Per fortuna ci sono stata poco in quel campo; altrimenti morivo anch’io, tanto ero sfinita!

Ho visto tanta gente a morire! Io e le mie compagne abbiamo avuto la fortuna di tornare a casa dopo 18 mesi di paura e sofferenza: tutti i giorni colla morte aventi agli occhi. Quando siamo arrivati in Italia, il 10 settembre,  ho baciato la terra e un cappellano ha celebrato la Messa in ringraziamento.

Quando sono tornata a casa ho trovato i miei genitori, fratellio e sorelle. Mi hanno fatto una grande festa e tante persone sono venute a farmi visita, anche il direttore della fabbrica.

Dopo un mese ho ripreso il lavoro”.

CARLOTTA BOLDRINI

Magenta ebbe 10 deportati politici:

Oltre a Carlotta Boldrini, Carla Morani, ricordiamo:

– Colombo Maria, nata a Magenta nel 1920. Operaia. Arrestata il 20 marzo. Mauthausen, Auschwitz, Chemnitz e Flossenburg. Sopravvisse alla deportazione

– Alfonso Berca, nato a Magenta nel 1918. Fu arrestato il 25 luglio del ’44. Morì a Flossenburg il 10 febbraio del ‘45

– Mongarier Chamassy, nato a Magenta nel gennaio del 1902. Professione cuoco. Da Bolzano fu trasferito a Mauthausen

– Guglielmo Riccardi, nato a Magenta nel 1907, meccanico. Arrestato il 20 marzo. Deportato a Mauthausen, morì in un sottocampo (Zellenbau) il 22 aprile del ‘45

– Giancarlo Sartorio, nato a Magenta nel 1895. Lattoniere. Arrestato il 20 marzo del ’44. Deportato a Mauthausen. Morì nel sottocampo di Steyr il 25 marzo del ‘45

Riccardi e Sartorio la sera prima dell’arresto, il 19 marzo, si erano lasciati un po’ andare in una trattoria e furono ascoltati da qualcuno cantare “Bandiera Rossa”.

– Mario Versetti, lavorava alla Pirelli di Milano. Fu arrestato il 23 novembre del ’44 dopo un fallito sciopero. Faceva parte di un gruppo di 165 lavoratori della Pirelli che finirono in un Kz e in diversi campi di lavoro

– A questi nomi dobbiamo aggiungere due partigiani vittime di un rastrellamento avvenuto nel gennaio del ’44 intorno a Magenta. Sono Eugenio Garavaglia e Dino Sgarella. Anche loro finiro in un Kz.

Difficile dire quanti furono i lavoratori coatti di Magenta mandati in Germania per lavorare (almeno una decina, di cinque di loro abbiamo i contratti di “lavoratori volontari”). Forte bisogno di manodopera

Giusti fra le Nazioni

Ma Magenta vanta anche un lungo elenco di persone che si sono prodigate per salvare gli ebrei di Magenta.

La notizia del 20 novembre 2010: il vescovo Francesco Bertoglio, nato a Magenta, è stato eletto “Giusto tra le Nazioni” per quanto ha fatto negli anni quanranta. Il titolo viene assegnato dalla Commissione per la Designazione dei Giusti dello Yas Vashem. Sono 468 i Giusti di cittadinanza italiana.

Monsignor Bertoglio era Rettore del Seminario Lombardo a Roma. Seguendo le disposizioni di Pio XII nascose molte famiglie ebree ma anche antifascisti.

Come scrive Susan Zuccotti in “Il Vaticano e l’Olocausto in Italia”, Mondadori 2001, un giorno ci fu una irruzione di SS. Monsignor Bertoglio stava pregando in una cappella, fu spinto all’interno del Collegio ma i molti ebrei ed antifascisti sapevano dove nascondersi in caso di irruzione, infatti non trovarono nessuno. Poi monsignor Bertoglio divenne vescovo ausiliare di Milano e morì sul finire degli anni Settanta. Oggi è seppellito nel cimitero di Magenta.

Famiglia Molho

Uno dei casi più significativi è quello della famiglia Molho che ha vissuto i due anni dell’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale nascosta in un locale all’interno della loro fabbrica a Magenta. Se non fosse stato per l’aiuto di persone non ebree non sarebbe sopravvissuta.

Il giorno 27 gennaio alle 18 sarà inaugurata una “stele” a ricordo della “casa segreta” che ospitò la famiglia Molho, grazie ad alcuni magentini che si prodigarono per proteggerla, a proprio rischio.Tale vicenda è narrata nel libro “La casa segreta” di Erminia Dell’Oro.

Ma forse il caso più bizzarro è quello di un altro magentino “Giusto fra le Nazioni”, si tratta di Giuseppe Caprotti (1862-1919) il quale fu tra i primi occidentali ad aprire le vie commerciali con Sudan, Eritrea, Abissinia e Yemen. Il titolo lo ebbe perché aiutò molto l’ebraismo yemenita a Sanaa (dove visse parte della sua vita) conivolgendo anche l’ebraismo mondiale.

Giancarlo Restelli

 

2 commenti

  1. Brunello Mantelli says:

    Caro collega,

    Ti spiacerebbe citare correttamente, secondo il normale uso scientifico, le fonti da cui trai le informazioni che fornisci nelle Tue sicuramente utili conferenze?

    Grazie!

    Brunello Mantelli

  2. Giancarlo Restelli says:

    Buongiorno prof. Mantelli,

    mi fa molto piacere che mi abbia scritto. Ho ascoltato alcune sue conferenze a Milano (Fondazione Memoria della Deportazione) e ho letto alcune opere scritte da Lei sulla deportazione dall’Italia nei lager nazisti. Conosco e ho utilizzato il fondamentale “Libro dei deportati” per una mia piccola ricerca sui Triangoli Rossi di Legnano e zona. Tempo fa le avevo donato a Milano alcune mie pubblicazioni.
    Rispondo volentieri alla sua richiesta di chiarimenti.
    Sono un insegnante di scuola superiore di Legnano e non ho mai fatto ricerca negli archivi. Piů che uno “storico” (parola grossa per me) credo di essere al massimo un divulgatore (sicuramente appassionato) di alcune tematiche storiche (lager nazisti, foibe, prima guerra mondiale…) che ho conosciuto attraverso la lettura di molti libri, cercando sempre (visto che il tempo è sempre poco) di leggere il meglio.

    grazie e cordiali saluti,

    Giancarlo Restelli

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